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venerdì 23 gennaio 2026

Compravendite - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Troppe persone spendono i soldi guadagnati per comprare cose che non vogliono e per impressionare persone che non gli piacciono. Will Rogers

C’era una volta il pianeta chiamato Mercato.
Dove si compra e si vende.
Tutto.
O quasi.

C’è ovviamente chi vorrebbe comprare la Groenlandia, e con essa arricchire il presente e il futuro della nazione che governa, ovvero possiede nei fatti, la quale fa tutto ciò da 250 anni in ogni luogo raggiungibile dalle sue armi, qualora non decida di prenderselo giustappunto con la forza. Eppure, c’è ancora qualcuno che si sorprende come se fosse una novità.

Una persona saggia dovrebbe avere i soldi nella testa, ma non nel cuore. (Jonathan Swift)

C’è invece chi come María Corina Machado vende al miglior offerente, ovvero potente, il proprio premio Nobel, e al contempo fa lo stesso con la dignità di un riconoscimento ormai svilito dall’evidenza e con il presente e il futuro del popolo che vorrebbe governare, o meglio possedere per conto di qualcun altro, Tu sai chi come in Harry Potter.

La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi bisogni (Epitteto)

C’è chi a Gaza ha addirittura acquistato e chi a sua volta ha svenduto una guerra lunga secoli come se fosse una terra fertile da coltivare, resa tale in modo perverso quanto orribile dal sangue di migliaia di vite innocenti. E ora che il rumore degli spari e delle urla di costoro è stato temporaneamente allontanato dalle prime pagine – giammai cancellato -, si può tranquillamente cominciare a seminare.

Vi svelerò il segreto per diventare ricchi a Wall Street. Cerchi di essere avido quando gli altri hanno paura. E cerchi di avere paura quando gli altri sono avidi (Warren Buffett)

E c’è chi come la Ford che conta di comprarsi la benevolenza del tiranno punendo il solito dipendente – chiamalo pure operaio se ne possiedi la memoria e non l’hai ancora venduta alla stregua di tanti – che ha osato chiamarlo “protettore di pedofili” sulla pubblica piazza, malgrado sia la logica dei fatti a produrre tale definizione.

Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove e sei, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei, risultato miseria (Charles Dickens)

C’è chi come Giorgia Meloni che fa selfie con la pari grado giapponese illudendosi di poter mascherare la reciproca compravendita con la fantomatica difesa di “un ordine mondiale giusto, libero e aperto”. Mentre senza alcuna sorpresa anche stavolta, alle spalle dei fantocci governativi, ovvero a tirarne i fili, ci sono ancora le multinazionali come l’Eni, la quale al momento opportuno piazzerà alla luce del Sol levante il gas naturale che continua imperterrito a rubare in Africa. Ovvero, ai suoi abitanti. L’Italia ai nostrani e l’Africa a tutti tranne gli africani, la monotona quanto amara strofa con rima.

Il denaro non ha mai reso felice un uomo, né lo farà. Più un uomo ha, più desidera. Invece di riempire un vuoto, lo crea (Benjamin Franklin)

E c’è chi come il Garante della privacy finito nel fango dell’ennesimo scandalo per le solite accuse: l’aver speso e comprato a destra e a manca, tra case in affitto, macellerie e parrucchieri con denaro dello Stato. Dei contribuenti. Di te che leggi e del sottoscritto, se sei tra coloro che in questo strano Paese si ostinano a pagare le tasse dovute.

La ricchezza è la capacità di vivere appieno la vita (Henry David Thoreau)

C’è chi – lo ripeto da un pezzo – si arricchisce vendendo tragedie sui giornali, dissezionandole pezzo a pezzo ogni giorno, e chi le compra in ogni istante seguendole come se fossero sceneggiati, serie tv, ovvero reality show. Un mercimonio di tristi disgrazie e dolore di chi resta, macellati e divorati nei monitor dei molti che guardano e dei pochi che alla fine dell’ennesima abbuffata contano i proventi dei click.

Il mercato azionario è pieno di individui che conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente (Phillip Fisher)

C’è chi al timone dell’Italia si accinge a vendere una ulteriore versione deteriorata e abusata di un concetto da tempo immemore caro ai dittatori – la famigerata sicurezza – togliendo ulteriori occasioni e diritti di dissenso alla popolazione, al netto di altrettanti alibi e protezioni per le forze dell’ordine, le quali vanno interpretate sempre all’opposto. L’ordine della e con la forza al servizio del potere, già. E nel mentre, Casapound sta ancora lì, illegalmente, nel cuore della capitale.

Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato (Albert Einstein)

E c’è chi come l’ennesimo Agnelli che ha comprato tanto, troppo, non solo un giornale come Repubblica, che è solo l’ultimo degli affari andati in porto. C’è un intero Paese nelle tasche della sua famiglia ormai da un secolo. Una dinastia degli acquisti e delle svendite più o meno alla luce di ‘O sole mio, stavolta. Con la complicità di almeno due, se non tre, generazioni di governi e istituzioni, faccendieri e portaborse, e il silenzio assenso di una moltitudine di gente colpevolmente distratta o indifferente.

Vorrei vivere come un uomo povero con un sacco di soldi (Pablo Picasso)

C’era quindi una volta e c’è ancora un pianeta di nome Mercato.
Dove si può smerciare in ogni luogo e istante.
Qualsiasi cosa.
O quasi, esatto. E se ciò che hai, a cui tieni maggiormente – compreso te stesso -, appartiene a quest’ultima minoritaria categoria, ti prego, uniamoci e lottiamo assieme per difenderla con le nostre unghie e i nostri sogni.

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sabato 15 marzo 2025

Di terre e altre cose rare - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Dietro la guerra tra Russia e Ucraina sappiamo che ci sono la ferocia di Putin, la perdita dell’egemonia sul mondo dell’Occidente, il nazionalismo e il militarismo di Zelensky, oltre alla sempre presente ma troppo spesso dimenticata matrice virile della violenza e della guerra. Ma alla fine della triste fiera emerge forte, guarda un po’, anche la sete di terre ricche di risorse indispensabili soprattutto per la produzione di armi ma anche di auto elettriche, batterie, smartphone. Dunque qualcosa che riguarda tutti noi e perfino la cosiddetta transizione energetica. Le chiamano terre rare. Ma faremmo bene a chiederci anche cos’altro è raro nel mondo o lo sta diventando sempre di più

 

Ma tu guarda che novità. Alla fine della fiera, più che della guerra – giacché alcune sembrano non voler terminare mai – l’attuale, maggiormente controversa tragedia alle porte dell’Europa potrà risolversi con la concessione di cose preziose da parte di uno dei contendenti al potente, mediatore di turno, che sono anche stavolta gli Stati Uniti. Che poi, il mediatore è colui che giunge dall’esterno con nessuna responsabilità riguardo alla contesa e, soprattutto, nessun conflitto di interesse. E lo sanno anche le pietre che non è così.

In tale ennesimo capitolo di una Storia che si ostina a ripetersi – o forse siamo noi tutti a volerlo – addirittura con risvolti peggiori, si tratta di cose rare, ovvero terre. Viene definito come tale un gruppo di diciassette elementi chimici che tra l’altro sono indispensabili per la produzione di auto elettriche, batterie, armi e smartphone, le cui vendite sono in aumento nel mondo. La Cina ha in mano circa il 60 per cento della produzione mondiale, il cui valore si stima in centinaia di miliardi di dollari. Di conseguenza, USA e Unione Europea mirano a diventare indipendenti da Pechino, mentre l’Ucraina possiede riserve di terre rare tra le più ricche nel vecchio continente, quindi tutto torna.

 

A questo punto mi sono ritrovato a chiedermi: cos’altro è raro nel mondo, o lo sta diventando sempre di più? E ce ne stiamo occupando, lo stiamo irresponsabilmente ignorando o al massimo diventa merce di scambio per mettere in pausa il conflitto di turno, oppure ne è la miccia stessa? In poche parole, quali sono le altre “cose rare” che meriterebbero altrettanto se non maggiore attenzione da parte di tutti?

La prima è ovviamente l’acqua. Una cosa rara in molte, troppe parti del mondo, al punto che secondo gli esperti delle Nazioni Unite, a causa dei cambiamenti climatici – il che vuol dire di noialtri – cinque miliardi di persone, ovvero i due terzi della popolazione mondiale, dovranno affrontare almeno un mese di carenza idrica all’anno entro il 2050.

Altra cosa rara è la terra stessa, altro che elementi chimici. Gli scienziati avvertono che 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile vengono perse ogni anno, in gran parte a causa di pratiche agricole insostenibili, e che sempre nel 2050 il 95% del suolo terrestre sarà degradato.

Sono cose rare, o lo stanno diventando in modo preoccupante, gli alberi, visto che uno su tre è a rischio estinzione.

Ma la cosa rara che forse dovrebbe meritarsi un’attenzione speciale è l’aria pulita, considerando che secondo una ricerca del WWF il 99% della popolazione del pianeta respira aria non sicura.

Poi ci sono le cose che risultano estremamente rare solo in alcune zone del mondo, come il cibo, la cui mancanza è a giunta a un livello insostenibile per più di 700 milioni di persone ad Haiti, in Mali, in Sudan e Sud Sudan, e ovviamente nei Territori Palestinesi Occupati. E qual è la causa maggiore di questa inaccettabile rarità? Le guerre, già, ecco il folle paradosso che ci riporta all’incipit.

Nondimeno, la potenziale, futura cosa rara che mi ha dato più da riflettere è quella dei nuovi nati nel mondo. Ancora una volta entro il 2050, i tre quarti dei Paesi della Terra non avranno tassi di fertilità sufficientemente elevati per sostenere la dimensione della popolazione nel tempo. Ma al contempo, tale andamento risulterà opposto proprio nelle zone del mondo a basso reddito, dove le nascite raddoppieranno. Così, chiudo gli occhi e mi immagino uno scenario tristemente apocalittico: un’enorme massa di bambini affamati che marcia verso i confini di elitari avamposti protetti da muri, filo spinato e armi spianate, abitati da gente decrepita. Be’, a questo punto, sapete quale cosa rara sento urgentemente la necessità di proteggere, nutrire e far crescere quanto e anche di più di quegli stessi, ottusi muri?

La speranza, esatto.

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mercoledì 29 maggio 2024

Da grande farò lo spazzino - Alessandro Ghebreigziabiher

  

Immaginiamo un gruppo di bambini. Qualora prestassimo orecchio, banalmente sentiremmo parlare di speranze e sogni. Che il più delle volte, a causa del peso dell’età, concorderemmo nel ritenerli al meglio ingenui. Soprattutto per quanto riguarda le singole aspirazioni. Tra le più gettonate, io sarò un astronauta e io diventerò una scrittrice, io presidente della Repubblica e io un’affermata stella del rock, io solo famoso e io, con simile praticità, tanto ricca. Di certo, farebbe rumore se uno di loro esclamasse a gran voce: “Da grande farò lo spazzino”.

Si dà il caso invece che è proprio ciò che Mateo De La Rocha disse da piccolo ai suoi familiari in Bolivia e il motivo era semplice: ai suoi occhi, tutt’altro che ingenui, lo spazzino era l’unico che vedeva fare qualcosa contro l’inquinamento. In seguito, Mateo e la sua famiglia si sono trasferiti negli Stati Uniti, precisamente nella città di Cary, nella Carolina del Nord e oggi, giunto all’ultimo anno delle superiori, ha deciso di dare concretezza alla presunte ingenuità di allora. Dopo aver coinvolto nell’impresa due suoi compagni di studi, Lila Gisondi e Sebastian Ng, si è dedicato a un’iniziativa a dir poco lodevole, se non urgente: chiudere un pozzo petrolifero abbandonato in Ohio, arrivando a raccogliere ben 10.000 dollari.
Secondo l’Environmental Protection Agency, negli Stati Uniti sono 3,9 milioni i pozzi di petrolio e gas abbandonati e invecchiati. Molti di essi perdono metano, un gas serra che è quasi 30 volte più potente dell’anidride carbonica nell’intrappolare il calore nell’atmosfera per un periodo di cento anni, e ancora più potente su periodi di tempo più brevi. Un problema mondiale, non solo degli Usa.

Secondo un rapporto Reuters nel mondo i pozzi definiti orfani e quindi estremamente dannosi e pericolosi sono circa 29 milioni. Solo sotto la superficie dell’acqua del Golfo del Messico se ne calcolano almeno 27.000. Otre alle emissioni gas che incidono sull’effetto serra, c’è anche il grave aspetto dell’inquinamento, con il rilascio di sostanze cancerogene nelle falde acquifere.

Che dire allora dell’Italia? Ebbene, dati risalenti al 2022 ci dicono che su 1.298 pozzi che raggiungono in profondità giacimenti di gas o petrolio sono più della metà quelli chiusi, ovvero 752. Le ragioni sono molteplici, magari perché il giacimento è esaurito, o perché il possibile guadagno non pareggiava i costi, perché la produzione richiedeva ulteriori investimenti che l’azienda incaricata non era in grado di coprire, oppure perché erano state violate le norme per lo sfruttamento.

In ogni caso le conseguenze e i rischi sono particolarmente elevati, fino a parlare di una vera e propria calamità naturale, come nel caso dello smaltimento delle acque di produzione in un pozzo dismesso nel 1988 in Molise.

Ovviamente, invece di preoccuparsi dell’effetto serra e dell’inquinamento, ci si sofferma di più su come guadagnarci ulteriormente da questi enormi buchi nel cuore del pianeta che ci ospita.

Così, per quanto riguarda il nostro Paese, non posso fare a meno di tornare a immaginare. A chiudere gli occhi e a figurarmi di nuovo un gruppo di bambini, sperando non solo che alcuni di essi si augurino di fare gli spazzini da grandi e rimedino ai danni compiuti dalle sciagurate generazioni che li hanno preceduti. Perché se proprio devo sognare anch’io, mi piacerebbe che nessuno di loro fosse costretto a farlo, ecco.

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sabato 30 settembre 2023

Gli elefanti non conoscono confini - Alessandro Ghebreigziabiher

 

C’erano una volta gli elefanti.

Sì, verrà il giorno in cui ne parleremo così, al passato, come personaggi di una di quelle fiabe a cui ormai credono solo i bambini e i folli.
Se continua così, solo questi ultimi.
Magari ci sarà qualcuno che vi spiegherà che probabilmente non sono mai esistiti.
Che si tratta di un mito, ovvero di creature immaginarie come gli unicorni.
Il che mi induce a pensare che da qualche parte, nel passato ormai sepolto, ci sono stati per davvero dei cavalli con una strana e appuntita protuberanza sulla fronte.
Il punto è che ora siamo in quel preciso momento in cui la fantasia è ancora viva, anche se gravemente malata, se non morente.
La ritrovi talvolta in un articolo di giornale, nella solita foto che la dice tutta ma non a tutti, o in un video di pochi secondi che in ancor meno tempo viene magari sostituito da un tizio sospeso sul precipizio di un grattacielo o di qualcun altro che si getta nel vuoto alla disperata ricerca di clic. Ma si sa in cosa differiscono gli umani dagli animali, oggigiorno e forse da sempre: il valore della vita, ancora prima che il suo significato.
Ma si parlava di quei meravigliosi pachidermi, proverbiali per la memoria, e non so quanto ciò sia vantaggioso per noi altri.
In particolare, soffermiamoci per il tempo di una pagina finché siamo ancora in grado di farlo – ovvero di pensarli senza alcun dubbio sulla loro esistenza – sugli elefanti che in questi giorni si stanno spostando dallo Zimbabwe alla Botswana, in Africa meridionale.
In questa zona ci sono ancora centinaia di migliaia di esemplari. No, non mi piace questa parola. È troppo umana. Diciamo di pure esistenze, creature viventi, meraviglie di un pianeta particolarmente sfortunato nell’assegnazione di alcune specie, ovvero una.
In ogni caso, si parla della metà della totalità degli elefanti della Savana. Si legga pure come una ricchezza inestimabile, qualcosa di unico. In una parola sola, magico. Da cui l’incredulità sulla loro esistenza che proveranno in molti nell’incauto futuro che stiamo costruendo.
Ora, alcuni dei suddetti elefanti stanno facendo notizia nell’unico modo in cui, il più delle volte, ci accorgiamo della loro attuale esistenza: si arrendono, stramazzano al suolo e restano quasi immobili respirando a fatica, con il cuore che pian piano rallenta.
Prima di morire.
Ma perché hanno lasciato la terra d’origine? Perché hanno affrontato pericoli e stenti di ogni tipo transitando da una nazione all’altra? Le solite domande da bipedi ottusi, qualora non criminali.
Perché cercano cibo e acqua, la risposta più semplice. E, come ha commentato Tinashe Farawo, portavoce della Zimbabwe Parks and Wildlife Management Authority, gli elefanti non conoscono confini.
Ovvero, l’osservazione che banale non lo è affatto nella nostra assurda società...

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mercoledì 31 maggio 2023

Angeli del fango e di tutto il resto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Il primo a usare tale espressione fu l’inviato del Corriere della sera Giovanni Grazzini in un articolo datato 10 novembre del 1966 per definire i tanti giovani che in quell’anno giunsero da tutta Italia e anche dall’estero per aiutare la città e i suoi abitanti a rimettersi in sesto a causa di una tremenda alluvione (qui le immagini) dovuta a una successione di straripamenti del fiume Arno.

Da allora sono trascorsi quasi 60 anni e possiamo affermare senza tema di smentita che sulla natura problematica dei nostri territori, se così possiamo definirla, e soprattutto sulle nostrane gravi carenze in materia di prevenzione di tali sciagure, nonché nella cura, la verifica e il rinnovamento delle infrastrutture su cui si regge l’intero paese, ne sappiamo abbastanza.
Chiunque potrebbe rendersene conto in pochi secondi se dotato di una seppur lenta connessione internet.
Ciò nonostante, oggi anche più di allora le pagine dei giornali si riempiono dei nuovi angeli nella versione 2.0., con la passerella in galosce del presidente del consiglio stesso o di personaggi dello spettacolo, per finire di nuovo con i giovani e le persone comuni, ancora loro, sui quali si può dire solo qualcosa di buono.
Nondimeno, vi è un’ulteriore differenza rispetto a quei terrificanti giorni del ‘66, le cui immagini televisive o le drammatiche narrazioni radiofoniche lasciarono inorriditi milioni dei nostri concittadini del secolo scorso, tra genitori, nonne e zii.
Una differenza che è il prodotto di una consapevolezza ineludibile, il famoso senno di poi che ci dovrebbe permettere di avere la coscienza a posto all’indomani di tali tragedie, come minimo, o al meglio di ridurre i danni, per non dire il numero dei morti e degli sfollati. Ma non è affatto la norma, ahinoi, altrimenti…
Nel frattempo vi sono altri angeli che da allora si fanno il culo tutto l’anno, lontano dai flash dei fotografi assoldati per la propizia occasione.
Sto parlando, se non si è ancora capito, degli angeli del resto.
Gli angeli del petrolio, ovvero di coloro che per contrastarne gli effetti nocivi sulla vita di tutti noi si lordano quotidianamente dello schifo che non si nasconde nei barili, bensì nei cuori di chi lucra su milioni di vittime predestinate di guerre cosiddette civili pianificate a tavolino, per dirne una.
Gli angeli delle parole semplici e delle azioni facili, che potremmo fare tutti in ogni luogo e ciascun istante, che sfidano ingenuamente le gigantesche multinazionali dell’informazione e dell’energia anche solo per un singolo centimetro di ragione a discapito della dilagante e virale follia.
Gli angeli della terra, ma si può chiamarli più comunemente indigeni, che anche ora, in questo preciso istante, sono schierati a petto nudo di fronte ai proiettili del più forte di turno, il colonizzatore di ritorno che non se n’è mai andato.
Cadono, spesso, in quello stesso fango di cui sopra. In molti vi periscono, ma un attimo dopo ne arrivano degli altri. Perché ogni tanto, anche se di rado, si vince pure e questo cambia tutto. Dimostra che è possibile.
E poi gli angeli dell’acqua, che assurdamente lottano per convincere tutti gli altri che non ce ne sarà un’altra quando quella che abbiamo si sarà esaurita.
Gli angeli delle piante e di ogni specie vivente, come se fossero ormai dei dettagli assolutamente trascurabili, perché tanto li puoi avere in digitale, è compreso nel pacchetto, che fortuna!
Gli angeli del vento e della luce del sole, di tutto ciò che muove il pianeta tranne gli altri che non si smuovono dal divano, perché quelli sono furbi, eh? La sanno lunga, mica sono criceti o formiche. Sono piuttosto come quei disgraziati di topini, hai presente? Dai, quelli che sfrecciano nei labirinti da laboratorio e se imbeccano la strada giusta si guadagnano un pezzetto di formaggio. Quindi, se giunge l’ora e l’occasione giusta, si infilano i gambali e vanno a spalare il fango per un giorno. Ma quando giunge la sera e si spengono le luci, lo spettacolo è finito. Via il costume di scena e si torna a distruggere il pianeta come se niente fosse…

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giovedì 20 aprile 2023

povera orsa

 

Mi chiamo orsa e sono solo un animale - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Mi chiamo orsa, o almeno è quel che c’era scritto una volta nei libri di scuola o nelle favole, e sono un animale.
Così era un tempo, ma oggi il mio nome è 
Jj4 e affermano che sono colpevole di un’aggressione mortale.
Dicono che ho ucciso un essere umano, un giovane di 26 anni.
Non posso dire che comprendo fino in fondo la gravità di ciò che ho fatto, ma capisco la sofferenza anche se non sono umana.
Il dolore dei tuoi cari, di chi ti ha messo al mondo  o di chi soltanto ti vuol bene. Questo è un fatto dell’esistere comune a tutti noi viventi, credo. Spero.
Dicono anche altro su di me.
In molti 
discutono, altri argomentano, e sommariamente condannano anche, taluni.
C’è pure chi mi odia e 
vorrebbe la mia morte. So che la chiamate in tanti modi, tra cui vendetta, riparazione e perfino giustizia, come se fosse un’ineludibile necessità per il bene della collettività.
Capisco poco di tutto ciò, lo ammetto.
Perché mi chiamo orsa, o perlomeno così era una volta, e orsa è ciò che sono ancora oggi.
Per tale ragione, guardo le cose dal mio punto di vista come voi le osservate e valutate dal vostro.
Banalmente, il punto di vista di un animale.
Il punto di vista di un animale su un pianeta dove ogni anno vengono macellati 
150 miliardi di noi.
In quello stesso anno, nella nazione che ci ospita tutti, si parla tra gli altri di 5 milioni di uccelli 
trucidati illegalmente, di un milione e mezzo di animali selvatici ammazzati dalle vostre auto sfreccianti sulle strade e dello sterminio di 300.000 cinghiali, altra specie da voi pubblicamente disprezzata di questi tempi.
Ciò nonostante, anche se non capisco il senso neppure di questo, io non vi odio, e credo di poter parlare a nome di tutti gli altri animali di questa terra.
Altrimenti… be’, ve ne rendereste conto non appena uscite di casa.
Perché lo spegnimento della vita altrui con una ragione ben precisa e premeditata, che non siano il procacciamento del cibo o la protezione di se stessi e dei propri figli, è un qualcosa che non riesco neanche a immaginare.
Chiedo scusa di ciò che ho fatto e di quello che non capisco.
Ma che volete farci.
Malgrado i nomi che mi danno sui giornali, io mi chiamo orsa e sono solo un animale…

da qui

 

 

in difesa dell’orso espiatorio – bortocal

 

un animale è colpevole se ammazza un uomo?

e merita la condanna a morte di coloro che, se potessero, manderebbero alla morte anche gli esseri umani considerati colpevoli?

se un animale domestico ammazza un uomo, metti che sia un rotweiller, la legge dice sempre che vi è qualcosa di colposo negli esseri umani, non condanna l’animale, che è irresponsabile per definizione.

è il padrone dell’animale che doveva vigilare e prendere le precauzioni; non sto accusando la vittima, ma anche la vittima deve evitare comportamenti imprudenti, anche se a volte si diventa vittime anche senza averne fatto nessuno.

sono concetti elementari, ma purtroppo siamo alle prese con una minoranza di deficienti al governo, in grazia di una legge elettorale truffaldina e di un sistema mediatico impazzito che esalta la stupidità come la migliore delle virtù.

ma un orso selvaggio ha qualcuno responsabile per lui?

certamente, ed è per questo che vediamo perfettamente applicato all’orso il meccanismo del capro espiatorio, anche se l’animale è sbagliato e dovrebbe essere un capro, mentre caproni sono quelli che colpevolizzano l’orso.

ma dare la colpa all’orso serve egregiamente a nascondere le colpe degli uomini.

. . .

partiamo da una premessa: gli orsi originari in Trentino sono stati praticamente estinti alla fine del secolo scorso: gli abitanti del luogo non li hanno mai amati, anche se la loro immagine tornava buona ad attirare i turisti, e alla fine sono riusciti a sterminarli tutti, dopo secoli di persecuzioni sistematiche e di caccia, anche abusiva.

a questo punto, per il fine di lucro appena detto, qualche politico locale ha pensato di farne venire qualcuno dalla Slovenia.

erano orsi immigrati, ma andavano bene, come vanno bene a questa stessa gente gli immigrati umani, se tenuti in condizione di clandestinità e di semi-schiavitù.

sembra che in Slovenia questi orsi fossero meno abituati ai contatti umani e dunque rimasti a comportamenti naturali e più aggressivi, mentre i poveri orsi trentini originari avevano sviluppato comportamenti molto più schivi e prudenti, per selezione naturale, prima di morire sterminati.

ma naturalmente, se si reintroducono degli orsi in ambienti che ne erano privi, la prima cosa da fare è una informazione adeguata agli umani che frequentano quei luoghi, perché anche gli umani si sono abituati a vivere in un ambiente senza orsi, e non hanno neppure idea di come comportarsi se ne incontrano uno.

ad esempio, circolare con i cani nei boschi dove ci sono potenzialmente orsi dovrebbe essere severamente proibito; e andate a dirlo ai cacciatori…

ma che cosa volete che pensi un orso, o peggio un’orsa con i piccoli, se vede venirgli incontro un uomo con un cane? è ovvio che si sente in pericolo, no?

. . .

tra gli esempi degli sprovveduti frequentatori mettete me stesso, che nelle mie passeggiate su questi monti, mai mi sono posto il problema di un possibile incontro con una simile bestia.

eppure due anni fa ne fu segnalato uno, un cucciolone, ripreso perfino con una video-trappola, peraltro, a 4 o 5 chilometri da casa mia solamente; non se ne è più sentito parlare, ma a febbraio non sono andato, io, a farmi una camminata in solitaria proprio da quelle parti?

attualmente è segnalata un’orsa con tre piccoli tra Valle Sabbia e Trentino, ma sull’altro versante della valle e a qualche decina di chilometri da qui; ma, come si sa, un orso può fare anche più di 20 km al giorno, spostandosi nei boschi.

ora nessuno ha mai fatto una campagna informativa ed educativa per gli escursionisti né in Trentino, dove gli orsi sono stanziali, né in Valle Sabbia, dove vanno e vengono.

e queste sono le considerazioni minime.

. . .

detto questo, non sono un animalista fanatico; dico soltanto che, se si vogliono gli orsi, occorre pensare che non sono quelli dei cartoni animati.

l’attuale degenerazione del pensiero e dei comportamenti di chi ama gli animali come se fossero esseri umani mi lascia meravigliato, se non facesse parte di una irresistibile tendenza alla perdita della consapevolezza della realtà della natura, che è feroce di suo (rileggersi Leopardi, cribbio!).

quindi, se gli orsi sono diventati troppi (ma davvero?), meglio un orso morto, che un orso rinchiuso a vita in qualche recinto che non fa per lui.

ma l’eventuale soppressione degli orsi in eccesso rispetto alla capacità di un territorio di ospitarli non può essere certo il risultato di una specie di processo sommario e di una condanna a morte di un essere sensibile che non ha regole etiche da seguire.

e per calcolare quale è la giusta misura di animali selvatici che un ambiente può ospitare senza danno, occorre anche prevedere qualche limitazione in più alla presenza umana, almeno in certe aree.

insomma, la natura è tanto degli uomini quanto degli orsi.

e non conta nulla che la bibbia dice il contrario, e afferma che il mondo è stato creato per noi.

a questo punto meglio l’induismo, che vede nell’animale un uomo reincarnato.

ecco, se fossimo induisti, l’idea di condannare a morte un orso ci farebbe semplicemente orrore, e a me lo fa, sappiatelo.

da qui

 

 

Catturata l’orsa JJ4: ora rischia di impazzire al lager del Casteller. La storia si ripete – Marco Ianes

 

E così l’hanno presa, l’orsa JJ4 – e a quanto pare avevano pure preso i cuccioli, che poi hanno rilasciato al loro destino, senza la mamma!

Triste la vicenda, ovviamente, con la morte di un povero giovane, che non ha alcuna colpa, sia chiaro. Ma con questa vicenda si palesano le grandi criticità della gestione del progetto Life Ursus. Un progetto che prevedeva, oltre al ripopolamento degli orsi – che, ricordo, sono sempre esistiti in Trentino, ma all’epoca erano in pochissime unità; ebbene, a parte l’immissione di una decina di esemplari, nel 1999, tutti gli altri attuali sono nati e cresciuti proprio qui in Trentino.

Ma le carenze sono evidenziate dalla mancata attivazione del resto del progetto:

1. Creazione di corridoi faunistici che avrebbero permesso alla popolazione ursina di espandersi su tutto l’arco alpino, riducendo così la densità e di conseguenza la probabilità di incontro con l’uomo;

2. Attivazione di un approfondito sistema di monitoraggio della popolazione ursina, con radiocollari e sistemi di controllo che avrebbero determinato una corretta e approfondita conoscenza di come e dove si muovono gli orsi;

3. Revisione del piano di gestione dei rifiuti, specie quelli organici, con il posizionamento di opportuni bidoni anti-orso per evitare l’avvicinamento degli animali ai centri abitati vicini al bosco;

4. Opportuna campagna informativa per chi va nel bosco, con brochure e cartelli di rilievo per segnalare presenza e modi di comportamento;

5. Programma di formazione nelle scuole, di ogni ordine e grado, per abituare alla convivenza consapevole con l’orso.

Sapete quante di queste cose sono state fatte? Praticamente nulla; ne è testimonianza un video girato proprio in questi giorni, per documentare la situazione gestionale, proprio nel paese della tragedia...

continua qui

 


mercoledì 22 marzo 2023

L’orca più sola al mondo - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Come sono strane le parole degli umani, dal punto di vista degli animali, quasi quanto la loro stessa vita, le assurde azioni e ossessioni.

Prendete Kiska, l’ultima orca vissuta in cattività in Canada, prima di morire la scorsa settimana per un’infezione batterica a circa 47 anni.
Almeno quaranta di questi ultimi, la nostra, il cui nome viene associato all’aggettivo assassina, in inglese killer whale, li ha trascorsi rinchiusa in una vasca, a far spettacolo morente, più che il contrario, per quei maledetti bipedi fissati con le prigioni, i confini, i lager e tutto ciò che può costringere la vita in una scatola, possibilmente dalle pareti trasparenti.
Gli ultimi 12 è rimasta sola, dopo la morte del suo compagno, facendole guadagnare – si fa per dire – il titolo di orca più solitaria del mondo.
Una solitudine resa ancor più dolorosa dal quotidiano affollarsi di sguardi curiosi e divertiti oltre le vetrate che delimitano la frontiera tra chi è libero di far del male a tutto e tutti e chi è condannato a subire impotente ogni pena immaginabile.
Lungo la sua esistenza virtuale a nuotare in una boccia di vetro enorme per tutti tranne che per lei, Kiska ha visto scomparire da un giorno all’altro affetti e amori preziosi con cui perlomeno condividere l’iniqua sentenza degli umani.
Come Keiko, compagna di sventura al momento dell’ingiusto rapimento da parte di questi ultimi, la quale ha avuto la consolazione di vivere da protagonista almeno in un film, ovvero Free Willy. Dal successo del cinema a un parco di divertimenti, sino alla libertà che entrambe non avevano teneramente mai smesso di sognare. Perché anche le orche sognano, pure quelle assassine che non hanno mai ucciso nessuno, casomai è il contrario, e sono sogni semplici, roba normale, la natura che ci spetta e che era già perfetta così prima delle nostre imperdonabili intromissioni.
Tuttavia, il dolore per tale separazione non credo sia paragonabile al veder morire uno dopo l’altro ciascuno dei cinque figli messi al mondo, per quanto costretti in una cella che si finge oceano. È stato un inganno anche quello, l’illusione di poter vivere una vita normale, dove essere perfino madre, creatrice di vita nonostante il mondo ci si metta davvero di impegno per svilirla e soffocarla.
E così se n’è andata anche Kiska, sola a danzare per decenni per il godimento di ragazzini urlanti e adulti fotografanti, il solito, ma ha lasciato un dono, dicono.
Pare che è proprio grazie a lei se quattro anni addietro in Canada si è deciso di proibire una volta per tutte con una legge la cattività e l’allevamento di balene, delfini e focene.
Be’, che il cielo o chi per lui benedica quella specie, popolazione, comunità o anche singola vita, animale o meno, che non avrà bisogno di trascorrere  la maggior parte della propria esistenza in un carcere per veder bandita l’ottusa perfidia degli esseri chiamati umani.

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sabato 25 febbraio 2023

Aiutiamola a casa loro - Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una donna, okay?
Una signora anziana, ovvero una persona come tante, banalmente definibile un essere umano.
Anzi no, altrimenti qui ci si guadagna di nuovo l’etichetta buonista, e d’altra parte la legge è legge, cribbio, che poi qualcun altro allude pure alla carta del razzismo e stavolta non è il caso, dico sul serio.
Diciamo una straniera in terra straniera, va bene? Così restiamo sul generico e nessuno si sente toccato sul nervo nascosto, più che scoperto.
La nostra ha 74 anni ed è anche in gravi condizioni di salute. Alzheimer, dicono, il che aggrava ogni cosa, dalla storia alla protagonista di quest’ultima.
Per colpa della malattia, o forse della follia del mondo in cui tutti viviamo, non è stata in grado di completare in tempo i documenti per restare nel Paese che la ospita.
Così, dopo 18 anni vissuti in una nazione che è ormai diventata la sua, secondo le norme vigenti dovrà tornare nella terra d’origine.
“Sono distrutto e arrabbiato”, ha dichiarato il figlio. “È disumano spostare da dove vive una persona che ha l'Alzheimer ed è troppo malata anche solo per prendersi cura di se stessa.”
L’uomo ha sposato una ragazza del luogo ed è per questo che la madre si è trasferita da lui. Per trascorrere l’ultimo tratto di vita vicina ai suoi cari, figlio, nuora e soprattutto i quattro nipoti.
In una calpestata, ancor prima che sottovalutata parola, per amore, quando intorno al 2005 la vittima di questa vicenda ha lasciato la sua patria con il marito che ora non c’è più. Un'auto deportazione, se volete, ma nell’accezione migliore.
Circa otto anni dopo il nemico pubblico numero uno della memoria e dell’intelletto ha cominciato a farsi impietosamente vivo e col tempo le condizioni della donna sono repentinamente peggiorate, sino a renderla incapace di nutrirsi, lavarsi o perfino parlare.
Così, il figlio si è convinto ad affidarla a una casa di cura.
Da un certo punto di vista, la seconda deportazione, malgrado con affetto e per necessità.
Nondimeno, è la terza che forse farà più male a tutti i soggetti interessati, con facoltà di intendere o meno.
Perché a decidere la definitiva separazione tra la nonna e i suoi familiari è un pugno di parole ottuse più che crudeli scritte da qualche parte e sottoscritte da individui altrettanto stolti, riluttanti a capire che le conseguenze delle decisioni prese dall’alto sulla vita di una quantità enorme di nostri simili, negli aspetti maggiormente disumani ricadono su ciascuno di essi.
A prescindere da ogni trascurabile quanto significativa differenza nelle origini e le fattezze del disgraziato di turno, quanto nello scotto da pagare al momento del dunque.
Perché si dà il caso che la donna che rischia di essere messa su un aereo e spedita al mittente alla stregua di un pacco, nonostante l’età e soprattutto la malattia, si trova in Svezia ed è una cittadina del Regno Unito, lo stesso Paese che si sta impegnando ossessivamente a fare lo stesso con i migranti per definizione…

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martedì 24 gennaio 2023

Oggi non hanno vinto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Ancora una volta, in tal caso in Cile, l’umanità si è trovata dinanzi al solito bivio. Da un lato lo sfruttamento cieco e incosciente del pianeta e dall’altro il rispetto per la natura in quanto tutto, che contiene noi altri come il resto delle creature viventi. E ha preso la sua decisione.

C’era una volta una storia che andrà come andrà, e non sarà un finale facile da accettare.
Lo temo, lo suppongo, me l’aspetto e ho accumulato sin troppo disincanto nel corpo per immaginare una conclusione differente.
D’altra parte, dal punto di vista anagrafico, come molti della mia generazione non sono di certo persona interessata. Al massimo, responsabile, per alcuni aspetti anche colpevole. Perciò lasciamo in pace le meritate e necessarie speranze di chi vive e soprattutto vivrà in prima persona gli scenari futuri.
Nel mentre, siamo in Cile, nei pressi del comune di La Higuera della provincia di Elqui nella Regione di Coquimbo.
Su questa zona ha mosso una decina di anni addietro le proprie fameliche quanto sbavanti fauci il progetto denominato Dominga. Supportato dai precedenti governanti per varie ragioni tutt’altro che casuali, prefigura la realizzazione di un impianto minerario portuale, attingendo al giacimento situato proprio a 16 km a nord-ovest della città di La Higuera.
Tuttavia, approfittando della traduzione italiana del nome del progetto stesso, come dire, non è sempre dominga, ovvero domenica.
Difatti, nonostante le belle parole nella presentazione dell’iniziativa - laddove anche nelle operazioni maggiormente devastanti dal punto di vista ecologico si cerca di sfangarla tramite una sorta di greenwashing semantico con aggettivi tipo “sostenibile” o “rinnovabile” - nel 2017 la valutazione ambientale del progetto ha restituito pareri decisamente negativi.
Ne ha pagato le spese – giustamente a mio avviso – il governo Bachelet, tra dimissioni di ministri a destra e a manca, anche se dal punto di vista dell’orientamento politico, visto ciò che è accaduto con l’esecutivo successivo, forse bisognerebbe che questa gente con il telecomando delle nostre vite nelle mani e coloro che glielo affidano cominciassero a capire che l’effettiva priorità dell’ambiente su ogni nostra decisione non è solo una cosa di sinistra o di destra, ma di semplice buon senso.
Nondimeno, come premesso, nonostante in Cile nel 2018 si sia passati da un governo socialista a uno di pensiero opposto come quello di Sebastián Piñera, il famigerato progetto è rimasto invariato sul tavolo, in cima alle urgenze.
A esser franchi, lo stesso Piñera ne era un forte sostenitore finché è stato presidente prima della stessa Bachelet dal 2010 al 2014.
Il tutto comprovato dalle informazioni emerse dallo scandalo dei Panama Papers, dove tra l’altro venne fuori il coinvolgimento della famiglia del presidente sin dal 2010, azionista di maggioranza del 56% del progetto stesso.
Ripeto, sarà forse un evidente sintomo del tempo che passa, ma su questo argomento non sono particolarmente ottimista, qualora volga lo sguardo verso l’orizzonte.
Tuttavia, lo scorso mercoledì un comitato ministeriale del nuovo governo dell’attuale presidente Gabriel Boric ha dato ai cileni e soprattutto alla terra che li ospita una buona notizia: il progetto Dominga è stato bocciato nuovamente in quanto dimostra nei fatti di non voler fare abbastanza per evitare l'impatto dell’estrazione sulle vicine riserve marine e naturali, le quali ospitano delfini tursiopi, diverse specie di balene e il pinguino di Humboldt.
C’era una volta infine una storia, la nostra, che andrà come andrà, e non credo che i miliardari e i miliardi che si nascondono o meno dietro tali mostruose azioni criminali si arrenderanno, ma per una volta non hanno vinto.
Oggi no.

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giovedì 8 dicembre 2022

Quando internet eravamo noi - Alessandro Ghebreigziabiher

  

Osservando ciò che sta accadendo su Twitter in versione Elon Musk, ricordo che era l’inizio degli anni Novanta quando all’università Sapienza di Roma – mi sono laureato in Scienze dell’informazione, ovvero informatica – uno di noi fece a un professore di quelli più affabili e inclini a metter via il programma per affrontare questioni inaspettate la seguente domanda: “Cos’è davvero internet?”
“Internet siamo noi”, rispose il docente, come se fosse la cosa più semplice del mondo. E lo è, se ci pensate. L’idea è elementare, facilmente comprensibile anche da un bambino: una rete i cui segmenti uniscono tra loro dei puntini, i quali a loro volta corrispondono ai partecipanti di questo incontro globale. In una parola, noi.
Rimasi subito folgorato da quest’invenzione come molti all’epoca. Una vera rivoluzione quella di rendere accessibile sempre più ovunque uno strumento attraverso il quale poter entrare in contatto con estrema rapidità con chiunque nel mondo desideri altrettanto. Il tutto – questo e solo questo è il nucleo fondante dell’aspetto rivoluzionario della cosa – in modo perfettamente orizzontale, togliendo di mezzo il medium o mass media di turno.
Io mi connetto con te che ti connetti con lei che a sua volta si connette con loro a prescindere da dove ci troviamo nel mondo e in tempo reale.
Le potenzialità di tale innovazione furono quasi subito evidenti. Prima tra tutte, la straordinaria possibilità di condivisione dei saperi e di ogni tipo di informazione tra i partecipanti, termine che ho sempre preferito a utenti.
Utenti, ovvero meri utilizzatori, mi fa pensare a ciò che eravamo prima. Come nella 
sigla della famiglia Simpson, condannati a finire ogni sera con l’abbeverarci alla fonte primaria nazional popolare della televisione. Il didietro sul divano e in mano il telecomando, con l’illusione del controllo, mentre come spiega in modo brillante il protagonista del film Quinto potere (titolo originale assai più appropriato Network, ovvero rete televisiva), interpretato da uno straordinario Peter Finch, l’unica concreta chance di affermazione della propria libertà di pensiero consisteva nello spegnimento dell’apparecchio.
Ulteriore momento universitario memorabile fu quando un altro prof si scaldò più del solito con un gruppo di studenti a suo dire eccessivamente pigri. Non ricordo le parole esatte, ma il senso fu più o meno questo: “Il computer non è la televisione – così come smartphone e tablet, aggiungo io – e usarlo allo stesso modo, ovvero limitandoci a cliccare un tasto – ovvero a far scorrere immagini e video -, è come salire su un aeroplano e invece di volare guidarlo a terra come si farebbe con un auto o una bicicletta.”
Ecco perché preferisco a mio modesto parere il termine partecipante rispetto a utente. PC, cellulari e tablet non sono solo dei monitor più o meno grandi ma hanno degli strumenti di input come la tastiera, la camera o il microfono per condividere a nostra volta informazioni, il che vuol dire pensieri, idee, opinioni e quant’altro, auspicabilmente originali e sincere. Ma non si può pretendere nulla, giacché come detto internet siamo noi. E noi siamo l’umanità, ecco, non è che sia mai stato un gran biglietto da visita, né ora e tanto meno prima dell’avvento del World Wide Web. Quest’ultimo in particolare si deve all’ulteriore invenzione di Tim Berners-Lee e rappresenta il sistema attraverso il quale oggigiorno siamo in grado di navigare nella rete tra un sito e l’altro.
Rammento i primi anni di internet e non posso fare a meno di confrontarli con ciò che è diventato nel tempo sino a oggi.
Agli inizi, chi c’era o gliel’hanno raccontato se lo ricorda, il web era assai più simile all’idea iniziale. Noi collegati tra noi, punto. Chiunque e ovunque. I primi tempi sono stati eccezionali perché come in ogni esordio vi era un gran fermento di idee nuove e molte di esse coerenti con l’intuizione primigenia: we the people – per usare un’espressione cara agli statunitensi – noi la gente in grado finalmente di mettere le informazioni dell’uno al servizio della collettività.
In parte, nonostante tutto, internet è ancora questo, ma con l’aumento del numero dei connessi è accaduto l’inevitabile. Sarebbe stato incredibilmente ingenuo pensare che coloro i quali vedono il prossimo soltanto come mucche da mungere o greggi di pecore da controllare e guidare a piacimento sarebbero rimasti a guardare.
Quando ricordo il giorno in cui il mio prof disse che internet siamo noi, mi rammento anche che tra noi altri ci sono pure loro. In questo noi ci sono gli stessi grandi media affetti dal delirio di onnipotenza e le schizofreniche multinazionali che gestivano in modo folle e sconsiderato le politiche e l’economia delle reti televisive.
In questo noi ci siamo tutti, ormai, tranne i presunti piccoli del mondo, i quali erano fuori della porta prima e lo sono ancora adesso, anche se per quanto riguarda il web attuale non sono più così convinto che sia un male per loro.
Per tornare al punto di partenza, in questo “noi” ci sono tanti cittadini medi, ma ci sono anche i miliardari, gli uomini di potere quasi illimitato, le persone abituate a comandare e soprattutto a farsi obbedire, gli individui ossessionati dal culto di se stessi e dall’illusione di poter piacere a tutti. Un tempo gestivano i giornali, quindi le reti televisive e oggi i social network, come semplici investitori o addirittura proprietari.
Non sono cambiati affatto e il modo grossolano, patetico e puerile con cui pretendono di amministrare tutto e tutti in accordo ai loro gusti e interessi è sempre lo stesso. Ma noi, la gente, we the people, dovremmo dimostrare di aver imparato la vecchia lezione dei prof o delle persone comuni che ci hanno preceduto. Ed essa ci dice che sono loro ad aver bisogno di noi, giammai il contrario.
È sufficiente prendere il telecomando e spegnere, chiudere il dispositivo o il modem, staccare la corrente, o addirittura cancellare l’iscrizione, se preferite.
Lo dico per esperienza personale. Un secondo dopo internet sarà ancora lì attorno a noi. Perché a dirla tutta, una rete in grado di metterci in relazione gli uni con gli altri esisteva già. Eravamo noi e bastava alzarsi una buona volta dal divano di cui sopra per scendere in piazza e scambiare idee ed emozioni faccia a faccia.
Non ci serve un altro miliardario megalomane che ci aiuti a farlo.

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