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martedì 29 luglio 2025

Cammino del sol - Lorenzo Guadagnucci

“Paesaggio – mondo interiore, binomio indissolubile”: il messaggio, inciso nel muro, accompagna il disegno di bassorilievo che Lello Porru, autore di singolarissime opere su pareti, ha realizzato accanto al cancello che porta alla sede di Su entu nostu, il comitato di Sanluri che da oltre un decennio si batte per la tutela del territorio. È un messaggio – un motto – da tenere bene a mente quando si parla della Sardegna e delle lotte popolari in corso in difesa del paesaggio e dell’integrità ambientale. C’è qualcosa di specificatamente sardo in questa lotta ecologista, nella sua profondità; è qualcosa che riguarda la particolare storia e gli speciali valori ambientali dell’isola, l’una e gli altri così diversi rispetto al resto d’Italia. L’opera di Porru potrebbe illustrare il “Cammino del sole e del vento” di Repubblica nomade, l’associazione fondata da Antonio Moresco per compiere viaggi a piedi “politico-poetici”, viaggi di conoscenza, di sostegno, di intervento. Quest’anno il Cammino in Sardegna – dal polo industriale di Portoscuso al sito archeologico di Tharros, attraverso il Sulcis-Iglesiente e il Campidano, lambendo Oristano – è stato un’esplorazione di un uno stato d’animo, oltre che di un controverso caso politico e sociale, ossia l’insediamento nell’isola di importanti progetti industriali per le energie rinnovabili, nell’ambito della cosiddetta transizione energetica nazionale, con il progressivo – ma in verità incerto – superamento delle fonti fossili. Sono progetti che stanno suscitando forti proteste nella popolazione, accese controversie fra gli enti locali sardi e lo stato nazionale, numerose azioni giudiziarie, e anche importanti divisioni fra gli attivisti ambientalisti ed ecologisti e nell’opinione pubblica locale e nazionale.

La vicenda è nota, ma forse non troppo compresa. Si tratta, detto a grandi linee, degli obiettivi fissati dal decreto Draghi sulle energie rinnovabili (2021) e dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima: la Sardegna dovrebbe arrivare a produrre entro il 2030 circa 6,2 GW di energia dal vento e dal sole, in parte per il proprio fabbisogno, in parte da convogliare nella rete elettrica nazionale. Il decreto Draghi – entrato in vigore senza i previsti decreti attuativi, quelli che avrebbero dovuto fissare, fra le altre cose, precise norme di tutela del territorio – ha spinto l’industria delle rinnovabili a concentrare l’attenzione sull’isola, che è grande, poco popolata, molto soleggiata e molto battuta dal vento. Sono arrivati – dati del marzo 2025 – ben 729 progetti, per una produzione potenziale di 54,5 GW (36% dal sole, 34% da impianti eolici offshore, 30% da impianti eolici a terra), circa 25 volte la produzione attuale sarda di energia rinnovabile (2,2 GW), circa nove volte l’obiettivo indicato dal Piano energetico nazionale. A fronte di questa messe di progetti, mentre nascevano sul territorio malumori, discussioni e movimenti contro quella che è stata chiamata (dai comitati popolari) “speculazione energetica”, la Regione Sardegna, all’indomani dell’insediamento della nuova giunta di centrosinistra guidata da Alessandra Todde, ha prima approvato – luglio 2024 – una legge di moratoria di 18 mesi (poi giudicata illegittima dalla Corte costituzionale) al fine di bloccare i progetti in attesa di un piano regionale complessivo per le rinnovabili, poi una legge sulle aree idonee e non idonee (la numero 20 del dicembre 2024) che ha vincolato per ragioni ambientali, culturali, paesaggistiche circa il 98% del territorio. La legge 20 è stata impugnata dal governo, secondo il quale contiene vincoli troppo stringenti e comunque esorbita dalle competenze regionali: ne è nato un contenzioso che sarà sciolto dalla Corte costituzionale, chiamata a giudicare il caso nel prossimo autunno. Nel frattempo, il Tar del Lazio (maggio 2025) ha bocciato, in alcune sue parti, anche il decreto sulle aree idonee (a livello nazionale) del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che dovrà quindi essere riscritto.

È un quadro a dir poco complesso, se non caotico, che ha creato un clima di generale incertezza, ma non ha bloccato i progetti, il cui esame prosegue negli uffici del ministero dell’Ambiente e impegna enti locali e comitati popolari in affannose corse contro il tempo per presentare osservazioni e ricorsi. A complicare ulteriormente il quadro ci sono i progetti per la costruzione di una dorsale del gas, con relativa rete di distribuzione, in una regione che non ha mai avuto una metanizzazione a tappeto, come avvenuto invece nel resto d’Italia.

In questo contesto, dunque, abbiamo deciso con Repubblica nomade di “camminare domandando”, fedeli a un desiderio di ricerca e anche di “protezione del futuro” che ha animato l’associazione lungo tutta la sua storia, e specialmente negli ultimi anni, quando l’attenzione si è concentrata sui pericoli che corriamo come persone, come comunità e anche come specie in un mondo travolto da una crisi climatica senza precedenti. È difficile dare conto di tutti gli incontri fatti durante un Cammino durato due settimane, delle cose viste e ascoltate, delle esperienze compiute, ma è possibile, dal mio punto di vista di singolo camminatore, senza pretesa di parlare per altri, riportare i principali appunti che ho preso, le cose che mi pare di avere compreso, o almeno di avere messo a fuoco: sono scoperte, persuasioni, ma anche dubbi e frustrazioni, da prendere per quello che sono: appunti.

 

Chi programma?

Addentrarsi nei meandri delle leggi nazionali e regionali, dei regolamenti, dei decreti, delle sentenze di Tar e Corte costituzionale, è un’esperienza straniante, ma fa capire una prima cosa, e cioè che la “transizione energetica” e il conseguente impianto di siti industriali per le energie rinnovabili sta avvenendo – non solo in Sardegna – senza una reale programmazione. C’è un obiettivo da raggiungere entro il 2030 – nel caso sardo i 6,2 GW di produzione energetica da fonti rinnovabili – manca tutto il resto: un’analisi del contesto sociale e territoriale in cui intervenire, un confronto preventivo con le popolazioni e gli enti locali, un progetto di transizione energetica collegato a una trasformazione ecologica dell’economia, alla luce della crisi climatica globale (questo piano sembra del tutto assente).

I veri protagonisti di questa delicata e importante partita sembrano così gli industriali delle rinnovabili, pronti a realizzare investimenti per molte decine di milioni e a incassare profitti conseguenti e sicuri (legati anche agli inventivi pubblici), mentre a tutti gli altri toccano ruoli di contorno. E forse è anche per questo che c’è tanta agitazione.

 

I timori dei comitati

La prima cosa che ti dicono gli attivisti dei vari comitati (quelli di Sant’Antioco, Carloforte, Nuraxi Figus, Iglesias, Fluminimaggiore, Sanluri) è che sono favorevoli agli impianti eolici e solari e alla “decarbonizzazione” dell’isola: è una risposta preventiva rispetto all’etichetta che si sono trovati addosso, cioè d’essere pregiudizialmente contrari alle pale e ai pannelli, di essere quelli del no, d’essere affetti dalla sindrome Nimby (non nel mio giardino). Niente di nuovo: tutti i comitati “contro le grandi opere inutili”, come a un certo punto hanno cominciato a definirsi, sono passati attraverso quest’operazione di discredito, si pensi al movimento No Tav in Val di Susa; il tempo in verità è stato galantuomo, e oggi sarebbe grottesco attribuire a movimenti che hanno dimostrato di avere competenze, visioni e proposte d’ordine generale di battersi solo per proteggere il proprio giardino. Fatta questa premessa – appoggiati da Italia Nostra -, i comitati sardi sostengono di battersi per la tutela del proprio territorio da un vasto progetto di “speculazione energetica”, cioè un assalto alle risorse dell’isola da parte di società e multinazionali esterne che ancora una volta sfrutterebbero i sardi e la Sardegna a fini di profitto, lasciando sul posto ferite indelebili e poche briciole come “compensazione”.

La critica ai progetti è serrata e dettagliata, frutto di studi e competenze acquisite sul campo e apportate da professionisti esperti. I punti d’attacco sono numerosi. C’è il tema del consumo di suolo, trascurato, a dire dei comitati, quando si pensa agli impianti eolici, che non sono innocui “parchi ecologici” ma siti industriali a tutti gli effetti, per gli enormi plinti che devono essere interrati per sorreggere torri alte oltre 200 metri, per le strade di servizio che devono essere costruite, per il complicato smaltimento a fine ciclo degli impianti (circa 25 anni). C’è consumo di suolo, ancora, con gli impianti fotovoltaici, e c’è un impatto tutto da valutare sugli ecosistemi marini per gli imponenti impianti offshore progettati: quello di fronte all’isola di San Pietro, a oltre 12 miglia dalla costa, prevede per esempio oltre quaranta grandi turbine galleggianti ancorate al fondale, su un’estensione di mare lunga trenta chilometri, larga dieci. C’è poi la questione del paesaggio che muta, e muta per sempre, in una regione che ha mantenuto in larga misura la sua integrità ambientale: e qui vale il discorso fatto all’inizio, sulla relazione particolarmente stretta fra il profilo del paesaggio e il mondo interiore dei sardi.

I comitati dicono che siamo di fronte a una speculazione che rischia di mancare perfino l’obiettivo della decarbonizzazione, perché il rinnovabile si sommerà al fossile senza nemmeno sostituirlo; un’operazione che non dice nulla sul futuro dell’isola e della sua economia, sul nuovo “modello di sviluppo” da immaginare al tempo della crisi ecologica. Dove sono, dicono, i progetti per una nuova agricoltura adatta al clima che cambia? I progetti per un’economia ecologica, per la difesa del territorio e delle popolazioni dagli eventi estremi, per la riduzione controllata dei consumi energetici?

Marco Pau del comitato “Su entu nostu” ha dato un’immagine di come sarebbe la Sardegna se la “speculazione energetica” si realizzasse davvero: “Dovremmo immaginare l’isola come un puntaspilli, quindi una piattaforma con tanti spilli conficcati, ma anche tanti laghi neri, e il tutto circondato in mare da una corona di altri spilli”. Gli spilli, naturalmente, sono le torri dell’eolico, i laghi neri gli impianti fotovoltaici. Un’immagine, quella di Pau, che inquieta.

Ma qual è la proposta alternativa dei comitati, visto che nessuno pensa di poter proseguire a produrre energia con le centrali a carbone e gli oli combustibili? L’alternativa, spiegano, è nei pannelli solari, che dovrebbero essere installati sulle superfici già coperte, quindi senza nuovo consumo di suolo (i tetti di case, capannoni, stazioni, supermercati, parcheggi, edifici pubblici e così via): i comitati citano studi condotti dall’Enea e dall’Ispra, secondo i quali a livello nazionale si potrebbe arrivare in questo modo a produrre da 78 a 92 GW di potenza fotovoltaica. Fatto questo, aggiungono, si tratterebbe di valutare – in Sardegna come nel resto d’Italia – quanto manca a coprire il fabbisogno e agire di conseguenza, con impianti eolici e fotovoltaici di dimensioni a quel punto ridotte e da collocare in “aree idonee” concordate con le popolazioni e gli enti locali. È senz’altro la proposta più ecologica e più prudente che si possa fare, ma non viene presa in considerazione, né in Sardegna né altrove, per le ragioni che dicevamo prima: non c’è programmazione, l’iniziativa è rimessa alle industrie e i poteri pubblici hanno già deciso di svolgere un ruolo di mero supporto politico e normativo; e l’industria ovviamente preferisce progetti a campo aperto, piuttosto che interventi mirati su tetti e aree urbane. Ma l’interesse pubblico e i beni comuni, in questo modo, che fine fanno?

 

Ambientalismi

Il dibattito sulle rinnovabili in Sardegna, ma anche altrove, è complicato e alle volte impedito dalla frattura che si è consumata nel mondo ambientalista ed ecologista, da intendere nel senso più lato, includendo quindi comitati e gruppi informali. Una frattura, come spesso accade, vissuta con disagio e malanimo, mentre andrebbe forse accettata per quello che è, e affrontata nel dialogo, sapendo che un’evoluzione delle posizioni è sempre possibile, anzi probabile, di fronte all’incalzare e al mutare dei fatti.

Le maggiori associazioni ambientaliste – in Sardegna le più attive sono Legambiente e Greenpeace – non appoggiamo i comitati locali, sostenendo che le loro preoccupazioni per il consumo di suolo e per il mutamento del paesaggio sono eccessive, e comunque non giustificate di fronte all’urgenza di far avanzare il più rapidamente possibile la transizione energetica, vista la drammatica crisi climatica in corso. Non tutti i 729 progetti ricevuti da Terna, fanno poi notare, andranno in porto, visto che dovranno superare delle analisi sugli impatti ambientali, e dunque è sbagliato parlare di assalto alla Sardegna o di speculazione energetica. Queste associazioni chiedono alla Regione di non frenare lo sviluppo dei progetti e anzi di accelerare i tempi della transizione, che potrebbe portare la Sardegna a essere la prima regione 100% rinnovabile, cioè del tutto decarbonizzata.

A questo ambientalismo pragmatico, orientato dalla soluzione tecnica, potremmo anche definirlo riformista, un ambientalismo che preme sull’acceleratore della decarbonizzazione e considera accettabili i prezzi ambientali da pagare (dopo averli ovviamente minimizzati attraverso le previste leggi di tutela), si contrappone un ecologismo più politico, più vicino alla “conversione ecologica” di Alex Langer e alla “ecologia integrale” dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco. È la posizione di chi vuole lottare per un cambiamento più profondo dell’economia, quindi delle produzioni e dei consumi, nella consapevolezza che una “semplice” transizione energetica, con la sostituzione progressiva delle fonti fossili con quelle rinnovabili, se anche avvenisse, non risolverebbe i problemi dell’economia globale e del surriscaldamento climatico, visto che la corsa verso la crescita, verso l’estrazione di terre rare e altre risorse scarse non si fermerebbe, e richiederebbe un crescente, inarrestabile aumento della produzione di energia, più o meno rinnovabile, in un ciclo senza fine. La lotta, secondo questo filone di impegno, deve dunque svelare il bluff in atto, la “transizione energetica” che non è “conversione ecologica”, e proteggere il territorio da interventi che ne muterebbero per sempre l’aspetto e le vocazioni senza nemmeno avviare un reale cambiamento del “sistema”.

Ci sono quindi due modi quasi paralleli d’intendere l’impegno ecologista, e questo pone un dilemma per gli attivisti del nostro tempo: per quale causa vale la pena impegnarsi?

La decarbonizzazione

La Sardegna ha un indubitabile fardello: due centrali a carbone ancora attive (Portoscuso e Porto Torres), per le quali viene continuamente posticipata la data di dismissione. L’urgenza di procedere con l’insediamento di nuovi impianti di energia rinnovabile è quindi reale, anche se resta il dubbio se vi sarà davvero un automatico spegnimento delle centrali a carbone una volta che sarà aumentata la produzione di energia rinnovabile. Il fatto è che la generale crescita del fabbisogno di energia non sembra destinata a fermarsi e nemmeno a rallentare – tutt’altro, se pensiamo ai programmi di sviluppo dell’intelligenza artificiale, comparto altamente energivoro, così come l’industria bellica, anch’essa destinata a prosperare secondo i nuovi programmi europei – e quindi il dubbio è legittimo: prima di fermare le centrali a carbone (e di chiudere i rubinetti del fossile nel resto d’Italia) riducendo di fatto la produzione energetica complessiva, ci sarà sempre la tentazione della proroga, visto che la “vocazione ecologica” del sistema industriale sembra piuttosto debole, se non inesistente.

Dà da pensare, in Sardegna, la persistenza di un grande progetto infrastrutturale per il gas, tutt’altro che abbandonato e anzi sostenuto da potenti e ben visibili interessi. La stessa Legge Pratobello di iniziativa popolare, sottoscritta da oltre duecentomila cittadini, e proposta come strumento per fermare la speculazione sulle rinnovabili, è stata vista da molti – provocando anche una frattura fra i comitati – come un cavallo di Troia del progetto-metano, anche perché fra i promotori figuravano noti esponenti della destra sarda, sostenitori storici di questa nuova infrastruttura. Tirando il ballo il gas, ovviamente, non si parla più di decarbonizzazione. La stessa presidente Todde in alcune interviste ha “aperto” all’opzione metano, sia pure come fonte “transitoria”, da sfruttare in attesa di un passaggio completo alle rinnovabili, ma al prezzo, ovviamente, di ospitare navi rigassificatrici vicino alle coste e di costruire reti di trasporto del gas, sia pure meno estese di quelle previste dal progetto della dorsale di distribuzione in tutta l’isola. I due ambientalismi di cui dicevamo, su questo punto concordano: sarebbe assurdo portare il gas in Sardegna, mentre dovrà essere dismesso in tutta Italia secondo i piani, o almeno le dichiarazioni, di futura decarbonizzazione. Per il momento sembra che le fonti di produzione energetica siano destinate a sommarsi: carbone, più rinnovabili, più gas, e non solo in Sardegna, bensì in tutta Italia, anche perché nelle intenzioni e nelle previsioni non c’è una riduzione, bensì un incremento dei consumi energetici, e semmai l’esigenza di garantirsi approvvigionamenti politicamente sicuri, cioè forniture di gas e petrolio da paesi “amici”. Sono i progetti del governo, dell’Eni, un po’ di tutti i poteri che contano.

La storia

La nozione di “speculazione energetica” ha una forte efficacia comunicativa, in quanto evoca un sistema industriale proiettato alla massimizzazione del profitto, approccio peraltro rivendicato, nonché legittimato socialmente e politicamente. In Sardegna, poi, la sua forza è moltiplicata da una consapevolezza storica: la lunga, ininterrotta azione di “estrattivismo” che l’isola ha subito. Camminando, si ha il tempo e il modo di osservare tutti i segni lasciati nel territorio dalle più recenti ma anche dalle più antiche “estrazioni”: è una storia che si incontra di continuo.

A Portoscuso, per dire, il Comune ha messo nel suo simbolo, accanto all’antica tonnara (ora minacciata da un impianto eolico offshore) e una torre altrettanto antica, anche una fabbrica con due ciminiere sbuffanti fumo. Una simbologia insolita, ma che restituisce bene la sorte toccata a certi luoghi dell’isola: scelti, in qualche modo sacrificati, per insediarvi dall’alto industrie pesanti, a forte impatto ambientale e con rischi sanitari per le popolazioni a dir poco sottovalutati. A Portoscuso, un piccolo centro affacciato sul mare davanti all’isola di San Pietro, il decollo industriale coincise con la progressiva dismissione delle miniere: si pensò, in questo modo, di compensare la perdita di posti di lavoro. Nacquero grandi industrie per la lavorazione dei metalli, con la produzione di laminati in alluminio, di zinco e piombo e altro ancora; poco distante dalla centrale a carbone si impiantò anche una fabbrica per la lavorazione della bauxite, con la materia prima importata nientemeno che dall’Australia (è la fabbrica che ha lasciato una discarica di fanghi rossi inquinanti di venti ettari). Il sindaco di Portoscuso, Ignazio Atzori, che ha un passato da medico condotto e ufficiale sanitario della cittadina, parlando con Repubblica nomade ha ricordato la “scoperta”, ormai quarant’anni fa, dei danni alla salute degli abitanti causati dal piombo: si arrivò a proibire il consumo di latte e ortaggi prodotti sul posto. A Portoscuso, in aree industriali dimesse e ormai inutilizzabili in altro modo, sono state collocate – senza particolari conflitti – numerose pale eoliche, ma ora il Comune è solidale con i comitati che si battono contro l’eolico offshore, considerato una minaccia non solo per il paesaggio ma anche per gli ecosistemi marini e le stesse abitudini dei tonni, la cui pesca è un’attività del luogo ancora importante.

E camminando verso Iglesias, passando poi per Masua e Arbus, si incontrano i resti delle vecchie miniere, tutte ormai dismesse, ruderi di una civiltà del lavoro – in realtà di una forma di sfruttamento ai limiti dello schiavismo – arrivata al tramonto già da alcuni decenni. Alcune parti delle miniere sono state “recuperate” e inserite, come luoghi di memoria, nel Cammino minerario di Santa Barbara, una proposta di turismo lento e dolce sulla quale gli abitanti del luogo, ma anche gli enti locali, hanno investito tempo e attenzione. Ma restano profondissime le ferite nel paesaggio. Pierluigi Carta, ex sindaco di Iglesias, ha accompagnato per un tratto Repubblica nomade e ha mostrato, nei pressi della grande miniera di Monteponi, alle porte di Iglesias – una città nella città -, la collina formata nei decenni con gli scarti dei materiali di miniera: una collina rossastra, ora terrazzata, che rilascia polveri di arsenico e altre sostanze a ogni folata di vento. Ebbene, ha raccontato Carta, al tempo del suo mandato da sindaco (2005-2010) fu compiuto uno studio di fattibilità e si capì che facendo lavorare 150 camion al giorno per 15 anni (!), portando i materiali a Portovesme dove uno stabilimento ad hoc avrebbe potuto trattarli e almeno abbattere le sostanze più pericolose, si sarebbe riusciti a smaltire appena la metà della montagna di detriti (e altri detriti, naturalmente, sarebbero rimasti a Portovesme dopo il trattamento, riproponendo il problema dello smaltimento). Ci sono poi in Sardegna – mai dimenticarlo – vaste porzioni di territorio sotto servitù militare, utilizzate per esercitazioni belliche e come poligoni di tiro, con importanti conseguenze anche sulla salute pubblica.

Insomma, ci sono ferite che non sono sanabili, e infatti nel paesaggio sardo si è sedimentata la travagliata storia dell’isola. Repubblica nomade lungo il suo percorso, nel caldissimo Medio Campidano, ha lambito Villacidro, cittadina natale di Giuseppe Dessì, autore di un romanzo memorabile, Paese d’ombre, premio Strega nel 1972. È il racconto, a cavallo fra Otto e Novecento, attraverso la vicenda del protagonista Angelo Uras, dello sfruttamento di quest’area sud-occidentale della Sardegna, che al tempo dei Savoia fu letteralmente disboscata per alimentare le fonderie e per il commercio del legname. Paese d’ombre è un grande romanzo storico, che ricorda, fra le altre cose, il famoso sciopero dei minatori di Buggerru nel 1904, sedato nel sangue dai carabinieri, e all’origine del primo sciopero generale nazionale della storia d’Italia (11 settembre 1904). Oggi Buggerru è un centro semi spopolato – circa mille abitanti – che cerca di sostenersi con il turismo lento dei cammini e con il turismo del vento (è un piccolo paradiso per surfisti, grazie al maestrale), ma il ricordo della spoliazione non è cancellato e anzi fa parte, come una spina ancora dolorosa, del rapporto speciale che lega la popolazione sarda al “suo” paesaggio.

Le comunità energetiche

Se la via prescelta per la “transizione energetica” è quella dei grandi progetti, calati per lo più dall’alto, e con il volante dell’ideale vettura del cambiamento “green” saldamente in mano alle tecnocrazie pubblico-private, il modello delle Comunità energetiche (Cer) dovrebbe rappresentarne l’alternativa speculare: costruite dal basso, modellate sulle esigenze locali, con la partecipazione diretta dei cittadini, delle imprese del posto e delle amministrazioni pubbliche. In un mondo ideale, le Cer sarebbero le protagoniste della “conversione ecologica”, che partirebbe dal basso, dai bisogni locali, e poi si allargherebbe alla solidarietà fra territori, in una logica di riduzione controllata dei consumi globali e di minimo impatto ambientale e paesaggistico, in un contesto generale di trasformazione dell’economia. Ma non è questo lo scenario presente, tutt’altro.

I Comuni di Villanovaforru e Ussaramanna – meno di 1.500 abitanti in tutto – sono stati i pionieri delle comunità energetiche sarde, e i due sindaci – Maurizio Onnis e Marco Sideri – raccontano volentieri, sotto un porticato in collina, l’esperienza compiuta, ma sgombrano anche il campo da ogni illusione: le comunità energetiche non sono una reale alternativa, perché non ci sono risorse adeguate per avviarle su larga scala, perché le procedure sono complicate e l’unica loro reale funzione è di fare da “foglie di fico” della politica e delle sue pochezze: “Quello che noi produciamo si aggiunge all’energia prodotta col fossile, non viene chiuso nulla, e i consumi intanto aumentano”. Sia Onnis che Sideri non rinnegano l’esperienza fatta, ma dicono che è servita soprattutto a stimolare la partecipazione dei cittadini, che sono stati coinvolti, su iniziativa dei Comuni, nella realizzazione del progetto e poi nella gestione della Cer. I Comuni non hanno fondi, dice Onnis, creare una Cer è faticoso e poco vantaggioso. Le Comunità energetiche di Villanovaforru e Ussaramanna sono state create installando pannelli fotovoltaici su edifici pubblici, con la consulenza della cooperativa èNostra, ma è mancato in entrambi i casi un impegno diretto delle imprese locali, che in teoria potrebbero essere promotrici, a loro volta, di comunità energetiche per i il proprio fabbisogno. È quel che accade, del resto, anche nel resto d’Italia.

Le Cer, insomma, sono citate nelle leggi e nei decreti, ma sono destinate a restare ai margini della scena, dei piccoli puntini, quasi invisibili, in mezzo alle torri e ai pannelli dell’industria delle rinnovabili. In Sardegna qualcosa potrebbe cambiare, aggiunge tuttavia Onnis, se venisse confermata, dopo il vaglio della Consulta, quella parte della legge regionale sulle aree idonee che stanzia 685 milioni di euro per le comunità energetiche; con quei soldi potrebbero nascere molte nuove Cer, ma il quadro normativo d’insieme è troppo incerto per immaginare in che modo potrebbero interagire con i progetti industriali.

 

Prime conclusioni

La ribollente società civile sarda, coi suoi comitati, con le sue manifestazioni, anche con le sue divisioni, ha il merito di avere aperto un dibattito altrove ancora assente, ma necessario, perché ciò che i comitati chiamano “speculazione energetica” e gli altri semplicemente “transizione energetica” è in corso in tutta Italia, seppure con volumi di investimenti diversi e distribuiti in modo non omogeneo: più ingenti ed estesi al Sud e in Sardegna, meno vistosi in altre parti del paese (ma le recenti vicende del Mugello in Toscana, con il sabotaggio da parte di attivisti mascherati di macchinari di un’impresa impegnata nell’installazione di pale eoliche sul crinale appenninico, fanno capire che le linee di tensione non riguardano solo il Mezzogiorno).

La strada scelta dall’Italia, in linea con le direttive europee, è la via di una transizione energetica guidata dall’alto, con una forte spinta alla semplificazione delle procedure, in modo che l’industria delle rinnovabili possa centrare gli obiettivi indicati per il 2030. Il compito affidato a governi ed enti locali è la definizione di un quadro normativo complessivo, anche sul piano della tutela ambientale, ed è qui che si gioca il braccio di ferro fra governo nazionale e Regioni, nella precisazione delle rispettive competenze, rimessa a questo punto alla Consulta e ai tribunali. È particolarmente delicato il caso della Regione Sardegna, una delle cinque a statuto speciale, e quindi più gelosa, e più teoricamente garantita, delle proprie prerogative; in aggiunta, la giunta sarda ha già mostrato d’essere propensa a dettare regole più stringenti di quelle volute dal governo nazionale, per quanto Todde non abbia voluto mettersi alla testa dei movimenti contro la “speculazione energetica”, come i comitati avevano forse sperato. Leggi e sentenze pregresse, al momento, fanno pensare che alla fine la spunterà il governo e che quindi i progetti industriali sulle rinnovabili avanzeranno in Sardegna senza eccessivi vincoli, in modi che saranno valutati caso per caso. Ma niente è sicuro: la Consulta potrebbe dare ragione alla Regione Sardegna, e quest’ultima, anche se battuta in giudizio, potrebbe intraprendere azioni politiche al momento nemmeno immaginabili. E poi, naturalmente, c’è la variabile comitati: in che modo, con quali obiettivi, con quale forza e capacità di mobilitazione vorranno agire, qualunque sia il quadro normativo futuro? Nessuno può dirlo oggi, ma la Sardegna ribolle, e almeno un messaggio già lo manda a tutti gli italiani: sulla produzione di energia si sta giocando una partita decisiva per il futuro economico e sociale del paese, ma non ne stiamo davvero discutendo, non nel modo e con la profondità e il respiro democratico e partecipativo che sarebbero necessari. Ci sarebbe ancora molto cammino da fare insieme, e non solo in Sardegna.

da qui

martedì 19 ottobre 2021

Il tabù della decrescita - Lorenzo Guadagnucci


Quando Giorgio Parisi nei giorni scorsi ha ottenuto il Nobel per la fisica i grandi media e il mondo politico sono stati giustamente generosi di apprezzamenti e lodi. Un importante e creativo scienziato, attivo in laboratori e atenei italiani, veniva gratificato di un riconoscimento prestigioso, inorgogliendo il paese. Passati pochi giorni, ecco Parisi ospite di un’aula parlamentare: il suo discorso tocca i temi cruciali del nostro tempo, in testa la crisi climatica in corso. Il giudizio di Parisi sullo stato della lotta al riscaldamento globale è tanto chiaro quanto argomentato: i governi – dice in sostanza – non si stanno dimostrando all’altezza, anche per un difetto d’impostazione generale: l’obiettivo di aumentare il Pil, sostiene il neo premio Nobel, è incompatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. In altre parole, un’economia votata alla crescita di produzioni e consumi non può conseguire gli obiettivi indicati dagli studiosi del clima e dagli stessi accordi di Parigi sul contenimento della temperatura terrestre.

Parisi non è un economista e forse proprio per questo riesce a contraddire il discorso corrente: il fisico insignito del Nobel è come il bambino che osa dire ciò che tutti vedono ma tacciono: è la favola del Re nudo. L’intervento di Parisi in parlamento, nemmeno a dirlo, non guadagna né le prime né le pagine interne dei giornali, se non in innocui trafiletti; non fa breccia in radio e telegiornali. Chi pubblica un resoconto, sulla carta stampa, lo affianca – involontaria beffa – alle trionfalistiche dichiarazioni del ministro Renato Brunetta, secondo il quale l’imminente interruzione del telelavoro nelle amministrazioni pubbliche porterà un significativo aumento del Pil. È l’economia dei tramezzini trangugiati in pausa pranzo nella tavola calda sotto l’ufficio e delle code per strada e in cerca di parcheggio sempre sotto l’ufficio. Tutto – per l’appunto – fa Pil, e quanto al resto pazienza.

Quando si parla di cambiamenti climatici, Accordo di Parigi, Cop 26 (e poi 27, 28 e quelle che verranno), quando si parla di transizione ecologica e di sviluppo sostenibile, manca regolarmente uno degli attori principali sulla scena, se non il capocomico: l’ideologia della crescita, ciò che il bambino-Parisi ha indicato nel suo discorso in parlamento sul re-lotta ai cambiamenti climatici. Non è cioè possibile perseguire l’obiettivo indicato dagli scienziati e dagli accordi sul clima – contenere il riscaldamento globale sotto la soglia di +1,5 gradi rispetto all’era pre industriale – perseguendo al tempo stesso l’obiettivo di far crescere il Pil anno dopo anno. Per cambiare rotta e tentare seriamente di frenare la catastrofe climatica in corso occorre abbandonare non solo obsoleti strumenti di misurazione come il Pil, ma la stessa ideologia sviluppista tuttora dominante.

In un articolo uscito su una rivista scientifica e tradotto da Scienza in rete, Alessandro Gimona affronta (qualche settimana prima dell’assegnazione del premio Nobel) proprio la questione evocata da Parisi: la decrescita. Eccolo, il concetto tabù: rifiutato dagli economisti, deriso dal personale di governo d’ogni colore e di conseguenza dal giornalismo mainstream (notoriamente incapace di dettare una propria agenda alla politica). Il ragionamento di Gimona è lineare. Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni, osserva, porterebbero a un aumento della temperatura di 2,7 gradi o forse più, praticamente il doppio dell’obiettivo dichiarato, con effetti disastrosi sugli ecosistemi e le popolazioni.

D’altra parte, gli scenari ipotizzati in sede scientifica e che potrebbero portare al risultato sperato senza rivoluzionare il sistema economico, si basano su soluzioni tecnologiche del tutto ipotetiche (cattura e stoccaggio di anidride carbonica, mitigazioni ambientali, rapidissima transizione energetica), qualcosa – potremmo dire – che si avvicina al pensiero magico, e grosso modo è questa è la strategia politica attualmente prevalente, poiché si ritiene di non poter uscire dal paradigma della crescita di produzioni e consumi per una serie di regioni sociali, politiche, in ultima istanza ideologiche.

Poi c’è lo scenario della decrescita, che l’IPCC – il network di scienziati che sotto l’egida delle Nazioni unite studia i cambiamenti climatici – non ha finora preso in considerazione, come osserva Gimona. Secondo l’autore tale scenario “sarebbe molto meno rischioso dei percorsi che si basano solo sulla rimozione su larga scala dell’anidride carbonica e sulla transizione su larga scala e in tempi brevi verso le fonti rinnovabili”. In aggiunta, dice ancora Gimona, la decrescita sarebbe l’opzione migliore “per affrontare molteplici aspetti della crisi ambientale, rendendo la società più equa“. Gimona non si nasconde che “la decrescita presenta dei problemi: richiedendo una riduzione del Pil, la sua accettabilità e fattibilità politica sono tutt’altro che scontate”, ma osserva – sensatamente – che “nonostante le perplessità e i dubbi sollevati dall’economia mainstream, che non ammette planetary boundaries (confini planetari, cioè limiti fisici) e della crescita esponenziale non può fare a meno, la decrescita è chiaramente un candidato degno di considerazione”.

Eppure, non esiste nemmeno un dibattito sul tema. Il solo termine decrescita suscita irritazioni; ne sa qualcosa Serge Latouche, che ne scrive da decenni e viene considerato grosso modo un pittoresco e anacronistico utopista. È vero – come sa bene chiunque abbia mai affrontato seriamente il tema – che l’opzione della decrescita ha qualcosa di rivoluzionario e comporterebbe una forte trasformazione sociale, con l’abbandono – insieme alla dittatura del Pil – della logica consumistica e il passaggio a un nuovo paradigma tutto da costruire, con nuove nozioni di lavoro e di benessere. Come non si è mai stancato di ripetere proprio Latouche, la decrescita in una società della crescita è la peggiore delle sciagure, ed è proprio questo il punto: si tratta di cambiare approccio, di ridefinire ciò che intendiamo per economia.

Ne abbiamo fatto qualche piccola, dolorosa esperienza, all’inizio della pandemia, per esempio quando si è cominciato a distinguere fra lavori (e quindi consumi) essenziali e no o si è ridotta drasticamente la mobilità delle persone (spesso superflua o evitabile); si tratterebbe stavolta di costruire un progetto di società senza la costrizione del contagio, ma col pensiero – questo sì – del tempo che manca, viste le precarie condizioni di salute del pianeta e anche delle nostre società.

Troppo difficile? Troppo ambizioso? Forse. Ma ormai necessario, se non vogliamo restare chiusi nella bolla dell’eterno rinvio, nel greenwashing permanente, nella finzione della lotta al cambiamento climatico attraverso l’aumento del Pil. Non è impossibile. Dopotutto proprio Giorgio Parisi è stato premiato col Nobel per i suoi studi sul dominio del caos e la semplificazione dei sistemi complessi…

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venerdì 12 luglio 2019

Cambiare il paese camminando - Lorenzo Guadagnucci


In una stagione segnata dalla violenza (verbale e non solo verbale), mentre ci sentiamo immersi in un clima di risentimento e di odio impossibile da accettare, siamo tutti in cerca di fari che irrompano nella notte e di approdi accoglienti. A Firenze, domenica 9 giugno, si è messo in marcia un gruppo di cittadini che prova a farsi “fiammifero che si accende vicino ad altri fiammiferi, fino a formare una piccola costellazione”, secondo le parole di Antonio Moresco, lo scrittore che ha ispirato Repubblica Nomade, l’associazione che organizza quest’anno il cammino dalla fiorentina piazza Santa Croce al colle dell’infinito a Recanati, passando per Assisi. Venti giorni a piedi “nel cuore d’Italia”, sulle tracce delle più nobili e più profonde tradizioni del nostro paese, incarnate da tre figure chiave della cultura nazionale: Dante, Francesco, Leopardi. “Il nostro paese”, dice Moresco, “è stato una guida quando ha aperto gli orizzonti e inventato qualcosa di nuovo”. 
È il nono cammino di Repubblica Nomade e come tutti i precedenti è stato scelto per dire “cose urgenti e brucianti” con il gesto più semplice e anche più intenso del corpo umano: camminare. Si cammina per riflettere, per scoprire e riscoprire luoghi importanti della nostra storia collettiva, per intessere relazioni, per testimoniare con il proprio corpo una volontà, un desiderio, un’opposizione. Repubblica Nomade ha camminato da Milano e Scampia “per cucire fisicamente l’Italia” quando la si voleva dividere; da Parigi a Berlino “per gli Stati uniti d’Europa ma di un’altra Europa”; da Trieste a Sarajevo per ammonire sui rischi di guerra ancora incombenti, unendo la Risiera di San Sabba, il lager allestito dai nazisti nel capoluogo giuliano, e la città bosniaca che fu all’origine della prima guerra mondiale e poi teatro di un lungo tragico assedio durante la guerra jugoslava degli anni Novanta.
“Quest’anno – dice Moresco – siamo tornati in Italia perché sentiamo il bisogno di ricongiungerci all’esempio che ci è venuto da tre grandi figure del nostro passato, uomini di grande apertura al mondo. Concluderemo il cammino al colle dell’Infinito proprio perché abbiamo bisogno di aprire e non di chiudere, abbiamo bisogno di infinito”.
I pellegrini lungo il cammino incontreranno altre persone e altre figure storiche; saranno testimoni, paese per paese, di un modo di intendere la convivenza opposto alla retorica del rancore e al metodo dell’invettiva oggi dominanti nel discorso pubblico. “Quest’anno – dice ancora Moresco – pensiamo di introdurre una novità: dei piccoli comizi nelle piazze che attraverseremo. Leggeremo brani di Dante, Francesco e Leopardi che sembrano scritti oggi. Sono testi che fanno scoppiare le coscienze”.
Il cammino diventa dunque una singolare azione politica nella quale mente e corpo interagiscono fra loro: la fatica dei passi sotto il sole non annebbia e anzi stimola la riflessione. La distanza dai luoghi comuni (reali e metaforici) della vita quotidiana aiuta a proporre pensieri non comuni. Pensieri dei quali potremo tutti fare tesoro. 

domenica 18 febbraio 2018

Siamo tutti stranieri residenti - Lorenzo Guadagnucci


La cosiddetta emergenza migratoria sta facendo colare a picco le democrazie europee, che stanno rinnegando i propri valori fondamentali, ossia la dottrina dei diritti umani e il principio di uguaglianza, per l’obiettivo dichiarato di proteggere i propri cittadini, tutto sommato benestanti, da una presunta minaccia – fisica, economica, di valori – in arrivo dall’esterno.
Il potenziale immigrato è il nuovo barbaro e viene sistematicamente destituito della propria dignità di persona. Si agita lo spauracchio della sicurezza esasperando diffidenze istintive e poco ragionate col progetto di istituire il “governo della paura”:  è questo il nuovo carburante dell’azione politica, miserabile sostituto delle correnti culturali e ideologiche di un tempo. È un progetto rovinoso e contraddittorio, se pensiamo che un’Europa senza gli immigrati presenti e futuri andrebbe incontro a un inesorabile tracollo demografico e quindi economico, oltre che culturale.
È un ragionamento, quello appena esposto, escluso dal ragionamento politico corrente: viene di solito bollato come ideologico, oppure buonista, o magari ingenuo; la tesi corrente è che siamo di fronte a un’invasione epocale, che occorre “governare” i flussi e che l’obiettivo dev’essere la limitazione degli ingressi e il rafforzamento delle frontiere, costi quel che costi (c’è anche ci si produce in acrobatici cortocircuiti sostenendo che proprio il blocco delle migrazioni salvaguarda le democrazie, che altrimenti finirebbero sgretolate dal rancore sociale e dall’odio razziale…).
Donatella Di Cesare, in un bellissimo intervento su Radio 3, ha sviluppato su questo tema una visione filosofico-politica molto originale, nella quale mette a fuoco le origini dell’attuale guerra che lo stato nazionale sta conducendo contro i migranti, in nome di un’idea di cittadinanza che postula un sorta di diritto di proprietà sul territorio spettante ai nativi. Per difendere questa equivoca idea di cittadinanza lo stato è disposto a sacrificare i diritti umani, abiurando così i propri valori fondamentali.
Eppure le migrazioni non sono certo una novità nella storia dell’umanità e della stessa società occidentale: il punto è allora tutto politico. Donatella Di Cesare afferma che la globalizzazione ha portato in primo piano il cuore di un diverso concetto di cittadinanza, nel quale non esiste una relazione di proprietà fra nativi e territorio: siamo invece tutti “stranieri residenti”, a vario titolo ospiti del luogo nel quale si vive e si opera, senza alcun diritto proprietario. Questa visione è oggi negata da chi ha interesse a mantenere lo status quo, costi quel che costi, anche una guerra ai migranti e ai diritti umani, una guerra che sta mettendo a repentaglio la stessa possibilità di una convivenza democratica su basi di uguaglianza.
Perciò Di Cesare conclude sostenendo che il diritto di migrare è la prospettiva dei nostri tempi e del nostro futuro, in una battaglia culturale e politica simile– dice – a quella combattuta contro la schiavitù.

lunedì 28 aprile 2014

La rivoluzione della società cruelty free - Lorenzo Guadagnucci

La storia dell’oppressione animale è di lunga data, ma la relazione dei vari gruppi umani con gli altri animali è in continua evoluzione. Non è affatto statica come si vorrebbe far credere. Di certo, la violenza ha assunto scala industriale e un’organizzazione scientifica del dominio sui corpi e sulle vite delle vittime di questo sistema. Si calcola che ogni anno vengano «allevati» (agli animali definiti da allevamento sono negate tutte le attività vitali) o catturati e uccisi, per l’alimentazione umana, circa 50 miliardi di individui. Tutto avviene, almeno nei paesi occidentali, nell’indifferenza generale: gli animali sono ridotti ad oggetti, la vita è mercificata. Per questo dobbiamo avere il coraggio di ripensare i nostri rapporti con gli altri ospiti della Terra: gli animali e le piante. Una via d’uscita è possibile a passa attraverso una nuova e più estesa nozione di libertà e di rispetto per l’altro, attraverso un’idea di giustizia che includa tutto il vivente. Nello sguardo infelice degli animali che torturiamo dovremmo imparare a scorgere la sofferenza di tutti gli oppressi, umani e non. Di questo parliamo, quando pensiamo a una società cruelty free…