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domenica 30 novembre 2025

In morte di una foresta. Così l’esportazione del tannino sta distruggendo l’ecosistema del Chaco argentino - Marta Facchini e Irupé Tentorio

 L'area soffre i più alti tassi di deforestazione al mondo: solo nel 2024 sono andati distrutti 150mila ettari. E il paesaggio si sta trasformando in campi di polvere | Foto di Sofía López Mañan

 

SOMMARIO

1.      Tagliare legname oltre i limiti legali

2.      Il labirinto della produzione di tannino

3.      La rotta del tannino


“Tutti i giorni vediamo passare camion che trasportano tronchi su tronchi dei nostri alberi. È l’immagine di come sta scomparendo il Chaco argentino”. Natay Collet è guardiaparco. Nel suo lavoro quotidiano, assiste in prima persona alle deforestazioni illegali che stanno portando alla distruzione di uno degli ecosistemi più importanti dell’America Latina. Il Gran Chaco è una foresta subtropicale che si estende per 100 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. È un territorio prezioso: composto da foreste e macchia, ospita migliaia di varietà di piante e centinaia di specie animali.

Secondo Greenpeace è una delle aree che soffre i più alti tassi di deforestazione al mondo: solo nel 2024 nel Chaco argentino sono andati distrutti 150mila ettari, il 10% in più rispetto all’anno precedente. A causa dell’avanzata dell’industria agricola, del legname e del carbone, il paesaggio si sta trasformando in campi di polvere. Ma, a differenza di quanto accade per la vicina Amazzonia, è una situazione poco visibile.

“Le ruspe producono effetti disastrosi perché le catene distruggono tutto. Alberi, piante, nidi di uccelli, fiori: tutto cade a terra e muore”, aggiunge Collet a ilfattoquotidiano.it mentre cammina per le strade sterrate che conosce a memoria. Per anni ha lavorato come cineasta e ha attraversato questo territorio riprendendo fauna e flora per fare sì che non si perda la loro memoria. Ha proiettato i suoi documentari nelle comunità dei popoli originari che vivono nel Gran Chaco e se ne prendono cura. “Nel nostro ecosistema vivono persone di diverse culture e alcune comunità sono qui da millenni. Hanno un legame spirituale con la foresta. La sua degradazione implica la rottura di una relazione ancestrale con la natura”, prosegue. Si avvicina al fusto di un quebracho colorado: questa specie cresce solamente nella ecoregione del Gran Chaco, l’unico posto al mondo in cui è possibile trovarla…

continua qui

giovedì 29 maggio 2025

Cile e Argentina alleati contro i mapuche - Gianni Sartori

 

Militarizzazione del territorio, criminalizzazione della resistenza…a conti fatti non ci sono grandi differenze tra le politiche dei governi argentino e cileno

 

Già nel XIX secolo l’argentino Cornelio Saavedra (a capo della prima Giunta di governo autonomo dopo la “Rivoluzione di maggio”) adottò la strategia di installare forti militari per prendere il controllo dei territori mapuche (Wallmapu). Ponendoli strategicamente a circa cinquanta chilometri l’uno dall’altro. Per citarne alcuni: Temuco, Angol, Chiwaiwe, Traiguén, Collipulli Curaco, Perasco…

In tempi più recenti, risaliva all’ottobre 2021 (governo cileno di Juan Sebastián Piñera Echenique) il decreto per istituire lo stato di emergenza in quattro province di Wallmapu (in seguito ad alcuni sabotaggi presumibilmente opera dei dissidenti mapuche).

Riesumando sistematicamente la strategia delle Basi militari avanzate (Bases Militares Adelantadas), recuperando quelle esistenti e costruendone altre sette. Un modo efficace, si pensava, per scoraggiare ulteriori proteste degli indigeni.

Anche con il governo di Gabriel Boric Font (nonostante in campagna elettorale si fosse espresso contro l’uso delle forze armate in un conflitto interno tra lo Stato cileno e una popolazione espropriata del 95% del proprio territorio ancestrale) le cose non cambiarono di molto. Ad appena un mese e mezzo dalla fine dello stato d’assedio decretato da Sebastián Piñera (28 marzo 2022), il nuovo governo di Boric rioccupava militarmente Wallmapu (16 maggio 2022).

Operazione per la “messa in sicurezza dell’Araucania” che si fondava su tre “pilastri”: Seguridad, Plan Buen Vivir e Comisión Para la Paz y entendimiento. Rafforzando in sostanza l’utilizzo delle Bases Militares Adelantadas e realizzandone di nuove. Una quindicina: tra cui: Lumaco, Capitán Pastene, Mulchén, Contulmo, Victoria, Lonquimay, Tirua, Los Alamos, Los Sauces,Traiguén, Collipulli, Ercilla, Curacautín (in grado di ospitare un centinaio di soldati)…

 Altro “pilastro” per il controllo del territorio mapuche, la Persecución Penal Efectiva a cui si deve la carcerazione di un centinaio di prigionieri politici mapuche.

Come dichiarava Luis Cordero, ministro cileno della Pubblica Sicurezza: “…la Persecución Penal en los hechos de violencia en la macrozona sur es manifiesta.. se han presentado 491 Querellas por parte de este Gobierno y más de 552 Condenas en estos casos”.

Con ampio utilizzo di mezzi blindati e posti di blocco (per non parlare delle “sparizioni” di militanti) per reprimere il dissenso degli autoctoni e proseguire nella spoliazione delle loro terre per interessi pubblici o privati (v. la deforestazione operata da varie multinazionali con il legname inviato per lo più negli USA).

in questa gara tra Cile e Argentina a chi reprime di più i mapuche, si arriva  (febbraio 2025) all’iscrizione nella lista delle organizzazioni terroristiche del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) da parte del governo argentino (quello del “libertario” Javier Milei). Accusando la RAM di essere responsabile degli incendiche hanno devastato le foreste della Patagonia (circa 37mila ettari). In particolare nelle province di Neuquén, Río Negro e Chubut.

Considerando le azioni dirette dei mapuche (frutto anche della legittima disperazione diffusa soprattutto tra i giovani di questa “Prima nazione” umiliata e offesa) come un “attacco alla nostra sovranità” per la ministra argentina Patricia Bullrich. E accusando in particolare la RAM di rappresentare “una minaccia grave e multiforme per la sicurezza nazionale”.

Anche se finora questo “Proteo” sovversivo e sfuggente (sulla cui effettiva consistenza, anche tra i mapuche,permangono molti dubbi) si sarebbe manifestato quasi soltanto nella persona di Facundo Jones Huala (il “Lonko”). Considerato “leader politico e spirituale dei mapuche”, l’anno scorso aveva rischiato la vita con un lungo sciopero della fame e della sete contro la persecuzione subita dal suo popolo.

Contemporaneamente, a fine luglio 2024, suo fratello Fausto Jones Huala, ugualmente militante della resistenza mapuche, si toglieva la vita in quello che appariva come un vero e proprio “suicidio di protesta”.

Un gesto di cui la madre dei due militanti ritiene responsabili lo stato cileno e quello argentino.

https://www.infobae.com/politica/2024/08/01/encontraron-muerto-al-hermano-de-facundo-jones-huala-su-madre-dijo-que-fue-un-suicidio/

In genere vestito con abiti tradizionali, Facundo Jones Huala rivendica il diritto alla resistenza anticapitalista anche con l’azione diretta. Condannato a nove anni di carcere in Cile (dopo esservi stato estradato dall’Argentina) per l’incendio di una fattoria (vuota), rigetta con indignazione qualsiasi responsabilità per i roghi delle foreste. “Noi non abbiamo mai attaccato il nostro ambiente naturale. Sostenere che appicchiamo il fuoco alle foreste è solo una menzogna” ha ripetuto in varie occasioni.

In sostanza, le accuse alla RAM sarebbero soprattutto un modo per delegittimare la residenza indigena.

Va poi ricordato che alla RAM “argentina” corrisponde un’analoga organizzazione radicale “cilena”, la CAM (Coordinadora Arauco-Malleco), a sua volta classificata come organizzazione terroristica dal Congresso cileno ancora nel 2022.

Si calcola che attualmente in Argentina vivano circa 145 000 mapuche (dati per difetto, presumibilmente) mentre in Cile sarebbero quasi due milioni.

da qui

venerdì 21 marzo 2025

Se l’Argentina brucia è colpa dei Mapuche: parola di Milei… - Ugo Zamburru

 

L’Argentina odierna appare la perfetta rappresentazione della narrazione dominante: mentre si celebra il governo dell’anarcocapitalista Milei, come lui stesso si definisce, il paese è ancora una volta in ginocchio a causa di politiche scellerate a livello economico, sociale, ambientale.

Il 1° marzo Milei ha annunciato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale accompagnato da una proposta di legge tesa a sancire il surplus fiscale (cioè la maggior entità delle entrate rispetto alle spese) come pilastro della politica economica nazionale. In questo modo Milei vuole stabilizzare le finanze pubbliche e rimborsare parte del debito pubblico. Il prestito da parte del Fmi servirebbe ad aumentare le riserve della banca centrale e permettere un sistema di cambio più flessibile, con l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica al 25% del Pil entro il 2027. La strategia è semplice: ridurre, se non azzerare, il ruolo dello Stato, favorendo la libera concorrenza estrema, azzerando le tasse (definite “pizzo di Stato”), flessibilizzando il mercato del lavoro, licenziando decine di migliaia di lavoratori statali, eliminando il sostegno alle fasce più deboli. Mentre si vanta di avere ridotto l’inflazione e aver registrato nel 2024 un surplus fiscale dopo oltre 15 anni di recessione, Milei non racconta che il costo per questa operazione, peraltro transitoria, è il 54,5% della popolazione sotto la soglia di povertà, con i pensionati allo stremo per la riduzione del sistema pensionistico e le grandi città, come Buenos Aires, invase da folle di homeless. Fanno parte del piano strategico economico l’eliminazione del controllo sui canoni degli affitti e del tetto ai prezzi del carburante, dei farmaci e delle assicurazioni sanitarie e dell’obbligo per i supermercati di tenere prodotti di cooperative e piccoli produttori, la privatizzazione di otto imprese statali nel campo dell’energia, della rete autostradale e di quella ferroviaria, i tagli imponenti alla cultura, all’ambiente e all’istruzione. Non ultimo è intervenuto lo scandalo della criptovaluta $LIBRA, promossa dal presidente stesso, che ha visto un rapidissimo aumento del valore cui è succeduto un altrettanto rapido crollo con arricchimento dei promotori e perdite importanti per gli investitori argentini, ma anche statunitensi (tanto che l’inviato del Dipartimento di Stato per l’America Latina, Mauricio Claver Carone ha annunciato un’indagine del Dipartimento di Giustizia Usa per accertare eventuali frodi).

Nel frattempo continua la politica negazionista che vede in prima linea la vicepresidente Victoria Villaruel, figlia di un ufficiale in servizio durante la sanguinosa dittatura dei 30.000 desaparecidos. La Villaruel ha fondato, nel 2003, il Centro di studi giuridici sul Terrorismo e le sue Vittime, ramo di un’associazione fondata nel 1993 dall’ex capo dei servizi segreti durante la dittatura, Fernando Exequiel Verplaetsen, con l’obiettivo di una narrazione in cui i militari coinvolti nei processi per sequestro, stupro, tortura, detenzione clandestina e quanto di peggio si possa immaginare erano, in realtà, i difensori della Patria contro la sovversione comunista incarnata dalla guerriglia. Da notare che la Villaruel ha completato la sua formazione partecipando, nel 2008, a un corso di coordinamento tra le agenzie antiterrorismo presso il Dipartimento della Difesa degli Usa. Insomma, una preparazione ad hoc per il varo di un negazionismo assoluto che si manifesta con la chiusura del programma tv delle Madres de Plaza de Mayo, con la criminalizzazione della protesta e con l’uso indiscriminato della forza. C’è stato addirittura il tentativo di chiudere l’Esma, l’ex scuola meccanica della marina, che è stato il lager clandestino più importante della dittatura, una vera fabbrica della morte, divenuta spazio della memoria e dei diritti umani e iscritta, nel settembre del 2023, nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Non avendo potuto chiuderla, Villaruel e Milei hanno licenziato la quasi totalità dei dipendenti e chiuso alcune sale deputate a centri culturali.

Nella rivisitazione della storia non poteva mancare la creazione del nemico interno, di cui sono stato direttamente testimone partecipando alla carovana di appoggio al popolo Mapuche che si è tenuta nel gennaio-febbraio scorsi, organizzata da Ya Basta Edi Bese, una ventina di attivisti italiani, un messicano portavoce di una associazione contadina di Oaxaca e attivisti argentini (compresi alcuni antropologi dell’Università di Buenos Aires e Bariloche). Il nostro viaggio ha seguito il corso del rio Chubut, il fiume che attraversa tutta la regione omonima della Patagonia, 810 km dalla sorgente sulle Ande alla foce nell’oceano Atlantico. Lungo il percorso ci siamo fermati nelle comunità Mapuche, ascoltando la loro versione della storia e tessendo reti di solidarietà. Sin dal nostro raduno a Bariloche ed El Bolson, due località turistiche, abbiamo visto le fiamme degli incendi che stanno devastando la Patagonia: oltre 100.000 ettari di bosco nei parchi nazionali Lanin e Nahuel Huapi ridotti in cenere, lambendo i centri abitati. Una superficie equivalente a oltre un quarto del Piemonte, destinata purtroppo ad aumentare! Il Servicio Nacional de Manejo del Fuego, l’ente statale preposto alla prevenzione e controllo degli incendi, ha stabilito che il 95% degli incendi è di origine dolosa e qui è scattata la menzogna del Governo, che ha incolpato i Mapuche, popolazione autoctona, di essere gli artefici di tale scempio. Non un accenno al fatto che Milei ha utilizzato solo il 26% dei fondi destinati a contrastarli e che una serie di elicotteri antiincendio è stata venduta all’Ucraina, come riporta Pagina 12, uno dei periodici a maggior tiratura nel Paese. Né dobbiamo pensare che tutto ciò sia fine a se stesso. La diminuzione delle risorse destinate al controllo boschivo e la dolosità degli incendi, ma soprattutto le zone ove sono stati appiccati rispondono a una precisa strategia: i Parchi Nazionali, infatti, hanno precise tutele ambientali che decadono nel momento in cui gli incendi li devastano, lasciando campo libero all’estrattivismo e alla speculazione immobiliare!

Nel nostro viaggio abbiamo appreso molto sulle barbarie che stanno affliggendo l’umanità. La Patagonia e il rapporto con i popoli originari sono lo specchio della direzione che il sistema capitalista ci sta imponendo e delle strategie per attuare il suo piano criminale. Nel primo incontro, alle pendici delle Ande, in un luogo incantevole recuperato da una comunità Mapuche tagliando il recinto di filo spinato messo da Benetton, ci è stato rivelato come la zona circostante ha visto l’arrivo di investitori provenienti dal Qatar, che hanno riempito le loro neo proprietà di cervi fatti arrivare direttamente dall’Europa per organizzare grandi battute di caccia cui invitare occidentali, arabi e quant’altri possano rivelarsi investitori e/o clienti in quelle che diventeranno zone sciistiche di extra lusso! In altri incontri ci hanno raccontato di abitazioni costruite ad altezze teoricamente vietate dalla legge: il piano di protezione dei parchi stabilisce che in quelle aree non si può costruire sopra certe altezze. Ma la speculazione immobiliare in vista degli impianti sciistici non si cura certo della legge, anche per la connivenza con il Governo Milei! Questa volta gli investitori provengono dagli Emirati Arabi. Scopriamo inoltre che le acque del Rio Chubut, la più importante risorsa idrica di quelle zone aride, è stata data in concessione alla Mekorot, l’impresa statale di Israele che si occupa della gestione idrica. Darla in gestione non è solo l’anticamera della privatizzazione, ma anche lo sdoganamento di una modalità aggressiva e violenta di agire, conoscendo come agisce in Palestina e nelle zone occupate. Man mano che la nostra carovana avanza scopriamo altre zone destinate a essere deturpate diventando zone sciistiche di lusso, come il Cerro Leon.

Gli interessi di Benetton sono invece concentrati su altri obiettivi: dimenticate le pecore e il mercato della lana, ora il gruppo veneto si è orientato sull’estrattivismo, inteso come ricerca delle terre rare, lo stesso motivo per cui Trump vuole derubare l’Ucraina con finti negoziati in cui l’unica bussola è il tornaconto economico. Quei 17 elementi, fondamentali nell’industria degli armamenti e della tecnologia, producono un mercato che vale 11 miliardi di dollari, con la previsione di arrivare, nel 2031, a oltre 21 miliardi. Per fare questo Benetton e il suo compare Joe Lewis (il magnate inglese che ha comprato e recintato una zona immensa intorno al lago Escondido) sono sostenuti dai Gauchos Nacionales, un’associazione di pistoleri prezzolati che minacciano, malmenano e arrestano i Mapuche, incolpandoli di essere gli artefici degli incendi. I Gauchos sono guidati da Victor Hugo Araneda, tristemente famoso per aver aggredito e malmenato, nel 2023, gli attivisti che protestavano per il blocco, da parte di Lewis, del sentiero di accesso a un lago che la legge considera passaggio comune e quindi accessibile a chiunque.

Un ulteriore fattore di crisi è quello delle piantagioni di pini, che vedono tra gli artefici anche il gruppo Benetton. Negli anni ’90 fu introdotta la legge Verde por verde secondo la quale gli imprenditori che, con le loro attività, causavano aumento dell’anidride carbonica potevano essere esentati dalle multe piantando alberi che smaltissero tale contaminazione. Gli imprenditori decisero quindi di piantare decine di migliaia di piante non autoctone come i pini. E soprattutto piantarono pini di una varietà che lascia deposti sotto forma di aghi di pino e pigne che soffocano le piantine usate dai Mapuche come medicina e che sono altamente infiammabili (come lo stesso albero che, essendo ricco di resina, brucia con estrema facilità): da cui uno dei motivi della rapida propagazione degli incendi. Inoltre i pini consumano molta acqua e acidificano il terreno, a scapito delle piante medicinali.

Cosa fa il Governo in questo contesto? Stabilisce che i responsabili sono i Mapuche, gli unici a non avere alcun interesse a che ciò avvenga e la cui cosmogonia prevede il rispetto totale e la fusione con la natura. Arresta e criminalizza la protesta e crea il nemico interno, vecchia strategia che echeggia anche nella politica nostrana… In Argentina un litro di latte costa 2,20 euro, un caffè al bar fino a 3,50 euro, i supermercati hanno prezzi europei se non oltre mentre i salari non sono neppure lontanamente comparabili. Ma per Milei e accoliti il problema sono i Mapuche e si dà grande risalto alla Resistencia ancestral Mapuche, un gruppo di giovani già sconfessato dai Mapuche e praticamente inesistente, che serve per definire terroristi tutti i Mapuche e poterli reprimere. E, a seguire, una serie di misure: l’abrogazione della legge che proibiva lo sgombero dei nativi, alcuni decreti urgenti che praticamente annullano le protezioni dei popoli originari, l’intitolazione del salone della casa Rosada, sede del Governo, non più ai popoli originari ma agli eroi delle Malvinas.

Nel nostro viaggio abbiamo condiviso dinamiche di oppressione e strategie di resistenza ed è triste constatare che subito dopo il nostro passaggio le comunità sono state attaccate, le persone malmenate e arrestate, le radio comunitarie distrutte. Come è stato triste vedere che l’accordo con la Mekorot e la creazione di un corpo unificato patagonico con funzione di controllo e repressione risalgono al Governo peronista di Alberto Fernandez. Solo l’unione delle resistenze dal basso può dare qualche frutto, come ci racconta Yanniello, un attivista di Bariloche che partecipa alla carovana: ecologisti, antropologi e giornalisti argentini non tanto e non solo a sostegno dei diritti dei Mapuche, quanto a difesa del territorio contro la necropolitica del capitale.

da qui

martedì 13 febbraio 2024

Davos e l’attacco verso i Mapuche - Andy Robinson

 Il 19 gennaio si è concluso il World Economic Forum di Davos, pare che i vati dell’economia mondiale di mercato siano piuttosto divisi sulle magnifiche sorti e progressive dell’anno appena cominciato. Mentre si discuteva di come trarre maggiori profitti dagli investimenti e dal piatto forte della cosiddetta intelligenza artificiale, com’è tradizione nell’assise svizzera dei plutocrati, si fingeva anche di preoccuparsi per le crescenti disuguaglianze al fine di “migliorare il mondo”. Così è stato solennemente affermato che “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”. Non solo, c’è davvero da preoccuparsi se si legge che il Forum pensa che “i popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”. L’uomo chiave per placare la sete insaziabile di territori da cui estrarre valore e rendere redditizie queste solenni ipocrisie sembra dunque essere il nuovo presidente argentino Javier Milei, ultrà del liberismo sfrenato, destinato a cancellare quel che resta dei diritti nel Paese facendo uso della demagogia e della motosega. Ancor più neri, dopo l’investitura di Davos, sono però gli orizzonti dei popoli indigeni che resistono nella Patagonia. Moira Millan, in questa intervista, sostiene che Milei inventerà presto i pretesti per dar vita a una tremenda escalation della militarizzazione del territorio e della repressione del popolo mapuche già molto violenta oggi. Il nuovo presidente, d’altra parte, non perde occasione per esprimere disprezzo per tutto quel che rappresenta i diritti collettivi, la sostanza della lotta che i Mapuche conducono da secoli

Il World Economic Forum di Davos pretende sempre di conciliare l’inconciliabile. All’insegna del motto di voler “migliorare il mondo”, sostiene di voler difendere la sostenibilità ambientale e l’equità sociale, e il suo fondatore, l’imprenditore svizzero Klaus Schwab, è solito indicare come priorità nei suoi discorsi davanti a un migliaio di amministratori delegati di multinazionali, banchieri e alcune ONG, la “sfida della disuguaglianza”. Il cosiddetto filantrocapitalismo è una parte centrale della formula ideologica di Davos, come ho spiegato nel libro A Reporter on Magic Mountain: How the Davos Economic Elite Sink the World .

Nel frattempo, la priorità degli incontri a porte chiuse di Davos è quella di ottimizzare la redditività degli investimenti della plutocrazia globale, rappresentata da centinaia di membri di banche e fondi di investimento presenti all’incontro nella località sciistica svizzera.

Quest’anno le contraddizioni di Davos sono state ancora più evidenti con la presenza del nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, ad un incontro che inaugura una nuova iniziativa a sostegno delle popolazioni indigene.

Secondo il World Economic Forum, “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”.

Fany Kuiru, di etnia Huitoto – Perù, Colombia – è la coordinatrice generale del nuovo progetto indigeno di Davos. Altri ospiti saranno Ayunar Domingo Peas Nampichkai, leader del popolo Achuar nell’Amazzonia ecuadoriana, e Nixiwaka e Outani Yawanawá, degli Yawanawá, nell’Amazzonia brasiliana.

“I popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”, sostiene il World Economic Forum. Per questo motivo “le voci indigene sono vitali”.

Gli incontri che Milei si proponeva di tenere a Davos con investitori interessati al boom del  fracking petrolifero nel giacimento di Vaca Muerta a Neuquén – una delle ultime frontiere della guerra contro i Mapuche nel XIX secolo – o al turismo di lusso a Bariloche, nella terra mapuche della Patagonia, mostrano l’altro lato, quello oscuro, dell’incontro.

In definitiva, Milei ha alimentato “un discorso violento contro i Mapuche che occupano terre come a Villa Mascardi”, secondo quanto mi ha detto Marcelo Cayumil, membro del gruppo giuridico dell’Assemblea per i diritti umani, in un’intervista fatta a San Carlos de Bariloche. nella Patagonia andina, teatro di un genocidio contro i Mapuche 150 anni fa. 

A Villa Mascardi, 30 chilometri più a sud – un’antica missione dei gesuiti, oggi diventata meta turistica –, un’operazione di polizia militare autorizzata nel 2017 dall’attuale ministra della Sicurezza del governo Milei, Patricia Bullrich, che ricopriva lo stesso incarico nel governo di Mauricio Macri, ha posto fine alla vita di due manifestanti che sostenevano una famiglia mapuche che aveva occupato un appezzamento di terreno nella zona. Il mapuche Rafael Nahuel è morto per un colpo d’arma da fuoco alla schiena. Santiago Maldonado fu invece fatto scomparire e il suo corpo venne ritrovato solo 90 giorni dopo, sulle rive del fiume Neuquén, lo stesso giorno dell’omicidio di Nahuel. 

Milei parla spesso di un’“età dell’oro” liberale alla fine del XIX secolo, quando l’industria della carne trasformò l’Argentina in una potenza di esportazione. Non ha lesinato gli elogi nemmeno per il generale e capo di stato Julio Argentino Roca (1898-1904) citando una dichiarazione del suo primo discorso: “La libertà degli uomini e la grandezza dei popoli” possono essere raggiunti solo con “sforzi supremi e sacrifici dolorosi. “

Nessuno storico serio negherebbe che il più grande sacrificio di quegli anni di gloria fu quello delle 20mila vittime indigene assassinate nella campagna militare di Roca, la Conquista del Desierto, che servì a svuotare l’interno e il sud della popolazione che li abitava, vendendo così 42 milioni di ettari a un prezzo d’occasione a 1.800 proprietari terrieri, soprattutto allevatori. Uno di quelli che ne ha beneficiato di più è stato il presidente della Sociedad Rural, l’associazione dei proprietari terrieri. Migliaia di mapuche furono deportati nel campo di concentramento allestito sull’isola di San Martín. Altri finirono nel Museo de la Plata di Buenos Aires, esposti come animali in uno zoo.

Un secolo e mezzo dopo, in Patagonia l’ultima offensiva avviene ancora contro i Mapuche. La vicepresidente di Milei, Victoria Villarruel – ultraconservatrice e con stretti legami con i militari – ha incoraggiato l’uso del pugno duro contro le occupazioni per il recupero della loro terra dei mapuche, sottolineando che “la stragrande maggioranza delle usurpazioni avviene su terre estremamente produttive”.

Per approfondire questi temi, ho rivolto alcune domande a Moira Millán, una delle voci più note del movimento mapuche, nata nella provincia di Chubut 55 anni fa. Millán verrà in Europa questo mese per tenere conferenze sul concetto da lei ideato di terricidio: l’assassinio della terra e dei suoi abitanti da parte degli investitori multinazionali che partecipano al vertice di Davos. Lei ci parlava da un territorio mapuche liberato a Chubut, in Argentina.

Pensi che la visita di Victoria Villarruel alla scuola militare di Bariloche e le sue dichiarazioni sulle occupazioni “pseudo-mapuche” siano un’indicazione che si vuole militarizzare ancora di più le misure contro le occupazioni di terre e altre attività dei Mapuche nel sud?

La vicepresidente Villarruel ha promesso, durante la sua campagna, alla Sociedad Rural, l’organo del latifondo argentino, che avrebbe posto fine al recupero dei territori da parte del popolo mapuche. Il suo negazionismo (sullo sterminio della Conquista del Desierto, ndt) e il suo razzismo sono in linea con il pensiero di Javier Milei. La sua visita a Bariloche e queste dichiarazioni sono un segnale al settore che rappresenta. Il governo Milei inventerà le scuse necessarie per giustificare l’escalation della militarizzazione e della repressione a Puelmapu – la parte del Wallmapu – o territorio Mapuche – che si trova a est della cordigliera delle Ande – contro il popolo Mapuche.

Diego Frutos, proprietario di un immobile a Villa Mascardi, ha chiesto maggiore durezza alla polizia. Crede che ci saranno presto altre azioni militari?

Frutos fa parte della Sociedad Rural di Bariloche. Insieme ad altri proprietari terrieri, forma una sorta di moderno Ku Klux Klan, a cui viene consentito dalla giustizia di diffamare, minacciare e persino uccidere qualsia si donna o uomo mapuche che cerchi di riaffermare i propri diritti. La sua voce, con un discorso carico di odio razzista, è stata ampiamente diffusa da tutti i media. Non è un caso che sia un fervente seguace di Bullrich, oggi ministra della Sicurezza.

Il governo Milei vuole dunque “intensificare il conflitto con i Mapuche nel sud” per usare la forza militare?

L’escalation di violenza a Puelmapu può avvenire solo da parte e per causa del potere contro di noi. Generare atti criminali da parte del governo e degli amministratori della giustizia per poi incolparne i Mapuche è stata una pratica costante anche nei governi che hanno preceduto quello attuale, quindi non mi sorprenderei certo se queste strategie si intensificassero. 

La Costituzione argentina tutela i diritti di proprietà delle comunità. Milei però parla solo di proprietà privata. Cosa significa questo per le rivendicazioni dei Mapuche?

Milei esprime disprezzo per tutto ciò che rappresenta diritti collettivi e, ovviamente, si oppone al rispetto e al riconoscimento della proprietà collettiva dei popoli indigeni. Questa posizione non solo è contraria alle leggi sui diritti, è criminale e naturalmente viola il diritto costituzionale alla proprietà comune. I rapporti tra lo Stato e i popoli indigeni diventeranno ancora più tesi. Probabilmente alcuni settori indigeni non permetteranno la regressione dei nostri diritti, altri si adatteranno alle circostanze.

E come si potrà rispondere ai piani di Milei, Villarruel e Bullrich?

Penso che la cosa più sensata sia continuare con fermezza e coraggio nell’ampliamento dei nostri diritti e nella costruzione di proposte che rendano tangibile un modello diverso di società. Ora più che mai dobbiamo costruire assemblee per il buen vivir, in ogni territorio, in ogni spazio, pensare a dispositivi di contenimento e di autoprotezione della comunità. Questo governo attacca tutte le vite e tutte le forme di vita.

L’estradizione in Cile del leader mapuche Facundo Jones Huala ha a che fare con il cambio di governo o si tratta di una decisione indipendente?

L’estradizione è stata concordata in anticipo, sia lo Stato argentino che quello cileno ci attaccano dal tempo dell’invasione militare del nostro territorio. Quell’estradizione sarebbe stata concessa lo stesso se Masa o Bullrich avessero vinto le lezioni invece di Milei. Frutos, così come gli altri razzisti, cercheranno un modo per sterminare la mia gente, ma non importa quanto investano nel militarizzarci, reprimerci, spiarci, darci la caccia… Non saranno mai in grado di sconfiggerci, perché Mapu (la Terra) è il nostro principale alleato. Lei ci guida, ci parla e ci protegge, perché lottiamo per proteggere la vita. Questi capitalisti invasori conoscono solo la crudeltà e la morte, le loro ambizioni eccessive e meschine saranno la ragione principale del loro collasso.

da qui

lunedì 8 gennaio 2024

Argentina: il popolo Mapuche difende le sue terre - Annalisa Pensiero

 

Il popolo Mapuche ha bisogno di vivere nel proprio territorio per poter esistere. Così è per la comunità di Lof Lafken Winkul Mapu in Argentina.  Tuttavia, nonostante sia un diritto acquisito, secondo l’amministrazione dei Parchi Nazionali, i giudici e i procuratori, funzionali al potere economico, questo non è possibile.

I tavoli di dialogo con il governo argentino per risolvere il conflitto si sono rivelati una farsa. Durante l’ultimo, il 1° giugno 2023, si è ottenuto il riconoscimento del rewe come territorio sacro (spazio sacro dove la machi realizza le Cerimonie per la Comunità e dove riceve i suoi pazienti per le cure fisiche e spirituali). Inoltre si è concordato il ritorno alla comunità della machi (autorità spirituale e medico tradizionale mapuche) e dei suoi più stretti collaboratori. Dopo sei mesi di attesa della formalizzazione scritta dell’accordo, il 5 dicembre la machi Betiana si è recata a Buenos Aires per ottenere una risposta, ma ha trovato chiuse le porte dell’INAI (Istituto Nazionale degli Affari Indigeni), che si è rifiutato di firmare.

Dopo il suo ritorno a Bariloche, con il nuovo governo argentino già insediato, le comunità mapuche hanno espresso la loro preoccupazione per l’incertezza del ritorno della machi al rewe. Il 28 dicembre l’abbiamo accompagnata nel territorio per conoscere lo stato del rewe. È stato devastante vedere i segni dell’oltraggio: quelle che una volta erano le loro ruka (case) sono ora cataste di legno bruciato, gettate via insieme ai giocattoli dei loro bambini. Tutto è distrutto, abbandonato.

Un sentimento forte mi assale: come può una mente umana pianificare tanta crudeltà? In questo spazio una comunità aveva trovato il senso della propria esistenza e la sua armonia! È incomprensibile!

Le lamuen (donne) cercano i lawen (piante medicinali), accendono il fuoco e celebrano la cerimonia.

Il giorno successivo, il 29 dicembre, nel Centro Civico di Bariloche (sede del Comune), diverse lof (comunità mapuche), organizzazioni ambientaliste e artistiche, sindacati e media alternativi organizzano una manifestazione per chiedere il ripristino della Legge Anticianuro 3981/05, abrogata 12 anni fa. Questa legge è stata il risultato di anni di lotte, per questo è considerata dagli attivisti della regione una vittoria popolare che ha limitato i progetti estrattivisti di materie prime a grande scala nella provincia.

In questa occasione, la machi Betiana ha preso la parola e ha ricordato che a più di un anno dal brutale sgombero, la comunità Lafken Winkul Mapu è ancora espulsa dal suo territorio e il rewe è militarizzato. Dopo la campagna del deserto, è il primo rewe lawen-medicina con una machi, in territorio patagonico, ed è per questo che ha un significato così speciale per il popolo mapuche.  Il senso del rewe è portare guarigione al popolo Mapuche e a tutte le persone che credono nei trattamenti con le piante medicinali.

“Quel rewe ci dà la vita”, dice la machi. “È in gioco la nostra salute e quella dei nostri pichikeche (bambini). La difesa dei territori è ciò che ci mobilita come Mapuche. Il nostro spirito è legato alla terra, a ogni spazio. Difendere i territori significa difendere l’acqua che scende da essi, la stessa che beviamo tutti. Le nostre lotte si uniscono”.

Conclude il suo intervento invitando al Nguillatun, la cerimonia sacra annuale per sostenere l´equilibrio con tutta la mapu, la terra, attraverso la reciprocità. Questa cerimonia si svolge a Diarco nel territorio della Lof Lafken Winkul Mapu, il 14 gennaio alle 6 del mattino, per chiedere il ritorno al loro luogo sacro cerimoniale.

I diritti si conquistano mettendo il corpo in azione. Questa è la resistenza del Lof Lafken Winkul Mapu nel territorio. Rafita Nahuel, assassinato per aver partecipato alla sua costruzione, Jessica Bonnefoi, ancora agli arresti domiciliari e altri membri del lof con mandato di cattura, lo sanno bene. Per questo continuano a subire i soprusi di un capitalismo perverso e ignorante e l’indifferenza di una società che ancora non riconosce le loro radici originarie.

Traduzione dell’autrice. Revisione di Thomas Schmid.

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mercoledì 5 luglio 2023

Dove va l’estrattivismo - Raul Zibechi

Adesso è la volta della provincia argentina di Jujuy, ma ieri era accaduto in Perù e Cile e Brasile. E domani succederà ancora in qualsiasi luogo in cui l’accumulazione di capitale attraverso l’espropriazione dei popoli e della terra è il modo di fare principale con cui operano le multinazionali. Un modo in cui conta solo la ricchezza del sottosuolo, mentre gli esseri viventi umani e non umani sono solo un ostacolo per l’arricchimento del capitale finanziario.

In Brasile, Lula non può mantenere la sua promessa elettorale di avanzare nel riconoscimento e la delimitazione delle terre indigene, alla quale ogni governo sarebbe obbligato dalla Costituzione del 1988, ma che nessuno, né la destra né la sinistra, ha mai pensato dover rispettare fino in fondo.

In Perù, la reazionaria Dina Boluarte (prima donna alla guida del Paese, cosa che – come si vede altrove – non è di per sé sufficiente a garantire alcunché, ndt) ha lanciato le forze armate e di polizia contro i popoli andini per favorire la libertà delle compagnie minerarie di prendersi le ricchezze e lasciare in cambio solo distruzione ambientale e sociale. Gli oltre cinquanta morti uccisi con colpi di armi da fuoco non hanno turbato né il governo né le organizzazioni internazionali che strepitano sui diritti umani solo quando sono direttamente interessate.

 

In Cile, il presidente “progressista” Gabriel Boric ha militarizzato Wall Mapu (il nome con cui i Mapuche designano il proprio territorio nella Patagonia cilena e argentona, ndt) con un dispiegamento militare maggiore rispetto a quello dei governi precedenti, per difendere le terre usurpate dalle compagnie forestali alle comunità indigene e contadine. Con la stessa mano con cui militarizza i territori mapuche, Boric perdona i Carabineros per gli oltre 400 occhi accecati da proiettili di gomma o lacrimogeni sparati in piano volto durante la rivolta del 2019. Il risultato è che l’istituzione statale ha il maggior sostegno popolare del Paese.

Per non parlare del Chiapas, dove sotto il governo progressista di López Obrador ci sono stati 110 attacchi armati contro le comunità che appartengono alla regione zapatista di Moisés e Gandhi, del Caracol numero 10, all’interno del municipio ufficiale di Ocosingo. I gruppi paramilitari hanno il sostegno del partito al governo attraverso il governo dello Stato del Chiapas.

A Jujuy, questa volta, si tratta dell’estrazione del litio, per la quale il governo provinciale argentino ha bisogno di colpire le popolazioni indigene e le loro oltre 400 comunità che si oppongono a essere rese invisibili dalla nuova Costituzione provinciale. Che il governatore Gerardo Morales sia genocida ed ecocida, disposto a eliminare chiunque pur di soddisfare la sua fame di potere, non dovrebbe nasconderci diversi altri fatti importanti.

 

Il primo è che quel governatore potrebbe diventare il prossimo vicepresidente dell’Argentina, grazie all’azione e alla benevolenza di classi medie che considerano gli indigeni gente di serie B, cioè che non li considera esseri umani come gli altri.

La seconda è che Morales fa parte di un sistema politico che si preoccupa solo di gestire il modello e, in questo senso, non è molto diverso dagli altri politici situati su entrambi i lati della “barricata” politica. Il governo nazionale non vuole, sebbene potrebbe, intervenire a Jujuy per porre fine alla repressione, perché di fatto, e molto al di là delle sue dichiarazioni, ha già militarizzato buona parte dei territori delle attività estrattive, a partire da Vaca Muerta.

Il resto sono soltanto dichiarazioni per carpire qualche voto. Chi vuole ostinatamente credere che ci siano differenze di fondo tra macristi (destra) e kirchneristi (sinistra) dovrebbe chiedersi perché nessuno dei due schieramenti abbia la minima intenzione di porre fine all’estrattivismo, all’industria mineraria e alle monocolture, all’estrazione dell’oro e del litio, alla soia e alle fumigazioni.

L’unica seria disputa tra i due settori ruota attorno al come affrontare i settori popolari : alcuni puntano sull’addomesticamento con piani sociali e una buona dose di repressione; gli altri scommettono su una maggiore repressione e una buona dose di piani sociali. Come si vede, è appena una questione di proporzioni, perché entrambe le parti scommettono sulla repressione e i piani, contemporaneamente.

 

In casa di Milagro Sala, dove è costretta agli arresti domiciliari, irrompe la polizia, il 29 giugno. Un nuovo atto, violentissimo, di pura ritorsione contro le grandi proteste dei giorni scorsi a Jujuy, nel nord dell’Argentina, ma soprattutto una intimidazione perché l’estrattivismo, in particolare del litio, non trovi più alcun ostacolo sulla sua strada.

 

Non c’è altro da fare che resistere. Agli uni e agli altri. Con il tempo, i popoli stanno scoprendo che si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Quella dell’estrattivismo, che non può esistere senza la militarizzazione dei territori, contaminando la terra e annientandoli.

Il modello non ha limiti. I rapporti annuali dell’Instituto para el Desarrollo Rural de Sudamérica, a cui collabora il Grupo de Estudios Rurales de la Università di Buenos Aires, assicurano che circa il 40% della terra latinoamericana è ancora nelle mani di indigeni e neri, e contadini, oppure si tratta di aree di conservazione naturale, inalienabili secondo la legislazione.

L’estrattivismo sta avanzando su questi territori, in tutta la regione. Sottrarre la terra ai popoli equivale a togliergli la vita, per questo motivo la difendono con tanta forza. Non possono negoziarci su. Non lo faranno.

Per questo è bene ricordare al sistema politico argentino che sta giocando con il fuoco. La minaccia di condannare all’estinzione le comunità maya è stata ciò che li ha portati a organizzarsi nell’EZLN e a decidere inizialmente per una insurrezione armata. Qualcosa di simile accade già nel Cile meridionale, nel sud della Colombia meridionale e nell’Amazzonia brasiliana. Non vogliono la guerra, ma non la temono se quel che è in gioco è la loro esistenza come popoli.

Nessuno, domani, potrà dire che non lo sapeva.


Qui la versione in lingua originale su Pelota de Trapo

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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giovedì 12 gennaio 2023

Caso Kirchner e terre del Rio Negro, il viaggio dello scandalo in Argentina - Claudia Fanti

 

Non si sa cosa è peggio nello scandalo del viaggio di un gruppo di giudici, funzionari e imprenditori nella tenuta del magnate Joe Lewis sul Lago Escondido in Patagonia, esploso poco prima della condanna di Cristina Kirchner a 6 anni di reclusione: se il viaggio in sé, gentilmente pagato dal Gruppo Clarín, o il fatto che i partecipanti a quella misteriosa gita si siano consultati su Telegram su come cancellarne le prove o, ancora, il contenuto stesso di quelle conversazioni.

Né va trascurato il fatto che la riunione sia avvenuta nella dimora del miliardario inglese amico dell’ex presidente Mauricio Macri: non solo quella paradisiaca tenuta non avrebbe mai potuto essere acquistata – la legislazione argentina vieta la vendita a cittadini stranieri di proprietà vicine alla frontiera come è quella di Lewis – ma è anche al centro di una lunga vicenda giudiziaria intorno all’accesso allo splendido lago, bloccato dal miliardario, grazie al suo pieno controllo sul potere politico locale, malgrado la giustizia gli abbia dato ripetutamente torto.
DI QUEL VIAGGIO, È CHIARO, non si doveva sapere nulla. Ma non è andata così: la notizia è trapelata ed è finita, il 17 ottobre, su Página 12. Ed è allora che, per iniziativa di Pablo Casey, direttore degli Affari legali e istituzionali del Gruppo Clarín, viene creato su Telegram il gruppo degli «huemules» (rara specie di cervo originaria delle regioni andine di Argentina e Cile), costituito da tutti coloro che avevano preso parte al viaggio: i quattro giudici federali Pablo Yadarola, Pablo Cayssials, Carlos "Coco" Mahiques (il magistrato che aveva archiviato la causa sulle irregolarità nella vendita di terre a Lago Escondido, favorendo Joe Lewis) e Julián Ercolini (quest’ultimo responsabile di aver istruito il processo Vialidad contro Cristina Kirchner), il ministro della Sicurezza di Buenos Aires Marcelo D’Alessandro, il procuratore generale della stessa città Juan Bautista Mahiques, l’ex agente dell’Intelligence Leonardo Bergroth, il lobbista Tomás Reinke, il presidente del Gruppo Clarín Jorge Rendo e lo stesso Pablo Casey.
IL LORO DISAPPUNTO è evidente, soprattutto verso chi ritengono responsabile di aver divulgato la notizia dell’incontro: il capo della polizia di sicurezza aeroportuale (Psa), José Glinski, contro cui meditano vendetta. «Se mi capiterà mai di diventare ministro, come prima cosa sciolgo la Psa», dice D’Alessandro. «Glinski è parte del paesaggio del mio lavoro - gli risponde Yadarola -, sono certo che ci incroceremo di nuovo». E ancora D’Alessandro: «Dammi la gioia di andare a cercarlo con una nostra volante che lo faccio cagare».
Le battute si sprecano in tutta la chat. Ce n’è una di Juan Mahiques - «Limpiemos un mapuche» («facciamo fuori un mapuche»), come fosse uno gioco - che Yadarola trova molto divertente, in un quadro in cui più di un mapuche - da Rafael Nahuel a Elías Garay - è stato fatto fuori dalle forze di sicurezza con la massima comprensione da parte del Clarín.
E PROPRIO I MAPUCHE hanno molto da dire su questa vicenda: «Pensate che questi individui siano andati da Lewis per il processo contro Cristina Kirchner?», chiede il portavoce della Coordinadora del Parlamento Mapuche Orlando Carriqueo: «È possibile, ma quello che è in gioco nel Rio Negro è un grande affare di terre: è l’estrattivismo l’asse centrale della discussione e del conflitto con le comunità originarie».
In ogni caso, tra una battuta e l’altra, tutti assicurano di non aver fatto «nulla di male», ma intanto si ingegnano per adulterare prove, fabbricare fatture false, inventare alibi, fare pressioni sui proprietari dei giornali, presentare una denuncia per spionaggio, e discutono su come far sembrare che ciascuno avesse pagato per sé viaggio e alloggio, per sfuggire all’accusa di corruzione.
Con la diffusione delle conversazioni, tuttavia, è stato impossibile arginare lo scandalo, con tutte le inevitabili conseguenze. A cominciare dalla richiesta del presidente Alberto Fernández al ministro della Giustizia Martín Soria affinché solleciti un’indagine penale sui «fatti legati al viaggio in questione, in particolare riguardo al suo finanziamento».

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giovedì 1 dicembre 2022

Il fondatore del colosso Patagonia dona l’azienda al pianeta Terra - Valentina Neri

Con una decisione senza precedenti, il fondatore di Patagonia Yvon Chouinard regala l'azienda a una no profit che reinvestirà i profitti per il clima

 

Un’azienda valutata in 3 miliardi di dollari che passa interamente nelle mani di un’associazione non profit, con il mandato di reinvestire interamente i profitti nella tutela del Pianeta. Sarebbe fantascienza se di mezzo non ci fosse Yvon Chouinard, fondatore e proprietario – o meglio, ex-proprietario – di Patagonia, che a 83 anni dà l’ennesima dimostrazione del suo approccio visionario all’imprenditoria. Dimostrandoci come alcune dinamiche del capitalismo possano essere cambiate dall’interno, se c’è la volontà di farlo.

L’azienda attivista voluta da Yvon Chouinard

Patagonia mostrava un’anima ambientalista decenni prima che diventasse di moda farlo. Yvon Chouinard, scalatore e alpinista, iniziò come artigiano per poi passare al commercio di abbigliamento tecnico sportivo. Fondata nel 1970, la sua azienda crebbe fino a diventare una multinazionale, sempre dimostrando un’inattaccabile coerenza sui temi ambientali e sociali: la certificazione di B-corp conseguita nel 2011, l’1% del fatturato annuale devoluto in beneficienza.

E ancora una percentuale paritaria di donne ai vertici (compresa Rose Marcario, amministratrice delegata dal 2008 al 2020), l’adozione di fibre tessili organiche e riciclate. Fino al punto da auto-definirsi come un’impresa attivista, con l’adesione agli scioperi per il clima e lo scontro aperto con l’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Si apre un nuovo capitolo nella storia di Patagonia

Fino a questo punto Patagonia è stata una società privata, le cui azioni erano detenute dallo stesso Yvon Chouinard e da altri membri della famiglia. A 83 anni, con un annuncio a sorpresa, il fondatore volta pagina. Il 98% delle quote passerà a Holdfast Collective, un’organizzazione non profit. Sarà quest’ultima a incassare sotto forma di dividendi tutti gli extra profitti (cioè i guadagni che restano dopo averne reinvestito una parte nello sviluppo dell’impresa e aver accantonato un cuscinetto per gli imprevisti) e «usare ogni dollaro ricevuto per combattere la crisi ambientale, proteggere la natura e la biodiversità e supportare le comunità».

Il restante 2%, incluse tutte le azioni con diritto di voto, spetterà al neo-costituito Patagonia Purpose Trust. Si tratta di una fondazione che si farà garante della continuità nella gestione strategica.

«Adesso il nostro unico azionista è il Pianeta»

«Adesso il nostro unico azionista è il Pianeta», titola il comunicato pubblicato da Patagonia. Il business di fatto rimarrà esattamente lo stesso, e per i dipendenti non cambierà nulla. L’unica differenza sta nel fatto che i guadagni saranno interamente reinvestiti nella causa ambientale. Una decisione inedita che peraltro non è stata presa a buon mercato. La famiglia Chouinard dovrà infatti sborsare circa 17,5 milioni di dollari in tasse sulla donazione.

In questo modo Yvon Chouinard, ormai ultraottantenne, dichiara di aver trovato la «soluzione ideale» al grande punto di domanda rappresentato dalla successione. «Speriamo che questo influenzi una nuova forma di capitalismo. Che non finisca per creare pochi ricchi e un sacco di poveri», ha affermato nel corso di un’intervista rilasciata in esclusiva al New York Times. «Devolveremo – ha concluso – la maggiore quantità possibile di denaro a chi sta lavorando attivamente per salvare questo Pianeta».

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domenica 27 novembre 2022

Sull’acqua argentina le mani di un’impresa israeliana – David Lifodi

 

“Hidropolítica”: si nasconde dietro a questa parola magica il motivo della presenza dell’impresa israeliana Mekorot Israel National Water in Argentina. Mekorot si è aggiudicata la gestione dell’oro blu in cinque province del paese (San Juan, Mendoza, Catamarca, La Rioja e Río Negro) a seguito di un accordo firmato con il governo argentino per la gestión integral de los recursos hídricos superficiales y subterráneos.

Tra le righe emerge che il testo dell’accordo prevede l’attribuzione della gestione dell’acqua potabile all’impresa israeliana, le cui modalità d’azione sono state condannate dall’Onu in relazione ai territori palestinesi occupati. “Apartheid contro la popolazione palestinese di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est” è l’accusa che pende su Mekorot Israel National Water, come evidenziato dai coordinatori della campagna Stop the Wall, che hanno promosso una campagna di sensibilizzazione significativamente intitolata “Buenos Aires, aguas turbias” insieme alla Liga Argentina por los Derechos Humanos. “Controllare le risorse idriche significa esercitare un controllo territoriale sulla Palestina”, sostengono gli attivisti della campagna.

In Palestina Mekorot ha trasformato l’acqua in merce, utilizzandone il controllo per cacciare le comunità dai propri territori e il timore è che in Argentina possa accadere lo stesso. In Israele Mekorot rappresenta il braccio destro del governo, impedisce ai palestinesi di aprire nuovi pozzi e, contemporaneamente, limita loro il diritto all’acqua, come evidenziato dal Relatore speciale Onu per i territori palestinesi occupati Michael Lynk.

I legami tra Argentina e Israele risalgono al 1995, quando i due paesi sottoscrissero un accordo di cooperazione commerciale ed economica. Successivamente, nel 2005, il governatore di Neuquén scelse la strada dell’affidamento diretto (senza alcuna asta o concorso pubblico) all’impresa The Israeli Consulting and Technological Company per la realizzazione di progetti di irrigazione. Accordi simili furono sottoscritti in quegli stessi anni dai governatori argentini con Mekorot fino a quando, nel 2020, Camera di Commercio Argentino-Israeliana rese noto che Mekorot avrebbe lavorato per la realizzazione di progetti legati non solo alla gestione delle risorse idriche, ma a progetti di tecnologia legati allo sviluppo e alla commercializzazione dell’oro blu.

Due partecipate di Mekorot, Mekorot Desalination and Enterprise e Mekorot Development & Enterprise LTD, sono servite all’impresa israeliana per radicarsi ulteriormente in Argentina, come evidenziato dall’Asamblea Popular por el Agua di Mendoza.

Come denunciato nell’articolo https://www.elcohetealaluna.com/el-agua-el-nuevo-botin/, che analizza le relazioni pericolose tra governo argentino e israeliano per la gestione, ma soprattutto per la mercantilizzazione dell’acqua pubblica, l’idea dell’Argentina è quella di unificare il controllo del consumo domestico, industriale e agricolo delle risorse idriche proprio sull’esempio di Israele.

Fondata nel 1937, ancor prima che Israele vedesse la luce, Mekorot ha trasformato la questione idrica in un affare esclusivamente politico, grazie anche al grande sviluppo delle tecnologie di cui dispone lo Stato ebraico. I governatori delle province dove arriverà Mekorot sembrano tutti entusiasti e intravedono la possibilità di sviluppare ulteriormente l’estrazione mineraria grazie ad un aumento della disponibilità dell’oro blu grazie al sostegno israeliano, ad eccezione del governatore di Mendoza Rodolfo Suárez.

Se la tecnologia può effettivamente aiutare l’Argentina a disporre di una maggiore quantità di acqua, restano molti dubbi sulle finalità e sulle modalità di agire di Mekorot, che potrebbe comportarsi nello stesso modo con cui opera in patria e nei territori palestinesi occupati: trasformare l’acqua in merce da pagare a caro prezzo sembra essere la sua unica preoccupazione.

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giovedì 8 settembre 2022

Argentina: «Proibire pesticidi pericolosi e sostenere l’agricoltura senza veleni»

 

 

Il governo (della provincia di Buenos Aires, N.d.R.) di Axel Kicillof ha pubblicato una risoluzione per mappare le zone dove non è permesso l’uso di prodotti chimici per l’agricoltura. Ogni comune dovrà aderire volontariamente. Le organizzazioni socio-ambientali segnalano che la Costituzione nazionale è chiara: le irrorazioni con pesticidi vanno frenate. Ricordano che «la salute vale più di qualunque attività produttiva».

L’amministrazione della provincia di Buenos Aires ha emesso una disposizione in cui si stabiliscono delle restrizioni all’applicazione di prodotti chimici per l’agricoltura. Sebbene l’organismo di applicazione di questa norma sia il Sottosegretariato per lo Sviluppo Agricolo e per la Qualità Agroalimentare, è stato stabilito che i comuni dovranno aderirvi volontariamente per far parte della mappa che sarà elaborata con le informazioni ottenute. Le associazioni socio-ambientali sono diffidenti e richiedono soluzioni concrete.

Secondo le informazioni ufficiali, delle 135 circoscrizioni di Buenos Aires solo 73 si avvalgono di ordinanze che limitano l’uso di pesticidi in termini spaziali. L’iniziativa provinciale ha quindi come obiettivo la rappresentazione grafica delle restrizioni territoriali per l’applicazione di ciascuna ordinanza. Questa proposta dello Stato provinciale, tra le varie spiegazioni, emerge dagli incontri che l’Osservatorio tecnico degli agrochimici ha tenuto con i governi locali. L’Osservatorio ha svolto queste consultazioni per creare una riforma della Legge 10.699 di 24 anni fa, che non stabilisce limiti alle irrorazioni; purtroppo non sembrano ancora esserci sviluppi in questo senso.

Quando l’associazione ambientalista Exaltación Salud è venuta a conoscenza di questa disposizione, ha dichiarato: «La Provincia ha un enorme debito nei confronti della salute pubblica, dei cittadini e delle cittadine di Buenos Aires; ha anche un ritardo enorme rispetto alla gravità dell’emergenza socio-ambientale». Secondo l’associazione, questa decisione dimostra che «non c’è l’intenzione politica di proibirne l’uso e che continuano a sostenere la fallacia per cui questi veleni possono essere controllati con “buone prassi” o con la fiscalizzazione».

Il testo della Risoluzione 297, pubblicato nel Bollettino ufficiale il 9 agosto, segnala che la georeferenziazione renderà possibile «uno strumento di visualizzazione agile e di facile accesso sull’utilizzo di agrochimici stabilito sia nelle ordinanze municipali nell’ambito delle sue competenze, sia a livello provinciale con la Legge 19.699 e il suo Decreto applicativo 499/91; strumento che servirà come investimento per lo sviluppo di politiche pubbliche in questo ambito».

«Mettersi all’opera»

Secondo Jorge Picorelli dell’Associazione Paren de Fumigarnos di Mar del Plata, queste «sono azioni per fingersi “verdi”, ma che in realtà servono a nascondere altre cose o a dire che si è intrapresa la giusta via». L’attivista racconta che non esistono controlli nella zona rurale dove vive. Nel 2013 la Giunta municipale della circoscrizione di General Pueyrredón ha proibito le irrorazioni con pesticidi fino a cento metri da scuole, centri di assistenza e di salute, e fino a 25 metri da corsi d’acqua, club, campeggi, centri sportivi e complessi turistici. Grazie a questa normativa, esiste una misura cautelare che stabilisce mille metri come limite. Ma allora quale sarà la distanza tenuta in considerazione dalla georeferenziazione provinciale?

«Se vogliono fare qualcosa, non devono inventarsi nessuna risoluzione. La Costituzione dice già cosa fare: mettersi all’opera», dice Picorelli. Allo stesso tempo, commenta che la nuova disposizione ha generato sospetti e avanza un esempio: «C’è il Ministero statale dell’ambiente in cui Juan Cabandié sostiene le attività estrattive. È stato lui a convalidare uno studio malfatto sull’impatto ambientale delle petroliere, ma la Magistratura lo ha usato come base per emettere le misure cautelari e per frenare l’esplorazione al largo del mare argentino. Attualmente ci sono denunce per gli incendi a Rosario e Entre Ríos, ma non fanno nulla».

La sua collega Marcela Lupini aggiunge: «General Pueyrredón ha aderito alla Rete nazionale dei Comuni agro-ecologici (Renama) ma è stata solo una messa in scena perché, quando abbiamo denunciato le irrorazioni in corso, sono venuti a controllare una settimana dopo. Per questa ragione non crediamo utile aderire a risoluzioni vuote».

La salute non è negoziabile

Le attiviste e gli attivisti socio-ambientali della circoscrizione di Exaltación de la Cruz mettono in chiaro che la risoluzione mostra «la mancanza di strumenti per sapere dove si utilizzano nel territorio, che sarebbe lo scopo di questa mappa» e si chiedono «quando cominceranno a proibire i veleni per l’agricoltura, i pesticidi e i fertilizzanti pericolosi; e quando cominceranno ad allontanarli dalle persone». Nell’agosto 2021 la Giunta ha rifiutato un’ordinanza che avrebbe aumentato a mille metri la zona di protezione, attualmente fissata a 150 metri. Ciò aveva generato disdegno nella cittadinanza e una disposizione cautelare che avvalla la richiesta popolare allo scopo di aumentare le distanze.

Dopo aver scoperto l’iniziativa di georeferenziazione, Exaltación Salud ha anticipato che la futura mappa «mostrerà ciò che già sappiamo: la maggioranza delle circoscrizioni consente l’utilizzo dei pesticidi quasi ovunque». Inoltre, l’associazione mette in discussione il fatto che non vengono nominate le disposizioni giuridiche esistenti, come nel caso di General Pueyrredón o di Exaltación de la Cruz.

La richiesta di Exaltación Salud è che l’amministrazione dovrebbe iniziare a proibire totalmente i 140 pesticidi utilizzati nel Paese, i quali sono vietati in altre parti del mondo a causa della loro pericolosità nei confronti delle persone e dell’ambiente. «Esigiamo che lo sforzo più grande sia fatto per proibire i pesticidi e i fertilizzanti pericolosi, e per sostenere l’agricoltura senza sostanze tossiche», esprimono in un comunicato. Aggiungono che «la salute vale più di qualunque attività produttiva: non è negoziabile e non ha prezzo».

Nessuna politica efficace

La normativa si è presentata come risultato delle riunioni tenute nel 2021 tra l’Osservatorio tecnico degli agrochimici di Buenos Aires e i comuni. Il testo indica che è evidente «la necessità di appoggiarsi a uno strumento che renda possibile una rappresentazione grafica che raffiguri i regolamenti territoriali imposti a livello locale e le restrizioni all’utilizzo di agrochimici, tenendo conto delle normative in questo ambito amministrate dai comuni rilevanti».

Durante quegli incontri, svariati organismi hanno espresso la necessità di eliminare l’uso di veleni agricoli per preservare la salute umana e ambientale. Tuttavia, la georeferenziazione sembra andare in senso opposto. Tale disposizione segnala «che in questo quadro, si è notata la necessità di stabilire nuove azioni guidate dall’Osservatorio tecnico degli agrochimici per orchestrare strumenti futuri che agevolino il raggiungimento degli obiettivi disposti nell’ambito dell’uso e dell’applicazione dei prodotti chimici per l’agricoltura».

Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid

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