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venerdì 11 settembre 2026

Compleanno per i 70 anni del Poligono di Pedrasdefogu, quando la festa te la organizza la Leonardo - Valter Canavese

 

Come diamine inizia questa storia? Tra quanto e come finirà, se mai finirà? 26 agosto 1956, se si va a leggere L’Unione Sarda di quei giorni il tutto suonava come un’opera importante con aspettative di sviluppo tecnologico e di rilievo per l’occupazione dell’Ogliastra.

26 agosto 2026, il poligono di armamento Aeronautico di Perdasdefogu – ora PISQ, gli acronimi salveranno il mondo – compie 70 anni e per festeggiare e festeggiarsi si è regalato una esercitazione estiva terminata il 14 agosto, mentre a Decimomannu il 74° reparto della Tattical air force della Germania si sono fermati il 4 agosto

Le cose, in breve, sono iniziate con una richiesta della società Leonardo al Ministero della Difesa. È vero che esiste un accordo del 2017 che prevedeva la sospensione delle esercitazioni in estate, vero anche che i primi di luglio il Comitato Misto Paritetico aveva respinto il calendario delle esercitazioni. Oltre alla violazione dell’accordo del 2017 c’era qualche altra cosettina che, pur nello stile Pisq, non era proprio trasparente.

L’utilizzo del poligono di Quirra, ma anche degli altri centri sardi, da parte di non meglio specificate ditte operanti nella vendita di articoli bellici, bonifiche che hanno una cadenza inferiore alla proclamazione dei giubilei, comprese quelle di un missile disperso poco più di un anno fa di fronte il mare di Arbatax.

Se poi si va a cercare la relazione sul sito della Difesa sui risultati dell’inquinamento a Quirra non c’è, sono rimasti una serie di dati chimici sulle acque e i terreni, mentre le vicende legate all’inchiesta di Quirra e del procuratore Fiordalisi sono ben conosciute e in attesa della sentenza del processo di appello per il novembre di questo anno.

La spallata era però partita all’inizio del 2026, quando Alessandra Berry – componente del Comipa – era intervenuta per denunciare come nella relazione illustrativa alla legge sulla autonomia regionale differenziata i deputati di FdI avevano inserito un codicillo che ostacolava il “fastidio” che l’autonomia sarda potesse intralciare le esercitazioni per la Difesa e la sicurezza nazionale.

La Regione Sardegna, pur di fronte a queste premesse non equivocabili, con una rapida e contestata ordinanza ha sgomberato le zone e dato il via libera alle esercitazioni a Perdasdefogu, richieste dalla Leonardo.

Che torta ha preparato la Leonardo per festeggiare i 70 anni di Perdasdefogu? Nei primi sei mesi di questo anno gli ordini sono saliti intorno ai 16,3 miliardi di euro (+ 44%), il portafoglio di ordini arriva a 59 miliardi (+ 30%) – giusto per un minimo di raffronto la manovra estiva della Regione Sardegna è stata di 2,5 miliardi- i ricavi sono di 10 miliardi e nella relazione del semestre seguono una ventina di pagine di dati strabilianti. Non da ultimo il sostegno delle banche con 231 milioni di euro di finanziamenti da parte di Unicredit. Intesa Sn Paolo, Cassa Depositi e Prestiti, Bper e Banco Bpm

Se dai numeri si passa ad alcune operazioni, o linee politiche ed economiche, che la Leonardo sta seguendo ci si addentra in scenari lontani dal nostro vivere quotidiano ma che lo determinano in maniera tanto inavvertibile quanto grave.

Ad esempio Leonardo ha tassi di crescita che oscillano tra 5,4% e il 12,3% nella elettronica per la difesa, gli elicotteri aeronautica, la Cyber Security e Solutions (In questo settore andate a vedere chi era il protagonista negli ultimi due incontri organizzati nella facoltà di Ingegneria di Unica sulla cyber security).

Nella Elettronica in Europa la Leonardo ha un peso specifico secondo, forse solo alla Germania. Si va dai radar Kronos ai sensori da applicare per la difesa missilistica. Ha fatto spesa in America acquisendo la Raft – specializzata in intelligenza artificiale e software per la difesa, precedente proprietà di una public company americana condotta da Mark Newman, mentre nel 2022 è stata fatta la fusione con la società israeliana Rada – specializzata in radar tattici e sistemi anti droni.

Piccolo particolare, la Raft rende noto che vanta una particolare specializzazione nella fusione di dati multi dominio e nella IA per “rendere più rapidi i processi decisionali operativi per i clienti”.

Si muove la Leonardo si muove ed anche con una certa soddisfazione in Sardegna. Nel 2022 la Scuola internazionale di Volo si sposta a Decimo Mannu. Obiettivo: “fornire una capacità di addestramento di altissimo livello”. Se questo era l’obiettivo nel 2022 non deve essere un motivo per sedersi sugli allori. Sempre quest’anno, a luglio, Leonardo rafforza l’alleanza con la CAE – ne parleremo tra poco – per migliorare l’addestramento sull’aereo M-346e “sviluppare capacità di addestramento integrate di nuova generazione”. In parole povere competenze senza precedenti integrate dallo sviluppo della componente elettronica in azioni di guerra. A Decimo Mannu vengono piloti della Nato, americani, del Giappone, Quatar, Arabia Saudita Kuwait e in operazioni congiunte piloti israeliani

“Noi di CAE esistiamo per rendere il mondo più sicuro, al fine di preparare i professionisti della aviazione e le forze armate ai momenti cruciali” La Cae, uno dei partner della Leonardo. La più grande azienda militare canadese, come La Leonardo ha una certa passione per le Università canadesi per le quali ha stanziato dei fondi del Security Defense Forum.

Seguendo l’ottica del suo obiettivo, la Cae ha fornito la tecnologia utilizzata per addestrare il personale militare israeliano all’utilizzo di “velivoli da combattimento di nuova generazione” impiegati nella così detta “operazione piombo fuso” (con una relazione dell’Onu redatta da Richard J. Goldstone – università di Gerusalemme, che critica entrambe le parti imputando responsabilità maggiori all’esercito israeliano).

A giugno di questo anno la Presidente Meloni incontra il suo collega Canadese Mark Carney -duro oppositore di Trump e fautore, a gennaio, di uno spostamento economico e politico del proprio paese verso i Paesi europei- con dei risultati molto positivi relativi al rafforzare le scorte dei minerali critici, l’acquisto degli M-346 by Leonardo nel solco della politica canadese “della strategia industriale per la difesa”.

Questa sorta di parziale risiko edito dalla Leonardo può permettersi di fare una capatina nel Corno d’ Africa dove dal 2021, con la benedizione di Marco Minniti – a capo ancora oggi della fondazione Med-Or – addestra l’esercito somalo, finanzia alcune borse di studio per l’Università di Rabat, fornisce radar alle forze militari di Gibuti e si aggira in Kenia, Niger. Come la Leonardo ed il governo italiano abbiano una visione molto personale del cosiddetto “piano Mattei” in Africa, lo possiamo vedere in una notizia laterale di questi giorni. Dopo appena 10 mesi l’ambasciatore italiano in Etiopia – Sem Fabrizi – viene sostituito. La Farnesina si adopera per attenuare il desiderio del governo etiope di una vera e propria espulsione. L’informazione nazionale nicchia, riduce la cronaca e non dà informazioni.

Nella realtà, ben ricostruita da Massimo Alberizzi in “Africa Express”, il diplomatico operava con scrupolo , competenza e severità, tanto da azzerare un flusso di visti non proprio a costo zero ed un transito pezzi di ricambi, mobili e anche armi. Un ripristino di legalità “sgradito” al governo etiope impegnato in un conflitto a geografia variabile che nel Tigrai ha segnato oltre i 600 mila morti

Ritorniamo al poligono di Quirra. Le esercitazioni sono finite. In un esercizio filmico di elapsed time si potrebbero scorrere le immagini nell’arco di questi 70 anni, le ferite della terra visibili e i veleni che la segneranno per svariati decenni, magari con un focus che parta dal 5 ottobre 2021: inaugurazione del banco di prova per motori a razzo di carburante liquido. Indovinate chi ne fa parte.

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mercoledì 9 settembre 2026

I custodi della terra: se la risonanza magnetica dà ragione all’agroecologia - Rita Atzeri

 

Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola.

Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate.

A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto.

Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica.

Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno.

Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa.
C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche.

La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori.

In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale.

Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto.

Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni.

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sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

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martedì 18 novembre 2025

In Sardegna nascono allevamenti intensivi senza le procedure di valutazione d’impatto ambientale? - Stefano Deliperi

 

Sardara e Sassari, due casi che vedono la realizzazione di allevamenti intensivi avviati pressoché in contemporanea che fan sorgere più di un dubbio sulla loro legittimità.

A Sassari, nelle campagne di Caniga, sta sorgendo un allevamento intensivo di suini in un vecchio pollaio in disuso di 5.700 metri quadri. Secondo notizie stampa, circa duemila esemplari contemporaneamente.

Nessuna informazione sul consumo idrico – in un periodo di forti restrizioni nella zona – sullo smaltimento dei reflui, sul potenziale inquinamento da nitrati. L’avvio dell’attività di allevamento dei suini ha sollevato molta preoccupazione fra i residenti e numerose polemiche e manifestazioni pubbliche. A Sardara, nelle campagne vicino alle sorgenti termali di Santa Maria de is Acquas, sta sorgendo il cantiere per la realizzazione di una mega-stalla per l’allevamento intensivo di un migliaio di bovini per conto della Cooperativa Produttori Arborea..

Non sono stati visti in zona cartelli “inizio lavori” e, analogamente, non si hanno informazioni su consumi idrici, smaltimento dei reflui, potenziale inquinamento da nitrati. Come noto, ai sensi della direttiva n. 91/676/CEE per la protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole  la Regione autonoma della Sardegna ha individuato nell’area di Arborea una Zona Vulnerabile da Nitrati proprio per la massiccia presenza di allevamenti bovini e dei relativi liquami.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), dopo aver inoltrato (6 novembre 2025) una specifica istanza di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti per verificare la sussistenza o meno delle necessarie autorizzazioni amministrative in merito all’allevamento intensivo di suini a Sassari, ha inviato (15 novembre 2025) analoga istanza in relazione al progetto di allevamento intensivo bovino di Sardara.

In particolare, è necessario verificare se vi sia stato lo svolgimento preventivo della necessaria e vincolante procedura di verifica di assoggettabilità a valutazione d’impatto ambientale (decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.). In caso di assenza, è stato chiesto l’annullamento delle autorizzazioni eventualmente emanate illegittimamente e l’irrogazione delle sanzioni di legge. Coinvolti il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la Regione autonoma della Sardegna, i Comuni di Sassari e di sardara, il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale, i Carabinieri del N.O.E.

In ogni caso, allevamenti intensivo di tali dimensioni dovrebbero trovare ubicazione più opportuna in area industriale, non in un’area agricola con varie residenze e attività termali presenti.

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martedì 2 settembre 2025

Il ritorno dell’elettroshock in Sardegna al di là dei pregiudizi - Claudia Zuncheddu

Dopo anni di lotte contro il depotenziamento e chiusura dei servizi psichiatrici nei territori sardi e il conseguente stato di abbandono delle persone con disturbo mentale, il ritorno alla terapia elettroconvulsivante (elettroshock) all’ospedale San Martino di Oristano, apre un dibattito.  

A quasi 50 anni dalla riforma psichiatrica, il disturbo mentale in Sardegna continua ad essere considerato un problema marginale. I servizi territoriali sono stati sempre meno incentivati sino a decretarne la chiusura e con essa l’invisibilità della sofferenza mentale. Il volontariato, spesso osteggiato dal mondo politico, non può compensare la latitanza delle istituzioni. Di certo, la risposta meno attesa è il ripristino dell’elettroshock per i resistenti alle terapie farmacologiche, dicono.

Una risposta sbrigativa e di retroguardia, rispetto alla Riforma Psichiatrica di Basaglia (Legge 180 del 78) che dispose la chiusura dei manicomi e nuovi modelli di cura centrati sulla dignità della persona e la sua capacità di reinserimento nella società. Eppure, l’istituzione dei servizi territoriali di assistenza, come alternativa alla segregazione e ai maltrattamenti nei manicomi sono stati sempre più sottovalutati.

L’imbarbarimento delle politiche sanitarie aggrava la condizione della nostra psichiatria. La Sardegna necessita di centri di salute mentale ben organizzati nei territori e dotati di diverse professionalità. Strutture che prendano in carico la persona evitando l’ospedalizzazione con i suoi fallimenti. Poco importa che oggi l’elettroshock, a differenza del passato, si pratichi da esperti professionisti e in anestesia generale. Poco importa il consenso della persona, anche se dal Codice di Norimberga in poi, a cui dobbiamo il diritto al Consenso informato nella sperimentazione clinica e farmacologica, si sia rivelato di facile violazione a colpi di decreti ministeriali.

Riteniamo che il problema da superare non siano le barriere pregiudiziali delle persone, costruite sulla scia della cultura antipsichiatrica o dalla visione cinematografica. E’ la drammatica storia della psichiatria che induce le famiglie a diffidare di ogni modello terapeutico d’ispirazione manicomiale.

Mettere al centro del dibattito politico il disagio mentale in Sardegna, implica il superamento delle politiche sanitarie distruttive dei servizi psichiatrici territoriali, che condannano i malati e le famiglie all’abbandono o relegano tale sofferenza a concezioni manicomiali superate dalle leggi e dalla storia.

La notizia sull’incarico e la retribuzione di “altissima professionalità” al medico che effettuerà gli elettroshock nel SPDC di Oristano, è solamente un sintomo del disorientamento dei vertici della sanità sarda, della frammentazione della sanità, della crescita dei costi e delle disuguaglianze, della mancanza di visione, di pianificazione strategica e non solamente sul fronte della psichiatria.

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domenica 11 maggio 2025

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute delle cittadine e dei cittadini? - Mario Fiumene

 

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute dei cittadini? Come possiamo ampliare lo studio dell’efficacia dell’assistenza, compresi settori trascurati come le cure di base per adulti e bambini e specialistiche ambulatoriali, attualmente in una situazione di notevole crisi?

Quali sono le conseguenze della progressiva privatizzazione dell’assistenza? A proposito di privatizzazione c’è da dire che in Sardegna abbiamo una condizione di Privato convenzionato a macchia di leopardo, come esempio basta per tutti il Mater di Olbia, che riceve fondi cospicui dalle tasse di tutti i sardi, ma si trova a Olbia, così altre realtà importanti sono a Cagliari. Facilmente raggiungibili?

La proposta di un “Nuovo Servizio Sanitario Nazionale” (NSSN) dell’Epidemiologo Cesare Cislaghi richiede una visione politica chiara, una mobilitazione delle competenze epidemiologiche e un impegno collettivo per difendere e rilanciare un sistema che ha garantito per decenni il diritto alla salute. Questo dibattito non solo è urgente, ma rappresenta una delle sfide più rilevanti per il futuro della sanità pubblica italiana. E la Sardegna come si pone davanti a questa proposta?

Al momento in Sardegna è in corso una “rivisitazione” delle Direzioni Generali delle varie Asl e Aziende Universitarie, del Brotzu e dell’AREUS (area emergenza). Non possiamo omettere di dire che sei mesi di commissariamento, non daranno risposte esaustive alla carenza di Medici di medicina generale, è una branca che pochi giovani medici scelgono. Entro il 2026 (lo prevede il PNRR) devono essere definiti sia le Case di comunità, che gli Ospedali di comunità: ad oggi le risorse umane non ci sono, a partire dagli Infermieri di Famiglia Comunità (IFeC), figure di raccordo per le COT (La Centrale Operativa Territoriale garantisce e coordina la presa in carico, da parte dell’Azienda sanitaria locale, dei pazienti “fragili”, intercettando i bisogni di cure e/o di assistenza, assicurando la continuità tra Ospedale e Territorio). Credo che tutti concordiamo sulla certezza che le Case di comunità sono nell’ambito delle cure primarie. Andando a rileggere la Dichiarazione di Alma Ata (1978) il primo livello di contatto degli individui, delle famiglie e della comunità con il sistema sanitario del paese, sono le cure primarie.

Attraverso le cure primarie si porta l’assistenza sanitaria quanto più vicino è possibile a dove la popolazione vive e lavora (dicasi prossimità) e costituendo il primo elemento di un processo continuo di assistenza. E’ questo il livello dove emergono e si manifestano i bisogni di salute della popolazione (applicazione del welfare della comunità). Su un piano più operativo, si tratta di dare gambe a questo sistema di sanità: tradurli in modelli efficaci di intervento. I servizi di prossimità dovrebbero essere forniti principalmente (non esclusivamente) da medici infermieri di famiglia (la definizione “di famiglia” vale appunto sia per i medici per gli infermieri).

I determinanti sociali della salute e l’attenzione alle disuguaglianze, riflette una comprensione più completa e integrata delle necessità assistenziali. La decisione di includere il benessere mentale tra le priorità assistenziali, è particolarmente significativa. Ma dal dire al fare restano tante le famiglie costrette a farsi carico dell’assistenza alle persone con malattie mentali e neurologiche. Come poter pensare positivo riguardo i cinque progetti finanziati dal CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute. Questi studi, che affrontano temi di grande attualità e rilevanza, spaziano dagli effetti a lungo termine del COVID-19 alle linee guida per lo screening neonatale uditivo e visivo, fino a nuove strategie per affrontare le infezioni sessualmente trasmesse e il monitoraggio delle colonizzazioni da batteri resistenti ai carbapenemi (sono antibiotici).

Siamo alle prese con problematiche ambientali: la complessità delle attività inquinanti presenti in tutta l’Isola, tra Siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) e Siti d’interesse regionale (SIR), si citano come “peccato originale” le fonti di inquinamento militare e il Petrolchimico non hanno una bonifica programmata adeguata alle necessità dei territori interessati, come peraltro gli impianti industriali Fluorsid s.p.a. a questo si aggiunge la più recente contaminazione da PFAS nell’area del Sulcis. Parlando di screening, ci viene ricordato che è un obiettivo del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) il prendersi cura delle persone lungo tutto il percorso, garantendo test, diagnosi, trattamenti e follow-up completamente gratuiti.

Ma nella realtà gli screening hanno subito un lungo blocco e solo in alcune zone della Sardegna si è ripreso ad effettuarli. Ed è altrettanto necessario mettere in luce che oggi immigrati, migranti, persone transgender, popolazione carceraria, individui con disabilità, malattie mentali, residenti in zone isolate non ricevono lo stesso trattamento del resto della popolazione dei centri urbani. È evidente la necessità di un contesto sanitario più inclusivo e non discriminante, che si occupi attivamente dei gruppi più vulnerabili e difficili da coinvolgere. Nel nostro mondo, ovvero di quelli che si preoccupano della situazione ambientale e climatica e si impegnano per il cambiamento, troviamo poca visibilità sulla stampa cartacea della Sardegna (leggasi Unione Sarda e Nuova Sardegna).

Altrettanta difficoltà, ad essere supportati, incontriamo tra i colleghi del settore sanitario. Concludo con una annotazione: da laico sento di poter dire che la scomparsa del Papa Franziscus, diminuisce la possibilità di divulgare una narrativa nuova e molto potente per costruire un futuro sostenibile che non ripeta gli errori di oggi e del passato – fondati secondo Francesco sulla cultura dello scarto e sul paradigma tecnocratico dominante – proponeva un profondo cambiamento degli attuali modelli di sviluppo. Le parole di Bergoglio sono risuonate forti in un momento storico scosso da tremendi rigurgiti di odio e di disprezzo dei diritti fondamentali delle persone. Sono parole che vanno rilette: dico che non devono mai essere dimenticate, anche e a maggior ragione in momenti difficili come quelli di oggi in cui proprio il multilateralismo è messo in discussione dalle forze più reazionarie.

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venerdì 18 aprile 2025

Liberare il voto con una firma per il proporzionale - Francesco Casula

 

Fino al 1979 per le elezioni regionali in Sardegna vigeva una legge elettorale che sostanzialmente prevedeva il proporzionale puro. Così, per esempio nelle elezioni del 1974 il Partito liberale con 22.159 voti (2,78%) otteneva un seggio. E ugualmente un seggio otteneva il Partito repubblicano con 20.570 voti (2,58%).

L’11 luglio del 1979, a mezzanotte, come i ladri di Pisa, l’ultimo giorno della Settima legislatura, PCI e PSD’AZ, con una leggina, introducono una quota di sbarramento per poter essere eletti: il 3%. Verrà approvata con la complicità e compiacenza della DC. Ma i veri responsabili sono i comunisti e i sardisti: hanno paura i primi di Democrazia Proletaria e i secondi dei Movimenti neosardisti. Insomma, non vogliono concorrenti alla loro sinistra! E come si eliminano? Ma con la prepotenza e le leggi liberticide!

Comunque, anche quella legge forcaiola impallidisce a fronte della mostruosità liberticida della legge oggi in vigore.

Emanata dal Consiglio regionale nel 2013 e leggermente modificata nel 2018 ha mostrato nelle elezioni del 2014 come in quelle del 2019 e del 2024 tutta una serie di storture e di gravissimi limiti: soprattutto quello di attentare brutalmente alla “rappresentatività”. Tanto da escludere dal Consiglio regionale nel 2019 la rappresentanza di 61.383 elettori (8,07% dei votanti); nel 2014 addirittura 137.000 elettori (17,87% dei votanti); mentre nel 2024 70.927 elettori (9,6%).

 Così, in virtù di una legge truffaldina, grazie alle altissime soglie di sbarramento (del 10% per le Coalizioni e e del 5% per singole forze) paradossalmente è avvenuto che con poche centinaia di voti qualche gruppo o movimento (coalizzato con i grossi Partiti e a loro subalterno) ha potuto accedere al Consiglio regionale; altri – presentandosi autonomamente – pur ottenendo migliaia di voti sono stati esclusi. Una brigungia manna. E insopportabile.

In alternativa a questo imbroglio e per sanare questa stortura liberticida, la proposta non può che essere il proporzionale: una testa un voto. Per affermare il principio di eguaglianza del voto stesso: il mio voto non è possibile che non valga niente o poco in rapporto a quello di altri.

In questa direzione si muove la Proposta di legge elettorale di Iniziativa Popolare denominata “Liberiamo il Voto”, sostenuta da un numeroso gruppo di personalità: giuristi, intellettuali, attivisti civici.

Il primo articolo, non a caso recita:”Il Popolo sardo è rappresentato dal Consiglio regionale, eletto a suffragio universale diretto con sistema proporzionale”.

Questi gli altri quattro articoli:

     Art. 2

– Il Consiglio regionale elegge tra i suoi membri il Presidente della Regione.

– L’elezione consiliare del Presidente della Regione ha luogo per scrutinio palese, a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea nel primo scrutinio e a maggioranza semplice dalla seconda votazione.

– Il Presidente della Regione nomina il Vicepresidente e gli altri membri della Giunta regionale.

    Art. 3

– La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un quinto dei membri del Consiglio regionale e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

– Il voto di sfiducia del Consiglio regionale determina le dimissioni del Presidente della Regione, se nelle quarantotto ore successive è eletto un successore a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea.

– La mancata approvazione della questione di fiducia posta dal Presidente della Regione determina le dimissioni del Presidente e lo scioglimento del Consiglio, se entro venti giorni non è eletto un successore a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea.

Art.4

Le dimissioni volontarie del Presidente della Regione determinano lo scioglimento del Consiglio regionale, se entro venti giorni non è eletto un nuovo Presidente a maggioranza assoluta dei membri nel primo scrutinio o a maggioranza semplice nel secondo scrutinio.

Art.5

Nel periodo intercorrente tra le dimissioni e la nuova elezione del Presidente la Giunta regionale è presieduta dal Vicepresidente della Regione.

Come si può evincere chiaramente due sono i punti principali:

1. Il proporzionale puro: un   capo, un voto.

2. Il superamento dell’elezione diretta del Presidente. Non si sottovaluti questo principio. L’elezione diretta, al di là della demagogia, evoca l’incultura regressiva pericolosa e inquietante di tempi bui, l’incultura del capo (la locuzione “capo del governo” fu introdotta con legge fascistissima nel 1925, al posto di “Presidente del Consiglio”); l’incultura dell’uomo solo al comando (non al governo!) e del decisionismo autoritario. Di qui, per esempio il premierato con la capocrazia, di cui favoleggia l’amica di Vox, non a caso nipotina di quella incultura del ventennio.

Sostenere questa Proposta, per intanto apponendo la firma, è a mio parere, un dovere etico, prima ancora che politico. Lo si può fare in tutti i Comuni della Sardegna.

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giovedì 17 aprile 2025

Tornare a giocare alla vita di paese - Amedeo Spagnuolo

Vivo in una delle centinaia di piccole città abbarbicate sulle colline dell’interno della nostra penisola che un tempo rappresentavano la vera ricchezza del nostro paese, il tratto distintivo che caratterizzava la cultura e la civiltà italiane.

Devo dire che vivere in questi luoghi diventa sempre più difficile sia dal punto di vista economico – sociale sia per quanto riguarda la condizione psicologica piuttosto complessa che, come un’epidemia, sta interessando migliaia di persone, soprattutto tra la popolazione giovanile.

Infatti, lo spunto principale per scrivere questo articolo è venuto proprio dalla chiacchierata che mi sono fatto di recente con un mio ex alunno, diplomatosi da poco e alla ricerca di un posto di lavoro temporaneo, nel suo caso si trattava di un colloquio sostenuto con il titolare di un grosso bar del centro di Nuoro, una delle piccole città dell’interno di cui si parlava in precedenza, in questo caso isola nell’isola essendo collocata nel Centro Sardegna, un territorio che sta, gradualmente per essere abbandonato dai suoi abitanti alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.

Tornando al dialogo con il mio ex alunno, devo confessare che esso ha provocato in me una profonda tristezza che ho faticato non poco a cacciare via. In sostanza Antonio, nome di fantasia ovviamente, mi ha detto che la sua principale ambizione è “scappare a gambe levate” da Nuoro, ho citato alla lettera perché tale affermazione non mi ha sorpreso avendola ascoltata già da tanti altri giovani nuoresi, piuttosto la malinconia dalla quale sono stato assalito, dopo aver ascoltato quelle parole, è venuta fuori da una mia riflessione successiva e cioè: com’è possibile che un ragazzo di vent’anni provi tanto astio nei confronti del luogo che, in fin dei conti, lo ha formato e lo ha fatto diventare un giovane uomo.

Infatti, nelle sue parole non c’è stato nessun momento in cui ho avuto la soddisfazione di sentire che so, “certo a Nuoro non c’è niente però ci sono cresciuto e ho fatto le mie prime esperienze importanti di vita e quindi sono molto affezionata ad essa”.

Non vorrei essere frainteso, capisco benissimo cosa voleva dire Antonio, nelle sue parole non dette si evidenziava la rabbia per essere nato in una cittadina e in una regione che lo stavano costringendo ad una forma di sradicamento molto dura, non semplice da metabolizzare. Purtroppo questa è la realtà che sta interessando non solo il centro Sardegna bensì tutte le zone interne del nostro paese, si assiste ad una fuga verso le grandi città che continuano ad ingrossarsi, a diventare delle mostruose megalopoli cupe e inquinate dove milioni di persone vivono i loro affanni ammassati uno addosso all’altro e in condizioni di vita piuttosto precarie e forse con un tasso di solitudine percepita superiore a quando vivevano nei loro piccoli paesi d’origine.

Mi rendo conto che fare una passeggiata per le strade di Nuoro, soprattutto in alcuni giorni della settimana e durante alcune ore può essere un’esperienza piuttosto deprimente, ma avrei voluto dire ad Antonio che fare la stessa passeggiata in una grande città del nord, in mezzo a migliaia di persone che manco ti vedono può essere altrettanto deprimente, se non di più.

Insomma, io credo che lo spopolamento e la desertificazione culturale e sociale  delle zone interne non sia un evento ineluttabile, credo piuttosto che, come sempre, almeno per quanto riguarda la realtà italiana, la scomparsa di una classe politica dignitosa e all’altezza della situazione abbiano portato a delle scelte scellerate che hanno, se non altro, contribuito in maniera determinante a disperdere un immenso patrimonio socio – culturale che si era sviluppato faticosamente nei nostri piccoli borghi in cambio di una crescita tumultuosa di alcune grandi città sempre più sporche e sempre più invivibili.

Quando faccio questi discorsi, io che non sono nemmeno nuorese, o meglio sono un nuorese acquisito, mi sento rispondere che se la gente va via non si può pretendere di tenere in piedi scuole, ospedali, banche e uffici postali.

A queste osservazioni è facile rispondere con una domanda semplice semplice: ma non sarà proprio perché chiudiamo tutto che la gente scappa? Insomma Nuoro, il Centro Sardegna, le zone interne dell’Italia tutta, si stanno svuotando a causa di una precisa e scellerata scelta politica che risponde alle esigenze predatorie del tecnocapitalismo dominante in questi ultimi decenni.

Pensate che il nesso proposto sia la solita forzatura di un veteromarxista incallito? Non credo proprio e cerco di spiegarvelo. Il tecnocapitalismo trova terreno fertile in pochi poli urbani nei quali si concentrano le attività economico – sociali, questo perché all’interno di questi poli che stanno diventando vere e proprie “megalopoli” si trovano infrastrutture tecnologiche, università, startup e grandi aziende. Le zone interne che sono sprovviste di questi strumenti diventano quindi sempre più marginali.

L’automazione tipica della produzione tecnocapitalista, riduce, se non spazza via completamente, il lavoro agricolo e artigianale. Le nuove professioni digitali richiedono competenze che si trovano molto più facilmente nei centri urbani.

La voracità tecnocapitalista per raggiungere i propri scopi, con la sua potenza, smantella le reti locali per favorire le piattaforme globali, in questo modo, per esempio, Amazon rimpiazza i negozi, Airbnb gli alberghi famigliari. È ovvio che questo processo scellerato sottrae ricchezza e autonomia economica alle comunità locali.

Teoricamente il ripopolamento delle zone interne potrebbe essere favorito dal lavoro da remoto, ma tutto ciò richiede infrastrutture digitali e importanti investimenti economici che la nostra miope classe politica non vede e non è capace di mettere in atto nelle zone interne.

Bisogna dire che alcune zone interne sono state “salvate” dal turismo legato a piattaforme digitali, ma il rischio è che questa prassi dia vita a un’economia dipendente e stagionale incapace d’invertire la tendenza allo spopolamento.

Dunque hanno ragione i nostri pseudopolitici? Per le zone interne il processo di spopolamento e dunque la fine di centinaia di comunità che hanno prodotto cultura e civiltà è irreversibile? Assolutamente no, a patto che, come abbiamo detto e ripetuto tante volte sulle pagine di questo giornale, ci sia una reale volontà politica dei nostri amministratori, di fare che?

Investimenti pubblici in connessioni digitali e servizi di base necessari al corretto funzionamento dell’intera rete locale; Interventi politici finalizzati ad attrarre nomadi digitali e giovani imprenditori; potenziare le reti di economia solidale e circolare fondate su tecnologie adeguate alle esigenze delle comunità locali; Promuovere, finalmente, l’uso sociale della tecnologia come nel caso, ad esempio, delle cooperative digitali.

"Quando si torna a stare in un piccolo centro, dopo la grande città, ci si convince che lì sarà tutto più facile e gestibile, quasi come se la gente si fosse radunata e avesse deciso di «giocare alla vita di paese». Si arriva a credere che in un posto così non possa morire nessuno". (Alice Munro)

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venerdì 20 dicembre 2024

Terre collettive, il tesoro ambientale della Sardegna - Stefano Deliperi

 

Circa 5 milioni di ettari di boschi, zone umide, terreni agricoli, coste in tutta Italia.  Sono le terre collettive, una straordinaria cassaforte di risorse naturali di grandissimo rilievo ambientale e socio-economico presente in tutte le regioni.

Dai dati molto risalenti dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria emergeva che al 1947 erano stati oggetto di accertamento della presenza di diritti di uso civico 3.085.028 ettari (dei quali 2.596.236 gestiti dai relativi Comuni e 488.792 gestiti da Associazioni agrarie di varia denominazione), circa il 10% del territorio nazionale, mentre accertamenti successivi tuttora non completati fanno propendere per almeno altri due milioni di ettari di terre collettive.

Recentemente, dopo decenni di colpevole trascuratezza, in diversi zone c’è stata una positiva inversione di tendenza, grazie a una maggiore attenzione dovuta a vari fattori, non ultime alcune azioni legali.

E’ il caso, in particolare dei demani civici della Sardegna.

In seguito a istanze di accesso civico e informazioni ambientali inoltrata (13 giugno 2023 e 21 novembre 2024) dal Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), l’Assessorato dell’Agricoltura e Riforma Agro-Pastorale della Regione autonoma della Sardegna ha comunicato (note prot. n. n. 13558 del 15 giugno 2023 e n. 29028 del 27 novembre 2024) importanti aggiornamenti in merito alle operazioni di trasferimento dei diritti di uso civico da terreni irrimediabilmente compromessi ad aree di elevato valore naturalistico.

Si ricorda, infatti, che la legge n. 168/2017 in materia di usi civici è stata integrata con le disposizioni poste dall’art. 63 bis della legge n. 108 del 29 luglio 2021 di conversione con modificazioni e integrazioni del decreto-legge n. 77/2021, il c.d. decreto governance PNRR) che consente il trasferimento dei diritti di uso civico da terreni ormai irrimediabilmente compromessi (es. perché edificati) ad aree provenienti dal patrimonio comunale o regionale di valore ambientale (es. boschi, coste, zone umide, ecc.).

In seguito, l’Assessorato dell’Agricoltura e Riforma Agro-Pastorale della Regione autonoma della Sardegna aveva comunicato che, dopo l’aggiornamento delle relative procedure, è stata data concreta attuazione alle nuove disposizioni nazionali.

Erano pervenute all’Assessorato regionale dell’Agricoltura e Riforma Agro-Pastorale – Direzione generale Agricoltura “n° 9 richieste di autorizzazione al trasferimento degli usi civici, presentate dai Comuni di Allai, Oristano, Santa Giusta, Siamaggiore, Benetutti, Borore, Monti, Santu Lussurgiu e Abbasanta, per le quali sono stati avviati altrettanti procedimenti amministrativi. Dei 9 procedimenti avviati 5 sono stati conclusi (rigetto per Allai e autorizzazione per Santa Giusta,Siamaggiore, Monti e Abbasanta), e gli altri 4 sono in corso di svolgimento (Oristano, Benetutti, Borore e Santu Lussurgiu)”.

Erano stati autorizzati:

*  Siamaggiore, trasferimento dei diritti di uso civico da 505 metri quadrati di area urbana edificata (Via Eleonora d’Arborea) a 730 metri quadrati di terreno agricolo (determinazione dirigenziale n. 555 del 2 agosto 2022);

* Santa Giusta, trasferimento dei diritti di uso civico di 1.060 metri quadrati da area della Caserma dei Carabinieri a terreni agricoli (determinazione dirigenziale n. 609 del 31 agosto 2022);

* Monti, trasferimento dei diritti di uso civico da 105.836 metri quadrati di area urbana edificata (abitazioni, scuola elementare, cimitero) e viabilità a 131.334 metri quadrati di terreno agricolo, macchia mediterranea, pascolo (determinazione dirigenziale n. 894 del 28 ottobre 2022);

* Abbasanta, trasferimento dei diritti di uso civico da 2.313 metri quadrati di area urbana edificata a 3.155 metri quadrati di area agricola (determinazione dirigenziale n. 419 del 17 maggio 2023).

Non è stato autorizzato il trasferimento dei diritti di uso civico proposto dal Comune di Allai, in quanto fornito di carente documentazione, non formulato con maggioranza dei due terzi del Consiglio comunale e in assenza del previsto regolamento comunale di gestione delle terre civiche (determinazione dirigenziale n. 786 del 10 ottobre 2022).

Successivamente, con determinazione dirigenziale n. 806 del 25 settembre 2023 (+ allegato), è stato autorizzato il piano di trasferimento dei diritti di uso civico proposto dal Comune di Oristano con deliberazione Consiglio comunale n. 38 del 28 luglio 2023 nella località costiera di Torre Grande: i diritti di uso civico sono stati trasferiti dall’area compresa fra la Torre spagnola e il porticciolo, ormai irreversibilmente trasformata da circa 300 edifici (più di 15 ettari), alla vicina pineta litoranea (più di 16 ettari). Così è stato rintemprato il demanio civico oristanese con una pineta di rilevante interesse ambientale ed è stata avviata la soluzione alle problematiche residenziali per centinaia di cittadini incolpevoli.

Sono stati, inoltre, autorizzati:

* Benetutti – Piano di Trasferimento delle terre civiche (da metri quadri 3.627 a metri quadri 8.324) autorizzato con determinazione. n. 933/19523 del 24 luglio 2024;

* Borore – Piano di Trasferimento terre civiche autorizzato (da metri quadri 109,87 a metri quadri 16.896) con determinazione n. 924/19301 del 22 luglio 2024;

* San Vero Milis – Autorizzazione trasferimento usi civici nelle Borgate marine (da circa ettari 12  a ettari 36,77), autorizzato con determinazione n. 8847/18637 del 16 luglio 2024;

* Lanusei – Trasferimento di uso civico su terreni comunali (deliberazione Consiglio comunale n. 21 del 31 luglio 2023), autorizzato con determinazione n. 1196/27587 del 7 dicembre 2023 (da metri quadri 4.072 a metri quadri 14.835);

* Vallermosa – Trasferimento di diritti di uso (da metri quadri 20.501 a metri quadri 43.235), autorizzato con determinazione n. 937/19551 del 25 luglio 2024.

Sono attualmente in corso di esame le seguenti richieste:

* Urzulei – Richiesta autorizzazione al trasferimento dei diritti di uso civico su altri terreni del patrimonio disponibile comunale, aree in loc. Giustizieri e Silana;

* Ardauli – Richiesta autorizzazione trasferimento usi civici (deliberazione Consiglio comunale n. 12 del 27 giugno 2024);

* Sindia – Richiesta autorizzazione trasferimento usi civici (deliberazione Consiglio comunale n. 5 del 24 marzo 2023).

Sono state, invece, respinte le seguenti richieste:

* Santu Lussurgiu – Trasferimento uso civico vari terreni comunali (deliberazione Consiglio comunale n. 48 del 28 dicembre 2022), diniego con determinazione n. 1014/25195 del 13 novembre 2023 per inidoneità dei terreni (acquisizione mediante permuta di area già a uso civico, probabilmente occupata senza titolo) su cui trasferire i diritti di uso civico;

* Ardauli – Richiesta autorizzazione trasferimento usi civici, diniego con determinazione n. 908/23597 del 24 ottobre 2023, per inidoneità dei terreni (area d’interesse archeologico, parco extraurbano) su cui trasferire i diritti di uso civico;

* Pattada – Richiesta autorizzazione al trasferimento dei diritti di uso civico su altri terreni del patrimonio disponibile comunale, diniego con determinazione  n. 327/8144 del 25 marzo 2024 per inidoneità dei terreni (parco urbano) su cui trasferire i diritti di uso civico;

* Abbasanta – Richiesta autorizzazione al trasferimento dei diritti di uso civico su altri terreni del patrimonio disponibile comunale relativamente all’immobile ex ARST, diniego con determinazione  n. 146/4167 del 12 febbraio 2024 per carenza parziale dei terreni su cui trasferire i diritti di uso civico..

L’Assessorato ha, infine, reso noto che “sono in fase di conclusione gli studi propedeutici all’accertamento per gli ultimi sette comuni nei quali gli usi civici sono ancora da accertare (Jerzu, Loceri, Osini, Riola Sardo, San Vito, Silanus e Sorgono) oltre che per tre comuni nei quali l’accertamento si sta riesaminando (Orosei, San Nicolò d’Arcidano e Villacidro)”.

Complessivamente, “al momento, sono 182 i comuni dotati del Regolamento di gestione degli usi civici approvato ai sensi dell’art. 12 della L.R. n. 12/1994, e 58 quelli dotati del Piano di Valorizzazione e recupero delle terre civiche approvato ai sensi dell’art. 10 della stessa L.R. Sia per i Regolamenti sia per i Piani di Valorizzazione molti comuni stanno provvedendo alla loro predisposizione per la successiva approvazione da parte dei Consigli Comunali e conseguente trasmissione alla Direzione Generale dell’Agricoltura per il parere di competenza.”.

Il GrIG non può che esprimere grande soddisfazione per vedere i concreti risultati in Sardegna della propria campagna per la difesa e la buona gestione delle terre collettive che da anni conduce in tutta Italia.

Che cosa sono gli usi civici?

Come noto, i terreni a uso civico e i demani civici (legge n. 1766/1927 e s.m.i., legge n. 168/2017, regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.) costituiscono un patrimonio di grandissimo rilievo per le Collettività locali, sia sotto il profilo economico-sociale che per gli aspetti di salvaguardia ambientale (valore riconosciuto sistematicamente in giurisprudenza)[1].

I diritti di uso civico sono inalienabili, indivisibili, inusucapibili e imprescrittibili (artt. 3, comma 3°, della legge n. 168/2017 e 2, 9, 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.). I demani civici sono tutelati ex lege con il vincolo paesaggistico (art. 142, comma 1°, lettera h, del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).  Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto a particolari condizioni, previa autorizzazione regionale e verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato a opere permanenti di interesse pubblico generale (artt. 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.).

La nuova norma per una migliore gestione dei demani civici.

Su proposta dell’on. Alberto Manca (M5S), è stato approvato l’art. 63 bis della legge n. 108 del 29 luglio 2021 di conversione con modificazioni e integrazioni del decreto-legge n. 77/2021, il c.d. decreto governance PNRR) consente alle Regioni e Province autonome di legiferare sul trasferimento dei diritti di uso civico (o la permuta) da terreni ormai irrimediabilmente compromessi (es. perché edificati) ad aree provenienti dal patrimonio comunale o regionale di valore ambientale (es. boschi, coste, zone umide, ecc.).

Così verrebbe preservato il capitale ambientale della collettività e, contemporaneamente, verrebbe offerta una soluzione per le tante famiglie incolpevoli che hanno magari realizzato la propria casa su aree a uso civico.

Legge n. 108 del 29 luglio 2021

–omissis –

art. 63  bis

Modifiche all’articolo 3 della legge 20 novembre 2017, n. 168, in materia di trasferimenti di diritti di uso civico e permute aventi a oggetto terreni a uso civico

1.All’articolo 3 della legge 20 novembre 2017, n. 168, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«8 -bis. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono autorizzare trasferimenti di diritti di uso civico e permute aventi a oggetto terreni a uso civico appartenenti al demanio civico in caso di accertata e irreversibile trasformazione, a condizione che i predetti terreni:

a) abbiano irreversibilmente perso la conformazione fisica o la destinazione funzionale di terreni agrari, boschivi o pascolativi per oggettiva trasformazione prima della data di entrata in vigore della legge 8 agosto 1985, n. 431, e le eventuali opere realizzate siano state autorizzate dall’amministrazione comunale;

b) siano stati utilizzati in conformità ai vigenti strumenti di pianificazione urbanistica;

c) non siano stati trasformati in assenza dell’autorizzazione paesaggistica o in difformità da essa.

8 -ter  I trasferimenti di diritti di uso civico e le permute di cui al comma 8 -bis hanno a oggetto terreni di superficie e valore ambientale equivalenti che appartengono al patrimonio disponibile dei comuni, delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano. I trasferimenti dei diritti e le permute comportano la demanializzazione dei terreni di cui al periodo precedente e a essi si applica l’articolo 142, comma 1, lettera h) , del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.

8 -quater. I terreni dai quali sono trasferiti i diritti di uso civico ai sensi di quanto disposto dai commi 8 -bis e 8 -ter sono sdemanializzati e su di essi è mantenuto il vincolo paesaggistico».

2. Dall’attuazione delle disposizioni di cui al presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

La Regione autonoma della Sardegna e la Regione Piemonte (art. 77 della legge regionale Piemonte n. 3/2003 e D.P.G.R. Piemonte n. 7/R del 2003; F.A.Q.) sono state le prime ad aver predisposto una normativa finalizzata ai trasferimenti dei diritti di uso civico.

La disciplina attuativa in Sardegna.

Con la deliberazione del 10 dicembre 2021, n. 48/15 la Giunta regionale sarda ha approvato lo specifico “Atto di indirizzo interpretativo e applicativo per la gestione dei procedimenti amministrativi relativi agli usi civici di cui alla L.R. n. 12/1994, alla L. n. 1766/1927 e alla L. n. 168/2017” anche in attuazione delle disposizioni nazionali in materia di usi civici, comprese quelle sul trasferimento dei diritti di uso civico.

Successivamente sono stati approvati il decreto assessoriale n. 2539 DecA/50 dell’1 agosto 2022 – Aggiornamento delle direttive operative per lo svolgimento dei procedimenti amministrativi in materia di usi civici con il suo Allegato al decreto assessoriale n. 2539 DecA/50 dell’1 agosto 2022 e il decreto assessoriale n. 125 DecA/1 del 16 gennaio 2023 – Aggiornamento delle direttive operative in materia di mutamento di destinazione funzionale alla stipula di convenzioni tra i Comuni e l’Agenzia Forestas.

I vari procedimenti di competenza regionale in materia sono stati raccolti in un unico atto d’indirizzo, dalle procedure di accertamento all’inventario generale, dal recupero dei terreni illegittimamente occupati ai piani di valorizzazione, dai regolamenti comunali di gestione agli atti di disposizione dei terreni a uso civico, dalle competenze sulla vigilanza alle legittimazioni, ai trasferimenti dei diritti di uso civico, alle permute.

Ora, come i primi provvedimenti regionali di autorizzazione al trasferimento di diritti di uso civico testimoniano, molte vicende di riordino dei demani civici potranno essere finalmente affrontate e risolte concretamente con beneficio per le collettività locali, l’ambiente e i cittadini, a iniziare – se le rispettive amministrazioni comunali avessero un sussulto di buon senso – da Orosei e da Villasimius.

La situazione dei demani civici in Sardegna.

Anche in Sardegna, dopo troppi anni di cattiva gestione, di lassismo e di abusi, il futuro dei diritti di uso civico appare migliore.

Dopo parecchi anni di lavoro e – nel piccolo – tante azioni legali e di sensibilizzazione da parte del GrIG, sta giungendo a positiva conclusione l’operazione di accertamento dei demani civici presenti nel territorio isolano da parte dell’Agenzia Argea Sardegna, già delegata in materia dalla Regione autonoma della Sardegna, e poi dalla Direzione generale dell’Agricoltura e Riforma Agro-Pastorale.

E’ stato così finalmente reso nuovamente consultabile l’Inventario regionale delle Terre civiche, il documento fondamentale, di natura ricognitiva, per la conoscibilità dei terreni appartenenti ai demani civici in Sardegna.

Secondo quanto oggetto di provvedimenti di accertamento, risultano terreni a uso civico in 340 Comuni sui 369 su cui sono state condotte le operazioni. I Comuni sardi sono 377: mancano ancora le attività di accertamento su 7 Comuni, nei quali si stima, comunque, la presenza di terre collettive.

In 30 Comuni, al termine delle operazioni, non sono risultati terreni a uso civico.

Complessivamente (considerando anche gli ultimi 7 Comuni dove devono esser svolte le operazioni di accertamento, ma dove se ne stima la presenza), dovrebbero essere 348 su 377 i Comuni dove sono presenti i demani civici, ben il 92% dei Comuni sardi.

Sono stati, inoltre, verificati e aggiornati i dati (estensione, catasto, ecc.) relativi ai 340 demani civici accertati (luglio 2021).

L’estensione complessiva delle terre collettive finora accertate è di circa 303.676 ettari, pari al 12,62% dell’Isola.

L’Istituto Nazionale di Economia Agraria stimava (1947) la presenza di 314.814 ettari di terreni a uso civico in Sardegna.

Tasti dolenti rimangono alcune gravi carenze gestionali, soprattutto in tema di recupero dei terreni a uso civico illegittimamente occupati, migliaia di ettariattendono il recupero alla fruizione collettiva.

A Carloforte ben 48 ettari illegittimamente occupati sono stati recuperati in via bonaria al demanio civico nel 2018, ma – a quanto pare – l’esempio virtuoso non è stato seguito.

I rispettivi Comuni e la Regione autonoma della Sardegna (in via sostitutiva) sono competenti per le azioni di recupero (art. 22 della legge regionale Sardegna n. 12/1994 e s.m.i.),  che cosa si aspetta?

[1] vds. sentenze Corte cost. nn. 345/1997, 46/1995, 210/2014, 103/2017, 178/2018 e ordinanze Corte cost. nn. 71/1999, 316/1998, 158/1998, 133/1993.  Vds.. anche Cass. civ., SS.UU., 12 dicembre 1995, n. 12719; Cass. pen., Sez. III, 29 maggio 1992, n. 6537.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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