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venerdì 13 febbraio 2026

Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro - Matteo Turrino

Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”.

Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre».

Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters).

Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata.

Educare alla tossicità non è una risposta

Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo.

“Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti?

Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo.

Spacciatori

Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci.

C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco.

“IG [Instagram] è una droga”
“LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori”
Conversazione tra impiegati di Meta

Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti.

La difficoltà di guardare allo specchio

Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano.

Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo.

Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali.

La cura al centro

In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause.

Una proposta: ripartire dall’ascolto

A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti.


Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org

[1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo”
[2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley

da qui

giovedì 13 febbraio 2025

E se fossero i territori dimenticati dell’Appennino i luoghi da dove ripartire? - Matteo Turrino

 

Per individuare strade diverse dal mito della crescita, si parla spesso di alimentare nelle aree interne ecoturismo e autoimprenditorialità, che pure hanno contribuito a spopolamento e alla fine di tante economie di sussistenza. Naturalmente in questo scenario ci sono quelli che non smettono di imporre le logiche delle grandi opere. Tuttavia negli ultimi anni sono nati diversi comitati e reti, ma anche luoghi, che su questi temi condividono domande, valutano proposte, esplorano forme di economia comunitaria. Sull’Appennino bolognese, ad esempio, la Bisaboga è diventata un punto di ritrovo fondamentale per tutte queste correnti, uno spazio aperto, generoso e autogestito, la cui forza sarebbe sbagliato misurare solo in termini monetari

 

“Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone. Oggi riscontriamo, per esempio, la crescita smisurata e disordinata di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati ​​del contatto fisico con la natura. In alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali “ecologici” solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evitare che altri entrino a disturbare una tranquillità artificiale. Spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree “sicure”, ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società” (Enciclica “Laudato si'”, papa Francesco, 24 maggio 2015, par. 43-45) 

Le aree interne (quando si ha poca immaginazione)

Quando si guarda allo sviluppo delle aree interne come a una delle possibili alternative al mito della crescita delle metropoli globali, i termini che emergono sono spesso quelli dell’autoimprenditorialità e dell’ecoturismo. Ci chiediamo: non è un paradosso riproporre in montagna un paradigma che ha contribuito al loro stesso spopolamento (verso le città), a scandire la fine dell’economia locale e di sussistenza? Certo, ora viene riproposto all’incontrario: l’imprenditoria che torna in Appennino e lo ripopola, con maggiore attenzione al territorio, con un’idea di turismo sostenibile, attento, lento… eppure ci sembra che le soluzioni proposte non arrivino tanto dal territorio, ma dalle esigenze e dalle idee scaturite dalla città. Ci sembrano idee che servono a rendere le zone interne un’estensione della città, un luogo dove “rigenerarsi”, dove fare prodotti tipici e genuini da riportare nei circuiti commerciali urbani. L’Appennino bolognese, ad esempio, è anche questo, e storicamente è stato un luogo dove, tra le altre cose, si producevano materie prime per la città. Ma che sia solo questo? Se tutto esiste in primo luogo in base alle esigenze e al potere economico del vicino più affluente, di chi abita in città, allora chiediamoci dove finisce la città, e dove inizia il resto? A noi, un gruppo di persone che abitano l’Appennino in provincia di Bologna (senza alcuna pretesa di essere rappresentativə di alcunché), sembra che questo nuovo entusiasmo per lo sviluppo delle aree interne vada accolto con le dovute cautele. 

Nei posti che abitiamo vediamo le tracce di un passato lontano, di vecchi fienili in disuso, di metati (gli edifici adibiti all’essiccazione delle castagne) abbandonati, di mulini non più in funzione. L’economia di scala e gli allevamenti intensivi in particolare hanno scandito la fine di molte di queste attività di sussistenza. Ora si vuole pensare a un nuovo turismo: ma qui le seconde case già abbondano. Vuote 11 mesi l’anno (quando non sono 12), contribuiscono a creare dei veri e propri buchi in un territorio già scarsamente abitato. Sappiamo che il turismo porta ricchezza, ma non necessariamente competenze avanzate (né lavori ben pagati), senso di comunità, sviluppo culturale, qualità del vivere. 

Non vogliamo rifiutare il turismo – perché crediamo nella virtù e nei vantaggi di essere un territorio aperto e ospitale – ma non vogliamo nemmeno che diventi un modo di vivere di rendita, creando tante piccole oasi atomizzate che danno lavoro sì, ma che non aiutano a riconnettere il luogo, a creare competenze adatte alla geografia in cui viviamo, che non ci aiutano a riflettere su uno stile di vita consono (invece di riprodurre il più possibile quello della città). In particolar modo, sappiamo che c’è il rischio concreto di portare soldi nelle tasche di pochi e svantaggi a molti altri: gli affitti brevi hanno causato un aumento del costo dell’abitare praticamente ovunque. Lo abbiamo visto a Barcellona: le persone si sono letteralmente ribellate al turismo, e in Portogallo l’iniziativa volta a diventare l’hub dei nomadi digitali ha creato una situazione di difficile gestione. Anche in Italia, e a Bologna, dove persino gli agenti di polizia non trovano casa, dovremmo conoscere bene questo problema. In Appennino bolognese, per quanto possa sembrare strano, trovare casa non è semplice già oggi. A questo si aggiunge il problema della stagionalità: cosa succede a tutte quelle attività al di fuori dei pochi mesi che interessano l’alta stagione? Cosa succede alle potenziali abitazioni, al di là dei pochi weekend di villeggiatura?

A questa idea dello sviluppo urbano-centrico si aggiunge la continua ossessione per le grandi opere. In piena crisi climatica si è deciso di costruire (con più di 4 milioni di euro di investimento pubblico) una nuova seggiovia per gli sport invernali, sul Corno alle Scale, una zona che ha registrato un aumento di 1,8C° dal 1961 al 2018, dove è ormai necessario ricorrere alla neve artificiale. Contro questa incapacità di pensare economie diverse si sono già mobilitati diversi abitanti, che hanno portato i sollevamenti della terra (Les Soulèvements de la Terre in Francia) qui in Italia, e altri che hanno costituito il comitato “Un altro Appennino è possibile”, sostenendo un tipo di turismo responsabile che valorizza, non distrugge, quello che già abbiamo. Anche qui, purtroppo, siamo in “buona” compagnia: la follia di ignorare completamente una realtà ecologica alterata è la stessa che vediamo sulle Alpi francesi per i Giochi Olimpici Invernali 2030, anch’essi soggetti a grandi spese e prospettive incerte.

Se quindi il problema è tanto ecologico quanto sociale e culturale, non è un caso che sia l’ecofemminismo a darci strumenti preziosi, tra cui l’idea di partire dalle domande, e non dalle risposte. Come facciamo a risolvere il problema per cui tante persone giovani sentono di abitare in “paesi dormitorio” (in attesa di andare altrove)? 

In Appennino bolognese, da qualche anno, è nato il progetto “Rete Appenninica” (https://reteappenninica.it/), e di domande ce ne siamo fatte tante. Anche quelle più elementari ci hanno fatto riflettere parecchio: “Chi siamo? Come è fatto il luogo che abitiamo? Che problemi abbiamo, e come vogliamo risolverli? Quali sperimentazioni sono già in atto?”. Da qui sono nate tante riflessioni, ma in particolare una è stata quella che condividevamo maggiormente. Quale modello economico è sostenibile in Appennino (bolognese), oggi? Come possiamo sostenerlo, farne parte, farlo nostro?

 

Economie di comunità

Da queste domande è emerso una volontà comune: quella di trovare nuovi modi di vivere e lavorare in Appennino, di uscire dalle dinamiche dell’imprenditoria estrattiva, di esplorare nozioni di economia comunitaria. Tutto questo integrando da subito la sostenibilità, invece di subordinarla alla crescita economica. Problema: i modelli scarseggiano. Ci sono tante iniziative valide e tanti fondi disponibili per lo sviluppo delle aree interne, e questo sicuramente è un fatto positivo: ma rimangono tutte fermamente ancorate all’idea di portare crescita e lo sviluppo ad una “regione dimenticata”. Forse dimenticandosi, a loro volta, che è stata proprio la corsa al progresso a rendere queste aree sconnesse, a lasciarle indietro, a rendere l’economia familiare e di sussistenza un ricordo del passato.

Quello che sentiamo, di conseguenza, è che servono passi avanti più decisi, che serve coraggio e tanto lavoro per creare qualcosa che non riproduca, in piccolo, le dinamiche di esclusione e precarietà che vediamo altrove. Anche se risulta molto più difficile, anche se significa trovare molti meno riferimenti, c’è tanta voglia di capire come fare economia nelle zone interne, ma di farla assieme.

In questo ambito è nato un percorso sul tema “economia comunitaria”, con l’idea di affrontare temi importanti: capire quali forme legali si possono usare per fare comunità che “genera lavoro”, ripensare il rapporto con il denaro e la finanza (che non significa abolirli, ma riappropriarsene), studiare casi esistenti di economie comunitarie legate all’abitare collettivo e alla gestione dei beni comuni. In una serie di incontri, tenutisi nel 2023 e 2024, sono stati affrontati i temi delle cooperative di comunità, del lavoro volontario in rapporto a quello salariato, della gestione economica delle comunità abitative – occasione in cui abbiamo incontrato le comuni di Bagnaia, Urupia e dell’Alvador, e gli ecovillaggi Corricelli e Meraki – dei beni comuni (storia, rilevanza, forme giuridiche). Durante questo percorso è stata avviata anche una collaborazione con Mag6 per formarsi sullo strumento del bilancio. Da più di trent’anni Mag6 sperimenta nell’ambito della finanza mutualistica e solidale, esplorando la connessione tra la sfera economica (il denaro) e quella sociale (le relazioni) della dimensione umana.

Non ci siamo fissati con l’economia e la finanza (etica) per rimanere nella teoria dei massimi sistemi, ma perché abbiamo capito di avere bisogno di questi strumenti e di poterli applicare alle nostre concrete esigenze. Queste esigenze riguardano la vita quotidiana in Appennino bolognese, e per citarne alcune:

§  Nonostante ci troviamo in una zona rurale e di produzione alimentare, non esiste una rete di distribuzione locale, e il cibo che spesso consumiamo proviene dalla grande distribuzione (e quindi spesso da altre regioni, da altri paesi).

§  I centri più grandi (come Vergato o Marzabotto) hanno accesso a luoghi dedicati alla cultura e all’incontro; nei paesini e nelle frazioni bisogna darsi da fare per creare quegli spazi. Nei centri più piccoli inoltre i servizi di base (come i presidi medici, i consultori, gli uffici postali…) scarseggiano, essendo questi luoghi assoggettati ad una visione che li considera unicamente funzionali al turismo stagionale.

§  La realtà geografica montana rende difficile spostarsi senza un veicolo proprio. Il trasporto pubblico c’è, ma è molto essenziale

§  Pur essendo in zone scarsamente popolate, è difficile accedere alla casa. Molte abitazioni sono fatiscenti, inabitabili (soprattutto nelle stagioni invernali), abbandonate, o vittima di logiche speculative (eh sì, anche qui!); gli affitti scarseggiano. È difficile trovare soluzioni abitative per chi non può permettersi di comperare (e spesso ristrutturare). 

Per affrontare questi temi, abbiamo capito che dobbiamo attivarci oltre che chiedere alle istituzioni di intervenire, e che dobbiamo trovare un modo di finanziarci. Non ci aspettiamo di generare un classico lavoro a “tempo pieno”: da un lato riconosciamo che il cambiamento non può avvenire unicamente tramite il lavoro volontario, dall’altro stiamo imparando a pensare in termini di mutualismo piuttosto che alla verticalità “datore di lavoro-impiegato”.

L’importanza dei luoghi

Il lavoro è tanto, ma quello che appare subito chiaro è che anche iniziative relativamente piccole possono dare veramente tanto. A Montasico, dal 2020, la Bisaboga è diventata un punto di ritrovo fondamentale per tutte queste correnti, ha fatto conoscere tante persone, ha reso possibili le connessioni che hanno poi dato vita al progetto della Rete Appenninica. La Bisaboga è uno spazio autogestito che ha sempre dimostrato molta generosità a chiunque volesse farne uso, rispettosamente. In apparenza, la Bisaboga è poco più che una vecchia osteria di paese in disuso. Di fatto era un luogo come tanti altri qui in Appennino, un edificio destinato a diventare vittima del tempo. L’intervento di un gruppo di persone ben affiatate e decise (ad avere un proprio spazio culturale di riferimento) è bastato per renderlo un luogo aperto, infinitamente più accogliente, generativo di nuove iniziative. In Bisaboga ci sono stati spettacoli, concerti, mercati, incontri, discussioni, proiezioni, laboratori artistici ed artigianali. Tutto questo grazie alla presenza di persone sia del luogo, sia che arrivate da altre città, regioni, spesso anche altri paesi. Dire che ciò è avvenuto a costo zero significa di nuovo cadere nell’idea che tutto va misurato in termini monetari: costruire la Bisaboga così come costruire la Rete Appenninica ha richiesto impegno, energie, risorse. Questo lavoro non è stato “gratis”, ma non è nemmeno “costato” nel senso più comune del termine. Quello che emerge è la necessità di imparare a riconoscere questo valore, senza necessariamente metterci un prezzo: questo tipo di valorizzazione e di ragionamenti rientrano nel discorso sui beni comuni, che non sono un’astrazione né un’idea buonista campata in aria, quanto piuttosto entità specifiche che meritano di essere sviluppate come vere e proprie istituzioni. Come scrive il giornalista britannico George Monbiot (nel libro Out of the wreckage, in Italia “Riprendere il controllo”), la cultura della partecipazione non è pura utopia: una solida rete di partecipazione dal basso è in grado di soddisfare quei bisogni che le istituzioni faticano a coprire con i servizi (in particolare in zone geografiche “difficili” come quelle montane), ma con un costo decisamente più basso. In uno studio a Lambeth, a Londra, la spesa necessaria per sostenere una rete di partecipazione dal basso è stata stimata a 400.000 sterline (circa mezzo milione di euro) per 50.000 abitanti, una piccola frazione del budget pubblico. Questo non significa sostituirsi alle istituzioni, quanto piuttosto chiedere un impegno a sostegno dei diritti di tutti.

Quello che vogliamo non è semplicemente “farci finanziare”, né di trarre profitto dal nostro “investimento”, quanto di potere trasformare questo piccolo capitale sociale in qualcosa di stabile, riconosciuto, valorizzato. Trovare i modi di creare o potenziare luoghi di produzione, di scambio, di collaborazione; di creare lavoro e opportunità (oltre il volontariato), rimanendo però fermamente ancorati nella cultura dei beni comuni, della condivisione e dell’orizzontalità. Facendo questa scelta, abbiamo capito quanti pochi esempi funzionanti di questo tipo ci siano, e quanto siano preziosi. Preziosi non solo perché esistono e resistono, ma perché hanno condiviso tanto con noi, hanno dimostrato nei fatti che l’informazione può e deve essere libera. Di fatto, hanno reso possibile il ciclo di incontri in Appennino bolognese, spesso venendo da lontano per un semplice rimborso spese (e, a volte, nemmeno quello).

Rimane ora la necessità di portare avanti questo percorso. Ci rendiamo conto che creare opportunità economiche in Appennino è difficile: tanto più se si sceglie di farlo al di fuori delle logiche del profitto privato. Può essere che siano proprio le aree interne, dimenticate perché poco “redditizie”, a essere i luoghi da dove ripartire? Per questo continueremo a mettercela tutta, a ri-condividere il più possibile quello che ci arriva e ad accogliere quello che arriva. Per chi volesse darci una mano, siamo raggiungibili online qui, ma quello che consigliamo è di venire a trovarci di persona durante gli incontri, a condividere un po’ di aria fresca, una serata davanti al fuoco, un bel piatto di zuppa calda.

da qui