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sabato 11 maggio 2024

I dipendenti di Google licenziati per le proteste contro gli accordi militari con Israele denunciano la multinazionale - Luca Pisapia

 

Dopo le proteste contro il progetto Nimbus, la denuncia dei lavoratori licenziati racconta le discriminazioni e rivendica il diritto di parola

lavoratori di Google licenziati in tronco il mese scorso per avere protestato contro gli accordi militari con Israele non ci stanno. E passano al contrattacco, denunciando la piattaforma per aver violato la libertà di espressione dei suoi dipendenti, come riporta la Cnn. Rivendicano come la loro protesta sia stata pacifica, nonostante le accuse di violenze mosse dalla multinazionale. E in un lungo articolo su “The Nation” vanno oltre, raccontando tutta una serie di abusi e discriminazioni che dichiarano di aver subito nei luoghi di lavoro all’interno dell’azienda contro i lavoratori palestinesi, arabi e musulmani.

A presentare il reclamo al National Labor Relations Board non sono solo le ventotto persone licenziate ad aprile per avere preso parte alle proteste. Ma anche altre decine di dipendenti licenziati nei mesi precedenti, per avere osato manifestare solidarietà con il popolo palestinese. O per avere criticato il progetto Nimbus: un servizio di cloud computing da 1,2 miliardi di dollari sviluppato per il governo israeliano insieme ad Amazon. E che ha evidenti scopi militari, come la fornitura di un’infrastruttura digitale all’esercito israeliano per raccogliere dati poi utilizzati dall’intelligenza artificiale. E abbiamo visto quanto l’intelligenza artificiale serva alle guerre di oggi e domani.

Il progetto Nimbus che aiuta l’esercito israeliano

Il progetto Nimbus nasce a settembre del 2022, e subito si configura come un’arma militare. È un super cloud dal valore di 1,2 miliardi di dollari progettato da Google e Amazon per il controllo sociale del territorio. E come spiega a il manifesto Ariel Koren, ex marketing manager di Google, serve per «ampliare lo schema israeliano di sorveglianza, profilazione razziale e altre forme di violazione dei diritti umani assistite dalla tecnologia». Un aiuto all’apartheid israeliano che, un anno dopo, diventa un aiuto militare alla distruzione della Striscia di Gaza. Un massacro che ha già provocato oltre trentamila morti, distrutta ogni infrastruttura palestinese, scuole e ospedali compresi, e devastato il futuro delle prossime generazioni.

Per questo i lavoratori delle big tech della Silicon Valley si sono riuniti nell’organizzazione No Tech for Apartheid. E con l’intensificarsi dei massacri nella Striscia di Gaza hanno intensificato le loro proteste. Prima hanno raccolto una petizione con oltre 10mila firme. Poi lo scorso 16 aprile hanno organizzato due sit-in molto partecipati negli uffici della piattaforma a New York e a Sunnyvale, in California. E in quest’ultimo edificio sono riusciti a entrare nell’ufficio del Ceo di Google Cloud, Thomas Kurian. Alcune volte, come nel caso delle proteste contro Starbucks e dei successivi licenziamenti, i dipendenti hanno ottenuto dei risultati. La speranza è che accada anche con Google.

I licenziamenti indiscriminati e senza giusta causa di Google

La risposta della multinazionale della tecnologia però non si è fatta attendere. È arrivato il licenziamento in tronco, appunto, di 28 lavoratori. Il Ceo di Google Sundar Pichai ha inviato una nota aziendale in cui esortava i suoi dipendenti a tenere «la politica fuori dal posto di lavoro». Come se opporsi alla distruzione del 97% del Pil di un Paese fosse una diatriba politica. Poi ha accusato i dipendenti licenziati di aver messo in atto un «disturbo fisico che ha impedito di lavorare ai loro colleghi». Dove però i “colleghi” dal capo sono chiamati googlers, giusto per rendersi conto di quanto sia assurda la vita dei lavoratori delle piattaforme e delle big tech.

 

I lavoratori licenziati non solo hanno rivendicato la protesta come pacifica, portando tutta una serie di testimonianze di colleghi, spettatori e giornalisti che vi avevano assistito. Ma hanno anche accusato la multinazionale di aver licenziato dipendenti che nemmeno avevano partecipato alla protesta. Poi sono andati oltre, e hanno deciso di rivolgersi al National Labor Relations Board, un’agenzia governativa che garantisce il diritto dei lavoratori ad associarsi, a protestare, scioperare e ottenere contrattazioni collettive. Un ente che da quando esistono le piattaforme – dove i minimi diritti dei lavoratori non sono rispettati – ha molto più lavoro da fare.

La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere

Al National Labor Relations Board è stato presentato un reclamo in cui si accusa Google di impedire l’associazione di lavoratori, il loro diritto alla protesta e soprattutto la loro libertà di parola e di espressione. Ma pochi giorni prima, in una lunga lettera scritta a The Nation, alcuni dei lavoratori licenziati avevano spiegato di essere «delusi, indignati e scoraggiati dal rifiuto totale di Google di intraprendere con loro alcuna discussione». E hanno accusato la multinazionale di avere rifiutato ogni richiesta di incontro e chiarimento sul progetto Nimbus, ben prima delle proteste del 16 aprile.

Poi hanno anche raccontato come dall’inizio dell’invasione israeliana la vita all’interno dell’azienda per palestinesi arabi e musulmani sia diventata praticamente impossibile. «Abbiamo cercato di coinvolgere i nostri capi con petizioni, attraverso riunioni in orario d’ufficio o attraverso le bacheche interne», hanno scritto i dipendenti licenziati. «Ma invece di risponderci in buona fede, i piani alti hanno censurato la nostra rete di comunicazioni interne. Queste mosse hanno avuto un impatto nocivo sui nostri colleghi palestinesi, musulmani e arabi, che si trovano ad affrontare una cultura interna di odio, abusi e ritorsioni». Così è, se vi pare, la vita dei googlers (sic!).

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domenica 27 novembre 2022

Sull’acqua argentina le mani di un’impresa israeliana – David Lifodi

 

“Hidropolítica”: si nasconde dietro a questa parola magica il motivo della presenza dell’impresa israeliana Mekorot Israel National Water in Argentina. Mekorot si è aggiudicata la gestione dell’oro blu in cinque province del paese (San Juan, Mendoza, Catamarca, La Rioja e Río Negro) a seguito di un accordo firmato con il governo argentino per la gestión integral de los recursos hídricos superficiales y subterráneos.

Tra le righe emerge che il testo dell’accordo prevede l’attribuzione della gestione dell’acqua potabile all’impresa israeliana, le cui modalità d’azione sono state condannate dall’Onu in relazione ai territori palestinesi occupati. “Apartheid contro la popolazione palestinese di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est” è l’accusa che pende su Mekorot Israel National Water, come evidenziato dai coordinatori della campagna Stop the Wall, che hanno promosso una campagna di sensibilizzazione significativamente intitolata “Buenos Aires, aguas turbias” insieme alla Liga Argentina por los Derechos Humanos. “Controllare le risorse idriche significa esercitare un controllo territoriale sulla Palestina”, sostengono gli attivisti della campagna.

In Palestina Mekorot ha trasformato l’acqua in merce, utilizzandone il controllo per cacciare le comunità dai propri territori e il timore è che in Argentina possa accadere lo stesso. In Israele Mekorot rappresenta il braccio destro del governo, impedisce ai palestinesi di aprire nuovi pozzi e, contemporaneamente, limita loro il diritto all’acqua, come evidenziato dal Relatore speciale Onu per i territori palestinesi occupati Michael Lynk.

I legami tra Argentina e Israele risalgono al 1995, quando i due paesi sottoscrissero un accordo di cooperazione commerciale ed economica. Successivamente, nel 2005, il governatore di Neuquén scelse la strada dell’affidamento diretto (senza alcuna asta o concorso pubblico) all’impresa The Israeli Consulting and Technological Company per la realizzazione di progetti di irrigazione. Accordi simili furono sottoscritti in quegli stessi anni dai governatori argentini con Mekorot fino a quando, nel 2020, Camera di Commercio Argentino-Israeliana rese noto che Mekorot avrebbe lavorato per la realizzazione di progetti legati non solo alla gestione delle risorse idriche, ma a progetti di tecnologia legati allo sviluppo e alla commercializzazione dell’oro blu.

Due partecipate di Mekorot, Mekorot Desalination and Enterprise e Mekorot Development & Enterprise LTD, sono servite all’impresa israeliana per radicarsi ulteriormente in Argentina, come evidenziato dall’Asamblea Popular por el Agua di Mendoza.

Come denunciato nell’articolo https://www.elcohetealaluna.com/el-agua-el-nuevo-botin/che analizza le relazioni pericolose tra governo argentino e israeliano per la gestione, ma soprattutto per la mercantilizzazione dell’acqua pubblica, l’idea dell’Argentina è quella di unificare il controllo del consumo domestico, industriale e agricolo delle risorse idriche proprio sull’esempio di Israele.

Fondata nel 1937, ancor prima che Israele vedesse la luce, Mekorot ha trasformato la questione idrica in un affare esclusivamente politico, grazie anche al grande sviluppo delle tecnologie di cui dispone lo Stato ebraico. I governatori delle province dove arriverà Mekorot sembrano tutti entusiasti e intravedono la possibilità di sviluppare ulteriormente l’estrazione mineraria grazie ad un aumento della disponibilità dell’oro blu grazie al sostegno israeliano, ad eccezione del governatore di Mendoza Rodolfo Suárez.

Se la tecnologia può effettivamente aiutare l’Argentina a disporre di una maggiore quantità di acqua, restano molti dubbi sulle finalità e sulle modalità di agire di Mekorot, che potrebbe comportarsi nello stesso modo con cui opera in patria e nei territori palestinesi occupati: trasformare l’acqua in merce da pagare a caro prezzo sembra essere la sua unica preoccupazione.

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giovedì 17 febbraio 2022

Apartheid coloniale, il peggiore alleato del cambiamento climatico - Harsha Walia

 

 

 [Traduzione a cura di Gaia Bugamelli dell’articolo originale di Harsha Walia pubblicato su openDemocracy]

 

 Non stiamo affogando, stiamo combattendo” è diventato lo slogan dei Pacific Climate Warriors. Dagli incontri sul clima delle Nazioni Unite ai blocchi dei porti carboniferi australiani, questi giovani paladini indigeni provenienti da venti Stati insulari del Pacifico, stanno lanciando l’allarme sul riscaldamento globale nelle nazioni costituite da atolli.

Rifiutando la narrativa della vittimizzazione – “non avete bisogno del mio dolore o delle mie lacrime per sapere che siamo in crisi“, per dirla con la samoana Brianna Fruean – sfidano l’industria dei combustibili fossili e giganti coloniali come l’Australia, responsabile delle più alte emissioni di carbonio pro-capite del mondo

Si aggira intorno a 25,3 milioni il totale delle persone costrette ogni anno ad abbandonare la propria casa a causa dei disastri climatici: una persona ogni 1-2 secondi. Nel 2016, il cambiamento climatico ha causato – rispetto alle persecuzioni – un maggior numero di sfollati, con un rapporto di 3:1. Si stima che entro il 2050 143 milioni di persone in Africa, Asia Meridionale e America Latina saranno costrette a spostarsi. Alcune proiezioni arrivano a parlare di un miliardo di persone.

Gli strumenti per mappare chi è più vulnerabile allo sfollamento mettono in luce il divario tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud del mondo, tra bianchi e neri, indigeni e altri gruppi razzializzati.

Sono queste stesse asimmetrie globalizzate del potere a incentivare la migrazione, ostacolando al contempo la mobilità. Le persone sfollate – le meno responsabili del riscaldamento globale – si trovano davanti confini militarizzati. E, mentre la crisi ambientale viene di per sé ignorata dalle élite politiche, la migrazione climatica viene presentata come un problema di sicurezza dei confini, nonché come una scusante per gli Stati ricchi per militarizzare le frontiere. Nel 2019, le forze di difesa australiane hanno annunciato pattugliamenti militari intorno alle loro coste, nel tentativo di intercettare i rifugiati climatici

Il dibattito sul tema della “sicurezza climatica” pone al primo posto il rafforzamento dei confini, traducendosi rapidamente in eco-apartheid. “Le frontiere sono il più grande alleato dell’ambiente; è soltanto sfruttandole che salveremo il pianeta“, dichiara il partito francese di estrema destra rappresentato da Marine Le Pen.

Un rapporto commissionato dal Pentagono sulle implicazioni che il cambiamento climatico avrebbe sulle questioni di sicurezza interna, lascia trasparire ostilità nei confronti dei rifugiati climatici: “Le frontiere saranno rafforzate in tutto il Paese per impedire l’accesso agli immigrati affamati e indesiderati provenienti dalle isole dei Caraibi (un problema particolarmente grave), dal Messico e dal Sud America“.

È recente la notizia del lancio da parte degli Stati Uniti dell’operazione Vigilant Sentry al largo della costa della Florida, e della quasi simultanea creazione della Homeland Security Task Force South East, con l’obiettivo di far rispettare l’espulsione e l’interdizione delle aree marine statunitensi in seguito ai disastri avvenuti nei Caraibi.

 

La migrazione di manodopera come mitigazione della crisi climatica

Parallelamente al rafforzamento dei confini, la migrazione di manodopera temporanea viene sempre più spesso propagandata come una strategia di adattamento al clima e ai suoi cambiamenti.

Come parte della Nansen Initiative, un progetto multilaterale promosso dallo Stato per far fronte al problema delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico, il Governo australiano ha messo in piedi un programma con il quale contrattualizza lavoratori stagionali temporanei, considerandola la soluzione per costruire una resilienza al clima nella regione del Pacifico.

Non a caso l’annuncio da parte del Governo australiano riguardo la Nansen Initiative Intergovernmental Global Consultation non è stato rilasciato dal ministro dell’Ambiente, bensì dal Dipartimento dell’Immigrazione e della Protezione dei Confini.

A partire da aprile 2022, il nuovo programma Pacific Australia Labour Mobility renderà più facile per le imprese australiane assumere temporaneamente lavoratori “a basso salario” (quelli che il piano definisce lavoratori “scarsamente qualificati” e “non qualificati”) provenienti dai Paesi insulari del Pacifico, tra cui Nauru, Papua Nuova Guinea, Kiribati, Samoa, Tonga e Tuvalu.

L’elaborazione di un piano simile ha poco di sorprendente, se si pensa che molte delle ecologie e delle economie di questi Paesi sono già state devastate dal colonialismo australiano per oltre cento anni.

Non è un’anomalia che l’Australia stia convogliando i rifugiati climatici in un imbuto di migrazione lavorativa temporanea. A causa dell’ingovernabilità di flussi migratori crescenti e irregolari, dovuti in larga misura ai cambiamenti climatici, i programmi di migrazione per il lavoro stagionale rappresentano oggi un modello a livello mondiale di “migrazione ben gestita”.

Le élite presentano la migrazione di manodopera come una doppia vittoria: da un lato, i Paesi ad alto reddito soddisfano il loro bisogno di manodopera senza fornire un posto di lavoro sicuro o la cittadinanza, e dall’altro i Paesi a basso reddito alleviano così il proprio impoverimento strutturale tramite le rimesse dei migranti.

I lavori pericolosi e scarsamente retribuiti, come quelli agricoli, domestici e di manutenzione, che non possono essere esternalizzati, sono ora quasi interamente assorbiti in questo modo. L’insourcing e l’outsourcing non rappresentano altro che due facce della stessa medaglia neoliberale: da un lato il lavoro deliberatamente svalorizzato e dall’altro il potere politico.

Da non confondere con la libertà di muoversi oltre i confini, la migrazione temporanea della forza lavoro rappresenta il quadro concettuale neoliberale entro il quale risolvere il quartetto che comprende: politica estera, del clima, dell’immigrazione e del lavoro, tutte strutturate per espandere le reti di accumulazione del capitale attraverso la creazione e il controllo di surplus umano

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro riconosce che i lavoratori migranti temporanei sono spesso vittime di lavoro forzato, salari insufficienti, cattive condizioni di lavoro, assenza di qualsiasi forma di protezione sociale, negazione della libertà di associazione e dei diritti sindacali, discriminazione e xenofobia, nonché di esclusione sociale.

In questi programmi di apprendistato sanciti dallo Stato, i lavoratori sono legalmente vincolati a un datore di lavoro e facilmente soggetti a espulsione. Sottoposti a minacce di licenziamento e deportazione, i migranti stagionali non possono che conformarsi a questi abusi in silenzio, rivelando così il nesso cruciale tra lo status di immigrato e il lavoro precario.

 

Attraverso i programmi di migrazione per la manodopera temporanea, la forza lavoro delle persone in transito viene prima delimitata dai confini e poi sfruttata, in tutta la sua vulnerabilità, dai datori di lavoro. Negare ai lavoratori migranti lo status di immigrato permanente assicura una fornitura costante di manodopera a basso costo. In quest’ottica, i confini non hanno lo scopo di escludere tutte le persone, quanto piuttosto di creare condizioni di “deportabilità”, aumentando la precarietà sociale e lavorativa delle persone coinvolte.

Questi lavoratori vengono etichettati come “stranieri”, una connotazione che aumenta episodi xenofobi e razzisti nei loro confronti, anche da parte di altri lavoratori. È paradossale pensare come, mentre i lavoratori migranti vivono una condizione temporanea, la migrazione stagionale vada configurandosi come il modello permanente e neoliberale applicato alla migrazione, orchestrato dallo Stato.

 

Riparazione significa ‘No frontiere’

 

Il dibattito sulla costruzione di sistemi politico-economici più equi e sostenibili sembra procedere di pari passo con il progetto di un Green New Deal. La maggior parte delle proposte politiche pubbliche per un Green New Deal negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e nell’Unione Europea esprimono la necessità di affrontare simultaneamente la disuguaglianza economica, l’ingiustizia sociale e la crisi climatica.

La soluzione individuata, in genere riguarda la trasformazione del nostro sistema estrattivo e di sfruttamento, orientandoci verso una società a bassa emissione di carbonio, femminista, controllata dai lavoratori e dalla comunità, che non trascuri forme associative e assistenziali.

Nonostante l’elaborazione di un Green New Deal guardi inevitabilmente alla crisi climatica e alla crisi del capitalismo come interconnesse – e non presenti una visione dicotomica dell’ambiente contro la società – uno dei suoi principali difetti rimane la portata limitata. Come scrivono Harpreet Kaur Paul e Dalia Gebrial: “il Green New Deal rimane in larga misura intrappolato nell’immaginario dei singoli Stati“.

Qualsiasi New Deal verde che non abbia respiro internazionale corre il rischio di perpetuare l’apartheid climatico e la dominazione imperialista in un mondo già soggetto al surriscaldamento. I Paesi ricchi devono correggere le dimensioni globali e asimmetriche del debito climatico, degli accordi commerciali e finanziari ingiusti, della sottomissione militare, dell’apartheid vaccinale, dello sfruttamento del lavoro e del rafforzamento dei confini.

Aprire un dibattito sui confini non può, oggi, prescindere dal mettere in discussione il costrutto moderno di Stato-Nazione e di tutto ciò che questa definizione reca con sé: i concetti di impero, di capitalismo, di razza, di casta, di genere, di sessualità e di abilismo. Nel caso dei confini, non si tratta nemmeno di contorni che delimitano un territorio con la fissità di linee precise.

I moderni regimi basati sulle frontiere fanno sempre più spesso ricorso alla sorveglianza con i droni, all’intercettazione delle barche di migranti e a controlli di sicurezza che spesso vanno ben oltre quelli che sarebbero i limiti territoriali di uno Stato. Dall’Australia che delocalizza la detenzione dei migranti in Oceania, alla fortezza Europa che esternalizza i procedimenti di interdizione e sorveglianza nel Sahel e in Medio Oriente, si delineano cartografie mutevoli che rimarcano con vigore il nostro presente coloniale.

 

Forse la cosa più offensiva è che, quando i Paesi coloniali si fanno sopraffare dal panico per le “crisi ai confini”, lo fanno autoproclamandosi vittime. Senza tener conto del fatto che genocidi, sfollamenti e moti migratori di milioni di persone sono stati strutturati in modo iniquo dal colonialismo per secoli, con i coloni europei insediatisi nelle Americhe e in Oceania, la tratta transatlantica degli schiavi dall’Africa e l’importazione di lavoratori dall’Asia.

L’impero, la schiavitù e l’apprendistato [noto in passato come servitù debitoria, NdT] sono le fondamenta su cui si struttura l’apartheid globale oggi, determinando chi può vivere dove e in quali condizioni. E le frontiere sono strutturate in modo da perpetuare questo apartheid.

La libertà di restare e la libertà di muoversi, ossia l’annullamento di tutti i confini, coincidono con un risarcimento decoloniale e una ridistribuzione dovuti da tempo.

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sabato 19 giugno 2021

1984. Il nero di Kyalami - Francesco Giorgioni

 

Scriverò in queste righe del razzismo dimenticato, non lasciatevi ingannare dal fatto che il racconto sia ambientato in un circuito automobilistico di Formula 1.

Tutto vero, non c’è nulla di inventato.

Piercarlo Ghinzani oggi ha 69 anni. Quand’ero un ragazzino lo seguivo sempre con molta simpatia. Corse buona parte dei Gran premi degli anni Ottanta sull’Osella, una monoposto quasi artigianale sfornata da un costruttore piemontese. Tanta passione, pochi soldi. La bellissima storia, molto romantica, di Enzo Osella, un meccanico di provincia che reclamava il suo francobollo di spazio tra i giganti dei motori.

Al via Ghinzani era sempre in fondo allo schieramento e di rado la sua auto vedeva la bandiera a scacchi. In tutta la sua carriera, il miglior risultato fu un quinto posto conseguito nel circuito di Dallas in condizioni estreme: le altissime temperature di quel fine settimana texano resero la gara una prova di resistenza fisica, più che di velocità. Eppure Ghinzani, bergamasco, era stato un eccellente pilota nelle categorie inferiori, capace di battere avversari che poi si sarebbero imposti nella massima categoria. Ma in Formula uno non bastava il talento per scalare l’Olimpo.
Domenica, 7 aprile del 1984. Piercarlo e l’Osella sono ai box del circuito di Kyalami, autodromo sudafricano alla periferia di Johannesburg. E’ il Sudafrica dell’apartheid, della segregazione razziale, del Mandela in catene in un’isola sperduta. Ma la Formula 1 dei divi del volante non si interessa di queste violenze, almeno fino al 1986, quando il boicottaggio toglierà Kyalami dal calendario del campionato.

Siamo alla mattina del Gran Premio e Ghinzani scende in pista per il warm up, la sessione di prove in cui il pilota prova la macchina in condizioni da gara, testando l’assetto scelto per la partenza.

Nell’affrontare una delle curve più veloci della pista, la Jukskei, la Osella ha un sussulto, probabilmente per il cedimento di una sospensione. In quel tratto Ghinzani viaggia a circa 260 chilometri orari e tiene le chiappe su un serbatoio caricato con duecento litri di benzina, quanta ne occorrerebbe per terminare il Gran Premio del pomeriggio. L’auto si schianta contro le barriere e si spezza in due. Su internet trovate una foto che spiega tutto: il bolide è un rottame carbonizzato di cui si riconoscono abitacolo, roll bar e due ruote anteriori sghembe.

Già, carbonizzato. La Osella ha preso fuoco e Ghinzani, svenuto e stretto dalle cinture di sicurezza al posto guida, è destinato ad una morte orribile. Ma corrono verso l’auto in fiamme dei commissari di percorso. Uno, un nero, si butta in mezzo all’inferno a suo rischio e pericolo, sfida le temperature e sfila le cinture di sicurezza dal corpo inanimato di Ghinzani, lo estrae di peso dalla stretta cabina di pilotaggio e lo trascina lontano dal rogo.

Ghinzani è vivo. Malconcio, ma vivo. Lo portano in elicottero in ospedale, dove resterà per i venti giorni necessari a curare ustioni ed altre ammaccature. Gli raccontano quel che è accaduto e come è stato salvato da una fine certa.
Chi ha conosciuto l’automobilismo di quegli anni sa che Piercarlo Ghinzani è anche una persona perbene. Appena esce dall’ospedale, chiede all’organizzazione del circuito il nome del commissario che gli ha salvato la vita. Lo ottiene e ottiene anche un indirizzo: è un nero e, come tutti i neri del Sudafrica, vive in un sobborgo, ai margini della città. Ghinzani e alcuni collaboratori decidono di andarlo a trovare, come minimo per ringraziare l’uomo cui si deve la salvezza. Come fanno le persone perbene.

Arrivano in auto nel quartiere, trovano la casa, bussano alla porta. Apre un tizio di colore, al quale Ghinzani chiede di poter parlare col signor X. Quello sbarra gli occhi e scappa via come impazzito, piantandoli lì e correndo via lontano. Ghinzani non capisce, ci resta male. Poi racconta tutto e gli spiegano quel che spiegabile non sembra. Quello era un quartiere di neri, dove nessun bianco entrava mai. Vite e destini erano separati, culturalmente e fisicamente. L’unica ragione per cui un bianco potesse infilarsi in un quartiere nero era per accoppare qualcuno, oppure per pestarlo, tantopiù che Ghinzani non era da solo. Ecco improvvisamente chiaro quel fuggire a gambe levate.
L’uomo nero che aprì alla porta era lo stesso che aveva salvato la vita al pilota dell’Osella, svenuto dentro quel che restava di un’auto da corsa del valore di un miliardo di lire. Lui aveva salvato la vita ad un uomo. Non importava se bianco o nero, povero o ricco, famoso o no. Ma sulla soglia della sua casa di segregazione non riconobbe Ghinzani. In quel momento era solo un bianco sconosciuto in un quartiere per soli neri.

Ghinzani non è mai riuscito ad abbracciare l’uomo cui deve la vita, neppure dopo la fine dell’apartheid e la liberazione di Mandela. Tra un mese saranno trentasette anni che lo cerca.

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martedì 19 febbraio 2019

Guerra contro la natura: il colonialismo sionista ha distrutto l’ambiente in Palestina - Ramzy Baroud e Romana Rubeo




Le ultime vittime della guerra contro l’ambiente in Palestina sono stati 450 ulivi distrutti la scorsa settimana da bulldozer dell’esercito israeliano. La distruzione di alberi di proprietà palestinese ha avuto luogo nei villaggi di Bardala, nella valle del Giordano, e di Yatta, nel sud della Cisgiordania. Anche altre decine sono state distrutte da coloni ebrei illegali.
È un mito che solo l’Israele sionista abbia “fatto fiorire il deserto.” Al contrario, da quando è stato fondato sulle rovine di più di cinquecento villaggi e cittadine palestinesi che distrusse e cancellò dalla carta geografica, Israele ha fatto l’esatto contrario. Nel lasso di qualche decennio la terra abitata da palestinesi musulmani, cristiani ed ebrei da migliaia di anni è stata sfigurata al di là di ogni immaginazione.
“La Palestina contiene un ampio potenziale per la colonizzazione di cui gli arabi non hanno necessità né sono in grado di sfruttare,” scrisse uno dei padri fondatori di Israele e primo capo del governo, David Ben Gurion a suo figlio Amos nel 1937.
Tuttavia l’Israele sionista ha fatto di più che “sfruttare” semplicemente quel “potenziale per la colonizzazione”: ha anche sottoposto la Palestina storica a un’incessante e crudele campagna di distruzione che continua tuttora. È probabile che essa continui finché prevarrà il sionismo, in quanto ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.
Fin dai suoi inizi, a metà e alla fine del XIX^ secolo, il sionismo politico ha ingannato i suoi seguaci con la descrizione della Palestina storica. Per incoraggiare la migrazione ebraica in Palestina e per fornire un simulacro di giustificazione etica per la colonizzazione ebraica, il sionismo ha costruito miti che rimangono tuttora un tema centrale. Secondo i primi sionisti, per esempio, la Palestina era una “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Venne anche detto che si trattava di un deserto arido, che attendeva i coloni ebrei dall’Europa e da altre parti con l’urgente missione di “farlo fiorire”.
Tuttavia quello che i sionisti hanno fatto alla Palestina invece è incompatibile con il loro discorso teorico, in quanto razzista, colonialista ed esclusivista, come è sempre stato. La terra di Palestina, circa 16.000 kmdal fiume Giordano a est fino al mar Mediterraneo, diventò l’oggetto di un crudele esperimento, iniziato nel 1948 con la pulizia etnica del popolo palestinese e con la distruzione dei suoi villaggi, della sua terra e delle sue coltivazioni. Questo sfruttamento della terra e del suo popolo è cresciuto con intenso fervore nelle generazioni successive.

Sradicare alberi, bruciare coltivazioni
Le colonie ebraiche illegali a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate sono state costruite su terre agricole e da pascolo palestinesi confiscate. L’ impatto immediato di queste azioni è stato lo sradicamento di milioni di ulivi e di alberi da frutto, e la conseguente erosione del suolo in molte parti della Palestina occupata.
Coloni armati aggrediscono contadini palestinesi in tutta la Cisgiordania, spesso con la protezione dell’esercito israeliano. Una delle loro principali missioni è sradicare gli alberi palestinesi e dare alle fiamme le coltivazioni, nel tentativo di obbligare i palestinesi ad andarsene, come primo passo prima di rubare la terra e costruire altre colonie illegali.
Per avere un’idea di quello che ciò significhi a livello locale, si legga parte della testimonianza del contadino palestinese Hussein Abu Alia, pubblicata in uno studio dell’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati (UNOCHA OPT): “All’inizio abbiamo sorpreso i coloni che rubavano le olive dai nostri alberi. Poi hanno iniziato a spezzare i rami, ma quelli ricrescevano e abbiamo anche piantato nuovi alberi per sostituire quelli danneggiati. Allora tre anni fa, quando siamo andati a raccogliere le nostre olive, siamo rimasti scioccati nel trovare gli alberi tutti gialli e secchi…I coloni hanno forato i tronchi e hanno iniettato una sostanza velenosa che ha ucciso gli alberi fin dalle radici.”

Prosciugare il fiume Giordano
Le colonie ebraiche illegali consumano grandi quantità delle già impoverite risorse idriche palestinesi. Di fatto il controllo dell’acqua è stato una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’inizio della sua occupazione militare nel 1967. Le politiche discriminatorie di Israele riguardo all’uso e abuso dell’acqua sono note come “apartheid idrico”. Lo sconsiderato consumo di acqua da parte di Israele e l’irregolare uso delle dighe hanno un esteso e forse irreversibile impatto ambientale, alterando profondamente l’ecosistema idrico.
“A causa delle nuove dighe costruite nel nord per fornire ai contadini (cioè ai coloni ebrei illegali) accesso all’acqua”, ha informato l’israeliano Ynet News [sito informativo in rete, ndtr.], “la portata del fiume Giordano è significativamente diminuita.”
Queste informazioni dei media sull’impatto distruttivo di Israele sul Giordano sono state per anni importanti notizie.

Spianare il paesaggio
La costruzione per abitazioni, per l’agricoltura e per le infrastrutture da parte e per i coloni ebrei è di per sé un disastro ambientale. C’è un significativo impatto sulla biodiversità locale della Cisgiordania.
Il livellamento del terreno e gli scavi alterano il suolo e hanno un notevole impatto sull’agricoltura. Oltretutto interrompono anche l’uniformità del paesaggio e il rapporto organico tra gli esseri umani e l’ambiente naturale.
Israele non dimostra alcun rispetto per la Palestina e la sua gente. Lo Stato colonialista sionista sta distruggendo l’habitat locale, gli animali e le specie uniche della regione.

La spazzatura di Israele
Secondo uno studio condotto dall’Ufficio per l’Ambiente dell’Amministrazione Civile [l’istituzione militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] in Cisgiordania, giornalmente vengono prodotte dai coloni israeliani circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici. Come prevedibile, molta di questi rifiuti, comprese le acque reflue, vengono scaricati su terra palestinese senza tenere in alcun conto l’ambiente palestinese o le persone e gli animali che vi vivono.
Nel solo 2016 sono stati sversati in Cisgiordania 83 milioni di mdi acque di scarico. Questa quantità sta aumentando costantemente e rapidamente.
Strade solo per ebrei
Per di più, i danni inflitti all’ambiente dalle colonie ebraiche vanno oltre lo spazio fisico di quelle colonie illegali. Negli anni Israele ha costruito una fitta rete di strade che uniscono le colonie illegali tra loro e con Israele. Lo scopo è fornire un “transito sicuro” per i coloni ebraici. Queste strade di comunicazione sono solo per l’uso degli ebrei, ai palestinesi è vietato utilizzarle per qualunque ragione.
I cosiddetti “percorsi sicuri” circondano completamente molti villaggi palestinesi nella Cisgiordania occupata e la loro costruzione ha comportato la confisca di centinaia di ettari di terra palestinese fertile. Oltretutto col tempo le fattorie palestinesi situate all’interno di queste strade di collegamento diventano inaccessibili ai loro proprietari e sono quindi lasciate incustodite o occupate da Israele per ragioni “di sicurezza”.

Avvelenare la Striscia di Gaza
La guerra di Israele contro la natura va oltre le colonie ebraiche illegali. L’uso da parte dello Stato sionista di uranio impoverito, fosforo bianco e altri tipi di armi tossiche ha ucciso e ferito migliaia di palestinesi, per lo più civili, nella Striscia di Gaza assediata. Oltretutto esso ha distrutto anche l’ambiente in modo quasi irrimediabile.
Le massicce offensive militari contro i palestinesi a Gaza nel corso dello scorso decennio hanno lasciato terribili ferite sulle persone e sul loro ambiente. L’incalcolabile numero di bombe e missili lanciati da Israele nei bombardamenti del 2008-09, del 2012 e del 2014 ha lasciato nel suolo un’alta concentrazione di metalli tossici.
Secondo il “New Weapons Research Group” [Gruppo di Ricerca sulle Nuove Armi] – un gruppo di scienziati indipendenti e medici con sede in Italia – frammenti metallici lasciati da armi israeliane includono tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto. Sono tutti elementi tossici che si sostiene provochino tumori, infertilità e serie malformazioni congenite.

Raccolti rovinati
All’ambiente di Gaza non viene risparmiato un destino terribile neppure quando finiscono le offensive e le incursioni militari, seppur di solito in modo temporaneo. Anzi, l’esercito israeliano spruzza regolarmente erbicidi nei pressi della barriera che separa il territorio assediato da Israele. L’erbicida più comunemente utilizzato è il glifosato.
La Croce Rossa ha avvertito che il danno causato dal frequente uso di erbicidi nelle zone di confine da parte di Israele va al di là della distruzione delle coltivazioni palestinesi. Provoca alle persone che vivono nella Striscia di Gaza anche complicazioni a lungo termine per la salute.

Il prezzo del muro dell’apartheid
Mentre il muro dell’apartheid, che Israele ha costruito sulla terra palestinese nella Cisgiordania occupata, è spesso preso in considerazione da un punto di vista politico o dei diritti umani, il suo impatto sull’ambiente è raramente affrontato.
Tuttavia, perché venisse costruito, sono stati sradicati dai bulldozer israeliani decine di migliaia di ulivi, alcuni vecchi di 600 anni. Il fatto che alcuni di questi alberi fossero protetti dalla legge sul patrimonio culturale internazionale ha semplicemente fatto rallentare l’esercito israeliano. La distruzione continua tuttora.
Per fare posto al muro, anche migliaia di ettari di terra palestinese sono stati bruciati, insieme agli alberi e all’habitat che li circondava. Al loro posto Israele ha costruito un muro alto otto metri massicciamente fortificato, totalmente estraneo al paesaggio palestinese e accompagnato da tutto l’armamentario dell’occupazione, comprese torri di guardia, recinzioni elettrificate e telecamere di sorveglianza.
È questo il “vasto potenziale per la colonizzazione” di cui si vantava Ben Gurion più di 80 anni fa? La verità è che i palestinesi hanno dimostrato di essere molto più “qualificati” a coesistere con la natura piuttosto che a “sfruttarla”, come hanno fatto i sionisti. Il costo di questo sfruttamento, tuttavia, non è solo pagato dal popolo palestinese, ma anche dall’ ambiente. Le prove davanti ai nostri occhi mettono ulteriormente l’accento sulla natura colonialista ed egocentrica del progetto sionista e dei suoi fondatori, totalmente privi di prospettiva.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor)
(traduzione di Amedeo Rossi)