Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.
La decisione ha aperto un caso politico
che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca
uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei
lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile,
dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la
lista nera del lavoro schiavo.
Il caso nasce a Camaçari, nello stato di
Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua
presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.
Alla fine del 2024, un’ispezione ha
trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità
brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti,
alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli
economici che rendevano difficile lasciare il posto.
I lavoratori dovevano anche inviare gran
parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che
rafforzava la loro dipendenza.
Byd ha respinto la responsabilità diretta,
attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo
di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica.
Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.
Il nodo è anche la responsabilità lungo la
filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande
cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un
peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati
prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli
investitori.
Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha
aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd.
L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto
dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.
Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un
tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd,
accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più
approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal
subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena
assoluzione nel merito.
Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione
di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato
un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal
registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la
sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.
L’associazione nazionale degli ispettori
del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale,
sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un
interesse politico.
Per il governo Lula, la vicenda è
particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica
solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale,
fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi
mobilitazioni operaie contro la dittatura.
Vedere il suo governo accusato di aver
ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso
di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si
tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo
storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un
conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.
Sul fondo pesa la nuova centralità
economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli
investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di
dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di
capitali cinesi.
In questo quadro Byd non è un attore
marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella
manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del
mercato brasiliano dei veicoli elettrici.
È proprio questa centralità a rendere il
caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e
relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul
lavoro diventa più forte.
La vicenda di Bahia mostra così una
contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene
raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.
Ma nei cantieri e nelle filiere che
alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di
subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed
economico dei soggetti coinvolti.
Auto elettriche, grandi investimenti e
narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche
l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i
controlli vengono aggirati o svuotati.
Il caso Byd non appare nemmeno come un
episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per
essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel
registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle
interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.
La domanda che resta aperta è dunque più
larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un
principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da
adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.
In Brasile, per ora, il segnale arrivato
dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto
l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili
alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli
strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.