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lunedì 17 febbraio 2025

Il suicidio assistito non è eutanasia. Con buona pace dei “pro-vita” - Alessio Mannino

“A determinate condizioni”. Lo scontro ideologico sul suicidio assistito, rinfocolatosi dopo il varo della legge regionale in Toscana, si gioca tutto in queste tre parole. È l’espressione usata dalla Corte Costituzionale nella pronuncia 242/2019, che ammette la possibilità di autosomministrazione di un farmaco letale nei casi che prevedano quattro requisiti: patologia irreversibile, dipendenza da macchine di sostegno vitale, sofferenze ritenute intollerabili e capacità di prendere decisioni libere e consapevoli da parte del paziente. Con un’altra sentenza più recente, la 135/2024, i supremi giudici hanno chiarito che non spetta a loro, ma al legislatore decidersi una buona volta a disciplinare una materia così irta di dilemmi etici e giuridici. La difficoltà risiede infatti nel contemperare diritti e doveri in contrasto. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività… Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. L’articolo 32 della Costituzione pone da un lato il dovere di tutela della dignità umana e dall’altro, con il rifiuto di sottoporsi alle cure, il diritto all’autodeterminazione individuale. Le leggi, come ognun sa, servono appunto a mediare punti di vista in contrapposizione. Ma la mediazione su temi come la malattia, il dolore e la morte non trova spazio. E si capisce il perché.

Da una parte ci sono i cattolici e la Chiesa, contrari in assoluto e per principio. Qualcuno accusa l’attuale pontificato di José Maria Bergoglio di cedere al laicismo e al nichilismo dilaganti su vari fronti, compresi i problemi bioetici. Il silenzio di questi giorni delle alte gerarchie vaticane potrebbe suffragare il sospetto. Ora, a parte il fatto che la Conferenza Episcopale toscana si è precipitata a condannare, l’ultimo documento ufficiale, compilato dalla Congregazione della Fede (il vecchio Sant’Uffizio), pare tutt’altro che ambiguo: “È proprio della Chiesa”, si legge nella Samaritanus Bonus del 2020, “accompagnare con misericordia i più deboli nel loro cammino di dolore, per mantenere in loro la vita teologale e indirizzarli alla salvezza di Dio. … sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte. Per questo, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario guastano la civiltà umana”. Come si vede, la Santa Madre Apostolica e Romana non distingue e mette tutto assieme in un unico anatema: suicidio (volontario, ergo anche assistito), eutanasia (che è un’altra cosa, come vedremo) e, onde evitare dubbi, anche l’aborto, che è un’altra cosa ancora. In un’ottica teologica, la coerenza c’è: se la vita, e dunque la morte, appartiene a Dio, solo Dio può decidere il momento di far calare la falce.

Sull’altro lato della barricata i laici di vario orientamento stabiliscono come valore insindacabile la libertà dell’individuo di disporre della propria esistenza. In prima linea, com’è noto, ci sono gli sparuti radicali dell’Associazione Luca Coscioni, e a seguire la sinistra genericamente intesa. Ma la sensibilità favorevole è trasversale (così come quella ostile: tutta l’ala cattolica del Partito Democratico, ad esempio). Nel centrodestra, a intestarsi la battaglia pro suicidio assistito contro il suo stesso partito, la Lega, è il presidente del Veneto Luca Zaia. “La richiesta dei malati terminali”, ha dichiarato, “è una scelta intima e personale… che a un certo punto non ha più a che fare col dolore insopportabile, ma con la dignità della condizione di quell’ultima fase della loro vita” (Repubblica, 14/2/2025). Fratelli d’Italia, per bocca di Elena Donazzan, lo ha accusato di “fare speculazione per fini elettorali”. Il riferimento è alla partita fra alleati per decidere chi sarà il candidato a succedergli alla guida della Regione alle prossime amministrative. Strumentale o no, la posizione di Zaia coglie il punto decisivo: il rapporto con il dolore, prima ancora che con la morte.

I cattolici, nel sostenere la tesi che la vita è inviolabile nel suo decorso “naturale”, insistono molto sul diritto-dovere della cura. Si affidano alla Speranza e, soprattutto, alla compassione con la quale i malati terminali vanno assistiti, come detto, “nel loro cammino di dolore”. Ma quando un povero cristo (si parva licet) sopravvive solo grazie a un macchinario, obbligarlo a restare in quello stato non è sacralizzare la vita: è far trionfare la Tecnica. A chiarirlo è stato un filosofo di sicura fede cattolica, Giovanni Reale: “La vita è indisponibile per l’omicidio e il suicidio… deve essere indisponibile anche nei confronti dell’accanimento terapeutico e della tecnica invasiva alla fine della vita, quando di vera vita ormai non ce n’è più” (G. Reale, U. Veronesi, Responsabilità della vita. Un confronto fra un credente e un non credente, Bompiani 2013). Lasciando al morituro la facoltà di stabilire se e quando staccare la spina, il medico prende atto del suo rifiuto a continuare una vita artificiale e gli restituisce esattamente il diritto alla morte naturale invocato dai cattolici. È curioso che questi ultimi, e in specie quelli più accaniti nel denunciare il falso progresso distruttore dei “valori”, non si avvedano della contraddizione. Ma conosciamo la possibile replica: promuovere il suicidio in tutte le sue forme significa alimentare la “cultura della morte” (Giovanni Paolo II), la “cultura del relativismo” (Benedetto XVI), la “cultura dello scarto” (Francesco). In particolare, la contro-accusa dei “pro-vita” investe l’ideologia liberal-liberista, secondo la quale un individuo ridotto a vegetare, non essendo più produttivo per la società di mercato, rappresenterebbe un peso morto che conviene eliminare. Una sorta di eugenetica su basi non razziali, come durante il nazismo, ma economiche.

Sarebbe facile ribattere a nostra volta sorridendo sul pulpito dal quale viene la predica: non risulta tutta questa animosità per gli effetti disumanizzanti delle pratiche liberiste, quando si parla di disoccupazione, precarietà e povertà. Non, almeno, da parte dei più feroci avversatori della “barbarie” bioetica, generalmente posizionati a destra dell’emiciclo politico e culturale. Bergoglio, per lo meno, è dichiaratamente anti-liberista sempre, e in ogni circostanza. Per rendersene conto basta leggersi le sue encicliche (che in certi passaggi sembrano trattati di sociologia). Ma è proprio l’argomentare dei buoni samaritani, a non reggere. Prima di tutto, e chiedendo venia per il cinismo del ragionamento, si dovrebbe sapere che il mercato esige anzitutto consumatori, non produttori. Certo, un infermo inchiodato a letto non contribuisce alla giostra dei consumi come un sano, vittima ideale a cui succhiare quattrini con i mille bisogni indotti dall’inesauribile fabbrica di merci. Ma che sia steso in un ospedale o a casa con la badante (pardon, “caregiver”), un valore economico, sia pur ridotto, ce l’ha. In secondo luogo, e ancor più abbassandoci nella cinica ma doverosa constatazione, veicolare il messaggio per cui l’amore deve vincere su tutto e va quindi elevato a obbligo giuridico, è un sostegno all’illusione di poter opporsi alla morte. La morte è la grande scomunicata del mondo moderno: rimossa, minimizzata, o a volte al contrario spettacolarizzata (gli applausi ai funerali…), si cerca in tutti i modi di “neutralizzarla”. Ma, purtroppo, si muore lo stesso. È umano e di ogni tempo il tentativo di ridurre l’angoscia che provoca. Com’è umanissimo e senza tempo il bisogno di trovare palliativi al soffrire. Quel che non è umano, e che è fattibile soltanto oggi grazie all’evolversi della tecnologia, è forzare chi sia oramai spacciato a dilazionare all’infinito il giorno del dunque, perché si scambia la vita “naturale” con l’accanimento tecnologico.

I cattolici, però, hanno ragione quando affermano che non esiste un diritto all’eutanasia. Perché qui si esce dall’ambito del suicidio e si entra nella fattispecie dell’omicidio, sia pur del consenziente. Per cui, colui che sia colpito da malattie o disagi, anche solo psichiatrici ma in ogni caso privi di prospettive di miglioramento, chiede di essere ucciso dal medico (o di essere assistito nel sopprimersi). Nell’eutanasia manca, o non è necessario, l’elemento centrale della dipendenza dalle macchine. È sufficiente farsi certificare una patologia mortale che causi mali o menomazioni insopportabili. E si può arrivare agli estremi della modernissima e liberale Olanda in cui, previo consenso dei genitori, è ammessa anche per i minori di 16 anni. E infatti, prendendo quello olandese a esempio-limite, su questo versante hanno torto i laici, a fondare la loro intera visione sulla pura e semplice autonomia decisionale del singolo. Non è una questione di modernità o di allargamento di diritti (che messi in capo al soggetto individuo slegato da ogni dovere, possono prendere derive mostruose). Anzi, personalmente non troverei scandaloso confrontarsi sui limiti del suicidio assistito, purché resti tale e non diventi omicidio, anche consensuale. Il discrimine sta nell’uccidere o nell’uccidersi. Uccidere è inammissibile e deve restare un divieto. Uccidersi, invece, non è un reato, e non dovrebbe essere neanche una colpa. Semplicemente e tremendamente – e da ben prima che venissero all’onor del mondo i cattolici o i liberali – la morte è sempre e solo la propria morte. È l’esperienza liminale per eccellenza: non si può condividere. Pertanto nessun altro può arrogarsi il diritto di decidere, in un senso o in un altro, al posto del diretto interessato. Solo lui, anche con l’aiuto medico, può materialmente infliggersela, purché se ne assuma in toto la responsabilità. Per questo la dignità della vita dovrebbe includere anche la dignità della morte. Perché la morte fa parte della vita. Con buona pace dei cosiddetti pro-vita.

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lunedì 20 febbraio 2023

Per il fine vita resta solo la disobbedienza civile - Chiara Lalli

  

In Italia una legge sul suicidio assistito ancora non c’è. Dovrebbe garantire risposte certe a chi lo richiede, e non fare differenza tra le persone e i tipi di malattie

 

Questo articolo è uscito su Parole, un numero di Internazionale Extra che raccoglie reportage, foto e fumetti sull’Italia. Si può comprare in tutte le edicole e sul sito di Internazionale, oppure in digitale sull’app di Internazionale.

 

“Domani durante la conferenza stampa cercate di non piangere”. È il pomeriggio del 15 giugno 2022, siamo a Senigallia e Mario ha deciso che il giorno dopo spingerà un pulsante e morirà. Non lo possiamo promettere, penso, soprattutto io che sono una piagnona (ma non lo dico, non dico niente). Mario il giorno dopo spinge il pulsante e muore. Mario era Federico Carboni, aveva quarantaquattro anni e da dodici era paraplegico dopo un incidente stradale che gli aveva rotto la schiena. Quel pomeriggio del 15 giugno, poche ore prima, aveva scherzato su come eravamo vestiti, una maglietta non stirata o la barba da fare. La mattina dopo aveva esaudito quello che da più di due anni era il suo desiderio: non vivere più così, quasi immobile in un letto.

Non è stato facile, nonostante fosse un suo diritto grazie alla sentenza 242 della corte costituzionale di pochi anni prima. Quella sentenza era la risposta al quesito di legittimità costituzionale sollevato dal tribunale di Milano dopo che Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, aveva accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera. Anche Fabiano aveva avuto un incidente, anche Fabiano era immobile e a un certo punto aveva deciso che basta, non voleva più vivere così. Che quella, secondo lui, non era più una vita che desiderava.

E quando Cappato era tornato in Italia si era autodenunciato, perché secondo un vecchio articolo del codice Rocco era reato non solo istigare al suicidio ma pure aiutare qualcuno che aveva deciso per i fatti suoi. Secondo l’articolo 580 del codice penale, sull’istigazione o l’aiuto al suicidio, “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”.

La corte, nel 2019, aveva dichiarato l’illegittimità di una parte di questo articolo, che risale agli anni trenta, un’epoca indifferente alle libertà personali e precedente agli articoli della costituzione che proteggono i nostri diritti fondamentali dal 1948. Ne aveva dichiarato l’illegittimità “nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli articoli 1 e 2 della legge 219 del 22 dicembre 2017 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), […] agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Assenza di garanzie

Quindi aiutare qualcuno in determinate condizioni non è più un reato. E oggi siamo un po’ più liberi grazie alla corte costituzionale – e grazie a Fabiano Antoniani e a Marco Cappato – e non all’ultima legge discussa in parlamento, che non è stata approvata ed è meglio così.

Il testo di quella legge sul suicidio assistito arrivato in senato avrebbe infatti peggiorato la sentenza numero 242 senza superarne i limiti, come l’assenza di garanzie sui tempi di verifica delle condizioni di chi chiede di poter accedere al suicidio assistito e sui tempi delle risposte, e il fatto che chi chiede il suicidio assistito deve soddisfare il requisito del cosiddetto “sostegno vitale”, cioè deve dipendere da trattamenti che lo mantengono in vita (Fabiano Antoniani quel requisito lo aveva e i quindici giudici della corte hanno risposto a questo caso specifico).

“Avrei preferito morire nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e di mio marito”

Le conseguenze di quel requisito e di quell’assenza si capiscono meglio con altre due storie: quella di Elena e quella di Fabio. Elena era “solo” una malata oncologica e non era ancora arrivata a una condizione in cui avrebbe avuto bisogno di un sostegno vitale, anche nel significato più ampio che possiamo immaginare, come un farmaco o una Peg, cioè una sonda applicata chirurgicamente per somministrare le sostanze nutritive direttamente nello stomaco.

Elena non voleva continuare a vivere aspettando i sintomi più invadenti della sua malattia incurabile. E allora ha scelto di andare in Svizzera perché in Italia non poteva morire, nonostante quello che dice la costituzione e nonostante la sentenza numero 242. Marco Cappato l’ha accompagnata, rischiando ancora una volta l’imputazione e anni di detenzione. “Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e, quindi, sono dovuta venire qui da sola”, ha detto Elena.

La seconda storia è quella di Fabio Ridolfi, esasperato dalle mancate risposte e dall’attesa, ha scelto la sedazione profonda. E non so se scegliere è il verbo giusto, perché Fabio aveva chiesto alla propria azienda sanitaria di verificare le sue condizioni per poter accedere al suicidio assistito, proprio come previsto dalla sentenza della corte. Ma nonostante un gruppo di medici fosse andato a visitarlo e avesse scritto la relazione, quel documento era rimasto in qualche cassetto per quaranta giorni.

Il paternalismo è una tentazione irresistibile, anche nelle motivazioni pretestuose della inammissibilità del referendum sull’eutanasia

Perché? Non si è mai capito se per sciatteria, per qualche paternalistica intenzione o perché la burocrazia si dimentica che quando aspetti, quando sei bloccato nel tuo corpo immobile da diciotto anni, quando non ne puoi più ogni ora dura mille volte di più. Fabio aveva il diritto di morire a casa sua e come voleva lui – spingendo un bottone. Ma per esasperazione ha scelto di essere addormentato. Per lui è stato uguale, ma per la sua famiglia no. Ed era questa la ragione per cui aveva insistito e aveva provato ad aspettare. Che poi quelle ore tra la sedazione e la morte, mi racconta il fratello Andrea, sono state ore strazianti, di spasmi e convulsioni.

Perché? Perché se non ci sono garanzie dei tempi e delle responsabilità, tutto rimane scritto, ma chissà se sarà applicato. E allora può essere che qualcuno risponda velocemente e non dimentichi di mandare un documento necessario, ma può pure essere che si sia costretti a denunciare, a diffidare, a chiedere inutilmente. Ad aspettare per mesi. La legge e i diritti da soli non bastano. Hanno bisogno della garanzia della loro applicazione e del loro esercizio per non rimanere solo una vana promessa.

Decisione di merito

Oggi in Italia la legge e i diritti sono chiari. E basterebbe prendere sul serio la costituzione per concludere che possiamo decidere di morire; o meglio che siamo liberi di decidere e, tra le decisioni, possiamo smettere di curarci. La legge del 2017 sulle disposizioni anticipate di trattamento (o testamento biologico), che la corte nomina nella sentenza 242, ha solo rinforzato la nostra libertà, permettendoci di estendere il consenso informato a un futuro più o meno lontano.

Ci sono forse degli aspetti moralmente controversi e difficili? Sicuramente, come per esempio l’accertamento della volontà e delle nostre capacità cognitive, ma quali alternative ci sono? La libertà è un esercizio che richiede sempre dei prerequisiti e che comporta sempre dei rischi, ma non è una ragione sufficiente per limitarla o eliminarla.

Il paternalismo è una tentazione irresistibile, e anche nelle motivazioni pretestuose della inammissibilità del referendum sull’eutanasia (che era stato proposto, tra gli altri, dall’associazione Luca Coscioni) è emerso come unica e (questa sì, inammissibile) ragione. Secondo la corte l’abrogazione di quell’articolo – sebbene parziale e con delle condizioni volte a escludere l’incapacità (per età o per una condizione temporanea o permanente) – era inammissibile perché con l’abrogazione “ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente […] non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.

È stata una decisione di merito, che è una fase distinta dal giudizio di ammissibilità dei referendum. “La valutazione dell’ammissibilità è infatti un passaggio per valutare la correttezza in virtù delle norme che prevedono un perimetro di ammissibilità dei referendum popolari che sono abrogativi e non per valutare nel merito e politicamente un quesito”, spiega Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’Associazione Luca Coscioni.

Quella decisione, poi, sembra ignorare il quadro normativo attuale e rimandarci indietro di decenni, quando la libertà individuale non valeva niente e a decidere delle nostre vite era qualcun altro: lo stato, il medico, il giudice. “È stato molto difficile accettare la decisione di mio figlio, perché lì per lì quando me l’ha detto, come madre, ti spacca il cuore”, ha detto Rosa Maria, la madre di Federico Carboni. E nemmeno per Federico è stato semplice. Ci sono voluti anni e l’ostinazione di Filomena Gallo, denunce e ricorsi. E non dovrebbe andare in questo modo.

Per proteggere la nostra libertà, una buona legge sul fine vita non dovrebbe poi fare molto: dovrebbe garantire che quel diritto che l’articolo 32 già ci dà sia davvero garantito (cioè serve la garanzia delle risposte e dei tempi) e che non ci siano differenze ingiustificabili tra le persone e le malattie. Perché se sono libera di scegliere, questa libertà non può essere condizionata dal tipo di malattia e di condizioni – una volta accertate le mie capacità cognitive, cioè la mia capacità di capire le conseguenze delle mie decisioni.

Una buona legge ancora non c’è, nonostante i molti inviti al parlamento. Ricordiamo che la corte ha suggerito ancora una volta al parlamento di agire e sono passati altri tre anni da allora. Una cattiva legge non serve, ovviamente, e anzi sarebbe solo dannosa. E se dal parlamento e dal legislatore nulla si muove, i cambiamenti verranno dalle disobbedienze civili.

da qui

giovedì 26 febbraio 2015

a proposito di eutanasia

Eutanasìa, in greco antico, significa letteralmente buona morte. Oggi con questo termine si definisce correntemente l’intervento medico volto ad abbreviare l’agonia di un malato terminale.
Si parla di eutanasia passiva quando il medico si astiene dal praticare cure volte a tenere ancora in vita il malato; di eutanasia attiva quando il medico causa, direttamente, la morte del malato; di eutanasia attiva volontaria quando il medico agisce su richiesta esplicita del malato.
Nella casistica si tende a far rientrare anche il cosiddetto suicidio assistito, ovvero l’atto autonomo di porre termine alla propria vita compiuto da un malato terminale in presenza di - e con mezzi forniti da - un medico…

…Secondo l’Istituto Mario Negri di Milano, circa 90 mila malati terminali muoiono ogni anno. Il 65% di questi pazienti, aggiunge l’Associazione Luca Coscioni, si fa aiutare dai medici per smettere di soffrire. Gli inglesi la chiamano euthanasia by the back door, della porta sul retro. Da noi gli è stata affibbiata un’etichetta ancora più infamante: eutanasia clandestina. «L’ipocrisia è che si tratta solo di una questione terminologica. Se parli di eutanasia ti mettono in galera», spiega a pagina99 un medico rianimatore. «Tanti pazienti mi chiedono di farla finita. Li tranquillizzo, faccio finta di non vedere ma li aiuto a esaudire le loro volontà. Il personale sanitario viene colpevolizzato, siamo considerati assassini. Viviamo il dramma di queste scelte in solitudine…

Come possiamo definirla? "Eutanasia silenziosa". Per noi è un fatto di tutti i giorni. Lo affrontiamo con grande difficoltà, ma sicuri di fare sempre la cosa più giusta", dice Michele (lo chiameremo così). Una laurea, la specializzazione, il master, la carriera infermieristica, oggi è caposala all'ospedale Careggi di Firenze. Ha voglia di raccontare quello di cui, chissà se per pudore o se per una congiura del silenzio, nessuno parla mai. E di farlo evitando la politica, "ma con il buonsenso di chi sta in prima linea".
Premessa: Michele non è ateo, anzi, è un cattolico praticante, va a messa due volte alla settimana. Sorride di questa apparente contraddizione, "ma qui Dio non c'entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio...".
Ogni anno, in un grande reparto come quello dove lavora Michele, medici, infermieri e operatori sanitari hanno a che fare con almeno 30-40 casi di persone sospese in una terra di mezzo dove il confine tra cosa è eutanasia e cosa no è sottilissimo. "Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni", spiega…

"Al malato terminale che negli ultimi giorni di vita con dolori violentissimi chiede l'iniezione per morire serenamente gli viene negata" e "se il medico la fa può essere accusato di omicidio. Molti pero' la fanno, e' un movimento sott'acqua che si trova a lavorare in maniera clandestina". L'oncologo e fondatore dello Ieo, l'Istituto europeo di oncologia, Umberto Veronesi, scende in campo ancora una volta per parlare di eutanasia a margine del convegno "Uniti per i pazienti" all'Università  Statale. 
"Oggi la magistratura riesce a correggere ciò che il legislatore ha malamente costruito, ma non sempre ci riesce", ha aggiunto  Veronesi che ha poi ricordato il suicidio del regista Mario Monicelli. "Tutti parlano di una soluzione, ma il povero Monicelli, che aveva chiesto ripetutamente in ospedale una puntura letale per un trapasso dolce, e' stata negata e si e' buttato dalla finestra. Questa è civiltà ?"…
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