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mercoledì 14 ottobre 2026

Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri! - Gianluca Cicinelli


È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale.

Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario. Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.

Hanno imparato a fare i conti. Non quelli dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.

Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto quello scritto in grande sull’etichetta.

Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.

Il giornalista del telegiornale assume un’espressione soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.

«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale mostra segnali di grande vitalità».

Il padre posa la forchetta.

«Avete sentito?».

La madre si gira verso la televisione.

«Tre per cento!».

Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia. Finalmente qualcosa che va bene.

Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino costoso, ma per loro è una festa.

«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è cresciuta del 3%!».

La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce, tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la crescita.

Chiamano i ragazzi.

«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo! Del tre per cento!».

I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.

Il più grande fa una domanda.

«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».

Il padre smette di versare il vino.

«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro ci sarà nei prossimi mesi».

Il più piccolo interviene.

«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso anche la sera?».

«No, amore. Il gas costa sempre tanto».

«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».

«Non adesso».

«Ma almeno possiamo andare qualche volta in pizzeria?».

La madre abbassa gli occhi.

«Vedremo. Magari per un compleanno».

Cala il silenzio.

Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi il padre.

«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza, dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».

Si ferma un momento.

«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è cresciuta del 3%?»

Il padre non sa cosa rispondere.

La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già parlando di un altro argomento.

E forse quella del ragazzo è la domanda economica più importante della serata.

Il 3% di chi?

Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda semplice.

Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più ricco?

Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è aumentata.

Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.

Immaginiamo che una parte importante di quella crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori all’anno precedente.

Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di dividendi.

Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati economici.

Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di redditi e patrimoni elevati.

Torniamo alla nostra famiglia.

Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere riusciti a mettere da parte nulla.

Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed è un lavoro discontinuo e poco pagato.

Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.

L’economia può crescere e la loro vita restare esattamente com’era.

Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni indispensabili aumentano più dei loro redditi.

Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL

Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti dal lavoro.

La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas altri 120.

Restano 1.205 euro.

Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e quelle sanitarie.

Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo: quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi continuamente a entrate incerte.

Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di quella raccontata.

Immaginiamo che il 3% di crescita economica si trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile da lavoro.

Quanto guadagnerebbero?

43 euro e 50 centesimi in più al mese.

Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.

Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al riparo da un mese senza lavoro.

E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.

Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.

Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.

La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la disponibilità economica di tutti.

Il Paese cresce, la povertà può restare

Non stiamo parlando di una contraddizione puramente teorica.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone.

E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al 2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

Tra le persone che vivono in coppie con due figli, questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.

Sono indicatori differenti: essere a rischio di povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.

Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita economicamente sicura.

Questo non significa che la crescita sia inutile.

Una maggiore produzione può creare occupazione. Le imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità, trasporti e protezione sociale.

Sono possibilità concrete e importanti.

Ma sono, appunto, possibilità.

Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la distribuzione dei benefici della crescita.

Non è sufficiente sapere quanto si produce in più. Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in quali tempi.

Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai titoli dei telegiornali.

La buona notizia per chi?

Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che l’economia va bene.

Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare la stessa notizia.

«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai profitti delle imprese».

Sarebbe sempre informazione economica.

Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di negarne l’importanza.

Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo, come una misura del benessere collettivo.

Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi, consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per valutare il benessere materiale.

Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.

E certamente non sono sinonimi per chi continua a vivere con uno stipendio insufficiente.

E allora, a noi che ce ne frega?

Torniamo per un momento a quella cucina.

La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle loro cose.

Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo chiamino per lavorare.

Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti anni.

I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi rispondere che bisogna aspettare.

E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che hanno visto crescere i propri redditi.

Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.

Il problema nasce quando il successo dell’economia viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.

Quando una percentuale nazionale cancella le differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le scarpe al figlio o riparare la macchina.

Quando la parola crescita viene pronunciata senza chiedersi chi stia effettivamente crescendo.

Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia, ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto interno lordo.

«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo diventati meno poveri?»

Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.

Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.

E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese, ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.

Perché un’economia che cresce non è necessariamente un’economia nella quale tutti vivono meglio.

E la differenza, per milioni di famiglie, non è una questione di statistiche.

È la differenza tra poter andare in vacanza con i propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà possibile godersi qualche momento di pace.

In ogni caso, per completezza d’informazione, l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1% quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo sempre la nostra famiglia ottimista.

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giovedì 26 febbraio 2026

Il mercato della scorciatoia sanitaria che alimenta le truffe - Gianluca Cicinelli

C’è un punto che va chiamato per nome, perché è il vero “soggetto” di questa storia: il mercato della scorciatoia sanitaria. Non nasce dal nulla, né da qualche mela marcia isolata. È una creatura perfettamente coerente con anni di sottofinanziamento, esternalizzazioni, incentivi distorti e retorica dell’“efficienza” che, nella pratica, ha significato una cosa sola: tempi più lunghi nel pubblico e spazio crescente per chi può vendere un accesso più rapido.

Quando le liste d’attesa diventano la norma, la privatizzazione non è uno slogan: è un dispositivo che converte la scarsità in profitto. E dentro quel dispositivo prosperano figure riconoscibili, con nome e cognome “sociale”: il gestore della fila, l’intermediario dell’accesso, l’imprenditore dell’intramoenia, il ripulitore amministrativo che trasforma l’irregolare in “registrato”.

È con questa lente che va letto il bilancio 2025 dei Carabinieri NAS, presentato con il ministro Orazio Schillaci e il generale Raffaele Covetti. I numeri, di per sé, sono impressionanti: 45.762 ispezioni, 6.255 sanzioni penali e 23.397 amministrative, 148 arresti, 2.829 deferimenti all’autorità giudiziaria e 13.390 segnalazioni a quella amministrativa; sequestri per un valore complessivo indicato oltre 197 milioni di euro, 1.660 strutture chiuse o sequestrate, 24 milioni di euro di somme contestate.

Ma il punto non è l’enormità della macchina repressiva. Il punto è ciò che questi numeri dicono sul sistema: la deviazione non è marginale, è abbastanza diffusa da richiedere un dispiegamento continuo e capillare.

Dentro quel quadro, la pagina più politica è quella su liste d’attesa e intramoenia (ALPI). Nel 2025 i controlli dedicati sono 1.930, tra direzioni sanitarie, reparti e CUP, con 9 arresti, 105 denunce e circa 474 segnalazioni amministrative.

Ed ecco che il bilancio smette di essere statistica e diventa radiografia: perché quando la filiera dell’accesso è opaca, quando le agende sono “manovrabili”, quando l’urgenza di cura incontra il bisogno di “saltare la fila”, l’illecito non è solo un reato. È un modello di business.

Le vicende richiamate lo mostrano con crudezza. A Catanzaro, nelle indagini su una presunta intramoenia “allargata” in studi privati esterni, l’elemento più rivelatore non è solo il contante: è la logica industriale con cui si “normalizza” l’abuso.

Prestazioni registrate a posteriori, pagamenti intestati a pazienti ignari, quote minime al pubblico per coprire l’operazione. Questa non è semplicemente corruzione: è la figura del ripulitore amministrativo, quello che usa la burocrazia sanitaria non per garantire trasparenza, ma per creare una traccia fittizia che legittima l’extra-sistema.

È la trasformazione della contabilità in scudo, e del paziente in un nome da mettere a bilancio. Nel momento in cui un cittadino ignaro diventa intestatario di un pagamento, il sistema non sta solo rubando denaro: sta rubando identità e fiducia, trattando la persona come materiale amministrativo.

A Parma, la contestazione a un dirigente medico per visite private in giorni non autorizzati e in orario istituzionale, incassi in contanti e uso di farmaci dello studio ospedaliero, illumina un’altra figura: il monopolista della corsia rapida, quello che controlla l’offerta pubblica e, nello stesso tempo, apre il rubinetto privato parallelo.

Il vantaggio non è solo economico, è di potere: chi decide tempi e priorità può far pesare la lentezza come leva, può spingere la domanda verso il canale che remunera meglio. Le liste d’attesa, così, non sono più un problema da risolvere: diventano un serbatoio da cui estrarre rendite.

Ecco perché la questione non si esaurisce nella caccia all’irregolarità. Il “nome e cognome” che manca nelle cronache tradizionali è questo: il privatizzatore di fatto. Non necessariamente un ministro, non necessariamente un partito, non necessariamente un singolo manager.

È una filiera materiale, fatta di procedure, discrezionalità, opacità, e di un’idea di sanità che accetta come fisiologico ciò che non lo è: che l’accesso dipenda dalla capacità di pagare, di conoscere, di agganciare la persona giusta. È la sanità trasformata in imbuto: larga nelle promesse, stretta nella pratica, lucrativa per chi vende il passaggio.

L’accusa, allora, deve essere altrettanto chiara: questo sistema produce frode perché produce scarsità governata. Se l’ordinario è attendere mesi, chi offre il “subito” può costruire un mercato.

Se le agende sono poco trasparenti, chi le gestisce può fare il selezionatore. Se la tracciabilità è debole, il contante diventa linguaggio. E se è possibile “registrare dopo”, allora la legalità diventa un timbro da apporre a posteriori, non una regola che previene.

La conseguenza è devastante per il Servizio sanitario nazionale: i cittadini pagano due volte, prima con le tasse e poi con la scorciatoia; chi non può pagare resta in coda; i professionisti corretti vengono travolti da un discredito generalizzato; e la sanità pubblica perde la sua ragion d’essere, che non è offrire un servizio “per chi riesce”, ma garantire un diritto.

Il bilancio dei NAS, se letto davvero, non racconta soltanto che “ci sono reati”: racconta un fallimento insopportabile, ci dice che la cura è soltanto un terreno di rendita. E se diventa rendita, non è solo un problema penale ma politico, una politica fraudolenta mascherata da inefficienza.

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lunedì 1 dicembre 2025

Campbell, “merda per i poveri” e povertà di un’azienda - Gianluca Cicinelli

E meno male che il cliente è al centro dell’azienda. Parola loro, non nostra. “Mettiamo il consumatore al centro di tutto quello che facciamo. È così che abbiamo costruito fiducia per quasi 150 anni”, scriveva orgogliosa la Campbell qualche anno fa, spiegando perché appoggiava le etichette sugli OGM e come difendeva il diritto delle persone a sapere cosa c’è nel piatto.

Poi, molti comunicati dopo e parecchie lattine vendute in più, salta fuori un audio. In quella registrazione, allegata a una causa civile in Michigan, la voce che l’azienda stessa riconoscerà come quella di Martin Bally, vicepresidente dell’area IT, non sembra esattamente ossessionata dall’idea di “mettere il consumatore al centro”.

Le zuppe Campbell diventano “highly processed food for poor people”, cibo altamente processato per poveri, e soprattutto “shit for fucking poor people. Who buys our shit? I don’t buy Campbell’s products anymore”. Merda per poveri del cazzo. Chi compra la nostra merda? Io i prodotti Campbell non li compro più.

È lo stesso marchio che, nei documenti ufficiali, racconta di voler portare “qualità, valore e sicurezza alle masse”, di avere da sempre il consumatore come stella polare, di lavorare per “make food people love”, fare cibo che le persone amano. Nel file audio, però, l’amore per il consumatore si traduce in un’altra lingua: quella che si usa quando si parla dei poveri convinti a cucinarsi una cena in 5 minuti col microonde.

La scena, a raccontarla, sembra scritta da uno sceneggiatore con un dente avvelenato contro gli uffici del personale di mezzo mondo. Novembre 2024, riunione in remoto. Da una parte del monitor c’è Martin Bally, vicepresidente e capo della sicurezza informatica di Campbell’s: non un cuoco, non un nutrizionista, ma uno che dovrebbe occuparsi di hacker e firewall.

Dall’altra un analista di sicurezza, Robert Garza, assunto da poco, che crede di dover discutere di lavoro e prospettive. E invece si ritrova a fare da pubblico a una lunga tirata del capo sui prodotti dell’azienda, sui poveri che li comprano, sui colleghi indiani, sugli edibles alla marijuana che lui stesso, sostiene Garza, consumerebbe con una certa disinvoltura.

A un certo punto, racconta Garza, scatta l’istinto di sopravvivenza del sottoposto moderno: il dito va sul tasto “rec”. Da quel momento tutto viene registrato. Nella registrazione, finita poi nella causa civile in Michigan e nelle mani di vari media statunitensi, si sente il dirigente ripetere le stesse frasi sulle “highly processed food for poor people” e sulla “shit for fucking poor people” già citate, in un crescendo che sembra fatto apposta per titoli e meme.

È un raro momento di sincerità: il manager che prende le distanze dal cibo che gli paga lo stipendio, dichiarando di non toccarlo nemmeno con la forchetta dei poveri. Non contento, secondo la denuncia, aggiunge che quel pollo sarebbe “bioengineered meat”, roba uscita da una stampante 3D. Il tutto in mezzo a commenti razzisti sui colleghi di origine indiana, considerati incapaci di pensare con la loro testa. Cibo di merda per poveri, colleghi di merda per pregiudizio, e al centro lui, la coscienza critica del capitalismo da lattina.

La storia salta fuori solo mesi dopo. Garza sostiene di aver segnalato internamente quelle frasi a gennaio 2025. Dopo circa tre settimane, il licenziamento. Lui parla di ritorsione per aver denunciato un ambiente razzista e un dirigente fuori controllo. L’azienda contesta, parla di altre ragioni. La verità giuridica la stabilirà un tribunale, nel frattempo Garza resta senza lavoro e porta in causa Campbell’s, Bally e il suo diretto superiore. E il file audio, nato per autodifesa, diventa prova centrale del caso e detonatore mediatico.

Quando la registrazione arriva a una tv locale di Detroit e poi ai giornali nazionali, Campbell’s reagisce secondo protocollo. Prima mette Bally “in congedo”, in quella zona grigia dove i manager problematici vengono parcheggiati mentre gli avvocati contano fino a dieci. Poi, vista la tempesta, riconosce che la voce nel file è proprio la sua, lo scarica, annuncia che “non è più dipendente dell’azienda” e definisce quelle parole “volgari, offensive e false”, soprattutto quando parla di pollo ingegnerizzato e stampanti 3D.

Su questo, l’azienda si affanna a precisare: il pollo è vero, al cento per cento, viene da fornitori approvati dal Dipartimento dell’Agricoltura, nessuna carne coltivata in laboratorio, nessuna tecnologia fantascientifica nel barattolo. Il messaggio è semplice: il problema non è il contenuto della lattina, è il contenuto del dirigente.

È la grande religione della mela marcia. Quando un manager apre bocca e fa uscire quello che doveva restare confinato ai cinici pensieri di corridoio, l’azienda lo isola come un virus. Non è il sistema che tratta i poveri come un mercato di serie B a cui rifilare cibo ultra-processato a poco prezzo. È lui, il singolo cretino, che a differenza degli altri ha dimenticato la prima regola: non dirlo mai così, non dirlo in una registrazione.

Intanto la politica, che non perde mai l’occasione di fare campagna su ogni pezzo di carne, reale o immaginaria, sente l’odore del sangue. In Florida, dove è stata vietata la carne coltivata in laboratorio, il procuratore generale annuncia un’indagine sulla Campbell’s, citando proprio le frasi del dirigente sulla “bioengineered meat” e il pollo da stampante 3D, come se in quell’ora di sproloquio di un responsabile IT ci fosse la verità rivelata sulle filiere alimentari.

Campbell’s si ritrova così stritolata fra due narrative ugualmente tossiche: quella del manager che esagera e quella della politica che sfrutta l’esagerazione per confermare la propria crociata. In mezzo, di nuovo, i poveri veri, che continueranno a mangiare quello che trovano sugli scaffali del discount, con o senza etichetta “bioengineered”.

Perché è di questo che si parla, sotto i comunicati stampa e le querele minacciate. Di un’intera architettura economica che considera i poveri un target e non un’emergenza. Chi ha poche decine di dollari a settimana per mangiare non sceglie tra bistrò e cucina molecolare: sceglie tra scaffali di prodotti a lunga conservazione, offerte, promozioni, coupon. Le periferie sono piene di supermercati dove il fresco costa più del tempo che non hai, e il cibo in lattina è la soluzione logica per orari impossibili, doppio lavoro, salari insufficienti. In quel segmento di mercato, il confine fra “buono” e “accettabile” è dettato dal margine di profitto, non dalla dignità del piatto.

Il dirigente che parla di “merda per poveri” non inventa nulla. Mette solo in chiaro la gerarchia non scritta: c’è il cibo per chi può permettersi di pensare al gusto e alla salute, e c’è il cibo per chi deve solo sopravvivere a fine mese. La domanda vera non è se quel pollo venga davvero soffiato da una stampante 3D, come in un incubo techno-trash, ma su chi si regge questa dieta di massa. Finché esisterà un mercato di “prodotti per poveri” costruito sull’idea che le loro papille gustative valgono meno, che i loro stomaci sono destinazione naturale di ciò che il resto del mondo non mangerebbe, la frase “cibo di merda per poveri” resterà lì, pronta a scappare dalla bocca del prossimo dirigente in overconfidence.

Piero Manzoni, nel 1961, inscatolava direttamente la Merda d’artista e almeno sull’etichetta era onesto. Andy Warhol, l’anno dopo, con le lattine Campbell ci faceva un’icona pop: la zuppa industriale elevata ad arte, appesa nei musei come simbolo dell’America che mangia in serie. Campbell invece tiene un piede in ogni barattolo: nelle gallerie è la lattina glamour di Warhol, nelle riunioni interne il suo dirigente parla di “merda per poveri”, ma sulle etichette continua a chiamarla “food people love”. Alla fine, tra Manzoni, Warhol e Campbell, l’unico che non prende in giro il pubblico è quello che la merda l’ha scritta davvero sulla scatola.

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martedì 1 aprile 2025

Morire soli: la società ci vede solo finché produciamo - Gianluca Cicinelli

 

Gene Hackman e Betsy Arakawa a Santa Fe, i coniugi Steffenoni a Montericco. Due storie lontane, geograficamente e per contesto, ma accomunate da un epilogo simile: la morte avvenuta nel silenzio, nell’isolamento, senza che nessuno si accorgesse della loro assenza per giorni, settimane, mesi.

Due casi che si inseriscono in una tendenza sempre più diffusa nelle società moderne, dove la solitudine non è solo una condizione emotiva ma una realtà materiale, capace di far scomparire del tutto una persona agli occhi del mondo.

Gene Hackman, attore premio Oscar, e sua moglie Betsy Arakawa sono stati trovati morti nella loro casa di Santa Fe, in New Mexico, il 26 febbraio scorso. Secondo le ricostruzioni, Arakawa sarebbe deceduta giorni prima del marito, probabilmente a causa di una rara malattia polmonare, mentre Hackman, 95 anni e affetto da Alzheimer, sarebbe rimasto solo, incapace di chiedere aiuto.

Nessuno si era accorto della loro scomparsa, fino a quando un addetto alla manutenzione ha deciso di entrare nell’abitazione. Ma almeno Hackman, dopo la tragica fine, ha avuto qualcuno che lo ha pianto, un ricordo che resterà nelle pagine della storia del cinema. I coniugi Steffenoni no. Nessuno si è accorto della loro scomparsa fino al giorno in cui tre ragazzi si sono avventurati nella loro villa, credendola abbandonata.

Dall’altra parte dell’oceano, sulle colline tra Verona e Negrar, la scoperta dei corpi mummificati di Marco Steffenoni, odontoiatra in pensione, e della moglie Maria Teresa Nizzola, è avvenuta in modo del tutto casuale. Un gruppo di giovani praticanti dell’“urbex”, l’esplorazione urbana, ha trovato i due cadaveri in una villa che sembrava abbandonata.

Dai primi rilievi, la morte risalirebbe a diversi mesi prima, probabilmente tra ottobre e novembre. Anche in questo caso, nessuno si era accorto della loro assenza, nessuna chiamata, nessun allarme, fino al momento della scoperta accidentale.

Se fossero stati ancora al lavoro, in uno studio medico, tra pazienti e appuntamenti, qualcuno si sarebbe accorto che non c’erano più. Ma una volta usciti dal ciclo della produzione, una volta cessata la loro utilità economica, la loro assenza è stata un’assenza invisibile. Nessuno ha notato il silenzio, perché non c’era più nessun luogo a cui mancassero.

 

Queste storie sono frammenti di una realtà più ampia. Il fenomeno delle morti solitarie, un tempo associato esclusivamente agli anziani indigenti o ai senza fissa dimora, oggi attraversa ogni classe sociale. In Giappone, dove il fenomeno ha un nome specifico, “kodokushi”, si registrano ogni anno migliaia di casi di persone che muoiono senza che nessuno se ne accorga per settimane o mesi.

In Italia, anche se non ci sono statistiche altrettanto precise, gli esperti confermano che le morti solitarie sono in crescita. Secondo l’ISTAT, il numero di persone che vivono sole ha superato i 9 milioni, e in molte città italiane i servizi sociali segnalano un aumento delle segnalazioni di decessi scoperti con grande ritardo.

Siamo visibili finché lavoriamo, finché produciamo. Ma se scompariamo da quei luoghi in cui siamo richiesti, da quegli spazi dove siamo necessari, la nostra esistenza smette di lasciare tracce.

C’è poi un altro paradosso: né Hackman né i coniugi Steffenoni erano poveri. Entrambe le coppie godevano di una condizione economica più che dignitosa. Ma il denaro può bastare per una vita confortevole, non per una vita sociale. Non è la sicurezza economica a impedire la solitudine.

Si può vivere circondati dal verde, in una villa, con ogni comfort possibile, e restare comunque invisibili al mondo. Non è una questione di ceto sociale, ma di relazioni, di legami, di comunità che si dissolvono.

Forse la domanda che questi casi ci pongono è semplice: chi si accorgerebbe della nostra assenza? E quanto tempo passerebbe prima che qualcuno lo noti? E soprattutto, cosa dice di noi una società in cui si può morire nel silenzio, senza che nessuno se ne accorga?

Non è una questione di cronaca nera, ma di come è organizzata la nostra vita collettiva. Di come la frammentazione delle relazioni, l’individualismo e l’assenza di spazi di comunità possano portare a questo tipo di epiloghi. Viviamo in un mondo in cui il controllo digitale è pervasivo, in cui ogni nostro acquisto e ogni nostro spostamento lasciano una traccia, ma la nostra vita, nel senso più umano del termine, può sparire nel nulla senza che nessun sistema di sorveglianza se ne accorga.

La tecnologia ci rende rintracciabili, ma non presenti. Ci osserva, ma non ci vede davvero.

E allora forse la vera domanda è: viviamo o serviamo? Finché serviamo a qualcuno o a qualcosa, la nostra presenza è riconosciuta, ma quando smettiamo di essere utili, restiamo solo nella nostra interiorità, nella nostra essenza non visibile. E se nessuno ci guarda davvero, esistiamo ancora?

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sabato 29 marzo 2025

L’ignoranza dei ricchi è la vera emergenza culturale - Gianluca Cicinelli

 

Una volta, i ricchi erano colti. Sapevano parlare almeno due lingue, citavano Seneca in latino e conoscevano la differenza tra Platone e un piatto gourmet. Si vantavano dei libri letti, non dei follower. Certo, erano sfruttatori anche allora, ma si vergognavano abbastanza da finanziare biblioteche, musei, teatri. Oggi, invece, il nuovo status symbol è l’ignoranza. Ma quella di lusso: con jet privato, villa a Dubai e citazioni sbagliate da fonti mai verificate.

Nel 2025, i ricchi sono poveri di tutto ciò che non si può comprare. Pensiero, cultura, empatia, ironia. È l’élite dell’ignoranza a guidare il mondo. E non è un modo di dire: sta scritto nei bilanci, nei social, nei talk show.

Un tempo, per salire al potere bisognava dimostrare di essere almeno più svegli della media. Oggi basta avere una startup e saper twittare. Elon Musk, per esempio, ha costruito un impero tecnologico e poi lo ha distrutto a colpi di post paranoici e meme da gamer frustrato. Mentre l’umanità si interroga su come governare l’intelligenza artificiale, lui posta battute su Joe Biden e la marijuana.

Jeff Bezos ha fondato un impero che ha rivoluzionato il commercio, ma appena ha avuto tempo libero è salito su un razzo a forma di fallo per fare “ciao ciao” all’atmosfera, portandosi dietro cappellini da cowboy e il nulla cosmico in valigia. La sua concezione di cultura è una serie Amazon Prime con rating 4 stelle.

Mark Zuckerberg, dal canto suo, ha fatto crollare il livello medio di attenzione mondiale da 8 a 3 secondi. Poi si è dedicato al metaverso: un mondo finto in cui puoi essere chi vuoi, purché senza gambe. Dice di voler “connettere il mondo”, ma nel frattempo ha disconnesso l’empatia, la realtà e ogni residuo di buon senso.

Un tempo si fingeva cultura per sembrare all’altezza. Ora si finge ignoranza per sembrare “pop”. È il nuovo populismo aristocratico: Briatore che fa lo youtuber tra una bottiglia da 5.000 euro e un commento sul “merito” dei poveri che non lavorano abbastanza. Un uomo che crede che il lavoro nobiliti, ma solo se è quello degli altri.

Daniela Santanchè, ministra del Turismo e imprenditrice con un talento per l’esibizione di sé, ha trasformato ogni apparizione pubblica in una sfilata tra cliché, gaffe e rivendicazioni autoreferenziali. Non si sa cosa pensi, ma lo dice con tono deciso, e basta. Il suo concetto di cultura turistica è un aperitivo con vista e due bandiere italiane ben stirate.

In questo contesto, essere ignoranti è diventato un atto di potere. Non studiare, non approfondire, non sapere: tutto questo è cool. Più si è superficiali, più si è virali. E la cultura? Una perdita di tempo.

I ricchi di un tempo costruivano cattedrali. I ricchi di oggi investono in NFT. I primi si circondavano di poeti e architetti. I secondi di influencer e consulenti per l’ottimizzazione fiscale. Un tempo la cultura era una forma di responsabilità dell’élite. Oggi è una spesa da tagliare.

I musei si trasformano in eventi brandizzati, le mostre d’arte si fanno nei mall. I concerti sono esperienze premium con area vip, e perfino la beneficenza culturale deve avere un ritorno d’immagine. Nessuno legge, ma tutti sponsorizzano festival letterari con la speranza che nessuno faccia domande.

Nel 2023, la spesa delle famiglie italiane per libri era in calo del 10% rispetto a cinque anni prima. Nello stesso anno, la spesa per dispositivi smart home – gli assistenti vocali che leggono al posto tuo – è cresciuta del 22%. Delegare il pensiero è più comodo che farlo.

La nuova povertà culturale non è solo una disgrazia: è una strategia. Un’élite ignorante può parlare senza freni, senza filtri, senza dubbi. Non ha bisogno di convincere: basta ripetere. Il modello di Berlusconi prima e oggi di Trump, ha fatto scuola, e ora i ricchi di ogni paese vogliono essere “uno di noi” mentre firmando decreti che ci faranno a pezzi.

Anche in Italia, l’ignoranza è diventata una forma di rappresentanza. Il successo di figure come Briatore e Santanchè non dipende dalla loro preparazione, ma dalla loro capacità di mostrarsi “liberi”, “autentici”, “fuori dagli schemi”. Peccato che lo schema sia sempre lo stesso: mostrare il nulla e venderlo come verità.

Quando chi comanda non ha cultura, chi subisce non ha difese. Le politiche si fanno a colpi di slogan, le scuole si smantellano pezzo per pezzo, e la cultura viene vista come una “spesa improduttiva”. Il sapere diventa un lusso che i ricchi non vogliono e i poveri non possono permettersi.

Nel 2024, l’Italia ha speso lo 0,9% del PIL per la cultura, contro il 2,5% della Francia. Ma il vero problema non è il bilancio: è l’idea che la cultura serva solo per il tempo libero, mentre la realtà si governa con Excel, algoritmi e cocktail nei rooftop.

La povertà vera, oggi, non è nei quartieri dimenticati, ma nei piani alti dei grattacieli. Non è quella dei corpi, ma quella delle menti. Non sapere nulla è diventato un segno di potere, un privilegio per chi può permettersi di non capire.
Ma alla lunga, l’ignoranza di chi comanda ricade su chi obbedisce.

E forse, a questo punto, l’unica vera rivoluzione possibile non è quella dei poveri, ma quella dei curiosi. Perché l’unico capitale che non si tassa, non si ruba e non si brucia è la voglia di capire. E da questo, i ricchi di oggi, sembrano davvero i più poveri di tutti.

https://diogenenotizie.com/lignoranza-dei-ricchi-e-la-vera-emergenza-culturale/

giovedì 6 giugno 2024

Quando i ricchi piangono. Benetton e la povertà del capitalismo italiano - Gianluca Cicinelli

 

E quasi commovente l’intervista rilasciata da Luciano Benetton al Corriere della Sera sabato scorso, con cui l’imprenditore italiano, annunciando il suo ritiro, dichiara di essere stato “tradito” dal suo amministratore delegato Massimo Renon, sotto la cui gestione si sarebbe verificato un “buco” di 100 milioni di euro, tenuto nascosto dal manager. Nel 2019 il patrimonio di Luciano Benetton stimato da Forbes ammontava a 2,8 miliardi di dollari, un motivo sufficiente a ritenere che il suo modo di pensare, al di là di qualsiasi cosa si possa pensare di lui e della sua azienda, sia molto diverso da quello di noi comuni mortali.

Difficile parlare di Benetton senza ricordare le sue responsabilità nel crollo del Ponte Morandi a Genova, 43 morti e 566 sfollati, sempre nel 2019. Il processo è ancora in corso, ma l’ultima perizia di parte di Aspi (Autostrade per l’Italia, ovvero coloro che dovevano provvedere alla manutenzione) ancora insiste sull’imprevedibilità del crollo per sviare le accuse dalla mancata manutenzione. A smentirla, le foto della Nasa, che dimostrano come fin dal 2015 il ponte si stesse deformando. Imprevedibile una beata ceppa, quindi.

A pagare per il crollo, a parte i morti, i feriti e gli sfollati, è stato l’ex Ad di Aspi, ovvero gruppo Benetton al momento della tragedia, Giovanni Castellucci (condannato nel 2023 a sei anni di reclusione in appello per un’altra tragedia stradale, la strage di Acqualonga del 2013 sull’A16, 40 morti). Più che pagare lui hanno pagato i Benetton, con una buonuscita da 13 milioni di euro per quest’altro bell’esponente dell’elite del management italiano.

Luciano Benetton è uno che “chiagne e fotte” (piange, mentre ti distrae e così ti frega) spesso, come dimostra anche questa intervista, o esempio di marketing aziendale, in quella matassa indiscriminata d’interessi tra stampa italiana e stanze del potere economico. Nel novembre 2019 Luciano Benetton, invia una lettera ai maggiori quotidiani italiani in cui parla di “campagna d’odio” che si è scatenata sulla sua famiglia, definisce i Benetton “parte lesa” rispetto alle vicende di Genova perché “nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”. L’ipocrisia al potere.

Ma torniamo all’intervista di Benetton al Corriere della Sera. Il gruppo Cairo è proprietario del Corriere della Sera tramite Rcs, la stessa Rcs che aveva venduto nel 2013, prima di Cairo, per 120 milioni di euro il complesso immobiliare di Via Solferino/Via San Marco/Via Balzan, storica sede del Corriere della Sera, al Fondo Blackstone Group, un fondo Usa attualmente alleato con i Benetton per l’Opa su Atlantia, che si occupa d’infrastrutture stradali, in precedenza proprietaria di Autostrade per l’Italia, venduta da Atlantia dopo la tragedia del Ponte Morandi. Cairo dopo averlo denunciato ricucì i rapporti con il fondo Blackstone, che nel frattempo aveva venduto per 300 milioni di euro a un’altra società l’immobile, per ricomprare alla fine lo stesso complesso a 70 milioni di euro. Cairo/Rcs/Corriere della Sera, Benetton/Atlantia/Blackstone, i favori si restituiscono.

Nell’intervista Benetton denuncia Il piano triennale per il pareggio, che doveva concludersi nel 2023, è fallito. Benetton denuncia un atteggiamento “arrogante e poco capace” dei nuovi dirigenti e segnala gravi problemi finanziari: “Presentano improvvisamente un buco di bilancio drammatico, uno shock da 100 milioni di euro”.

“Guardi – dice a proposito del suo management Benetton – o sono impreparati al punto da non saper comprendere i fondamentali dell’azienda, quindi in buona fede ma gravemente inadeguati agli incarichi che hanno ricoperto, oppure hanno deciso volontariamente di tenere nascosta la realtà dei fatti quindi omettendo informazioni preziose, fino al punto in cui non hanno più potuto nascondere la verità. Ci sarà un’investigazione a riguardo”.

Con le lacrime agli occhi verrebbe voglia di lanciare una colletta per aiutare Benetton. Salvo poi andare a rileggersi il bilancio 2022 del Benetton Group: fatturato di 1.004 milioni di euro (+19% sul 2021), 103 milioni di euro di margine operativo lordo, 81 milioni di euro di perdita. Quindi, per quelle quattro operazioni di matematica che ricordiamo fin dalle elementari, le perdite e il buco in bilancio di Benetton è ben superiore ai 100 milioni di cui parla Luciano Benetton. Il debito finanziario di Edizione, l’holding finanziaria controllata dalla famiglia Benetton, si aggira invece intorno agli 8 miliardi di euro.

Un altro Benetton, Alessandro, presidente di Edizione, individuato come successore proprio dal padre Luciano, a gennaio di quest’anno parlava con entusiasmo del 2023 come “Un anno eccezionale di innovazioni e nuove traiettorie”. Che in un certo senso, se è vero quel che dice il padre sul buco da 100 milioni, è anche vero, seppur in negativo. In una lunga intervista rilasciata sempre al Corriere della Sera, guarda tu il caso, nel marzo scorso, Candida Morvillo gli chiedeva: “Il passaggio generazionale sta risultando devastante per altri grandi famiglie come gli Agnelli o i Del Vecchio, come avete fatto voi a fare a non tirarvi i coltelli?”. rispondeva Benetton figlio: “Il galateo mi suggerisce di non parlare degli altri. Da tecnico che ha seguito molti passaggi generazionali, soprattutto nella piccola e media impresa, credo che il segreto stia nell’usare strumenti giusti per separare l’eredità economica e la responsabilità che ti dà l’essere influente sulla vita di tante persone”. Al contrario tutto bene in casa Benetton, asserisce il sessantenne Alessandro.

Parliamo di marzo, non dell’anno scorso o di dieci anni fa. Fino a due mesi fa quindi dobbiamo pensare che il Presidente di Edizioni fosse all’oscuro del buco da cento milioni di euro di cui parla il padre. Ma lo stesso Luciano sostiene che questa situazione è diventata nota all’interno del gruppo fin dal settembre 2023. Quindi o il presidente di Edizioni è un po’ tardo a capire oppure, come spesso accade all’interno della famiglia Benetton, non la racconta giusta.

Bugie e controversie dei Benetton, anche mettendo da parte il marchio dell’infamia del Ponte Morandi, difficile da rimuovere, non sono cosa nuova. Secondo la Guida al vestire critico, Centro nuovo modello di sviluppo, 2006, Edizione Missionaria Italiana “Benetton ottiene parte dei suoi prodotti da terzisti localizzati in Cina, paese che vieta ogni libertà sindacale”. C’è poi la vicenda dell’acquisizione nel 2003 di The Argentine Southern Land Company Limited, che aveva la proprietà di circa 900 000 ettari di Patagonia. Parte di questa terra è rivendicata dal popolo Mapuche, costretto a vivere in una striscia di territorio sovraffollato, diventata manodopera a basso costo. Benetton ha tentato di rifarsi la verginità donando alla provincia argentina del Chubut ottomila ettari di terra, ricevendo un netto rifiuto da parte governatore.

Va poi ricordato il crollo del Rana Plaza di Savar nel 2013 a Dacca, in Bangladesh con 381 morti. Secondo alcune fonti lì, avrebbe avuto sede una delle fabbriche tessili a cui la Benetton appalta i suoi lavori. L’associazione Campagna Abiti Puliti ha accusato Benetton di non controllare le condizioni di sicurezza delle aziende cui affida la gestione dei loro prodotti. Infine anche sul sistema di vendita di Benetton sono sorte diverse controversie. Il gruppo impone alla rete di negozi in franchising che vendono i prodotti del suo marchio obiettivi di vendita svincolati dall’andamento della domanda di settore. I titolari sono tenuti a garantire un determinato livello minimo di forniture e di assortimento, a prescindere dalle reali probabilità di vendita a prezzo pieno e a saldo. In sostanza l’invenduto resta ai dettaglianti. Della questione si è occupata l’Antitrust, ipotizzando un abuso di dipendenza economica. Il Gruppo Benetton è anche stato sanzionato dal Garante della privacy italiano, per aver trattato illecitamente i dati personali di un numero piuttosto rilevante di clienti ed ex clienti del servizio di e-commerce.

Potremmo andare avanti a lungo, ma è evidente che le belle e innovative fotografie di Oliviero Toscani non bastano più a coprire il fallimento etico, visto che quello economico sembrebbe alle porte, di un’azienda “modello” del capitalismo italiano, basata sulla favola del buon Luciano figlio di operai che dal nulla crea posti di lavoro e un’immensa ricchezza. Anzi, siccome siamo persone serie e non cediamo al semplicismo populista, è vero che Luciano Benetton ha avuto una grande capacità nell’impiantare la sua azienda. La verità della sua parabola però sta nel fallimento della gestione finanziaria, non da oggi, che è comune a tutte le imprese italiane e multinazionali. Anche se quello che noi definiamo fallimento, è l’essenza stessa del capitalismo attuale, il nulla fondato non soltanto sul nulla di azioni e titoli ma sulla pelle di milioni di persone in tutto il mondo.

La produzione che trascende la materialità dei prodotti, trasformandosi in scambi digitali le cui regole non sono le stesse che regolano la vita della società civile e in cui oggi la criminalità organizzata ha una capacità d’intervenire e dettare le regole stesse senza nemmeno correre il rischio di violare la legge perchè è la legge. Non è stato tradito come afferma, Luciano Benetton, è semplicemente rimasto vittima di un sistema economico truffaldino a cui lui stesso ha fornito le chiavi per entrare.

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