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venerdì 23 agosto 2019

Niger, a rischio la grande riserva naturale di Termit Tin Toumma. La Cina vuole il petrolio - Antonella Sinopoli




Si chiama Termit Tin Toumma, si trova in Niger, in pieno deserto del Sahara, è stata “creata” nel 2012 ed è considerata tra le più grandi, se non la più grande riserva naturale terrestre in Africa.
Oggi il Paese ha deciso di modificarne i confini per consentire lo sviluppo di un progetto di sfruttamento petrolifero da parte della CNPC (China National Petroleum Corporation), progetto che minaccia la biodiversità africana nel suo complesso.  
Con una superficie di quasi 100.000 chilometri quadrati – tre volte più grande del Belgio – l’area ha guadagnato il titolo di più grande riserva naturale in Africa.
Tra i suoi “abitanti” più di 130 specie di uccelli, dozzine di rettili e oltre quindici specie di mammiferi tra cui l’Addax (Addax nasomaculatus), un’antilope classificata dall’Unione Internazionale per conservazione della natura (IUCN) come pericolosamente minacciata dal rischio di estinzione. 
La ONG responsabile della riserva (Noah) ha fatto sapere di avere più volte tentato di dialogare con la China National Petroleum Corporation al fine di discutere per misure ambientali per prevenire i danni che deriverebbero dallo sfruttamento petrolifero nell’area. Ma l’azienda “non ha mai risposto alle nostre sollecitazioni“, ha lamentato l’organizzazione.
Per tentare di salvare la riserva è stata avviata una forte mobilitazione e una raccolta firme.
Il Governo nigerino, sotto la pressione della Cina – si legge sul sito che raccoglie le firme a difesa di Termit Tin Toumma – ha appena declassato questa riserva naturale. Non possiamo permettere alla Cina di distruggere la biodiversità africana con impunità. 
Proprio l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), sotto la presidenza cinese, organizzerà in Francia (a Marsiglia) nel giugno 2020 il “Congresso mondiale per la natura”. La Cina – dal canto suo – ospiterà anche la prossima COP15 della “Convenzione per la diversità biologica” (novembre 2020).  

venerdì 28 giugno 2019

“Aprite le frontiere. Vogliamo conoscere quella che chiamate ‘libertà'” - Antonella Sinopoli,



In partenza di nuovo per l’Africa penso a chi non può.
Non può viaggiare, non può partire, non può accedere a un visto. Grazie a politiche ottuse, che vogliono controllare i movimenti di popoli che non abbiamo mai smesso di trattare come merci e oggetti. Penso a chi non può sperare. Non può cambiare.
Noi fortunati, invece sì. Possiamo andare e venire. E fare un po’ quel che ci pare nei Paesi africani. Turismo, business, soldi, o solo fare all’amore.
Saluto questa parte di mondo fortunato, ma che si sta auto distruggendo trascinandosi anche tutto il resto, con questo brano di Tiken Jak Fakoly, artista reggae ivoriano. Un brano del 2007, sempre più attuale.
Un grido di denuncia. Verso chi ha inventato lasciapassare e passaporti a suo esclusivo vantaggio per sottomettere popoli e parti del mondo. Farli sentire inferiori, farli morire nel deserto o nel Mediterraneo. Verso chi vuole togliere dignità e diritti a chi i nostri diritti, le nostre leggi li subisce.
“Aprite le frontiere”, “Aprite i porti“.




Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Vous venez chaque année
L’été comme l’hiver
Et nous on vous reçoit
Toujours les bras ouverts
Vous êtes ici chez vous
Après tout peu importe
On veut partir alors ouvrez nous la porte
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Du Détroit de Gibraltar
Nous sommes des milliers
A vouloir comme vous
venir sans rendez-vous
Nous voulons voyager
Et aussi travailler
Mais nous on vous a pas refusé le visa
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Nous aussi on veut connaître la chance d’étudier
La chance de voir nos rêves se réaliser
Avoir un beau métier
Pouvoir voyager
Connaître ce que vous appelez « liberté »
On veut que nos familles ne manquent plus de rien
On veut avoir cette vie où l’on mange à sa faim
On veut quitter cette misère quotidienne pour de bon
On veut partir d’ici car nous sommes tous en train de péter les plombs
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Laissez nous passer…
Y a plus une goutte d’eau
Pour remplir notre seau
Ni même une goutte de pluie
Tout au fond du puis
Quand le ventre est vide
Sur le chemin de l’école
Un beau jour il décide
De prendre son envol, nan nan nan nan …
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Laissez nous passer…
Ouvrez la porte
Ici on étouffe
On est plein à vouloir du rêve occidental
Ouvrez la porte
Ici la jeunesse s’essouffle
Ne vois tu pas que pour nous c’est vital
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Laissez nous passer…
Vous avez pris nos plages
Et leur sable doré
Mis l’animal en cage
Abattu nos forêts
Qu’est ce qu’il nous reste
Quand on a les mains vides
On se prépare au voyage
Et on se jette dans le vide
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Ouvrez les frontières, ouvrez les frontières
Laissez nous passer…


lunedì 24 giugno 2019

Donatori di sangue per soldi. Pomodoro e coca cola per rimettersi in forze - Antonella Sinopoli



Sono molti i giovani africani che vendono il loro sangue per guadagnare qualcosa. Magari per pagarsi gli studi.
In Nigeria per esempio, ci sono ragazzi che lo fanno almeno una volta a settimana. Un'”abitudine” che può certo nuocere alla salute non solo nel lungo ma anche nel medio periodo. Anche per l’uso di miscugli che dovrebbero servire a riportare in salute e a garantire la sostituzione del sangue dotato, soprattutto in vista delle prossima donazione (a pagamento).
Una ricerca di Africa check sta mettendo in guardia in particolare rispetto all’uso di condensato di pomodoro (sorta di ketchup in realtà) e coca cola o, in sostituzione, bevanda a base di malto. Pare che tale pratica sia molto diffusa e trasmessa anche attraverso i social.
I ragazzi sono convinti della loro efficacia per ridurre lo stato di vertigini che si prova dopo un prelievo, soprattutto se sostanzioso.
Akanmu Sulaimon, professore di Ematologia e Trasfusione di sangue presso l’Università di Lagos College of Medicine, ha detto che tale miscela non può essere considerato un tonico del sangue. “È ridicolo. Non ho mai sentito parlare di questa combinazione. E non è nelle pagine del mio libro di testo. Non è sicuramente un tonico ematico di emergenza. Non ha senso farne uso.”
Anche il dottor Madu Anazoezo del dipartimento di Ematologia e Immunologia dell’Università della Nigeria afferma di non averne sentito parlare in ambito accademico. “Non c’è stato nessuno studio che confermi che la combinazione sia un tonico ematico di emergenza“, ha detto. La dottoressa Angela Ogechukwu, anch’essa ematologa alla stessa Università, ha convenuto che la combinazione non ha una base medica nota. Anzi ha consigliato i donatori di sangue a non farne uso poiché non vi è “nessun studio dimostrato” che funzioni.
Le indicazioni di questi esperti difficilmente serviranno a fermare questi giovani che certo usano semplicemente ciò che hanno a portata di mano e, soprattutto, a portata delle loro tasche.
Oltretutto, a fornire prove “scientifiche” della valenza di questi prodotti sono stati alcuni medici ghanesi. Un paio di anni fa il Scientec Journal of Life Sciences pubblicò proprio uno studio su tale tema che diede risultati totalmente opposti. Gli autori, tutti medici dell’Università Kwame Nkrumah di Scienze e Tecnologiee della Facoltà della Salute e Scienze affini di Kumasi, conclusero che concentrato di pomodoro e coca cola aiutano a combattere l’anemia. “Una combinazione di bevanda Coca-Cola e pasta di pomodoro ha avuto un significativo aumento dei livelli di emoglobina indicando un potenziale ematologico e anti-anemico” si leggeva nel documento medico.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di tre tipi di donatori: quelli che lo donano per familiari, quelli commerciali o professionali, quelli volontari che non prendono nessuna retribuzione.
Per la seconda categoria sono individuati – dall’OMS – quattro problemi principali.
1) pagare donatori mina alla radice il sistema volontario di donazioni, che sarebbe alla base di un rifornimento di sangue sicuro; 2) molti donatori “commerciali” provengono dai settori più poveri di società e sono ovviamente spinti dal bisogno di denaro. Possono essere in cattive condizioni di salute, denutrite o a rischio di infezioni trasmissibili per trasfusione e mettere dunque in pericolo la vita dei destinatari del loro sangue; 3) i donatori commerciali possono donare il loro sangue più frequentemente di quanto raccomandato. Questo potrebbe avere effetti dannosi per la salute, con il risultato che possono fornire unità di sangue scadenti che possono presentare o un rischio per i destinatari o fornire poco o nessun beneficio; 4) se i donatori sono pagati di solito è necessario addebitare ai pazienti il sangue che ricevono e le famiglie povere potrebbero non permetterselo.

giovedì 6 giugno 2019

Meglio prostitute che affamate. Report dall’Africa subsahariana – Antonella Sinopoli


È la fame a decidere. L’angoscia di non aver nulla da portare a casa. E se resta solo il corpo, il proprio corpo, allora è quello che bisogna usare. La prostituzione in Africa è spesso questo: un bisogno estremo legato all’istinto di sopravvivenza.
Un brothel, un mercato, l’ufficio del capocantiere di una miniera, persino il fondo in ombra di una chiesa. Non importa dove, poiché sono le circostanze a decidere. Le analisi sulla prostituzione nel mondo parlano di oltre 42 milioni di prostitute ma è un numero approssimativo e risulta assai difficile avere cifre sui Paesi africani. I motivi sono diversi, uno di questi è che la maggior parte delle ragazze e donne che praticano la prostituzione non la considerano (e nei fatti non lo è) la loro principale attività. Si tratta invece dell’unica chance. Perché, come spiega Emma: “L’HIV ti ucciderà in vent’anni, la fame in due giorni”.
Emma è una delle centinaia di donne intervistate da un gruppo di giornaliste d’inchiesta africane che hanno pubblicato il dossier “The last resource. Risking death to feed your kids” [L’ultima risorsa. Rischiare la morte per sfamare i propri figli] a cura dell’African Investigative Publishing Collective. Un lavoro che apre uno scenario disperato ed eloquente sulla vita di migliaia di donne che si vendono una volta arrivate al gradino più basso.
I motivi che spingono alla prostituzione possono essere diversi. La maggior parte delle ragazze e donne che la praticano non la considerano (e nei fatti non lo è) la loro principale attività e continuano a svolgere anche i loro lavori ufficiali. Foto di Antonella Sinopoli, Kampala, Uganda
Odiano quello che fanno, dicono, ma cercano di conservare la propria dignità continuando a dedicarsi ai loro mestieri: sarte, venditrici al dettaglio, contadine, ma anche insegnanti e studentesse. Anche per difendersi da violenze e soprusi. Violenze che spesso arrivano da quegli stessi parenti che poi non si fanno scrupolo di usare quel denaro malamente guadagnato o dalle forze dell’ordine che ne abusano e le ricattano approfittando della loro condizione di fragilità. Molte hanno raccontato di doversi piegare alle richieste della polizia per non essere picchiate o arrestate.
Le donne incontrate vivono in comunità dove il guadagno medio giornaliero è di poco meno di due dollari al giorno, la soglia minima di povertà. Donne che fanno ricorso alla prostituzione saltuaria come mezzo per supplire all’assenza dei padri dei loro figli, che rimangono sole e senza sostegno (l’eredità passa in linea maschile) o che vogliono continuare gli studi nella speranza che un’educazione dia loro un futuro migliore.
Emma fa la parrucchiera e si vende quando non riesce a guadagnare nulla durante il giorno. Vive in Uganda, Paese tra i primi cinque del continente per l’empowerment delle donne e dove sono donne il 34% dei parlamentari. Ma qui, come altrove nell’Africa sub-sahariana, il gap tra la classe medio-alta e quella delle popolazioni rurali o che vivono ai margini delle città è sempre più ampio.
Il suo presidente, Museveni, in carica dal 1986, è noto per le campagne sull’astinenza per combattere l’AIDS, quelle contro i gay e le gonne corte. Politiche che non sono servite ad Abbo, una famiglia da mantenere e barista in un night club. “Una notte un uomo mi ha offerto 500.000 scellini (circa 140 euro). Ero contenta di guadagnare tanti soldi. Mi ha chiesto di non usare il condom e l’ho lasciato fare. Alla fine mi ha detto di mettere da parte quei soldi per la bara. Aveva l’HIV”. Vuoi il preservativo? Allora l’offerta è di un dollaro per trenta minuti di prestazione. È questa la legge del mercato del sesso dei poveri.
L’abbandono e la mancanza di cure da parte dei padri dei loro figli e le condizioni di vita rendono le donne e giovani ragazze spesso vulnerabili e disposte a una scelta che odiano. Foto di Antonella Sinopoli, slum di Kibera, Nairobi, Kenya
Ammalarsi è uno degli effetti collaterali di una guerra alla povertà combattuta ad armi impari, perché raramente se ne esce vincitori. E se non muori di AIDS ci sono le gravidanze non volute a mettere in pericolo queste donne. Abbondano ciarlatani e pillole di ogni tipo per provocare aborti, il risultato è che molte, moltissime, non torneranno a casa.
Accade che queste donne abbiano una doppia vita barcamenandosi tra i doveri di madre e l’attività nascosta. Anche se, riconoscono, si tratta di un segreto noto a tutti. Aissata, 23 anni, abita in una piccola provincia del Mali, ha lasciato una foto e il numero di telefono in locali e brothel della capitale Bamako. Così, quando la chiamano, prende un piccolo mezzo locale e si mette in viaggio. “Guadagno 50.000 CAF (equivalenti a 80 euro circa) ogni volta che vado lì” dice. Fatti i conti sono circa 200 euro al mese, cinque volte di più del guadagno di una famiglia media nel suo villaggio. Tante le ragazze che sperano di acquistare con il loro corpo un biglietto per il futuro.
Quelle più fortunate trovano uno “sugar daddy”, molto meglio che  “servire” molti uomini, dicono. Come è successo a Juliette, 22 anni, della regione del Katanga, Repubblica Democratica del Congo. Il suo “sugar daddy” ha 56 anni ed è dipendente di dogana. Lavoro che qui può diventare assai lucroso grazie all’attività di contrabbando dei minerali. Si prende cura di lei per tutti i suoi bisogni: casa, cibo, abiti e tasse scolastiche.
Juliette, come tante ragazze con la sua storia, viene da una delle regioni più ricche di risorse del Paese. Rame, cobalto, zinco, argento. Eppure oltre il 70% della popolazione di questa regione vive al di sotto della soglia di povertà. Suo padre è uno dei tanti che lavorano per la miniera di proprietà statale Gécamines, ma non riceve da mesi lo stipendio. Situazioni analoghe avvengono nelle miniere d’oro dello Zimbabwe o Sudafrica dove donne hanno raccontato di avere incontri saltuari con un “white man” o con responsabili delle estrazioni, categorie che rispetto alla gente del posto pagano molto meglio.
Altra storia drammatica è quella di Itoro, nigeriana, dello Stato Cross River. A 17 anni è rimasta incinta e il padre l’ha cacciata di casa. Ha trovato uno “sugar daddy”, un 52enne sposato che la mantiene all’università ad Abuja – lei dopo il diploma ha preteso di continuare a studiare. Il padre, quando ha visto che aveva una “posizione” l’ha perdonata e ora tutta la famiglia si è trasferita nella casa che il suo “old man” le ha messo a disposizione. Ed è dalla Nigeria, Benin City, capitale del traffico di esseri umani, che partono centinaia di ragazze ogni anno. Quelle che andranno a lavorare sui marciapiedi d’Europa o Stati Uniti.
Molte di loro sanno cosa andranno a fare e cercano in città il contatto con un protettore che possa aiutarle a lasciare il Paese. “L’aspettativa è di trovare un uomo in una città europea o in Canada. Io ho considerato il Canada perché ho terrore di attraversare il Mediterraneo” racconta Osaretin, 29 anni, cresciuta con la consapevolezza che presto o tardi si sarebbe dovuta impegnare per sostenere la famiglia.
In Zimbabwe lo chiamano “il commercio”. Aree privilegiate sono quelle delle miniere dove i clienti sono cercatori d’oro, guardie, polizia. Spesso non pagano con denaro. La moneta è sostituita da due litri di olio da cucina, pezzi di sapone, uno o due chili di farina.
“Se sei donna non c’è lavoro per te” dicono molte delle donne intervistate. Ed esiste una “norma” –  in Ghana per esempio troppo spesso applicata – che ormai tutti conoscono: pagare un piccolo prezzo per un’assunzione. Una percentuale sullo stipendio per gli uomini; una notte o più nel letto di qualcuno per le donne.
Non c’è luogo che le risparmi, neanche le chiese. Sono frequenti sui giornali locali storie di scandali che coinvolgono pastori di una comunità e una o molte donne del luogo. Ma le accusate, quelle segnate per sempre sono loro, donne svergognate che svolgono “l’attività del diavolo”.
Kenya, non solo la povertà ma a volte anche condizioni di siccità prolungate portano molte giovani delle comunità rurali a trasferirsi in città per sostenere le famiglie. Foto Reuters
La prostituzione è legale in numerosi Paesi africani, Capo Verde considerata anche dagli italiani una sorta di paradiso del sesso, ma anche Senegal (dal 1969), Guinea Bissau, Eritrea, Etiopia, più recentemente il Kenya. Vuol dire avere documenti sanitari e aree prestabilite per esercitare l’attività. Altri, come il Rwanda, rimangono molto rigidi sulla questione mentre in altri ancora, come il Ghana, ci sono organizzazioni che si battono per la legalizzazione allo scopo di liberare le donne da pericoli e maltrattamenti.
Ma le leggi dei vari Paesi non ammettono in ogni caso lo sfruttamento della prostituzione e combattono sempre (almeno sulla carta) il traffico di esseri umani che invece (nei fatti) sta raggiungendo proporzioni allarmanti in Sudafrica, Uganda, Somalia. E a proposito della Somalia ogni analisi, anche superficiale, del fenomeno mostra che i Paesi dove ci sono conflitti o campi profughi sono quelli dove la prostituzione non ufficiale si sta espandendo come una malattia contagiosa.
Cosa potrà fermarla? Non i programmi delle ONG e nemmeno un maggior flusso di denaro per piani sociali. Tutto questo è stato fatto ed esiste, ma spesso ci si limita a tappare falle e i soldi rimangono ben stretti nelle mani degli oligarchi africani. Nel frattempo le donne restano merce di scambio. Uno scambio, per loro, in perdita. Resta allora la speranza di cambiamenti totali della governance. Una speranza, appunto.

martedì 2 aprile 2019

Alzarsi da soli, un atto di coraggio per sé e per gli altri - Antonella Sinopoli




La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento del destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità – Daisaku Ikeda, leader buddista
Ce ne sono molti di esempi al mondo – in tutte le epoche – di persone che hanno contribuito a mutamenti epocali. Battaglie civili, sociali, politiche, ambientali. Persone che si sono “alzate da sole” senza aspettare di avere le spalle coperte, di avere appoggi o consensi. Senza farsi spaventare dal giudizio o dalla paura della sconfitta. Perché gli appoggi e i consensi – e anche la vittoria – sarebbero arrivati solo quando l’impegno era già in atto, era già azione, fatti concreti.
Un recente esempio di questo atteggiamento fiducioso e pionieristico è quello di Greta Thunberg, la giovanissima attivista svedese che ha dato vita a un movimento globale contro il cambiamento climatico. Tutto è cominciato con un gesto semplice e prorompente, un cartellone scritto a pennarello, sciarpa, guanti e cappello di lana per resistere al freddo nelle giornate trascorse fuori il Parlamento della sua nazione a fare lo “sciopero per il clima“. Da sola.
Per un po’ è sembrato un fenomeno pittoresco, a cui non dare tanta importanza. Prima o poi si sarebbe stancata. Ma poi, no, qualcosa è successo. È successo che in 2000 città di tutto il mondo migliaia di persone sono scese in piazza, soprattutto giovani.
Mettendo da parte le reazioni piccate, insensate e – come spesso accade – ispiratrici di odio di tanti personaggi, anche nostrani, che hanno detto di tutto per screditare la giovane attivista, quello che conta è questo: riuscire a prendere coscienza che nessuno cambierà le cose se non saremo noi a farlo. O per meglio dire, che se davvero vogliamo cambiare le cose, dobbiamo essere noi a cominciare.
Vale per questo caso e vale per tutto.
Denigrare è un esercizio facile quando inutile. Inutile per avanzare costruttivamente sulla strada di un mutamento. Sono proprio le cose che sembravano più difficili, le sfide più impossibili che hanno visto in un uomo solo, in una donna sola, lo slancio per un’inversione di rotta.
Facile citare nomi come Rosa Parks, Martin Luther King Jr., il Mahatma Gandhi, nel campo dei diritti civili. O come Florence Nightingale nel campo dei diritti del malato, della cura ai feriti di guerra e poi dell’intero sistema sanitario, non solo britannico. Ma anche tanti rivoluzionari o figure del mondo dell’arte che hanno osato andare contro corrente, sfidare le regole, percorrere strade nuove e inusuali. Aprire la strada, insomma.
per i diritti civili degli afroamericani
Siamo portati a pensare che si tratti di persone eccezionali, uniche, inarrivabili. E certo, sicuramente lo sono. Ma non solo per quei meriti, quella forza, quella determinazione che ha caratterizzato le loro vite, bensì per aver fatto quel primo passo, o quel primo gesto, per essersi “alzati da soli”.
E chi di noi non può farlo? Chi di noi non ha la facoltà di prendere in mano la propria vita e diventare motore del cambiamento? Il proprio, innanzitutto. Un cambiamento che vuol dire innescare un nuovo atteggiamento, non più passivo, ma da protagonista. Diventare critici nei confronti di tutto quello che ci viene raccontato, studiosi in grado di analizzare e capire, protagonisti attivi della società.
È una società la nostra, nella quale si delega ogni cosa. Dalla cura dell’anima a quella del corpo; dall’educazione agli affari. Strutturata in modo tale da doversi adeguare a meccanismi decisionali e di controllo in cui ognuno sembra avere una funzione prestabilita. Una struttura sociale in cui – più che fidarsi – bisogna affidarsi. Affidarsi a quello che viene insegnato, ai metodi di cura, alle burocrazie, alle decisioni imposte da sistemi di governo – locali e internazionali – meno interessate al benessere dei singoli quanto al funzionamento di una struttura fagocitante e illiberale.
Cosa c’entra tutto questo con il concetto di “alzarsi da soli”?
Prendere il proprio destino nelle proprie mani è il gesto più rivoluzionario che si possa fare. Un atto di coraggio che ci coinvolge più di ogni altra decisione che abbiamo preso nella nostra vita.
Non vuol dire prepararsi a lottare contro tutti (o peggio, contro i mulini a vento). Vuol dire rinnovare dal profondo il modo di pensare e di sentirsi in questa società e verso se stessi. Non delegare, ma decidere. Non lamentarsi ma agire. Non maledire ma capovolgere gli eventi.
È sempre molto facile incolpare qualcun altro. Additare come causa del proprio malessere, o disagio, o sconfitta una singola persona o l’intero sistema. Sfuggire alla propria responsabilità e alla domanda “cosa faccio io?“. Non sono solo i grandi uomini o donne ad aver cambiato le cose. Quelli sono passati alla Storia. Poi, ci sono le “storie di tutti i giorni”. Ognuna eroica a sua modo. Ognuna difficile da costruire, con tante cadute e altrettante riprese.
Vite vittoriose, alla fine, perché determinate a non cedere alla sconfitta.
Il filosofo e leader buddista citato in apertura parla della capacità di cambiare il destino di tutta l’umanità a partire da un singolo atto: il cambiamento interiore, la propria “rivoluzione umana“. Perché l’umanità è fatta di singoli individui e per quanto pessimisti, disincantati, provati si possa essere è solo sulla fiducia nel proprio valore, nella propria forza, nella propria capacità di alzarsi per una causa che si può contare per ribaltare situazioni che appaiono senza via d’uscita.
Cambiare dentro per cambiare fuori. Ovvio e complicato. Ovvio e indispensabile.

sabato 2 marzo 2019

Quando gli orfanotrofi sono un’industria a danno dei bambini - Antonella Sinopoli




Non sempre gli orfanotrofi sono quello che sembrano. Non sempre ci sono orfani. Non sempre sono lì
Recentemente l’Australia ha votato la Modern Slavery Bill, collegando il “traffico di orfani” ad una forma di schiavitù moderna. Anche nel Trafficking in Persons Report del Dipartimento di Stato americano, sia nel 2017 che nel 2018, si parla della questione negli stessi termini.
Stime che ormai circolano da molti anni affermano che almeno l’80% degli 8 milioni di bambini ospitati in istituti in tutto il mondo non sono in realtà orfani e hanno almeno un genitore. Proprio qualche giorno fa le autorità del Belgio hanno cominciato una massiccia campagna per stabilire se alcuni bambini adottati nella Repubblica Democratica del Congo abbiano realmente perso i genitori biologici. Secondo le autorità, che stanno sottoponendo all’esame del DNA questi bambini, già traumatizzati, in realtà sarebbero stati rapiti e quindi finiti nel “commercio delle adozioni”. E non sarebbe certo la prima volta che accade, né in Africa, nè altrove.
I motivi per cui orfani che non sono tali finiscono negli orfanotrofi sono diversi. Primo fra tutti l’abbandono e la mancanza di mezzi della famiglia di origine.
Prendiamo il caso di Haiti, dove le ultime analisi parlano di oltre 30.000 bambini in istituti su una popolazione di 10 milioni di abitanti. Di questi, l’80% non è orfano di entrambi i genitori. Una recente inchiesta della CNNnon ha fatto che confermare informazioni ormai alla portata di tutti. Spesso, come ormai si sa, il denaro della comunità internazionale, ma anche le donazioni delle charity o di privati, si perdono qua e là prima di arrivare in briciole ai destinatari, che sono invece facile preda di organizzazioni dedite al traffico di essere umani. O degli appetiti sessuali di viaggiatori in cerca di piaceri morbosi. O, nel migliore dei casi vanno ad allargare il fenomeno del lavoro domestico forzato.
Anche il caso della Cambogia è noto a chi si occupa della questione. 16.500 bambini vivono in oltre 400 istituti e anche in questo caso l’80% ha un genitore, come ricorda Friends International, organizzazione che opera nel Sud-est asiatico. Lo stesso dicasi per Paesi africani dove gli orfanotrofi nascono come funghi, nelle città come nelle periferie e anche nei villaggi rurali. Lo scandalo più recente riguarda l’Uganda, dove il Governo ha deciso di chiudere 500 orfanotrofi illegali. Negli anni si è visto un notevole incremento di questi istituti, da un migliaio negli anni Novanta a circa 55.000 oggi, nonostante alcune ricerche mostrino una riduzione del numero di orfani.
Molti di questi centri di raccolta per bambini sono stati messi in piedi da charity, gruppi religiosi ma anche da singoli volontari, e nella maggior parte di questi i bambini sono costantemente maltrattati e abusati. Senza contare – molto spesso – l’inadeguatezza professionale del personale a cui vengono affidate le loro cure.
Il problema è che non c’è solo la malafede. A fare danni è spesso la voglia di fare del bene. Alcune di queste organizzazioni (o singoli volontari) neanche sanno cosa accade laggiù (ripetiamo, quello dell’Uganda è solo uno dei tanti casi) e ci si recano una volta ogni tanto. Sempre che ciò accada.
Però intanto questi orfanotrofi proliferano, spesso accanto a località turistiche dove è più facile farsi notare e magari organizzare per gli stranieri programmi di intrattenimento solo al fine di impietosire e raccogliere soldi. Così come molti sono i programmi di Associazioni e ONG rivolti a giovani volontari. In questo caso quelli chiamati ad “intrattenere” sono loro, i volontari. Intrattenere i bambini, giocare con loro, insegnargli l’alfabeto… Con quali risultati? E per il bene di chi? Il tema è complesso e scottante. Nel famoso report del Dipartimento di Stato USA si afferma che tali luoghi “rappresentano un’industria che risponde alla domanda di turisti e volontari e sono sostenuti da donazioni“.
Il famoso voluntourism – contrazione di volontariato e turismo – che ha avuto il suo boom un decennio fa, è ancora fortemente praticato. Giusto per tornare all’Australia, il 57% delle sue università pubblicizza programmi di questo genere per i suoi studenti. Da tempo, però, il voluntourism è anche oggetto di critiche e riflessioni.
Le stesse Unicef e Save the Children sono concordi nell’affermare che impegni volontari a breve termine negli orfanotrofi non sono di aiuto ai bambini. A cominciare dalla motivazione psicologica – presenza/assenza – per finire ad una dolorosa constatazione: è stato dimostrato, appunto, che l’offerta risponde alla pressante domanda. In parole povere, gli orfanotrofi aumentano perché aumentano i volontari che vogliono andarci.
E allora? Allora, dicono gli esperti, bisognerebbe agire a livello strutturale. E, naturalmente, affrontando le cause più che gli effetti. ReThink Orphanages [Ripensare gli orfanotrofi], insomma. Ma per ripensare gli orfanotrofi bisogna agire sul tessuto sociale, prevenirne la formazione sostenendo le famiglie in difficoltà, soprattutto le madri. E questo non possono (e non devono) farlo solo associazioni, singoli donors o ONG. Il Governo, le istituzioni dei Paesi dovrebbero essere le cellule forti e sane del corpo sociale, altrimenti è sempre la solita storia, lo stesso meccanismo paternalistico. Pericoloso e, spesso, anche inutile.
A far proliferare gli orfanotrofi bastano la povertà, le guerre, governi carenti o assenti. Non è il caso che ci si debba aggiungere anche il sentimentalismo.
Ovvio che ci sono casi e situazioni diverse. Piccole strutture, ad esempio, gestite con attenzione da persone in loco, o volontari che vi hanno dedicato la loro vita, dove quindi i bambini sono controllati e maggiormente curati. Strutture che suppliscono alle carenze dello Stato e alle difficoltà dei genitori (anche qui spesso i bambini ospitati non sono senza genitori ma bambini e ragazzi di strada che non saprebbero dove altro andare). Rimangono però esempi felici e non comuni, in un panorama che soffre ormai di anarchia e sfruttamento. Ovviamente a danno dei piccoli.

giovedì 3 novembre 2016

Benin, il villaggio sotterraneo che rimette in moto la Storia - Antonella Sinopoli



Africa da scoprire. Il continente africano – nonostante si pensi forse il contrario –  è rimasto praticamente inesplorato (e, sotto questo aspetto, trascurato), soprattutto a Sud del Sahara.
A parte le razzie di opere del passato, oggi “custodite” nei più grandi musei al mondo e quelle delle risorse naturali, rimane nell’ombra e nascosta buona parte della storia dell’epoca pre-coloniale ma anche quella molto, molto più addietro.
L’archeologia in Africa ha privilegiato il periodo preistorico, anzi si è concentrata a lungo solo su quegli aspetti che riguardano l’evoluzione degli esseri umani. Questo ha reso difficile doversi ricredere su quel pregiudizio che vuole che il continente non abbia sviluppato opere, manufatti e culture senza bisogno di attendere gli arabi o gli europei. E che vuole che gli africani siano rimasti in uno stadio infantile, di sottosviluppo e privi di storia (parole del razzista ante litteram, il filosofo tedesco Hegel) fino all’arrivo dei colonizzatori.
Sul sito di History List che presenta “10 incredibili siti archeologici in Africa” c’è una frase che ingenuamente manifesta un razzismo radicato e strutturale. La frase è: “I siti archeologici in Africa hanno aiutato a spiegare alcuni dei più grandi misteri nella storia dell’umanità ma ce ne sono anche molti che stupiscono gli scienziati moderni. Questo perché non si presupponeva che tali antiche società fossero così avanzate“. Inutile dire che i 10 siti che hanno lasciato con la bocca aperta gli scienziati sono una infinitesima parte di altri che stanno venendo alla luce e di chissà quanti ancora ancora celati.
Oggi, per fortuna, c’è del movimento e anche sul web è possibile trovare aggiornamenti su studi e … lavori in corso. Uno dei pochi modi per rimanere aggiornati visto che certe informazioni vengono spesso custodite e trasmesse solo tra gli addetti ai lavori. Uno dei siti/archivio è The World Wide Web Library of African Archaeology.
Molte delle scoperte fatte finora nell’Africa Sub-Sahariana, sono state quasi sempre frutto del caso. Come quello che ha portato recentemente alla luce in Benin una città sotterranea, risalente a un periodo in cui il Paese si chiamava ancora Dahomey e vi regnavano re potenti e orgogliosi.
La scoperta – di quello che è stato poi chiamato Villaggio sotterraneo di Agongointo – si deve a operai di una ditta danese che stavano lavorando alla costruzione di una strada nell’area di Bohicon. Un mezzo finì in una sorta di botola che in realtà altro non era che una delle migliaia di cunicoli che formano la città sotterranea. I primi scavi parlavano di un periodo compreso tra il 1600 e il 1700 ma successivamente si è capito che le costruzioni erano anche antecedenti, al XV-XIV secolo.
Ingresso di uno dei rifugi sotterranei portati alla luce. Foto tratta dal web
Costruite a circa dieci metri dalla superficie le “case” servivano da nascondiglio e strategia di guerra per i soldati dei re ma erano strutturate come vere e proprie abitazioni, con delle salette e due aree circostanti per raccogliere l’acqua con un sistema di filtraggio naturale, il che consentiva di rimanere nascosti per periodi anche lunghi.
Il luogo dove è avvenuta la prima scoperta. Foto tratta dal web
Gli scavi del sito – ora sotto nella lista dell’UNESCO – hanno contribuito a portare alla luce anche un’altra scoperta – ancora più stupefacente del villaggio sotterraneo. Si tratta di scorie di materiale ferroso che – secondo rilevazioni al carbonio 14 – risale a prima del 1000 a.C. Una scoperta che potrebbe cambiare – e forse lo ha già fatto – la storia del continente, e non solo.
A Bohicon abbiamo incontrato la guida – e studioso – che fin dal primo momento ha seguito gli sviluppi degli scavi e dei successivi ritrovamenti. Lasciamo raccontare a lui – nell’intervista/video che abbiamo realizzato sul posto – il valore e il significato di questa scoperta. Che ancora non è conclusa.
“Si tratta – dice Théodore Atrokpo – della più antica città al di là di quelle che esistevano in Egitto“. La più antica dell’Africa Sub-Sahariana.



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