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mercoledì 13 maggio 2026

IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi

(la Stampa)

 

Come non condividere la disperazione di Michele

Serra e di tutti i “proprietari” di animali di

affezione che hanno visto i loro animali uccisi

in campagna? E come non essere empatici con

chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non

poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E

come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio

in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste

problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti

falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei

sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al

vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,

anche se scomoda.

Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione

che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono

passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.

Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare

liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione

di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate

dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte

dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica

lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente

frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente

descritto da una funzione matematica («curva logistica» o

«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,

poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle

ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso

discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto

quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.

I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta

Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno

dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre

tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:

semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima

delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000

individui,

senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un

solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su

questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da

allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri

ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè

come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati

dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.

Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano

perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,

la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo

0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:

chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,

volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo

recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo

e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non

sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni

(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per

una ragione di fondo culturale e ideologica.

Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso

che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di

un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.

«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora

del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che

vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl

Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda

di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in

piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.

I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.

 L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a

cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura

sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto

idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito

pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.

Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati

all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile

nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una

serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre

i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe

affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie

eletta sul quale nessun vivente può issarsi.

domenica 21 agosto 2022

Gli insulti di Jovanotti alla cultura ecologica e il silenzio di convenienza della politica - Paolo Pileri

  

La vicenda dei concerti in ecosistemi fragili conferma che in Italia se sei famoso, ricco e mobiliti consensi di massa puoi fare quel che vuoi e il ceto politico resta a guardare. Una questione grave, commenta il prof. Pileri, in un Paese che già umilia chi si occupa di tutela e di divulgazione ambientale, salvo poi piangere Piero Angela

 

Torno su uno dei tanti fatti inaccettabili che stanno macchiando questa estate bollente: le dichiarazioni di Jovanotti intorno al suo JovaBeachParty. Ci torno innanzitutto perché non posso accettare di ricevere dell’”econazista” - io come tanti altri che hanno “osato” sollevare dubbi- per di più nel bel mezzo di un tempo storico dove le destre e i nostalgici del fascismo potrebbero prendere il potere e farci tornare nel buio più buio. E non ci sto neppure a sopportare il silenzio di quasi tutti i politici che occupano le prime pagine di social e media i quali nulla dicono e han detto sull’accaduto, nulla sulle parole impronunciabili rivolte agli attivisti ambientali e nulla sulle mancate scuse da parte dell’artista pop a cui peraltro nessuno ha dato del “popnazista”. Probabilmente hanno fatto i loro conti e sanno che a dire qualcosa ci si potrebbe scottare e perdere molti voti. E così fan finta di niente e giocano la carta colpevole dell’inazione, della bocca cucita: giusto per non sbagliare. E invece sbagliano, eccome se sbagliano.

Per chi si è perso i fatti, questi sono semplici. Un cantante vuole fare i suoi concerti sulle spiagge italiane e li vuole fare pure sventolando ai quattro venti che sono una esperienza green; un gruppetto di ambientalisti gli fa notare che non è proprio così e che le coste sono ambienti fragili; e lui gli scodella addosso, in men che non si dica, che sono degli econazisti; il 9 agosto interviene a loro difesa (e a difesa delle coste) Mario Tozzi sulle pagine de La Stampa spiegando, pacatamente e con dati scientifici alla mano, i danni che eventi del genere procurano, facendo anche notare la sgradevole e irricevibile uscita con cui si è rivolto agli oppositori; il Jova replica l’11 agosto dando le sue ragioni, sventolando l’appoggio del Wwf e il fatto di aver tutti i permessi e che i ripristini che farà renderanno addirittura migliori le spiagge oltre al fatto che nei suoi concerti si fa educazione ambientale. E non si scusa affatto di aver detto “econazisti” a chi ha sollevato ragionevoli dubbi (in un Paese che ad oggi è ancora abbastanza democratico).

La questione rimane quindi grave. Grave perché innanzitutto ci conferma che se in questo Paese sei famoso, ricco e mobiliti consensi di massa, puoi fare quel che vuoi e la politica sta a guardare. C’è chi si è fatto un vulcano nella propria villa, chi se ne costruisce una sul mare e chi organizza i suoi concerti a pagamento per sé sulle spiagge di tutti e della natura innanzitutto. Quindi la morale è: se pago, se sono famoso, se sono ricco, posso pretendere e gli altri stiano muti. Quel che è accaduto fa passare questo messaggio che è dannosissimo per la cultura ecologica ma anche, attenzione, per quella democratica. Ed è su questo punto scivoloso che dovrebbero intervenire la politica e i politici mettendoci la faccia. Ma non mi pare sia accaduto.

Ho scorso i siti dei principali partiti: nulla di nulla. Non vi sono state repliche sui media. Nessun appoggio dai politicanti a Mario Tozzi. I neocandidati dei Verdi, con il loro leader, non hanno neppur cinguettato un tweet. Insomma, c’è uno che va sulle spiagge di mezza Italia sparando a zero su quelli che non sono d’accordo e dandogli pure dei nazisti, seppur green, e nessuno dei big democratici fiata? Evviva. Quale transizione ecologica ci attende da costoro se nessuno di loro ha il coraggio di metterci la faccia? Quale cambiamento di modello di sviluppo può mai arrivare da chi sta zitto davanti a tutto ciò anteponendo il proprio tornaconto elettorale alla necessità di dichiarare da che parte stare? Un brutto schiaffo anche per i giovani e la loro educazione. Già perché lo spettacolino loro offerto è quello di un loro leader pop che schiaccia come formiche, con grande rispetto per costoro, le ragioni ambientaliste. Hanno imparato che i vincenti sono quelli che alzano la voce, insultano e sono ricchi e gli altri sono perdenti: tanto vale stare con i vincenti. E dire che proprio qualche giorno prima di tutto ciò (8 agosto su la Repubblica), in risposta a un mega appello di alcuni ecoscienziati, nove sindaci smart si sono riempiti la bocca dicendo che occorrono politiche coraggiose. Ecco la spiaggia dove mostrare il vostro coraggio. È qui che serve, ma nessuno ce l’ha messo. Temo perché non gli convenga o, diranno loro, non gli compete rifugiandosi dietro la foglia di fico della burocrazia delle competenze che un attimo prima loro stessi contestavano perché gli lega le mani. Ed è la convenienza egoista il motore di tutta questa vicenda, uno dei pilastri del pensiero consumistico che ovviamente è disinteressato ai beni comuni, alla cosa di tutti, alla natura come bene universale. A cui piace la secessione, l’autonomia differenziata, la flat tax e cose del genere. Ed è questo accettare silenziosamente la convenienza come principio su cui poggiare un progetto di democrazia che dovrebbe ancor più farci andare su tutte le furie. Si fa quel che conviene in funzione di un profitto personale. Se a uno conviene star zitto in previsione di un proprio vantaggio politico, sta zitto e rinuncia a fare il politico. Se uno vuol fare il botto con i concerti e sceglie di farli “diversi” perché gli conviene, lo fa. E questo virus della convenienza egoistica che non riconosce limiti né nell’interesse comune né men che meno nell’interesse ecologico è una patologia grave di questo tempo e non certo un pilastro di cui andare fieri.

Vengo ora, pur in breve, alla replica di Jovanotti su La Stampa (11 agosto) perché anche qua ci sono passaggi inaccettabili, oltre a un tono arrogante e accusatorio (si veda il Ps), che rischiano di passare non solo per normali ma addirittura per giusti ed ecologici, piegando ovviamente il concetto di ecologia all’interesse di pochi o svilendolo a una buona azione green. Va da sé, come ho già detto, che la replica inizia proprio affermando di non volersi pentire per le affermazioni precedenti.

Concentriamoci su un paio di “argomenti ecologici” che il Jova usa. A un certo punto, per auto approvarsi, dice che le spiagge selezionate per i concerti sono quelle “dove le ruspe ci passano quasi tutte le mattine da maggio a ottobre”, non rendendosi conto di almeno due cose. La prima è che le ruspe non dovrebbero proprio passarci sulle spiagge perché danneggiano un ecosistema delicato, torturandolo solo a fini commerciali e speculativi, quelli degli stabilimenti balneari, peraltro, spesso inaccessibili alle fasce più deboli (e tema esplosivo per i governi). La seconda, forse più grave, è che la premessa di un danno o di un uso non ecologico diviene il lasciapassare incontrovertibile per un ulteriore uso non ecologico, e questo è il principio di ogni fine delle tutele (peraltro il divo pop sta dicendo, senza rendersi neppur conto, che i concerti impattano eccome). Jovanotti sta usando la teoria del vetro rotto a suo vantaggio: laddove tutto è eccezionalmente bello (lui cita la spiaggia di Budelli) allora lasciamo così, laddove c’è qualche danno, allora tanto vale aggiungerne altri. Ma è pazzesco. Bisognerebbe ragionare al contrario: dove la natura è compromessa, soccorriamola per ripristinare le sue migliore condizioni. E dove sta bene, eleviamo le tutele affinché non venga in mente a qualcuno di fare cose “pazze”.

Lasciar correre questo uso e abuso della teoria del vetro rotto da parte di un influencer come Jova significa poi ritrovarci i suoi effetti altrove e ovunque: se la periferia è brutta, possiamo farci una discarica; se un campo è abbandonato, possiamo asfaltarlo; se un bosco è stato danneggiato, possiamo abbatterlo; se un campo è piccolo, possiamo cementificarlo. Insomma le vittime non meritano più cure ma ancor più danni. Capite il disastro culturale? Vi è un altro passaggio grave tra i tanti. Jovanotti chiude poi il suo articolo invitando Tozzi a prendere una birra al suo concerto. Una specie di fine a taralluci e vino. Così Tozzi si potrà rendere conto che usano contenitori “compostabili”. Ed ecco un’altra follia culturale che passa per normale e anzi fa dell’uomo qualunque un eroe ecologico: basta fare la raccolta differenziata, usare un bicchiere compostabile e il nostro “dovere” ambientale lo abbiamo fatto, l’assoluzione è ottenuta. Non solo: la questione culturale si schiaccia di nuovo su un oggetto che incorpora una prestazione ambientale trasferendo così al suo utilizzatore una sorta di patente da buon ambientalista. Sappiamo che non è così, ovviamente. Questa non è che una neo frontiera del consumismo che si veste di verde e continua a non cambiare il modo di pensare noi stessi sul pianeta. Ridurre l’ambientalismo al bicchiere compostabile è puro pensiero ecologista superficiale, direbbe Arne Naess, teorico dell’ecologia profonda.

Non ci rendiamo conto, e di nuovo mi rivolgo all’inaccettabile silenzio dei politici, che queste risposte da parte di persone influenti hanno gravissime ricadute sulle persone e non ci fanno cambiare, ma anzi irrobustiscono la nostra spocchia di sapiens dominanti che tutto possono fare e hanno diritto di fare in perfetto stile “pago pretendo”. Penso a quanto degli sforzi immensi dei nostri insegnanti vengono bruciati dalla risposta di Jovanotti, laddove nelle classi spiegano con fatica la natura e il suo rispetto, ancor più quando è già compromessa e degradata. Ma penso, purtroppo, che tutta questa vicenda, oltre a mettere in mostra la miseria di chi ha un ruolo pubblico e di rappresentanza e tace, mostra ancora una volta che la nostra cultura ecologica è fragile e basta poco a spazzarla via. Se nessuno fiata, non rilevando in questa vicenda un profilo di gravità, forse è proprio perché non abbiamo gli strumenti per riconoscere a sufficienza cosa è un ecosistema e quali danni si generano deturpandolo. Pensate che bello sarebbe stato e sarebbe, sentire i leader dei partiti in lizza per la prossima legislatura dire a gran voce (e riempire una pagina di giornale) che verranno quintuplicati gli investimenti in cultura, ricerca e soprattutto in divulgazione ambientale. Ma nessuno dice questo sebbene tutti si siano accodati a piangere, giustamente, la scomparsa di Piero Angela, grandissimo divulgatore. Peccato che nessun programma politico preveda uno straccio di investimento nella divulgazione scientifica (men che meno nella formazione ecologica di aspiranti politici): probabilmente basta mettere dei bicchieri compostabili alla Camera e al Senato e fare così di un Parlamento un ecoParlamento. E vissero tutti felici e contenti: loro, non l’ambiente, non gli altri.

 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

 

da qui

domenica 26 aprile 2020

Sostegno ai giornalisti attaccati dall’industria della carne



Lettera alla Rai delle associazioni animaliste e ambientaliste.

Animal Equality Italia, CIWF Italia, ENPA, Essere Animali, Greenpeace Italia, Humane Society International Italia, LAV, Legambiente esprimono massima solidarietà a Sabrina Giannini, conduttrice di Indovina chi viene a cena, Mario Tozzi, conduttore di Sapiens, Luca Chianca e Sigfrido Ranucci di Report, duramente attaccati nei giorni scorsi dagli industriali della carne e della zootecnia.

Con una lettera aperta rivolta al Presidente e al Consiglio d’Amministrazione della Rai, le sopracitate associazioni manifestano il loro appoggio a tutti i giornalisti che, con le loro inchieste, si occupano e si occuperanno di portare alla luce scomode verità, come l’impatto ambientale e il problema sanitario legato agli attuali livelli di produzione e consumo di carne e al metodo di allevamento intensivo.

Alla Rai, servizio pubblico pagato da tutti i cittadini, le associazioni rivolgono un ringraziamento per aver dato spazio a simili programmi di approfondimento e
l’invito a non far influenzare palinsesto e contenuti da simili levate di scudi da parte di aziende e associazioni di categoria che proteggono gli interessi dei singoli produttori a scapito della tutela della collettività.


Lettera aperta delle associazioni animaliste e ambientaliste


Alla cortese attenzione di Marcello Foa, Presidente del Consiglio d’Amministrazione
della Rai - Radiotelevisione Italiana

Alla cortese attenzione del Consiglio d’Amministrazione della Rai - Radiotelevisione Italiana


Sostegno ai giornalisti Rai sotto attacco per le loro inchieste Lettera a firma delle Associazioni:

Animal Equality Italia, CIWF Italia, ENPA, Essere Animali, Greenpeace Italia, Humane Society International Italia, LAV, Legambiente


Con questa lettera le associazioni firmatarie vogliono esprimere piena solidarietà e appoggio ai giornalisti Rai che, a causa delle loro inchieste, si sono trovati sotto attacco da parte degli industriali della carne e della zootecnia.

In particolare, ci riferiamo a Sabrina Giannini, conduttrice di Indovina chi viene a cena, e Mario Tozzi, conduttore di Sapiens, nominati nella lettera diffusa la scorsa settimana da Assalzoo, Assocarni, Una Italia, Unica, Carni Sostenibili, Assolatte. Ma anche a Luca Chianca e Sigfrido Ranucci di Report, contro i quali si sono scagliati in questi giorni Coldiretti e Cia - Agricoltori Italiani.

Allo stesso tempo il nostro è un forte appoggio a tutti i giornalisti d’inchiesta che si impegnano ad approfondire, analizzare dati ufficiali, documentare in prima persona, per parlare di scomode verità legate all’impatto ambientale e al problema sanitario collegato agli attuali livelli di produzione e consumo di carne e al metodo di allevamento intensivo.

Chiedere di far tacere dei giornalisti, o di impedire che trattino specifici argomenti, è inoltre contrario al concetto di libertà d’informazione, su cui è basata ogni vera democrazia.

E proprio in un momento difficile come quello che stiamo vivendo è necessario
andare ad analizzare le problematiche che possono favorire l’insorgere di zoonosi o


che ne rendono più rapida la diffusione. Così come lo è sicuramente porsi domande su quanto sia stato l’impatto umano sulla natura a creare le condizioni più utili per il passaggio di specie, da animali a esseri umani, di numerosi virus.
Inchieste come quelle citate sono un prezioso faro che aiuta a fare luce sul ruolo
giocato in tutto questo anche dall’allevamento intensivo. Non si tratta di attacchi di natura personale o senza basi scientifiche, così come le associazioni di categoria hanno avuto il coraggio di definirli, ma al contrario di inchieste basate strettamente su dati ufficiali e interviste a esperti e professionisti.

A mettere in guardia su quanto deforestazione e allevamento intensivo abbiano reso negli anni più facile il passaggio di specie delle malattie, creando molte pericolose epidemie, non sono né attivisti né giornalisti, ma Fao, Oms e ricercatori dei principali istituti scientifici di tutto il mondo. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature stima infatti che il 75% delle malattie infettive che hanno colpito noi umani negli ultimi decenni derivino dagli animali. Sars, ebola, influenza suina, influenza aviaria, morbo di Creutzfeldt-Jakob (noto come “mucca pazza”), sono solo alcuni esempi che hanno preceduto questo Coronavirus. E molti altri seguiranno se non corriamo ai ripari e impariamo qualcosa da questa lezione, modificando l’impatto delle nostre attività sul pianeta e il nostro rapporto con gli animali.

Ringraziamo la Rai e i suoi giornalisti anche per aver dato più volte spazio alle inchieste delle organizzazioni non profit, con immagini che mostrano un altro lato degli allevamenti intensivi. Questo sistema produttivo, spinto dall’eccessivo consumo di carne, è mirato alla crescita veloce, all’ottimizzazione di spazi e costi e all’abbassamento dei prezzi, e non tiene conto delle esigenze degli animali, provocando loro inevitabili sofferenze e del relativo impatto ambientale. Un sistema intensivo, in cui decine di migliaia di individui di una specie vivono ammassati in capannoni, è inoltre luogo ottimale per pericolosi focolai di malattie e spinge a un utilizzo sconsiderato di antibiotici sugli animali, che sta contribuendo a un’altra serissima crisi sanitaria, l’antibiotico-resistenza.

Voler tenere nascoste tutte queste informazioni al pubblico è gravissimo: significa disinteressarsi della salute pubblica e di un problema globale che tutto il mondo sta vivendo con drammaticità e con un impatto sociale ed economico devastante, e che, se non risolto alla radice in tutte le problematiche correlate, si riproporrà di nuovo in futuro. Attaccare giornalisti che affrontano scomode verità, che non possiamo più permetterci di omettere dalla discussione, è solo un modo per difendere i propri interessi, a scapito di quelli della collettività e dell’umanità intera.

E se il nostro plauso va ai giornalisti prima citati, un ringraziamento va anche alla Rai, servizio pubblico pagato da tutti i cittadini che diventa tale proprio nel momento in cui dà spazio a simili programmi di approfondimento, utili per il bene collettivo. Alla


dirigenza Rai, e ai direttori di tutte le testate giornalistiche, va anche l’invito a non far influenzare palinsesto e contenuti da simili levate di scudi da parte di aziende e associazioni di categoria, perché mai come adesso una vera e sana informazione è stata cruciale.

Matteo Cupi, Direttore Esecutivo Animal Equality Italia Annamaria Pisapia, Direttrice CIWF Italia
Carla Rocchi, Presidente ENPA
Simone Montuschi, Presidente Essere Animali
Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne Greenpeace Italia Martina Pluda, Direttrice Humane Society International Italia Gianluca Felicetti, Presidente LAV
Antonino Morabito, Responsabile Nazionale Cites, Fauna e Benessere Animale, Direzione Nazionale LEGAMBIENTE Onlus


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Per maggiori informazioni:

Simone Montuschi, Presidente Essere Animali Cell: 342 1894500

Federica di Leonardo, Media and External Relations Manager CIWF Italia Cell. 393 6040255
Mail: federica.dileonardo@ciwfonlus.it



Cosa è successo


Sabato 28 marzo, la trasmissione Sapiens condotta su Rai 3 da Mario Tozzi ha mandato in onda il servizio I divoratori del pianeta, in cui si è parlato di come la produzione di carne su scala globale contribuisca a deforestazione, inquinamento, danni alle riserve idrogeologiche e ai terreni, perdita di interi habitat naturali che da sempre sono elemento fondamentale del nostro ecosistema.
Domenica 29 marzo e 5 aprile, la trasmissione Indovina chi viene a cena condotta da Sabrina Giannini su Rai 3, ha diffuso un’inchiesta in cui sono state approfondite diverse tematiche oggi più che mai attuali. Si è parlato di come le conseguenze dell’impatto ambientale delle produzioni animali favoriscano la diffusione dei virus e di come l’enorme utilizzo di antibiotici somministrati agli animali negli allevamenti sia collegato all’antibiotico resistenza, ovvero la resistenza dei batteri agli antimicrobici conosciuti e utilizzati per combattere le infezioni anche negli esseri umani. Un fenomeno che ha gravi ripercussioni sulla salute pubblica.
Entrambi i giornalisti per realizzare le rispettive inchieste si sono basati su dati ufficiali e interviste a esperti e professionisti. D’altronde, a mettere in guardia su quanto deforestazione e allevamento intensivo abbiano reso negli anni più facile il passaggio di specie delle malattie, creando molte pericolose epidemie, sono istituzioni come Fao, Oms e anche Virginijus Sinkevičius, commissario per l’ambiente e gli oceani per la commissione europea.
Eppure, a pochi giorni dalla diffusione di questi servizi, Mario Tozzi e Sabrina Giannini sono stati accusati dalle organizzazioni di categoria che proteggono gli interessi dei produttori di carne, tra cui Assica, Assalzoo, Assocarni, Una Italia, Unica, Carni Sostenibili, di condurre trasmissioni «spesso animate da personalistica volontà di propagandare un modello di vita alternativo a quello comunemente diffuso’ e di ‘saturare i telespettatori con informazioni imprecise, frammentate e non contestualizzate».
Parole gravissime, anche perché rivolte ai vertici Rai e al ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova con il chiaro intento di creare pressioni per influenzare i palinsesti televisivi e zittire giornalisti scomodi.

https://www.facebook.com/watch/?ref=external&v=856724454830055 
E, pochi giorni dopo, anche Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e il giornalista Luca Chianca sono stati attaccati da Coldiretti e Cia – Agricoltori Italiani, per il servizio andato in onda lunedì 13 aprile in cui è stata approfondita la relazione tra lo smaltimento dei liquami animali, che producono grandi quantità di ammoniaca e nitrati e l’inquinamento atmosferico, un fattore che favorisce la diffusione dei virus.

Sia durante il servizio di Report, sia nell’inchiesta diffusa da Indovina chi viene a cena, sono state trasmesse immagini realizzate in collaborazione con il team investigativo di Essere Animali all’interno di alcuni allevamenti italiani. Si tratta di sistemi intensivi, in cui gli animali vivono ammassati fra loro, senza la possibilità di accedere all’aperto, privati della possibilità di soddisfare molte esigenze etologiche. Questo metodo di allevamento, oltre a causare gravi sofferenze, favorisce l’insorgere e la propagazione di epidemie tra gli animali, premesse ideali per la proliferazione di virus pericolosi anche per gli esseri umani.

da qui