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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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mercoledì 27 agosto 2025

Italia maglia nera Ue per prezzi dell’elettricità: perché i consumatori pagano più che nel resto della Ue - Chiara Brusini

  

A luglio il Prezzo unico nazionale è stato in media di 113,3 euro al MWh: oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Dietro ci sono la dipendenza dal gas, il funzionamento del mercato, le ondate di calore. E lo spettro della manipolazione

Mentre il governo festeggia la riduzione dello spread e un presunto (inesistente) boom del turismo a Ferragosto, un altro dato è rimasto sotto silenzio. Anche a luglio il prezzo medio dell’elettricità in Italia si è piazzato al livello più alto dell’Unione europea. Il cosiddetto Prezzo unico nazionale, base di riferimento per il prezzo all’ingrosso dell’energia che poi viene rivenduta agli utenti finali, è stato in media di 113,3 euro al MWh contro i 90 della media Ue. Oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Nell’intero 2024 il prezzo medio italiano è stato di 108,5 euro/MWh contro i 58 della Francia e i 63 della Spagna. Non è più considerata un’emergenza perché fortunatamente sono lontani i picchi del 2022 quando ha superato i 550 euro. Resta una zavorra per le famiglie e il sistema produttivo. Vale la pena fare il punto su cosa c’è dietro questa non invidiabile specialità italica.

La dipendenza dal gas naturale

Il primo fattore è la forte dipendenza dal gas naturale. In Italia, quasi il 45% dell’energia elettrica (contro il 15% della Germania, il 17% della Spagna e il 3% della Francia) è prodotta da impianti a gas. E il combustibile viene quasi interamente importato dall’estero, rendendo il prezzo finale dell’energia molto sensibile alle oscillazioni dei mercati, come tutti i consumatori hanno dolorosamente imparato durante i mesi orribili seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. All’epoca la Penisola era fortemente dipendente da Mosca (oltre 30 miliardi di metri cubi l’anno, 40% del totale delle importazioni). Dopo quello choc, il governo Draghi decise di diversificare gli approvvigionamenti in favore del Nord Africa: nel 2023 la quota di gas in arrivo dall’Algeria è salita poco sotto il 38% mentre quella russa è scesa sotto il 5% ed è aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Ma l’anno scorso la tendenza si è marginalmente invertita e gli acquisti dalla Russia sono risaliti a oltre 6 miliardi di metri cubi.

Questa dipendenza ha fatto sì che l’anno scorso, quando i prezzi si sono normalizzati in tutta Europa rispetto ai picchi del 2023, l’Italia ne beneficiasse di meno. La relazione annuale dell’Autorità per l’energia (Arera), presentata a giugno, ricorda che il Pun medio italiano è sceso del 14%, contro il -40% di quello francese, il -36% registrato sulla borsa scandinava, il -28% di quella spagnola e il -18% di quella tedesca.

Il funzionamento del mercato

Il funzionamento del mercato elettrico contribuisce ad amplificare le differenze. Il Prezzo unico nazionale si forma con il meccanismo del “prezzo marginale”: ogni giorno i produttori di energia fanno le loro offerte sul cosiddetto Mercato del giorno prima. Vengono chiamate a produrre prima le centrali più economiche, alimentate a rinnovabili e idroelettrico, poi quelle più care come le centrali a gas. Ma il prezzo finale non è una media. Si allinea al costo dell’ultima centrale – la più cara – necessaria per coprire tutta la domanda. Per questo, quando il gas diventa molto costoso anche l’elettricità prodotta da fonti più economiche viene pagata a quel prezzo alto. Funziona così in tutta la Ue, ma in Italia è più penalizzante perché come visto il gas è più spesso la fonte “decisiva” che fissa il prezzo. In Francia quel ruolo è svolto dal nucleare, in Spagna e Germania dalle rinnovabili (anche se nel mix energetico di Berlino ha ancora un peso non indifferente anche il carbone).

Il ruolo delle ondate di calore

In estate, il mercato diventa particolarmente vulnerabile. Il fabbisogno di energia cresce sensibilmente per effetto della climatizzazione, che porta milioni di famiglie e imprese ad accendere i condizionatori nelle ore più calde della giornata. Al tempo stesso la produzione da idroelettrico, che vale in media fino al 20% del mix italiano, cala drasticamente a causa della siccità e della ridotta disponibilità di acqua negli invasi, mentre l’eolico è spesso condizionato da periodi di scarsa ventosità. In questo contesto, le centrali a gas diventano indispensabili per coprire la domanda residua spingono verso l’alto il Pun. Non a caso l’anno scorso il prezzo unico medio di luglio è stato di 112 euro/MWh mentre quello di gennaio, il mese più freddo, di 99.

Gli indizi di manipolazioni dei prezzi

A complicare il quadro c’è un elemento preoccupante emerso da un’indagine conoscitiva di Arera: nel biennio 2023-24, a valle dello choc seguito all’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, molti operatori avrebbero adottato strategie di offerta anomale sul mercato elettrico. In pratica avrebbero ridotto la capacità realmente disponibile per spingere i prezzi verso l’alto. L’Autorità parla di “probabili condotte di trattenimento economico di capacità”, che avrebbero comportato “differenze medie di prezzo” nell’intervallo di 4-7 €/MWh nel 2023 e 1 €/MWh nel 2024. Per ora non si parla esplicitamente di abuso perché l’indagine si basa su ipotesi semplificatrici e occorre “accertare l’assenza di legittime giustificazioni”, ma di sicuro gli indizi di una corposa manipolazione del mercato non possono essere ignorati.

Le maggiorazioni sul mercato libero

Dal Prezzo unico alla bolletta il passo non è breve. Per arrivarci occorre tener conto di costi di dispacciamento e di commercializzazione e degli oneri di sistema destinati per esempio a sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dal gas (lo scorso anno hanno sfiorato i 9 miliardi di euro). Nel mercato libero, su cui i clienti domestici non vulnerabili sono stati fatti definitivamente migrare entro il luglio 2024, contano poi le maggiorazioni decise dal fornitore. È sempre la relazione dell’Arera a quantificarle: lo scorso anno il prezzo finale al netto delle tasse sul mercato libero presentava “valori notevolmente superiori al servizio di maggior tutela per tutte le classi di consumo”: dal 37% in più per i grandi clienti al 55% per chi ha consumi tra 1.000 e 2.500 kWh all’anno.
Dulcis in fundo, ci sono le imposte, che aggiungono un 10% all’esborso.

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venerdì 7 marzo 2025

Le scelte disastrose che hanno creato gli strani confini africani - Francesca Sibani

Questa settimana sul sito di Al Jazeera è uscito un articolo curioso che si chiede perché i confini dei paesi africani sono così strani, a volte dritti e squadrati, altre molto frastagliati e irregolari. E soprattutto: perché il Gambia è così sottile e perché ci sono tre paesi chiamati Guinea e due Congo? Come risaputo, le frontiere africane furono in gran parte disegnate a tavolino in una conferenza a Berlino di 140 anni fa, in cui le grandi potenze europee decisero come spartirsi l’Africa, un territorio ricco di risorse utili – ieri come oggi – ad alimentare il loro sviluppo industriale.

È impressionante il confronto tra la mappa dell’Africa nel 1880, quando appena il 10 per cento del territorio era sotto il controllo europeo e dell’impero Ottomano, principalmente lungo le coste, e la mappa del 1914, quando il 90 per cento dell’Africa era dominato da pochi stati europei. Molti di questi governi agivano con la pretesa di “sviluppare e civilizzare” – come fu scritto nel documento che fu firmato il 26 febbraio 1885, alla fine della conferenza – quello stesso continente che fino a cent’anni avevano sfruttato riducendone gli abitanti in schiavitù.

A quell’epoca il Regno Unito, la Francia, la Germania, il Portogallo e re Leopoldo II del Belgio, tra gli altri, avevano cominciato a spedire degli esploratori e degli inviati per assicurarsi il controllo di rotte commerciali e per stringere accordi con i leader locali, comprando da loro o semplicemente rivendicando ampie porzioni di territorio. Quando queste rivendicazioni si sovrapponevano, si correva il rischio che scoppiasse una guerra. Proprio per questo fu convocata la conferenza di Berlino nel novembre 1884, per negoziare i termini del processo di colonizzazione. Ovviamente, nessun paese africano fu invitato o consultato.

Parteciparono i diplomatici di quattordici paesi, tra cui l’Italia, l’impero Ottomano e gli Stati Uniti. Questi ultimi non firmarono il trattato finale visto che, come spiega Al Jazeera, “ la politica interna a quell’epoca stava prendendo una piega antimperialista”. Oltre a disegnare i confini rimasti invariati ancora oggi, il documento “internazionalizzò il libero commercio nei bacini dei fiumi Congo e Niger”, obbligando i firmatari a “proteggere le tribù native e il loro benessere morale e materiale” (un obbligo da cui pochi si sentirono vincolati, considerate le atrocità che furono commesse ovunque, dal Congo alla Namibia alla Libia).

L’accordo stabiliva inoltre che piantare una bandiera non era sufficiente ad acquisire nuove terre e che “un’occupazione effettiva” comportava anche l’istituzione di un’amministrazione coloniale nelle regioni interessate.
Secondo alcuni storici, la conferenza non segnò esattamente l’inizio della colonizzazione dell’Africa, ma fece semplicemente da catalizzatrice di un processo già in corso, che ha portato tanti mali al continente e che gli africani continuano ancora oggi a pagare.

In ogni caso l’immagine di un gruppo di uomini bianchi che decide a tavolino del destino di milioni di persone e delle ricchezze di un continente enorme è altamente simbolica e ancora oggi dovrebbe metterci in guardia dai tentativi, più o meno consapevoli, di ripetere questo approccio.

Tornando alla questione dei confini, gli stati africani decisero di non cambiarli quando nel 1963, in piena decolonizzazione, fondarono l’Organizzazione dell’unità africana, oggi Unione africana. Ma poi, a modificare la geografia politica africana, ci hanno pensato la storia, e le tante guerre continentali.

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domenica 2 marzo 2025

Europa: agricoltura senza domani?

 

Comunicato di AIAB, ACU, AIDA, Associazione italiana agricoltura biodinamica, FIRAB, GreenPeace, Lipu, ProNatura, Rete Semi Rurali, Terra!, Wwf.

 

IL FUTURO DELL’AGRICOLTURA E DEL SISTEMA ALIMENTARE EUROPEO:

UNA VISIONE CHE MANCA DI AMBIZIONE E LUNGIMIRANZA.

11 associazioni italiane denunciano nel documento sulla visione dell’agricoltura e l’alimentazione presentato dalla Commissione UE il 19 febbraio la mancanza di una chiara spinta al cambiamento e una pericolosa sottovalutazione dei problemi ambientali e sociali

Lo scorso 19 febbraio il Commissario europeo Hansen in una conferenza stampa congiunta con il vicepresidente Fitto ha presentato la visione a lungo termine dell’UE per l’agricoltura e l’alimentazione, che definisce i piani per il sistema agroalimentare verso il 2040 e oltre. Il documento avrebbe dovuto fare seguito a quanto emerso dal Dialogo strategico per l’agricoltura, firmato anche dalle associazioni agricole. La visione ha però cambiato direzione, tradendo l’accordo raggiunto e attirando le critiche di 11 associazioni italiane, che unendosi alle analisi delle ONG di conservazione della natura, dell’agroecologia e dei consumatori europei, esprimono insoddisfazione per un documento che sottovaluta i problemi ambientali e sociali connessi ai sistemi agroalimentari, puntando in modo miope solo sulla competitività delle imprese a breve termine.

Il documento della Commissione UE non cita mai gli obiettivi delle due Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ignorando che i problemi ambientali e sociali che li hanno motivati restano senza soluzioni ed avranno certamente impatti negativi sull’agricoltura dei 27 Paesi europei dell’Unione, ​​in primis per le piccole e medie aziende, che continueranno inesorabilmente a chiudere (dal 2010 al 2020 il numero di aziende agricole è diminuito di ben 487.000 unità).

Auspicavamo che con questo documento la Commissione promuovesse piani concreti per dare attuazione alle raccomandazioni del dialogo strategico – affermano le Associazioni italiane – ma purtroppo questo non è avvenuto. I pochi elementi positivi presenti nella Visione della Commissione non bastano ad avviare il necessario e urgente cambio dei modelli di produzione e consumo nelle filiere agroalimentari della UE. Ancora una volta ha prevalso la volontà di mantenere lo status quo in difesa degli interessi delle grandi aziende e corporazioni agricole a spese di tanti medi e piccoli agricoltori europei”.

Le Associazioni, pur apprezzando alcuni aspetti della visione, come l’attenzione al riconoscimento del giusto prezzo per i produttori, al biologico, al ricambio generazionale favorendo l’ingresso dei giovani in agricoltura, l’impegno per un’etichettatura più trasparente e per una reciprocità delle regole ambientali e sociali negli scambi commerciali, insieme al richiamo seppur vago alle soluzioni basate sulla natura, sottolineano come non vengano affrontati i grandi problemi che determinano gli impatti ambientali e sociali dei settori agroalimentari dell’Unione europea.

Il documento della Commissione non prevede una dismissione dei pagamenti della Politica Agricola Comune (PAC) non mirati, come invece indicato nelle conclusioni del dialogo strategico, e conferma anzi la scelta dei pagamenti diretti basati sulla superficie delle aziende agricole, ignora la necessità di sostenere gli agricoltori più bisognosi di aiuto e più virtuosi. Il documento non cita in alcun modo la possibilità di considerare tra i criteri per i pagamenti diretti della PAC anche l’intensità del lavoro e i risultati degli interventi per il clima e l’ambiente.

Pur comprendendo il disagio del mondo agricolo rispetto alla grande mole di burocrazia, che va certamente ridotta, non crediamo che l’indebolimento delle regole e degli impegni per la tutela dell’ambiente sia la strada da perseguire” continuano le Associazioni. La visione, infatti propone di semplificare ulteriormente la PAC, rinunciando a un controllo ancora maggiore su ciò che accade a un terzo del bilancio dell’UE. Con meno regole vincolanti ci saranno meno probabilità che i Paesi dell’UE promuovano un’agricoltura sostenibile, come è avvenuto dopo la semplificazione della PAC del 2024.

Poco incisivo per le Associazioni anche l’approccio al sistema zootecnico. Se è vero che nella visione si propone di migliorare le norme sul benessere degli animali e di eliminare gradualmente le gabbie negli allevamenti, il settore zootecnico viene in gran parte assolto dal suo impatto sul clima e sulla salute dei cittadini europei. Il documento non indica con chiarezza la necessità di promuovere una transizione agroecologica della zootecnia, con obiettivi di riduzione degli allevamenti intensivi e la promozione di una zootecnia estensiva collegata alla gestione della superficie agricola utilizzata. Una transizione agroecologica della zootecnia che dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dei consumi di carne e proteine di origine animale, attraverso la promozione di diete sane ed equilibrate.

La visione rimane ancora troppo vaga su come incoraggiare uno spostamento a diete più sostenibili e salutari. Se non si affronta seriamente una strategia che miri alla modifica del modello alimentare, i buoni propositi rimarranno, di nuovo, solo sulla carta” concludono le Associazioni.

Il documento della Commissione UE è disponibile al link: https://agriculture.ec.europa.eu/vision-agriculture-food_en

 

Roma, 26 febbraio 2025



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venerdì 29 novembre 2024

L’EUROPA HA MOLTE COLPE MA LA PRINCIPALE È DI ESSERSI AUTODISTRUTTA - Andrea Zhok

 

Ci sono molti intellettuali “embedded” nelle truppe dei detentori di capitale che accusano tutti i dissenzienti di essere “anti-occidentali”.
Se dubiti delle proprietà taumaturgiche di un prodotto terapeutico raffazzonato e somministrato forzosamente, allora sei un complottista antiscientifico e antioccidentale.
Se dubiti che l’Ucraina sia il baluardo della democrazia e che la Russia sia guidata da un pazzo che vuole arrivare con i carrarmati a Lisbona, allora sei un putiniano antioccidentale.
Se dubiti che Israele sia per definizione una povera vittima, ingiustamente tormentato da aguzzini palestinesi, gelosi e antisemiti, allora sei filo-terrorista e antioccidentale.

Ora, il termine “occidentale” è assai ambiguo, visto che oggi sostanzialmente include tutto ciò che ricade sotto l’influenza degli USA e dei suoi bungalow in giro per il mondo. Ciò che mi preme chiarire qui è che se per anti-occidentale quegli intellettuali a gettone intendono anti-europeo, si sbagliano di molto.
Tolti gli intellettuali a libro paga e quelli che pensano di sapere quel che succede nel mondo perché leggono Repubblica-Corriere, per i consapevolmente dissenzienti questa è una fase storica di grave sofferenza culturale.
Lo è perché chi non è un parvenu della cultura sa qual è la straordinaria ricchezza, molteplicità e profondità della cultura europea, e ne è giustamente orgoglioso.
Posto che naturalmente non c’è più spazio per l’arroganza di chi credeva un secolo fa che esistesse al mondo solo una cultura degna di questo nome, quella europea, e che tutto il resto fosse barbarie, rimane vero che la cultura che prende le mosse dalla Grecia del VI secolo a.C. e che si dirama per due millenni e mezzo nella rosa delle scienze, delle arti, dei saperi in Europa e oltre, è un patrimonio incredibile, che impone umiltà a qualunque intelletto.Chi ha anche solo avvertito i mondi spirituali che promanano da Platone, Aristotele, Tommaso, Dante, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Monteverdi, Michelangelo, Cervantes, Purcell, Shakespeare, Bach, Mozart, Wagner, Mahler, Debussy, van Gogh, Dostoevsky, Thomas Mann, Niels Bohr, ecc. ecc. ecc., chi ha fatto anche solo in piccola parte questa esperienza, non può che soffrire terribilmente nel vedere tutto questo divorato, pervertito e distrutto dall’accidente storico dell’egemonia statunitense degli ultimi 70 anni.

L’Europa ha molte colpe ma la principale è di essersi autodistrutta un secolo fa, lasciando via libera a quel parvenu arricchito del nipote americano, che l’ha condotta, passo dopo passo, a diventare una brutta copia di sé, sacrificabile come controfigura.
E la nostra sofferenza è quella di sapere di essere oggi dalla parte sbagliata della storia, sbagliata quanto un secolo fa, ma oggi anche perdente; e di sentire che il collasso incombente porterà con sé sotto le macerie anche quel patrimonio unico.

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mercoledì 15 maggio 2024

COME LA UE HA PRIVATIZZATO IL NOSTRO CIBO: PER IL BENE DELLE MULTINAZIONALI - Daniele Ioannilli

 

L'Europa pianifica produzione e distribuzione del cibo per il profitto del mercato contro noi cittadini. Storia e prospettive dopo la sovranità alimentare perduta.

Il Passo del Brennero ha un’altitudine di soli 1372 metri. Nella Storia è quindi stata una porta da e per l’Italia molto favorevole: è da qui che passarono le legioni romane alla conquista dell’Europa e successivamente gli imperatori tedeschi diretti a Roma dal Papa per ottenerne l’investitura. Ed è da qui che oggi passa la maggior parte dei prodotti agroalimentari importati dall’Italia. E’ stato quasi naturale per Coldiretti intensificare qui simbolicamente la sua protesta, dopo aver intercettato agli inizi dell’aprile scorso ben 17 mila kg di pane surgelato proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto ad Altamura in Puglia, patria del pane DOP.

E’ solo cronaca? Ovviamente no. Contestualizzare questa notizia, allargando lo sguardo, ci  permette di capire come ragioni la Commissione Europea – che va ricordato, è il solo organo con potere legislativo ed esecutivo, il Parlamento europeo non alcun ruolo politico decisivo.

Se guardiamo in modo separato le regolamentazioni, poi gli obiettivi ideali che queste intendono perseguire, ed infine il concreto comportamento dell’Europa nel settore agroalimentare complessivo, vediamo che innanzitutto sembra esserci una netta divisione tra l’agroalimentare di qualità, il cosiddetto “made in Italy” che si può fregiare dei marchi DOP, IGP e STG; e quello destinato al “grande pubblico”, all’alimentazione di massa, quella quotidiana di sopravvivenza.

Quando l’Europa “immagina”  l’agroalimentare nelle sue politiche si riferisce a quello di qualità, per il quale sono previste le norme che conosciamo ed, effettivamente, ne beneficia in termini di alcune tutele. Numeri alla mano abbiamo:

170 prodotti DOP

 

– 126 prodotti IGP

DOP e IGP sono prodotti legati al territorio dei quali è provata l’origine storica. A differenza del DOP, l’IGP può avere ingredienti non di quell’area specifica a cui si riferisce; ad esempio la Bresaola della Valtellina è un IGP in cui la carne può provenire da una diversa area geografica ma la lavorazione deve essere fatta in Valtellina secondo tradizione.

– 2 prodotti STG che sono la mozzarella e la pizza napoletana.

I prodotti SGT non sono legati al territorio, è importante solo che seguano la ricetta tradizionale che ha ottenuto il marchio SGT.

I prodotti DOP e IGP beneficiano di alcune importanti deroghe: non sono sottoposti ad alcune regole in materia sanitaria, di igiene, produzione e conservazione e gli viene garantito il rispetto di standard particolari di produzione, come il caso di specifici processi di stagionatura che normalmente sarebbero vietati.

Nei Trattati Internazionali che tante volte si citano con diffidenza, i prodotti con questi marchi ottengono delle tutele ad hoc volte a favorirne la diffusione e impedire importazioni di imitazioni con anche – in qualche caso – la tutela da imitazioni in paesi terzi non europei.

Questo agroalimentare “made in” di qualità ha ovviamente, rispetto alla produzione di massa, dei costi più elevati che si riversano poi sul prezzo finale. Ma essendo prodotti di “lusso”, chi vuole quel prodotto DOP piuttosto che IGP è anche disposto a pagare di più.

In questo contesto, è più comprensibile come le politiche del Green Deal siano portate avanti in modo ideologico e poco realistico. Ideologia Green che si traduce in costi maggiori sopportabili solo per quelle produzioni il cui prezzo finale non è determinante per il consumatore, come appunto avviene per i prodotti di lusso.

C’è poi l’agroalimentare quotidiano, di sopravvivenza, in cui il prezzo finale del prodotto è un fattore quasi essenziale nella scelta del consumatore. E qui valgono altre regole rispetto ai marchi protetti del “made in Italy” di cui si è detto poc’anzi. Ora valgono le regole del mercato più competitivo.

Ed è questo che si spiega come mai l’Europa seppur ne abbia la capacità, non persegua l’autosufficienza produttiva alimentare. Comportamento in linea con il suo fine ultimo, ovvero il privatizzare ogni aspetto della vita e dell’economia, e cioè consegnare alle multinazionali il controllo di esse.

Ideologicamente, cosa sta facendo l’Europa? In nome di una idealizzata “salvaguardia” del pianeta ha elaborato delle politiche ambientali racchiuse nel cosiddetto Green Deal Europeo  che entro il 2050 vuole azzerare l’impatto ambientale dell’uomo sotto vari punti di vista, dall’emissione di CO2 al consumo del suolo, all’inquinamento in generale mediante la riduzione di fertilizzanti e pesticidi. L’insieme di queste normative che considerate singolarmente ed isolatamente potrebbero essere senz’altro condivisibili, hanno come risultato pratico una riduzione della produzione, da cui si genera automaticamente un aumento del costo della stessa e quindi del prezzo che paga il consumatore finale con il risultato di portare molti prodotti a essere fuori mercato.

Una minore produzione genera scarsità di offerta a cui si deve far fronte aumentando le importazioni a basso costo ed ecco che si spiega come sia possibile per Coldiretti assistere all’invasione di prodotti agroalimentari extra UE.

E’ un cane che si morde la coda: meno si produce più i prezzi salgono, più si importa a basso costo per permettere alla gente normale di sopravvivere, più le produzioni nazionali vanno fuori mercato. Così come per l’immigrazione incontrollata che ha prodotto l’abbattimento dei salari, così l’importazione massiccia  sta determinando il fallimento delle piccole e medie imprese agroalimentari. Sono effetti che in economia si conoscono e già osservati empiricamente, quindi con un po’ di malizia potremmo azzardare a dire anche voluti.

Perchè gli altri prodotti extra Ue sono per noi Europa a basso costo? Per maggiore bravura? Per una semplice questione di cambio monetario favorevole? Non solo. Lo sono soprattutto per l’asfissiante regolamentazione comunitaria che impone sì un livello piu alto di sicurezza e qualità nei prodotti agroalimentari, ma come detto causa anche problemi di bassa produzione e alti prezzi. Che ideologicamente potrebbe anche andare bene, se non fosse che l’eccellenza è pretesa dalle aziende europee, ma si importano poi prodotti extra UE che da queste regole non ne sono danneggiati.

Coldiretti e tutto il sistema agroalimentare in questi mesi di protesta puntano molto sul rispetto del concetto di “reciprocità delle regole”, ossia sull’autorizzazione a importare solo quei prodotti che rispettano le normative europee di produzione.

Molti dei paesi extra UE non rispettano, o per meglio dire, hanno regole diverse più permissive rispetto l’Europa in materia di sicurezza alimentare, ambientale e diritti dei lavoratori.

I numeri non sono di poco conto: rispetto al fabbisogno complessivo la produzione nazionale è alquanto bassa soprattutto in considerazione del fatto che per clima e territorio l’Italia potrebbe essere molto vicina all’autosufficienza produttiva. E invece produciamo solo il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e dei salumi, il 49% della carne di pecora e di capra, l’84% dei formaggi e del latte; tutto il resto per arrivare al 100% del fabbisogno viene importato.

La Puglia, regione altamente adatta all’agricoltura è invece la 1° regione del Sud per importazione di prodotti agroalimentari da paesi extra UE. Nel 2022 erano 1,7 miliardi i kg di prodotti importati, nel 2023 sono saliti a 3 miliardi con un aumento secco del 66%. Cifre folli per un territorio ad altissima vocazione agricola di qualità e quantità. Estendendo questa tendenza a tutto il territorio Italiano, si può capire quanto la situazione per le aziende agroalimentari nazionali sia delicata e perchè stiano protestando.

Frutta e verdura egiziana invadono il nostro mercato. L’Egitto tratta le Arance con il Clorpirifos un pesticida bandito in UE nel 2020. Dalla Turchia arrivano nocciole che secondo il dipartimento del lavoro USA vengono prodotte sfruttando il lavoro minorile. E l’asta per il frumento, sempre in Turchia, affossa il prezzo di quello italiano, pugliese in particolare. Dall’Argentina arrivano i limoni trattati con il pesticida PROPICONAZOLO, bandito nel 2019. Dalla Cina arriva il concentrato di pomodoro che abbatte il prezzo di quello italiano. Dal Sud Africa arrivano uva e arance. E il grano a bassissimo costo dall’Ucraina, mentre dal Canada è essiccato con il glifosato, da noi bandito.

I semi di soia sono importati per l’84% (50% dal Brasile e il 35% dagli USA), la farina di soia importata per il 97%.

Dal Marocco e Russia importiamo il 68% dei fertilizzanti fosfatici, questo secondo uno studio fatto da Aretè per il parlamento europeo. Nella pubblicazione “Atlas des Pestidices” (2023) scopriamo che il 25% dei pesticidi usati in America e 149 dei 504 usati in Brasile, sarebbero in Europa banditi.

Da studi e analisi fatte dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2023 sui residui di pesticidi di produzione e lavorazione, anche nel prodotto finito ci sono rischi: il 6,4% dei prodotti importati sono oltre i limiti di legge per residui chimici irregolari, rispetto lo 0,6% di quelli italiani. 10 volte di più.

L’invasione di prodotti extra UE è poi favorita dai trattati bilaterali commerciali siglati dalla UE con i vari “blocchi” mondiali, cosi suddivisi:

– Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico

– Paesi delle Americhe

– Paesi dell’Asia e dell’Australasia

– Paesi del Medio Oriente e del Golfo

– Paesi EFTA – PEV (i cosiddetti Paesi di vicinato, come l’Ucraina)

Trattati che (molto sinteticamente) tolgono dazi su determinati prodotti, secondo un blando principio di reciprocità, e finiscono per favorire i prodotti importati in quanto ciò che noi esportiamo non danneggia i paesi di destinazione, mentre ciò che noi importiamo ci danneggia in quanto rende fuori mercato i prodotti della nostra terra.

Questo perchè? Perchè mentre i paesi dai quali importiamo sono normalmente produttori di materia prima e hanno bisogno del prodotto finito o semilavorato; noi invece siamo allo stesso tempo sia produttori di prodotto finito che di materia prima. E se usiamo la loro materia prima, togliamo spazio alla nostra.

Nel 2023 l’importo di cibo extra UE è stato della cifra record di 63 miliardi di euro, mentre l’export europeo verso il resto del mondo è stato di 210 miliardi di euro di cui 1/3 circa proveniente dall’Italia pari a 64 miliardi di euro. Dati Coldiretti.

A guadagnare da questo modello sono soprattutto le grandi multinazionali dell’agrobusiness. Da quando i primi pesticidi sono entrati in commercio (anni ’50 circa), il prezzo del cibo è aumentato di 5 volte mentre il guadagno dei contadini si è dimezzato.

Oltre che sulla salute, gli effetti negativi dell’uso massiccio di prodotti chimici si manifesta anche nella perdita progressiva di biodiversità: i terreni non vengono fatti riposare o alternati nella coltivazione in favore delle monocolture piu redittizie diventando così aridi, necessitando quindi di sempre piu prodotto chimico. Le piante invece diventano sempre meno capaci di sopportare autonomamente le avversità climatiche ed i parassiti, come se venisse loro indebolito il “sistema immunitario”.

Sin qui possiamo riassumere il quadro nel seguente modo:

– Il cibo di alta qualità made in Italy viene in qualche modo protetto mediante i marchi DOP – IGP e STG.

– Il cibo per l’alimentazione quotidiana, di massa, mediante normative particolarmente restrittive ed ideologiche viene sfavorito a vantaggio di quello di origine extra UE.

A questo punto entra nel discorso un terzo livello, espressione dell’anima fortemente tecnologica e transumanista dell’UE. Livello dietro al quale potrebbe nascondersi uno dei sogni delle multinazionali dell’agroalimentare e della chimica: la privatizzazione del cibo.

Obiettivo raggiungibile attraverso l’attuazione della PAC (Politica Agricola Comune) all’interno della quale c’è l’Agricoltura 5.0 e la nuova genetica green, denominata in Italia come TEA.

Cos’è la TEA? TEA è l’acronimo di “Tecnologie di Evoluzione Assistita” il cui obiettivo/scopo è quello di aumentare la produzione di prodotto senza un maggior impiego di mezzi di produzione, che sono fertilizzanti, pesticidi o terreni da coltivare.

TEA è la versione vegetale del transumanesimo per l’uomo. E’ presentata come la soluzione al problema climatico e produttivo, ovvero vista la tesi dominante della bassa produzione causata dal cambiamento climatico e dall’eccessivo consumo di suolo, è accettata da tutti con entusiasmo, Coldiretti in primis; visto che ha già avuto modo di esprimere giudizi favorevoli nei riguardi di queste nuove tecniche che rendono le coltivazioni resistenti a parassiti e ad eventi climatici avversi.

Attraverso la modifica dei geni della pianta si otterrebbe di più e meglio quello che sin ora si sta ottenendo con l’uso dei prodotti chimici.

Si presentano le TEA come perfette soluzioni a problemi come l’approvvigionamento di cibo, materie prime, problemi logistici e geopolitici che possono far lievitare i prezzi come successo con la guerra Ucraino-Russa o durante l’emergenza Covid-19 (omettendo di considerare come i problemi avuti siano stati in realtà manovre speculative della grande finanza).

Fondamentale notare come l’intero settore dei pesticidi e delle sementi sia in mano a sole 4 grandi multinazionali della chimica: Sygenta – Bayer – Corteva – Basf, che detengono il 70% del mercato mondiale dei pesticidi e il 57% di quello delle sementi. Una concentrazione e una commistione di interessi che gli fa detenere nei fatti la sovranità alimentare mondiale.

Se alla proprietà delle sementi, che già oggi sono sterili ossia sono semi che non generano altri semi costringendo il coltivatore a comprarne sempre di nuovi anzichè –  come sarebbe naturale – prenderli dalla pianta coltivata, queste multinazionali sfruttando la TEA possono creare sementi e quindi piante, secondo qualsiasi necessità o richiesta del mercato: da piante resistenti a clima e malattie, a piante ipernutrienti o dalla iperproduzione di frutti.

Essendo però tutta ricerca coperta da brevetto, ed essendo la UE una entità fondamentalmente giuridica e non politica (il suo “core” è favorire il business privato delle Corporations) la TEA si può vedere anche come il grimaldello col quale queste multinazionali arriverebbero alla privatizzazione del cibo. Privatizzazione come risposta a problemi indotti artificialmente dalle stesse politiche agricole della UE.

La parola “grimaldello” non è stata usata a caso. La privatizzazione del cibo è già stata tentata attraverso il cosiddetto OGM, rifiutato dal consumatore e opinione pubblica. Questo OGM rientra dalla finestra (di Overton), attraverso la TEA che opera una sottile distinzione per renderlo accettabile. Distingue il grado di intervento genetico in due livelli.

In entrambe le situazioni c’è un intervento sulla pianta con una modifica ai suoi geni, però mentre negli OGM si ottiene un qualcosa che in natura non sarebbe mai –  o difficilmente – possibile, nel livello TEA la nuova varietà di pianta sarebbe “fabbricabile” anche naturalmente, solo che avrebbe bisogno di tantissimo tempo ed incroci diversi.

Una sottigliezza linguistica che le multinazionali stanno usando per diversificare le normative TEA e OGM.

Considerando anche la politica energetica che vuole trasformare gran parte dei terreni agricoli in spazi dove produrre energie rinnovabili, rivolgersi a queste nuove sementi private ultratecnologiche sarà l’unica strada da percorrere se un’azienda del settore vorrà tentare di resistere sul mercato.

E quindi il consumatore che l’Europa ripete di voler tutelare come suo fine ultimo, e per il quale verrebbe fatto tutto quanto, cosa puo’ e potrà scegliere per mangiare? Cosa acquistare da mettere in tavola?

– Comprare cibi DOP o IGP o biologici, se disponibili, pagando prezzi piu alti, se può permetterselo.

– Comprare cibi a basso costo (che diventano a costo normale passando per grande distribuzione) nutrizionalmente poveri.

– Orientarsi sui prodotti di queste future nuove piante TEA, di cui ancora non si conoscono gli eventuali effetti negativi sulla salute.

– Orientarsi sui nuovi cibi green quali larve, vermi, grilli e cavallette e le loro farine che si stanno affacciando sul mercato europeo.

Dopo averci fatto credere che il futuro era la grande distribuzione invece del “pizzicagnolo” sotto casa, la grande azienda invece del vecchio contadino, l’abbondanza vincente sulla stagionalità dei prodotti della propria terra, la chimica migliore del ciclo naturale.. il cittadino consumatore cos’ha da dire?

da qui

sabato 10 febbraio 2024

Quali sono i pesticidi che continueremo ad avere nel piatto (dopo la vittoria delle proteste degli agricoltori sulla riduzione dell’UE) - Francesca Biagioli

Il dietrofront dell'UE sulla proposta di riduzione dei pesticidi fa esultare agricoltori e lobby, un po' meno gli ambientalisti e i cittadini, preoccupati del fatto che continueranno a portare in tavola cibi contaminati da sostanze chimiche ancora a lungo.

Gli agricoltori esultano per la prima vittoria dopo settimane di proteste, gli ambientalisti e tutti i cittadini europei che hanno a cuore la propria salute e l’ambiente (compresi noi di greenMe) decisamente meno. Ci riferiamo ovviamente a quanto avvenuto ieri, quando Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento Ue sui pesticidi.

Un deciso passo indietro, dunque, per accontentare agricoltori (e lobby annesse). C’è da dire però che l’originale legge sull’uso sostenibile dei pesticidi (SUR) che prevedeva il taglio del 50% entro il 2030 era già stata bocciata al Parlamento europeo e poi fortemente ridimensionata. Quindi questa ulteriore mossa forse non è tanto a sopresa come potrebbe sembrare a prima vista. Leggi anche: Dietrofront sui pesticidi, il Parlamento europeo respinge il taglio del 50% entro il 2030

Fatto sta che la Von Der Leyen, che ha dichiarato: “i nostri agricoltori meritano di essere ascoltati”, ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento sui pesticidi che, a detta di molti, avrebbe avuto un impatto devastante sulla produzione agricola europea.

Ma cosa cambia davvero con questo dietrofront?

Cosa cambia

Partiamo dall’inizio, i pesticidi costituiscono una vasta categoria di prodotti fitosanitari utilizzati per proteggere le colture da malattie e infestazioni. Questi includono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. Non c’è dubbio che questi prodotti siano utili a mantenere sane le colture e a prevenire la chiusura forzata delle aziende agricole, tuttavia, la questione principale riguarda gli effetti collaterali associati al loro utilizzo eccessivo.

Le controindicazioni legate all’uso di pesticidi comprendono l’inquinamento delle falde acquifere, la riduzione della fertilità del suolo e la minaccia agli insetti impollinatori, preziosi alleati della biodiversità. Ovviamente c’è anche un discorso che riguarda la nostra salute, tracce di pesticidi, infatti, rimangono nel cibo che consumiamo ogni giorno.

Proprio per questo è necessario intervenire, riducendone l’uso il più possibile, scegliendo i meno pericolosi e trovando quanto prima alternative sostenibili. Questo era anche l’obiettivo della Commissione agricoltura del Parlamento europeo che aveva proposto inizialmente una riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, salvo poi ridimensionare al 30% entro il 2035.

In base al testo, in realtà, ogni Stato avrebbe avuto un personale obiettivo di riduzione in base ai valori calcolati dalla Commissione europea. L’Italia puntava al 62% per il consumo totale dei prodotti fitosanitari e al 54% per quanto riguarda i fitofarmaci più pericolosi (rispetto alla media del triennio 2015-2017).

  • parchi
  • campi di gioco
  • campi sportivi
  • percorsi pubblici
  • aree natura 2000

Ora tutto da rivedere.

Quali pesticidi rischiamo di trovare ancora a lungo sulle nostre tavole

Ovviamente la transizione verso un futuro senza (o con meno) pesticidi tossici sarebbe stata comunque graduale ma ora questo stop non promette nulla di buono.

Ecco quali sono:

  • Acetamiprid: uno degli insetticidi maggiormente rilevati, con presenza evidenziata in diverse colture
  • Fludioxonil: fungicida
  • Boscalid: fungicida
  • Dimethomorph: fungicida

Da notare che, oltre a questi, è stata riscontrata la presenza di residui di neonicotinoidi, sostanze particolarmente pericolose per la salute delle api e degli insetti impollinatori. Alcuni esempi specifici includono:

  • Thiacloprid: trovato in campioni di pesca, pompelmo, ribes nero, semi di cumino e tè verde in polvere, nonostante sia stato vietato dal Reg. CE 2020/23
  • Imidacloprid: presente in un campione di arancia, due campioni di limoni e tre campioni di ocra, nonostante il divieto stabilito dal Reg. CE 2020/1643
  • Thiamethoxam: riscontrato in un campione di caffè, nonostante le restrizioni imposte dal Reg. CE 2022/801

C’è da dire che non tutta la frutta e verdura venduta in Italia è prodotta nel nostro Paese o nei Paesi Ue (e questo spiegherebbe anche la presenza di pesticidi vietati), ma la maggior parte senza dubbio.

Al triste elenco dei pesticidi dobbiamo aggiungere ovviamente anche il glifosato che meriterebbe un discorso a parte, in quanto cittadini e ambientalisti europei hanno cercato in tutti i modi di farlo mettere definitivamente al bando, ma senza successo.

da qui

martedì 14 novembre 2023

Ancora 10 anni di glifosato e veleni

 

E’ davvero incredibile, anzi frutto di straordinaria malafede come le tutti le attenzioni finto ecologiche del capitale internazionale si fissino in maniera ossessiva su Co2 e azoto che non fanno nulla di male, mentre tutti i peggiori veleni prodotti dalle grandi multinazionali dell’ agroalimentare sono stati sdoganati e in qualche modo protetti.  Così invece di vietare definitivamente le tossine come il glifosato a causa delle conseguenze chiaramente visibili per le persone, gli animali e l’ambiente, l’’UE  entro l’anno potrebbe estendere l’uso di questo veleno per altri 10 anni. Dal momento che Bruxelles funziona solo come centrale, meglio covo, di lobbismo non c’è alcun dubbio che questa estensione sarà approvata direttamente dalla Commissione

Il tutto viene basato su studi che non hanno ancora “dimostrato in modo assoluto” un rischio per la sicurezza derivante da questo erbicida totale. Certo le cose dimostrabili in assoluto sono ben poche ed anzi in realtà non ce n’è alcuna secondo il teorema dell’incompletezza di Gödel ma in ogni caso la pretesa di una dimostrazione assoluta è sempre stata la via d’uscita delle grandi multinazionali che si tratti del tabacco o dei farmaci. Tanto più che quasi sempre questi centri di potere economico commissionano essi stessi degli studi e l’autorità europea EFSA prende decisioni sulla base di questi ultimi. Per il glifosato esiste il “Glyphosate Renewal Group”, un’associazione di produttori di pesticidi guidata dalla Bayer Agriculture BV, che ovviamente si batte per una proroga. Così benché esistano numerosi studi condotti da scienziati indipendenti che mostrano gli effetti enormemente dannosi del glifosato (“Round up”) sull’ambiente e sulla biodiversità di continuerò ad usarli benché persino i tribunali statunitensi abbiano  già stabilito che il glifosato può causare il cancro. Ma in generale si tratta del fatto che da circa 50 anni siamo in balia di un intero cocktail di pesticidi, fino a 30 tipi diversi  che rimangono sul terreno e si decompongono molto lentamente.

Non si sa assolutamente nulla dell’interazione di 20-30 sostanze diverse: potrebbero non solo sommarsi, ma addirittura aumentare la loro potenza non appena entrano negli organismi viventi. Secondo un recente studio svedese dell’Università di Stoccolma, il processo di approvazione dell’UE avrebbe dovuto essere riformato già da tempo perché le aziende agrochimiche come Bayer/Monsanto o Syngenta sono riuscite a tener fuori al processo decisionale studi che evidenziano rischi significativi per la salute, compresi disturbi dello sviluppo nei feti e nei bambini. Tuttavia, le autorità dell’UE non vedono alcun potenziale tossico nel glifosato, anche se un meta-studio spagnolo dimostra il contrario, vale a dire, tra le altre cose, effetti massicci sulla trasmissione degli impulsi nervosi nel corpo. Uno studio successivo dell’Università di Ulm ha evidenziato danni allo sviluppo degli animali, in particolare danni al cervello. Esiste insomma una cecità intenzionale che viene supportata con l’idea che senza l’uso massiccio di questi prodotti non ci sarebbe cibo per tutti, mentre esistono metodi assai meno invasivi per ottenere ampi raccolti, ma che sarebbero assai deprimenti per gli azionisti dei giganti del settore. e magari farebbe mancare ai decisori quell’incentivo a dire sempre di si. Tutti i soggetti coinvolti sanno senza dubbio che le cose potrebbero andare diversamente, ma il “denaro” continua a regnare sovrano.

da qui

lunedì 2 ottobre 2023

L’Europa si blinda, ma ormai è tardi - Gian Luca Pellegrini

 


Alla fine, anche Ursula von der Leyen ha dovuto ammettere che la transizione disegnata in modo ingenuo (meglio pensare che d'ingenuità, e non altro, si sia trattato) ha spalancato le porte alla Cina e, per estensione logica, alla progressiva deindustrializzazione dell'Europa. Durante il suo discorso sullo stato dell'Unione al Parlamento europeo, la presidente della Commissione ha infatti sostenuto che «i veicoli elettrici rappresentano un settore cruciale per la green economy, con un enorme potenziale per l'Europa. Attualmente, però, i mercati globali sono inondati da auto elettriche cinesi più economiche. E il loro prezzo è mantenuto artificialmente basso grazie a ingenti sussidi statali. Queste pratiche causano distorsioni sul nostro mercato. E come non le accettiamo quando provengono dall'interno, così non le accettiamo neppure dall'esterno. Posso quindi annunciarvi che la Commissione avvierà un'inchiesta antisovvenzioni riguardo ai veicoli elettrici provenienti dalla Cina». 

 

La presidente, dunque, prende posizione, probabilmente terrorizzata dal catastrofico quadro di recente dipinto dalla Corte dei Conti in merito alla (scarsa, se non nulla) competitività del comparto europeo delle batterie. I francesi, che negli ultimi mesi hanno spinto affinché Bruxelles li difendesse (non è escluso che la decisione di Macron di rivedere il meccanismo degli incentivi locali con lo specifico intento di ostacolare le auto cinesi abbia in qualche modo accelerato la mossa della von der Leyen), esultano per una vittoria insperata e fanno la voce grossa: «Non lasceremo che il nostro mercato sia inondato da veicoli elettrici eccessivamente sovvenzionati che minacciano le nostre aziende, proprio com'è successo con i pannelli solari», ha tuonato il ministro per gli Affari esteri, Laurence Boone. La stessa Germania, che si è sempre opposta a qualsiasi iniziativa in grado di alimentare tensioni con la Cina, fondamentale mercato di sbocco per le sue esportazioni e tra le principali destinazioni per i suoi investimenti, sembra allineata: il ministro dell'Economia, Robert Habeck, ha parlato di «concorrenza sleale» da parte cinese. Più cauta l'industria, comunque: la Vda (l'associazione dei costruttori) preferisce il basso profilo, sapendo quanto vendicativa possa essere Pechino quando le si pestano i piedi.

 

Infatti, il governo di Xi Jinping s'è subito fatto sentire. Il ministero del Commercio ha accusato la UE di voler «proteggere la propria industria in nome della "concorrenza leale"». Di conseguenza, il progetto «è un puro atto protezionistico che interromperà e distorcerà gravemente la catena globale dell'industria automobilistica e delle forniture, oltre ad avere un impatto negativo sui legami economici e commerciali tra Cina e UE». Nell'attesa di vedere se le lamentele di Pechino si trasformeranno in qualcosa di concreto, come interpretare la mossa della von der Leyen? I maligni dicono che la presidente della Commissione stia preparando il campo per le elezioni del '24. Ora che le policy green varcano il confine delle intenzioni per invadere la quotidianità, la gente – posta di fronte alle implicazioni pratiche di scelte su cui non è stata coinvolta – inizia a protestare (a Torino è intervenuto addirittura il governo per scongiurare il blocco della circolazione delle Euro 5 diesel): è evidente che certi piani hanno un costo sociale irragionevole. E partono le retromarce: il premier britannico Rishi Sunak ha rinviato il phase out dei motori endotermici dal 2030 al 2035, mentre il governo svedese si è visto costretto a ridurre i finanziamenti per le misure ambientali, introducendo tagli fiscali su benzina e diesel. La triste verità è che l'iniziativa della von der Leyen è tardiva, intempestiva (l'indagine sul dumping durerà almeno 13 mesi...) e non porterà a nulla di tangibile (a parte, forse, una revisione della Carbon border tax: oggi l'Europa, per completare il capolavoro, tassa l'importazione delle materie prime di cui le proprie industrie hanno bisogno). Il Green Deal ha messo in moto un processo giunto a uno stadio irreversibile: Bruxelles doveva pensarci prima a non regalare alla Cina una leadership tecnologica che controllava da un secolo.

 

Certo, rimangono perplessità sull'atteggiamento delle Case europee. Eccitate dalla prospettiva di milioni di consumatori obbligati a cambiare macchina, vogliose di trasformare il proprio modello di business abbracciando una logica orientata ai ricavi e non più ai volumi, galvanizzate dall'idea di ridurre l'impronta industriale, abbagliate dal sogno di attirare fantastiliardi d'investimenti Esg e moltiplicare la capitalizzazione, si sono buttate sull'elettrico dando per scontato che la loro superiorità tecnica non sarebbe stata intaccata. Ora che la quota full electric in Europa è arrivata al 20%, le cronache dimostrano la fallacia di tali premesse. I cinesi godono di un vantaggio sui costi che non potrà essere colmato e la Tesla offre un rapporto prezzo/qualità imbattibile (non vedo abbastanza sottolineata la notizia che metà delle Bev vendute in Italia sono fatte da Elon Musk). Le conseguenze sono palesi: la Volkswagen, quella che si è esposta più di tutti, sta valutando la riconversione della fabbrica di Dresda, dove costruisce la ID.3. Prima o poi, i costruttori dovranno riconoscere che l'aver assecondato il dogmatismo della UE è stato un suicidio collettivo, aggravato da un tocco d'arroganza.

(Nel frattempo, i 230 dipendenti della Marelli di Crevalcore, licenziati perché producevano ormai anacronistici collettori d'aspirazione, ringraziano chi li ha voluti sacrificare sull'altare di una supposta sostenibilità).


(grazie a Pino per la segnalazione)