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mercoledì 7 luglio 2021

Fondazione Mont’e Prama, quando le conoscenze sono più importanti delle competenze - Vito Biolchini

 

È possibile dire senza che nessuno si senta offeso, senza rischiare di ricevere telefonate vagamente intimidatorie o di leggere post allusivi su Facebook, che gran parte delle persone scelte per far parte della Fondazione Mont’e Prama non sembra avere quelle competenze adatte per (parole del ministro Franceschini) “occuparsi di tutto ciò di cui si occupano i musei moderni: informazione, didattica, valorizzazione del patrimonio, marketing”?

Mentre alcuni dei maggiori siti e luoghi di interesse culturale italiani hanno aperto le porte a manager stranieri con esperienza e formazione internazionale, nel cda di Monte Prama siederanno un giornalista (Anthony Muroni, presidente), un musicista (Paolo Fresu), un dentista (Efisio Trincas), una insegnante elementare (Graziella Pinna) e un sindaco (l’ingegnere idraulico Andrea Abis, dipendente regionale): nessuno di loro ha mai diretto un museo di una pur qualche rilevanza o ha mai studiato a fondo le problematiche specifiche della gestione dei beni culturali. Unica eccezione, Patricia Olivo (segretaria regionale dello ministero in Sardegna), nominata nel cda, insieme a Paolo Fresu, da Franceschini.

Già, Fresu: perché? Basta essere dei musicisti di fama internazionale (nonché organizzatori di un festival jazz tra i più rinomati in Italia) per poter far parte di un ristretto gruppo di persone che deciderà le sorti di siti archeologici di straordinaria importanza e complessità come Mont’e Prama, Tharros, la torre di san Giovanni e il tempio ipogeico di San Salvatore? Evidentemente no. Per questo sarebbe cosa saggia se Fresu facesse un passo indietro, consentendo al ministro di nominare un esperto con maggiori competenze specifiche. Caro Paolo, a giovarne non sarebbe solo la Fondazione ma anche la tua reputazione.

La battaglia per la presidenza del cda, che per mesi ha bloccato la nascita della Fondazione, l’ha vinta evidentemente il presidente della Regione Solinas. Ma per Muroni vale lo stesso ragionamento fatto per Fresu: se non si ha una competenza specifica, essere nominati a un incarico non rende automaticamente all’altezza di quell’incarico. Questo non significa necessariamente che questo cda lavorerà male, per carità: vuol dire semplicemente che in Sardegna le relazioni continuano ad essere più importanti delle competenze, le conoscenze preferite alla conoscenza. E chi è finito in questo cda (così come in molti altri voluti da Solinas) di relazioni evidentemente ne ha messo in campo tante, giocando di sponda a destra come a sinistra, con i Cinquestelle, con gli indipendentisti e probabilmente, perché negarlo, anche con la massoneria. 

Così nascono le carriere politiche in Sardegna: dal nulla. Nel segno del fraintendimento tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che realmente si è. Alla Gianni Chessa o, più banalmente alla Christian Solinas. Con titoli specifici assenti o farlocchi, partendo da un piccolo ente o da una giunta comunale (di destra o di sinistra non fa differenza, l’importante è la poltrona, anche se gratis), in maniera tale che poi in virtù di incarichi così raggiunti, nessun ulteriore e più prestigioso obiettivo (dal consiglio regionale all’Onu) possa essere più precluso.

Perché per fare carriera e occupare un posto di potere in Sardegna non è prioritario avere una competenza e studi specifici ma essere in buone relazioni con tutti, piacere a tutti: e questo per accontentare tutti e soprattutto per non ricevere critiche da nessuno. Si chiama “trasversalismo” ed è la qualifica fondamentale richiesta alle classi dirigenti isolane.

E infatti davanti a queste nomine nessuno osa proferire pubblicamente verbo, tranne poi parlare privatamente di “vergogna”. Anche perché le competenze si hanno o non si hanno. E in questo caso la risposta mi sembra lampante.

https://www.vitobiolchini.it/2021/07/02/fondazione-monte-prama-quando-le-conoscenze-sono-piu-importanti-delle-competenze/

domenica 13 giugno 2021

Ci scrive un Vecchio Giornalista: “Solinas e la legge 107 mi ricordano perché mi sono separato” - Vito Biolchini

 

Leggevo per diletto il contenuto della legge 107 appena approvata, meglio nota come “legge poltronificio” e più andavo avanti, più rivivevo le ragioni che mi hanno portato a separarmi. Non so, forse è il fatto che la mia ex moglie ha voluto lasciare il cellophane sulle poltrone per anni che mi ha provocato l’associazione di idee.

Parto dalla fine: nella relazione di minoranza, l’onorevole Corrias definisce la legge 107 “il tentativo di accentrare nella Presidenza della Giunta il coordinamento e il controllo di tutte le funzioni politiche e amministrative della Regione”. Ecco, è esattamente quello che fece la mia ex moglie Doloretta (la chiamerò con un nome di fantasia). 

Appena tornati dal viaggio di nozze ad accoglierci trovammo infatti mia suocera. Ci fece trovare un’ottima cena, e lì per lì io non feci caso al fatto che possedeva un mazzo di chiavi della nostra casa. Mi ci volle qualche settimana per capire che Doloretta aveva “istituito il Segretariato generale con funzioni di vertice per il coordinamento ed il controllo dei dipartimenti e delle direzioni generali”, ovvero sua madre. Ed era chiaro che me la sarei ritrovata tra i piedi a lungo, visto che “il Segretario generale è titolare di un incarico fiduciario e può essere revocato in qualunque tempo con decreto del Presidente della Regione”. Ma Doloretta non lo avrebbe mai revocato l’incarico e, zitta zitta, aveva messo in atto il “rilancio delle attività di impulso politico, di coordinamento e di attuazione degli interventi intersettoriali”. In pratica, decideva tutto lei.

Dovetti presto scoprire che Doloretta, un po’ come il nostro presidente Solinas, amava circondarsi di consigliere e consiglieri scelti “tra persone di particolare e comprovata qualificazione professionale”; per cui sua sorella Grazia divenne “direttore del Servizio studi ”, ovvero ci dava tanti consigli (già sposata e madre) su come gestire la casa ed educare i figli che manco ancora erano nati.

Poi c’era l’altra sorella, Graziella (matrimonio già in crisi), che dirigeva “l’ufficio di staff tecnico, supporto politico, tecnico e di macro amministrazione, di supporto nell’individuazione delle linee programmatiche politiche e nella verifica della corretta e precisa attuazione delle stesse ed al raggiungimento dei risultati”: in pratica, le suggeriva i modi più sottili e raffinati per controllarmi e possibilmente torturarmi. Perché mi odiava, era palese. 

Vi lascio immaginare come si chiamasse mio cognato, al quale Doloretta affidò “il comitato per la legislazione, con funzioni di supporto alla Giunta nella elaborazione di testi di disegni di legge da proporre al Consiglio regionale nonché in materia di semplificazione normativa”. A lui era affidata la manutenzione di casa nostra. Veniva a fare lavoretti, dato che io non so nemmeno appendere un quadro, e lui spadroneggiava, facendo il bello e il cattivo tempo. Allora non era di moda, ma lo si sarebbe potuto soprannominare “Ammiocugino”. Era un pasticcione, ma tanto pure lui era titolare di un incarico fiduciario e poteva essere revocato in qualunque tempo con decreto del Presidente della Regione.

Quando nel testo della legge 107 ho letto che l’Ufficio di Gabinetto includeva anche “l’ufficio del cerimoniale”, ho capito che davvero c’era un incredibile parallelo tra la legge e il mio matrimonio. Doloretta infatti nominò a capo di questo ufficio una sua amica fidatissima, di cui dirò il vero nome, Gisella, perché mi voglio vantare del soprannome che le affibbiai: “Gisegua”. Era donna libertina e cattiva come poche e che, non avendo famiglia, era perennemente a casa nostra, a suggerire nuove e agghiaccianti soluzioni d’arredo e improponibili menù. 

Quasi ogni fine settimana mi ritrovavo a tavola l’intero staff, inclusi figli e consorti. Esattamente come per me, anche per la legge 107 la domanda sorgeva spontanea: ma per far mangiare tutta questa gente chi paga? A portare reddito era solo il sottoscritto e francamente di tutti quei consiglieri, sebbene espertissimi, ne avremmo potuto fare benissimo a meno.

Quindi ritornando a noi, io ho deciso di separarmi e ho fatto bene. Magari anche i sardi, pensando che quelle tavolate le dovranno pagare loro, decideranno di separarsi dall’attuale giunta o quanto meno quando sarà il momento di votare rifletteranno bene su chi stanno andando a sposare.

Comunque, il giorno in cui feci le valigie, prima di andarmene, entrai in salotto e per dispetto strappai il cellophane dalle poltrone. Volevo dirvelo.

Un Vecchio Giornalista

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venerdì 21 maggio 2021

Recovery Fund, ecco i 187 progetti proposti dalla Sardegna al Governo Draghi. Pochi soldi per sanità e cultura ma rispunta il metanodotto! - Vito Biolchini

 


Tutti a lamentarsi del Piano di Draghi, tutti a lagnarsi che nelle altre regioni si punta sulle ferrovie mentre in Sardegna no, tutti a maledire il governo. Sì, ma quali sono i progetti che la Regione Sardegna ha inviato all’attenzione del Presidente del Consiglio per essere finanziati con i miliardi europei del Recovery Fund?

Il presidente Solinas aveva proposto un dibattito in Consiglio regionale allargato anche alla società civile e alle parti sociali. Non si è visto nulla.

E i progetti? Chi li ha visti? Praticamente nessuno.

Eppure ci sono; e infatti eccoli qua, riassunti in una file pdf dal titolo PNRR – SINTESI DEI PROGETTI REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA.

I progetti proposti sono 187, divisi in cinque missioni, per complessivi 6 miliardi 561 milioni 143 mila 265 euro (e 72 centesimi).

Per analizzare la proposta c’è bisogno di tempo e ognuno di noi si farà la propria opinione. Di sicuro non può non saltare all’occhio che per tutti i progetti riguardanti l’istruzione, la cultura, la formazione e la salute vengono stanziati poche decine di milioni di euro in più rispetto a quelli richiesti per riesumare il progetto del metanodotto (che costerebbe 600 milioni di euro)!

Ma ecco come sono state suddivise le risorse.

Per la Missione 1 (Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo) sono stati proposti 44 progetti per un miliardo e 388 milioni di euro;

la Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica) 64 progetti per tre miliardi e 279 milioni di euro;

la Missione 3 (Infrastrutture per la mobilità) solo 16 progetti per 895 milioni di euro; 

la Missione 4 (Istruzione, Formazione, Ricerca e Cultura) 41 progetti per appena 335 milioni di euro;

la Missione 5 (Equità sociale, di genere e territoriale) 17 progetti per 417 milioni di euro;

la Missione 6 (Salute) con appena 5 progetti per 224 milioni di euro.

Buona lettura a tutti.

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giovedì 20 maggio 2021

Con la scusa del Covid, ecco come il Governo Draghi vuole salvare il Mater Olbia – Vito Biolchini

 

Il Governo Draghi ha deciso: il Mater Olbia deve essere salvato. A tutti i costi. A costo perfino di inserire una norma intrusa nel decreto legge 30/2021 che martedì pomeriggio sarà approvato dalla Camera e che dispone “Misure per fronteggiare la diffusione del Covid-19 e interventi di sostegno per lavoratori con figli minori in didattica a distanza o in quarantena”.

I cinque commi all’articolo uno parlano chiaro e basta leggere la verifica alle quantificazioni curata dal Servizio Bilancio dello Stato (ovvero la verifica delle relazioni tecniche che corredano i provvedimenti all’esame della Camera e degli effetti finanziari dei provvedimenti privi di relazione) per capire la portata del provvedimento, che fa ricadere sulle casse della Regione “taluni costi di funzionamento” del Mater, beneficiando inoltre l’ospedale privato di significative deroghe al numero dei posti letto accreditati e al tetto per gli acquisti di prestazioni sanitarie.

Ma leggiamo assieme la relazione redatta dalla Segreteria della V Commissione (Bilancio, tesoro e programmazione) della Camera.

ARTICOLO 1, commi da 7-bis a 7-quinquies Ospedale Mater Olbia 

La norma, esplicitamente finalizzata ad assicurare l’operatività del nuovo ospedale e centro di ricerca applicata “Mater Olbia” per la regione Sardegna, consente alla Regione medesima talune deroghe alla normativa sulla spesa sanitaria. Le deroghe consentite hanno ad oggetto:

– per il periodo 2021-2026, il numero dei posti letto accreditati (comma 7-bis); 
– il tetto per gli acquisti di prestazioni sanitarie da soggetti privati, la cui deroga viene prorogata dal 2023 al 2026 (comma 7-ter);
– il riconoscimento “per un biennio” all’ospedale Mater Olbia di taluni costi di funzionamento (comma 7-quater). 

Viene espressamente precisato (nel medesimo comma 7-quater) che la regione Sardegna assicura annualmente la copertura dei maggiori oneri nell’ambito del bilancio regionale, ai sensi dell’articolo 1, comma 836, della legge 27 dicembre 2006, n. 296: si rammenta che detto comma stabilisce che dall’anno 2007 la regione Sardegna provvede al finanziamento del fabbisogno complessivo del Servizio sanitario nazionale sul proprio territorio senza alcun apporto a carico del bilancio dello Stato. La disposizione richiamata, si evidenzia, non è oggetto di deroga implicita o esplicita da parte dei commi 4-bis – 4quinquies ora in commento. 

Il comma 7-quinquies dispone, ad opera del Ministero della salute e della regione Sardegna, il monitoraggio delle attività poste in essere con il “Mater Olbia”: il Ministero redige annualmente una relazione sul monitoraggio e la trasmette alla regione, alla Presidenza del Consiglio e alle Camere. L’emendamento che ha introdotto la norma non è corredato di relazione tecnica. 

A pagare il Mater Olbia sarà la Regione Sardegna con risorse del suo bilancio, e il perché lo ricorda sempre la relazione.

In merito ai profili di quantificazione si rileva che le norme in esame consentono alla Regione Sardegna talune deroghe alla normativa sulla spesa sanitaria in favore della struttura “Mater Olbia”. Si rileva altresì che l’articolo 1, comma 836, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 stabilisce che dall’anno 2007 la regione Sardegna provvede al finanziamento del fabbisogno complessivo del Servizio sanitario nazionale sul proprio territorio senza alcun apporto a carico del bilancio dello Stato: la norma, cui i commi ora introdotti non derogano, viene espressamente richiamata, con ciò ribadendone l’efficacia anche relativamente alle innovazioni ora introdotte. 

Alla luce di tali constatazioni non si hanno osservazioni da formulare nel presupposto che la Regione Sardegna si avvalga delle facoltà di cui trattasi nel quadro dei propri vincoli di bilancio, tenuto conto che le norme in esame non derogano a tali vincoli. In proposito appare utile acquisire l’avviso del Governo. 

Considerazioni finali.

Il Mater Olbia è un ospedale privato che senza soldi pubblici entra evidentemente in crisi. Quindi, è possibile sapere in che stato versano i conti dell’ospedale?

Il decreto legge che salva il Mater sta entrando in aula nel silenzio più assoluto della politica sarda. Strano (la relatrice per la XI commissione è la deputata del Pd, Romina Mura, ma solo dell’articolo 2).

Nessuna forza politica ha presentato un emendamento alle norme che salvano il Mater Olbia. Forse perché l’ordine di aiutare l’ospedale privato arriva da molto in alto e attiene a logiche geopolitiche che con la sanità c’entrano ben poco?

Logiche in nome delle quali con i soldi dei sardi si terrà aperto un ospedale privato che altrimenti sarebbe stato destinato, molto probabilmente, alla chiusura.

E poi ditemi che quando nel 2014 scrivevo “E se il San Raffaele di Olbia fosse solo una nuova servitù sanitaria?” non avevo ragione.

da qui

 

lunedì 17 maggio 2021

Presidente Solinas, ma al pranzo di Sardara doveva esserci anche lei? - Vito Biolchini

A tre settimane dal pranzo di Sardara nessuno ancora ha capito cosa ci facessero assieme, convocati da un imprenditore e dal portavoce del presidente della Regione, una quarantina di rappresentanti della macchina amministrativa regionale, manager della sanità, esponenti dell’esercito e della musica, politici di centrodestra e pure di centrosinistra. Una compagnia stranamente assortita, con ventinove (forse trenta) partecipanti certi e quasi una decina ancora ignoti.

Alcuni dei presenti, chiamati dalla stampa e dai magistrati a dare la loro spiegazione, hanno fornito giustificazioni evidentemente inverosimili o poco credibili.

Dunque, il motivo dell’incontro è un segreto ancora ben custodito e che i partecipanti non intendono svelare. Ma cosa c’è da nascondere? Che cosa o chi si vuole proteggere?

Perché alla vista della Finanza molti hanno tentato la fuga? Erano in difficoltà perché sapevano che le disposizioni anticovid non autorizzavano quel tipo di incontro oppure era proprio il motivo del summit a generare imbarazzo?

Le voci circolate sono tante: dalla natura massonica della riunione (in realtà smentita da alcuni elementi oggettivi, come la presenza a Sardara di tre donne: esistono a Cagliari quattro logge massoniche femminili, ma non mi sembra esistano logge miste), a quella spartitoria (ma in tal caso mancavano molti protagonisti e il gruppo appare troppo numeroso ed eterogeneo perché si mantenesse la giusta riservatezza), fino all’ipotesi (supportata da qualche giornale ma a mio avviso del tutto inverosimile) che i presenti stessero tramando contro Solinas. Il presidente sarebbe stato la vittima del pranzo di Sardara, convocato per organizzare chissà quale complotto contro di lui. E non è un caso che la destra stia provando ora a “suggerire” questa lettura dei fatti, come ad allontanare dal presidente ogni possibile idea di coinvolgimento. 

Sia chiaro: una riunione così di per sé non costituisce alcun reato e la magistratura sarà costretta a mio avviso a fermarsi presto. Al massimo potrà contestare l’uso delle auto blu o la violazione delle disposizioni anticovid. Ma qui il tema non è di natura giudiziaria (la nostra classe dirigente se ne infischia delle limitazioni imposte alla gente comune: sai che novità!) ma squisitamente politica.

Perché il pranzo di Sardara ha svelato l’impressionante trasversalità del potere in Sardegna, sia dal punto di vista delle appartenenze politiche dei partecipanti (erano presenti il portavoce del presidente Solinas, diversi rappresentanti del centrodestra ma anche un membro della direzione regionale del Pd ed un ex assessore regionale dello stesso partito), sia dal punto di vista degli ambiti professionali rappresentati: alti burocrati regionali, militari, manager della sanità, imprenditori e perfino il direttore artistico del Teatro Lirico: un parterre degno di un romanzo di Sciascia, e se spuntava un monsignore eravamo dritti dritti in un film di Fellini.

Proprio perché la questione è politica e non giudiziaria, le domande giuste non le possono porre i magistrati ma solamente la politica e soprattutto i giornali. Questi ultimi però nel migliore dei casi provano a ricostruire i fatti ma non commentano; oppure commentano ma derubricando la vicenda a “pranzo dei furbetti”; oppure tacciono.

In realtà, c’è anche un’altra ipotesi che da subito ha circolato e che varrebbe la pena indagare, soprattutto alla luce della presenza della delegazione della Azienda mista di Cagliari (direttore generale, direttrice amministrativa e direttrice sanitaria) e del colonnello della Brigata Sassari, giunto a Sardara con due commilitoni.

È come se costoro si fossero presentati ad un incontro ufficiale; e in effetti, al magistrato qualcuno ha detto di aver ritenuto di essere stato invitato all’incontro direttamente dal presidente.

Parliamoci chiaro: il portavoce di Solinas e l’imprenditore che si autoaccusa di aver organizzato tutto non hanno l’autorevolezza per chiamare a raccolta in piena pandemia un gruppo così eterogeneo di persone.

C’è qualcosa che non torna e a non tornare è un’assenza. È come se al pranzo mancassero gli ospiti principali, le vere attrazioni della festa che con la loro importanza e autorevolezza sarebbero stati in grado di dare un senso ad un gruppo così bizzarro di commensali.

Perché una voce che circola fin dai primi giorni è che qualcuno di molto importante sarebbe dovuto essere a Sardara, ma una telefonata lo avrebbe in extremis avvertito del blitz. Questa ipotesi spiegherebbe tante cose, soprattutto l’eterogeneità dei presenti, richiamati a Sardara come ad un incontro politico-elettorale qualunque, anche se convocato un piena pandemia.

Solo i giornali possono avvicinarsi alla verità, non la magistratura. Per questo io se fossi un giornalista e avessi la possibilità di fare anche solo una domanda, al presidente della Regione chiederei: “Presidente Solinas, ma al pranzo di Sardara doveva esserci anche lei?”.

da qui

 

mercoledì 25 marzo 2020

Sardegna terra (in)felix


Assessore Nieddu, sul Coronavirus lei ha mentito ai sardi: ecco perché dovrebbe dimettersi – Vito Biolchini

Oggi, lo dico con dispiacere e con tanto rispetto per un giornale che sta facendo veramente un grande lavoro in un momento così difficile, l’Unione Sarda non ha avuto il coraggio di varcare il Rubicone. 
Eppure l’assessore regionale alla Sanità Mario Nieddu ha detto una bugia proprio a un suo cronista, affermando prima di avere ordinato i test rapidi contro il Coronavirus (e non era vero), poi di non averli voluti perché quell’impresa era inaffidabile (e anche questo non era vero). 
La nota della società Tema Ricerca ha svelato il gioco: parlando di test rapidi contro il Coronavirus, l’assessore Nieddu ha mentito ai sardi. Platealmente, clamorosamente, spudoratamente. Ma il giornale questo non ha avuto il coraggio di dirlo ai suoi lettori, forse perché spaventato dalle conseguenze che un’affermazione del genere avrebbe dovuto comportare. Il giornalismo sardo quasi mai attacca frontalmente la politica, gli scontri sono quasi sempre simulati e di sicuro mai all’ultimo sangue. Così è stato, purtroppo, anche in questo caso.
Sulla Nuova Sardegna invece, nel suo pezzo “Coronavirus, Nieddu fa danni e voi state zitti” lo scrittore Marcello Fois si lascia andare più ad uno sfogo che a un ragionamento, chiedendosi dove sia l’opposizione di centrosinistra in questo momento. Tutte le domande sono lecite, a patto però che non sviino l’attenzione dalle questioni centrali. E il Pd e l’assenza di Massimo Zedda dal dibattito, a mio avviso non lo sono così tanto. Oggi la questione centrale riguarda infatti l’assessore alla Sanità Mario Nieddu e la sua inadeguatezza a governare la macchina della sanità in un momento così drammatico.
Nieddu è inviso a tanti perché leghista, perché sfoggia sul bavero la spilla con Alberto da Giussano. Ma questo non è un argomento sufficientemente valido per accanirsi contro di lui così come sta avvenendo in questi giorni. I problemi sono altri.
La questione riguarda la sua preparazione e la sua credibilità. Sul primo punto vorrei dire che nessuno, in Italia e nel mondo, era pronto a questa crisi. Fatte le dovute proporzioni, quello che Franceschini ha detto di Conte (“Sulle sue spalle responsabilità senza precedenti”) vale anche per Solinas e per Nieddu. Vale per tutti.
Il punto centrale e dirimente è allora quello della credibilità e della reputazione.
Fin dall’inizio della crisi del Coronavirus, la giunta Solinas ha continuato come suo solito a giocare con le parole, come quando (era il 23 febbraio) assicurava a Conte che in tutti i porti e aeroporti sardi erano già attivi i termoscanner. Non era vero.
Ma adesso ci sono i morti, la paura, il disastro economico. Ora serve più responsabilità. Serve anche mostrarsi deboli, se questo fa essere più credibili. Serve anche ammettere le proprie colpe, i propri limiti, se si deve chiedere ai cittadini di fare sacrifici. Serve anche chiedere scusa, se questo fa aumentare nelle persone il rispetto nelle istituzioni.
Dire bugie in maniera così plateale non aumenta la fiducia nei cittadini nei confronti di chi ha nelle sue mani, letteralmente, la vita e la morte delle persone. Ieri, nella prima delle conferenze stampa quotidiane che il presidente Solinas ha convocato, invece che chiedere scusa l’assessore Nieddu ha attaccato “certa stampa”.
Peccato assessore, ha perso un’occasione. Forse l’ultima per salvare la propria reputazione. Non continui a dare interviste nel tentativo patetico di salvare il salvabile, ogni volta che finisce in tv lei peggiora la situazione, mi creda. Stasera non vada a Videolina, mandi qualcun altro allo sbaraglio.
Il caso dei test rapidi su cui è stato incredibilmente smentito dimostra definitivamente che di lei, assessore Nieddu, non ci si può fidare. E una persona di cui non ci si può fidare non può avere in questo momento una responsabilità così grande.
Ieri il gruppo consiliare del Pd lo ha detto in un modo eccessivamente timido e con una prosa che neanche il miglior Forlani dei tempi d’oro avrebbe saputo utilizzare (“Pur evitando, ancora una volta, ogni spunto polemico, tantomeno ogni strumentalizzazione politica, riteniamo che il presidente della Regione debba valutare ogni iniziativa urgente da intraprendere per ripristinare le condizioni minime e necessarie di credibilità e affidabilità del governo dell’emergenza sanitaria in questa drammatica fase”).
Oggi invece nove parlamentari dei 5 Stelle, insieme ai 5 consiglieri regionali, lo hanno detto con maggiore nettezza.
Ma qui i partiti c’entrano fino ad un certo punto. C’entriamo noi come cittadini, come persone che stanno vivendo un momento drammatico. C’entrano quei medici, quegli infermieri, tutte le persone in prima linea e lasciate a combattere senza mascherine, che dovrebbero essere rassicurate da chi ci sta governando, persone di cui ci dovremmo fidarci ciecamente, a prescindere dal partito in cui militano. 
Assessore Nieddu, di lei purtroppo non ci si può fidare ciecamente. Ha tradito definitivamente la nostra fiducia. Per questo si deve dimettere. Subito. Perché si è mostrato inadeguato al compito che le è stato dato. E si deve dimettere per fare il bene delle istituzioni, per la loro credibilità.
E in un momento così drammatico sarebbe un gesto di responsabilità che, lo dico senza ironia, tutti apprezzeremmo. 


Biolchini solleva un tema: il personale sanitario deve risiedere in ospedale? - Andrea Pubusa

Vito Biolchini, con la sua solita acutezza, nel suo bel blog richiama l’attenzione su una delibera della giunta regionale. Per rispettare il decreto Conte e per “garantire il mantenimento dei servizi essenziali di cura e di assistenza alla popolazione sarda e di tutelare, al contempo, gli stessi operatori, i pazienti e i familiari degli operatori”, la giunta Solinas lo scorso 17 marzo ha adottato una delibera (la 13/24) con la quale innanzitutto si fissano in maniera precisa di quali protezioni devono essere adottati dagli operatori sanitari in tutti i contesti possibili (ecco l’allegato con le tabelle).
Ma il punto incandescente è un altro. Eccolo. “Considerato che agli operatori in argomento (asintomatici e con tampone negativo) è richiesta la prosecuzione dell’attività lavorativa, sebbene con le cautele e le precauzioni riportate dettagliatamente nell’allegato alla presente deliberazione, al fine della maggiore tutela della popolazione generale e in particolare dei familiari, le direzioni sanitarie aziendali, in collaborazione con le direzioni di presidio ospedaliero, potranno allestire dei moduli abitativi in spazi attigui alle strutture ospedaliere o dedicare allo scopo porzioni degli stabilimenti ospedalieri, atti ad ospitare i predetti operatori”.
Vito si chiede se son stati sentiti i sindacati e la domanda mi sembra sacrosanta, come mi pare ovvia la risposta: la concertazione è doverosa. D’accordo con Vito, su questo punto.

E che dire sul merito? E cioè, è utile ai fini del contenimento della pandemia prevedere che il personale sanitario rimanga in una sorta di quarantena ospedaliera? Certo, quanto sta avvenendo in Sardegna ha dell’incredibile. E’ paradossale che nella nostra isola la maggior parte degli infetti venga dagli ospedali. All’ospedale ci si dovrebbe curare e invece si prende il virus! Qui c’è una questione organizzativa ineludibile. Questi esiti assurdi sono il frutto di un deficit organizzativi gravi. Una struttura sanitaria deve avere dirigenti e mezzi all’altezza di queste evenienze. A Sassari e a Nuoro c’è stata la prova clamorosa di una grave carenza. E su questi aspetti la giunta dovrebbe correre ai ripari sulla base delle indicazioni di esperti di sicuro affidamaneto. Altro che tentare di chiuderee la bocca a chi mette in luce le criticità! Ma Solinas, fresco di laurea in Giuiriprudenza, ha mai letto l’art. 21 Cost.? Lo legga così evita quantomeno di fare brutte figure e di dedicarsi a quanto gli compete. I suoi sproloqui sul tema sono vani e ridicoli.
E’ anche chiaro, per quanto se ne può capire, che questo personale sanitario, nei casi in cui non presenta sintomi, può difondere in modo esponenziale l’infezione. Neutralizzare questo possibile focolaio non è insensato. Del resto, credo che gli stessi operatori sanitari si pongano, con qualche angoscia e apprensione, il problema. Ma obbligarli a stare nella struttura sanitaria dopo il lavoro significa accrescerne lo stress, sminuirne l’operatività e l’attenizone. Occorre semmai indirizzare a condotte prudenziali questo personale al loro rientro a casa. Fuori servizio è evidente ch’essi devono mantenere forme di isolamento e di distanza superiori a quelle dei comuni mortali. Ma tenerli chiusi in ospedale anche dopo l’orario di lavoro non giova.


“Coronavirus, in Sardegna il contagio si propaga più velocemente che nel resto d’Italia” - Bruno L. Giordano

La Sardegna è in netta controtendenza: mentre nel resto d’Italia i casi di positività al Coronavirus si raddoppiano fra i tre e i cinque giorni, nella nostra isola invece sono arrivati a raddoppiare quasi ogni due giorni, al susseguirsi di una situazione che si aggrava ormai da sei giorni. Questo significa che il contagio si propaga più velocemente che nel resto d’Italia.
Per questo dobbiamo assolutamente continuare a rispettare l’ordinanza a limitare al massimo gli spostamenti. Dobbiamo aiutare i medici e gli infermieri della nostra amata isola evitando di cacciarci nei guai. Dobbiamo adottare uno stile di vita sano e evitare attività potenzialmente a rischio. Che fare della noia a casa nostra? Certamente non compensare con troppo cibo e alcool, o decidendo di tagliare quel vecchio albero nel nostro giardino. Mettiamoci in contatto con i nostri amici, con i nostri cari, con la nostra famiglia. Manteniamo il buon umore. Uniamoci in questo momento difficile nonostante la lontananza. Uniamoci nel nostro amore per la nostra grande terra, la Sardegna.
Nell’isola dunque i casi di positività si raddoppiano quasi ogni due giorni. Come ho ricavato questo dato?
Ogni giorno analizzo i dati ufficiali dell’università Johns Hopkins (Stati Uniti) a livello mondiale1, e del Dipartimento della Protezione Civile a livello nazionale2. Come tanti scienziati nel mondo cerco di aiutare col mio piccolo contributo, diffondendo informazioni e analisi dei dati ufficiali. Siamo tanti. Io studio la variazione nel tempo del numero dei casi positivi di Covid-19, e quantifico con dei modelli di regressione la tendenza alla decelerazione o all’accelerazione del numero del contagio3. 
Come tutte le analisi di dati che variano nel tempo, ad essere affidabili non sono le previsioni a lungo termine ma quelle a brevissimo termine. A noi serve capire quello che succede da qui a pochi giorni. Ed è esattamente questo che io cerco di quantificare. Mi concentro su un numero in particolare: il tempo necessario al raddoppio dei casi. Se il mio numero ti dice 5, vuol dire che i casi raddoppiano in 5 giorni; se il mio numero ti dice 2, vuol dire che i casi raddoppiano in 2 giorni.

Questi modelli non solo permettono di capire dove ci troveremo da qui a pochi giorni, ma anche di osservare come sta cambiando la situazione durante la crisi. Per esempio, se il numero di raddoppio diminuisce nel tempo siamo di fronte a una decelerazione del contagio. Questo è un motivo di speranza. Se il numero di raddoppio aumenta nel tempo, siamo di fronte a un’accelerazione del contagio. Questo è un motivo di ulteriore allerta, e di preoccupazione per i nostri conterranei.
Come si vede dal grafico, questo “numero del raddoppio” sta infatti diminuendo dappertutto in Italia, ma è essenzialmente in aumento da 6 giorni in Sardegna. Guardiamo il nord, che era partito da una situazione dove il numero dei casi accelerava ogni 2 giorni: adesso siamo a un raddoppio ogni 5 giorni. Il che vuol dire che i numeri dei positivi cresceranno ancora, ma c’è speranza. E arriva dalla Cina e dalla Corea del Sud.

Cina e Corea del Sud sono partite da una situazione difficilissima, con una crescita molto veloce del contagio (cioè un numero di giorni per il raddoppio dei casi molto basso). Oggi invece il numero di giorni del raddoppio è pressoché infinito, cioè ci vuole un numero infinito di giorni per arrivare al raddoppio del numero dei casi. In parole povere, in Cina il numero di pazienti positivi non raddoppierà mai più (a meno che il contagio non riparta, ovviamente).
Ora, davanti a questa situazione preoccupante per la Sardegna cosa possiamo fare? Una cosa semplice: continuare ad adottare con incredibile attenzione le regole già emanate e i consigli già diffusi.
Ma la cosa più importante è far capire ai sardi che devono avere grande cura di loro stessi dalla comodità della propria casa. Non procurarsi fratture, un raffreddore, una indigestione: niente di niente. E questo per due motivi: perché il nostro sistema sanitario è troppo fragile ed è a piuùalto rischio di collasso, con pochi letti di terapia intensiva che non riuscirebbero a sostenere un aumento repentino del numero dei contagi.
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Qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma perché la curva dei contagi in Sardegna è in controtendenza?”.
La risposta potrebbe arrivare da un’analisi degli spostamenti in Italia condotta utilizzando i dati degli smartphone delle persone, e presente in un articolo non peer-reviewed (cioè ancora non valutato da esperti indipendenti) scritto in inglese da italiani6.
I risultati chiave possono essere riassunti come segue.
Le restrizioni di mobilità iniziali rivolte a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno portato a una riduzione compresa tra il 10 e il 30 per cento del traffico tra le province italiane nel periodo dal 21 febbraio al 6 marzo. Successivamente, a seguito del blocco nazionale del 9 marzo, i flussi di mobilità tra le province sono diminuiti del 50 per cento o più, ovunque nel paese.
Con le cautele necessarie, possiamo invece osservare che varie provincie sarde sono state in controtendenza prima del blocco nazionale. Nel periodo dal 21 febbraio al 6 marzo la mobilità nelle provincie di Oristano e Nuoro è aumentata fino al 30 per cento.
Adesso la mobilità è azzerata dappertutto ma purtroppo gli effetti della mobilità sul contagio sono differiti. La scienza ci mostra che il tempo di incubazione mediano del Covid-19 è di 5 giorni, e che solamente dopo 11.5 giorni la maggior parte dei casi mostra sintomi (il 97.5%)7. Questo vuol dire che gli effetti della mobilità sul contagio arrivano grosso modo dopo un periodo dai cinque ai dieci giorni. 
Il presidente della Regione Christian Solinas ha fatto assolutamente benissimo a bloccare la Sardegna. Ma lo avrebbe dovuto fare prima. Non voglio fare polemica, io stesso sono stato tagliato fuori, e non posso più tornare per stare con i miei genitori anziani. E questo è un momento dove l’unione, la collaborazione e la fiducia nelle istituzioni sono di assoluta importanza. Ma dobbiamo imparare assieme dagli errori del passato, andando avanti. E la scienza ci dimostra che una cosa molto difficile per gli esseri umani è proprio prevedere il decorso temporale degli aumenti esponenziali8 come quelli del contagio in fase di pandemia9. Bisogna anticipare i tempi. Agire prima che la situazione diventi insostenibile. Suonare il campanello d’allarme correndo il rischio di sbagliarsi.
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Ricapitolando: oggi i casi di positività al Coronavirus raddoppiano in Sardegna ogni due giorni, al nord invece ogni cinque. Sono uno scienziato e posso sbagliarmi, l’errore non è un’impossibilità. Spero di sbagliarmi, e spero ancora di più che un aumento dello stato di allerta dei miei conterranei possa aiutare i nostri medici e infermieri.
Quindi ai sardi deve giungere questo messaggio molto semplice: state a casa e diventate dei salutisti ossessivi. Evitate qualsiasi pericolo per la vostra salute. Dobbiamo diventare più salutisti dei californiani, aiutando così medici ed infermieri a fronteggiare questa emergenza.
Note
3.      In particolare: [a]. Riduco il rumore nelle serie temporali di contagio utilizzando una media tempovariante con finestra di tre giorni di tipo “forward-reverse” per non alterare la corrispondenza tra dato mediato e giorno. Questa operazione di media serve a rendere piu’ affidabili le stime del tempo di raddoppio. [b]. Considero una finestra di tre giorni per quantificare la pendenza bdella regressione log2(Casi mediati) = a + b * giorni. [c]. Trasformo la pendenza b del modello di regressione nel numero di giorni necessari al raddoppio del numero dei casi utilizzando l’equazione 1/b.
4.      Dati Protezione Civile aggiornati alle 18:00 del 20 Marzo 2020.
5.      Dati Johns Hopkins aggiornati al 19 Marzo 2020.
6.      Studio: COVID-19 outbreak response: first assessment of mobility changes in Italy following lockdown. Autori: Emanuele Pepe, Paolo Bajardi, Laetitia Gauvin, Filippo Privitera, Ciro Cattuto, Michele Tizzoni. Link: https://covid19mm.github.io/in-progress/2020/03/13/first-report-assessment.html
8.      Un esempio piuttosto estremo di aumento esponenziale (numero del raddoppio = 0.5) e’: 2, 8, 32, 128, 512, 2048, 8192, 32768, 131072.




mercoledì 1 gennaio 2020

la massoneria sarda non muore mai


Pintor, Montaldo, il Pci e la massoneria. Un intervento di Giorgio Melis
  
L’ex vicedirettore della Nuova Sardegna Giorgio Melis, che per primo nel 1993 pubblicò la lista dei massoni sardi, interviene nel dibattito sui ‘grembiulini’ aperto dal blogger e giornalista Vito Biolchini. Lo fa ricordando il terremoto che seguì la pubblicazione della lista, con particolare riferimento alle figure di Enrico Montaldo e Luigi Pintor e agli equilibri interni al Pci. Ecco il testo dell’intervento che Melis ci ha inviato.

Caro Vito,
visto che ricordi un momento di grande clamore della vita sarda nella quale ho avuto qualche parte professionale, completo la ricostruzione su Enrico Montaldo e la franc maçonnerie in salsa nuragica. Con dettagli inediti, contestuali e successivi. In quegli elenchi c’era davvero di tutto e di troppo. Inclusi ultracattolici alquanto baciapile, da comunione quotidiana come Giorgio Falconi, allora cerimoniere a Villa Devoto della Giunta Palomba: molto ridicolizzato e molto indignato per essere stato smascherato nella doppia appartenenza. Ma i casi clamorosi erano millanta. Fino a far stupire chi aveva sospettato il peggio ma si trovò scavalcato da una realtà più larga e inquietante. Ad esempio, l’imponente infiltrazione nel Consiglio regionale. Non solo dei numerosi politici. Soprattutto del personale, anche a livelli burocratici apicali, e dei molti fra i tanti giornalisti che vi lavoravano.
Il tasso di grembiulini era imponente e allarmante. Fu una grande rivincita per Emanuele Sanna, il leader ex Pci che da presidente  dell’assemblea aveva più volte denunciato oscure interferenze non genericamente esoteriche ma virate in pesanti manipolazioni politiche all’ombra delle logge. Emanuele Sanna, prove alla mano, poté inchiodare molti personaggi solo sospettati, che l’avevano fortemente contrastato: senza chiare motivazioni ma per concrete contorte ragioni riconducibili agli interessi politico-economici di esponenti di diversi partiti e delle professioni, specie quella medica, dominante nella sanità privata ma condizionante anche nelle scelte della sanità pubblica. Sanna non potè invece inchiodare un importante compagno di partito, già suo alleato e poi avversario implacabile, il quale da tempo andava sostenendo (ma non allo scoperto) che Emanuele fosse massone. Mi accadde di dover contestare per ruolo professionale – presenti vari esponenti del partito in un congresso regionale del Pci – le affermazioni fatte dall’interessato a due persone (confermate di fronte a testimoni e firmate in una breve
dichiarazione) sulla presunta affiliazione di Sanna alla massoneria.
Nella redazione cagliaritana della Nuova, i due mi riferirono che l’autore dei boatos, in varie occasioni anche pubbliche, era stato Piersandro Scano. Ovvero un esponente di punta ed ex segretario regionale del Pci, poi eccelllente assessore al bilancio in Regione. Un personaggio di notevole spessore culturale e politico, allora leader di un gruppo interno molto influente. Oggi, da sindaco di Villamar (il suo paese) è stato eletto segretario dell’Anci sarda: è ben al di sopra di ogni altro sindaco sardo per qualità ed esperienza. Ma in quel rovente 1993 la lotta nel partito era a coltello, Scano contro Sanna e viceversa. E il primo – non so se perché malinformato e depistato o perché solo sospettando volle colpire l’avversario interno – andava dicendo che Sanna era massone. Finì per scoprirsi davanti ai due testimoni citati e glielo contestai a viso aperto: con sue repliche e ovvie negazioni generiche, tanto poco credibili quanto imbarazzate.
Ma veniamo al capitolo Montaldo. Il padre di Enrico, Paolo, era un notissimo geologo, docente universitario, fra i massimo esperti della mineralogia sarda. Personaggio estroverso con forte empatia. Però massone notorio, professo benché non del tutto confesso. Il figlio maggiore, Enrico, ingegnere in ascesa professionale, era un fervido ma critico attivista del Pci. Quando il grande Luigi Pintor fu “esiliato”
in Sardegna dal partito (in odore di eresia con Rossanda, Natoli, Magri e altri), Montaldo ne divenne forte sostenitore e lo seguì nella traumatica scissione del Manifesto. A Cagliari fu particolarmente dolorosa e drammatica. Il carisma di Luigi Pintor. Il rigore esplosivo delle sue denunce, senza compromessi o sconti per il partito. La sua inimitabile scrittura tagliente come un bisturi e trasparente come una lastra di ghiaccio (il Manifesto quotidiano avrebbe vissuto molto dei suoi editorilali, sempre di 45 righe, spesso straordinari). Insomma, la personalità di Pintor aveva conquistato molti esponenti di punta, parecchi dei più preparati giovani emergenti. Insofferenti dei residui di stalinismo e di osservanza sovietica presenti nel partito.
I leader degli scissionisti con Pintor erano Salvatore Chessa (morto in un incidente nel 1974), Nuto Pilurzu l’avvocato che non scansava una causa in difesa dei lavoratori, Cenzo Defraia, Marco Ligas e molti altri. Enrico Montaldo venne espulso dal Pci per posizioni non ortodosse e di
slancio seguì Pintor, col quale aveva costruito anche un rapporto personale importante. Al punto di chiamare il suo primo figlio Giame. Il nome dell’amatissimo fratello di Pintor, saltato su una mina nel 1943 mentre attraversava le linee tedesche per unirsi alla Resistenza a sud di Roma. Astro nascente e già prestigioso della letteratura italiana, benché giovanissimo. Un’altra normale combinazione: anche il primogenito di Luigi si chiamava Giame (morto ancor giovane a Trieste, curato dal grande Basaglia), come lo zio scomparso. Come dire, un doppio legame speciale che Enrico Montaldo volle creare con Pintor attraverso il figlio. A questo punto va ricordato che anche nel Pci Enrico Montaldo, in quanto figlio di un noto e importante massone, aveva dovuto insieme a un fratello, dichiarare formalmente ed energicamente, richiesto dal partito, di non essere iscritto ad alcuna loggia. Figurarsi quando passò al Manifesto, con Pintor “comunista apocalittico” che da Montaldo pretese quasi un giuramento laico di essere estraneo alla massoneria.
Questo accadeva alla fine dei tumultuosi anni Sessanta. Figurarsi la sorpresa di tutti e l’enorme indignazione di Pintor quando nel 1993 venne documentato che Montaldo aveva mentito a tutti ma specialmente all’uomo politico intransigente col quale aveva creato uno speciale legame anche personale. A questo aspetto umano e politico dedicai un breve commento sulla Nuova (“Da Pintor a Corona, il comunista ribelle col grembiule”) sottolineando la grevità dell’agire di Montaldo verso il suo leader osannato. Il quale Pintor, l’amarezza e l’ìndignazione contro l’infido seguace non l’ha mai smaltita, fino agli ultimi giorni. Venne a Cagliari nel 2002 per presentare il suo ultimo libro, straziato dalla
fulminea morte della figlia Barbara dopo quella – anni prima – del primogenito Giaime. Alla fine della serata organizzai un’improvvisata cenetta con la seconda moglie Isabella, il rappresentante della Bollati Boringhieri e alcuni dei suoi migliori amici cagliaritani nella trattoria “Dr. Ampex” in via S. Giacomo. Una bella serata, portai a Pintor delle stampe del Poetto anni trenta che lui amava e citava con rimpianto e dolore.
Salutandoci, a tarda notte, all’imbocco di Terrapieno, Luigi mi abbracciò e per poco non svenni dall’emozione: nessuno immaginava gesti simili nella severità del suo carattere. Ma la serata si era aperta nel segno del malumore. Parlando con Anna Maria Pisano, vedova di Salvatore Chessa e rimasta legatissima a Luigi dopo la morte del marito, Pintor in piedi e alquanto alterato tornò sulla storia di Enrico Montaldo massone. Ancora gli bruciava, direi esclusivamente o soprattutto sul versante umano. Disse ad Annamaria: “Diglielo, diglielo da parte mia, che è un pezzo di merda. Non perché era massone e ce lo ha sempre negato. Diglielo che lo disprezzo per aver coinvolto, quasi offeso mio fratello e me, chiamando Giame suo figlio. Che bisogno c’era – si sfogava Pintor – di questa sconcezza, di tirare in ballo il nome di mio fratello? Non so perché, forse per rendere insospettabile d’essere comunista e massone, con quella scelta non richiesta di rafforzare umanamente la stima che mi mostrava. Tutto, tutto avrei potuto forse capire. Non di aver accostato il nome di mio fratello, mentendo a me e ai compagni sulla sua appartenza alla massoneria. Diglielo, Anna Maria, diglielo che è stato e resta un p…..”. Fine di una storia, non determinante ma significativa anche per i valori e disvalori di un altro tempo rispetto a quello sbandato che viviamo.
La vita è naturalmente continuata, dimentica (non in tutti) di quell’episodio. Enrico Montaldo ha anche avuto guai seri con la giustizia, ne è uscito. Nel tempo ha rafforzato l’amicizia con Emanuele Sanna, l’anti-massoni, fino a progettargli una bella casa a Santa Margherita di Pula accanto alla sua villa. Ora la sortita del figlio Nicola in politica e l’intervista con l’accostamento alla massoneria, gettano una piccola luce sulla brutta storia lontana del padre con Luigi Pintor. L’uomo che non volle perdonargli non tanto la denegata appartenenza alla massoneria, ma la menzogna recidiva e l’improvvido accostamento al nome del fratello Giame. E lui, Enrico Montaldo, come giudica quella scelta pessima di tanti decenni fa e il giudizio sprezzante che Pintor ne ha dato fino all’ultimo? Non ha mai detto nulla, forse nessuno glielo ha chiesto. O forse il silenzio è l’unica scelta dignitosa per parole e atti indifendibili e inspiegabili.
Post scriptum. Da allora a oggi, niente è cambiato se non in peggio. Neanche la massoneria è più quella di un tempo, pur non essendo mai stata un fiore all’occhiello per la sua opacità e i troppi coinvolgimento politico-affaristici: anche in Sardegna. Negli ultimi anni della sua vita, Armandino Corona – in rotta con i figli Ketty e Piergiorgio che avevano cercato di interdirlo riuscendoci in parte – manifestava, con chiunque lo abbia avvicinato, disprezzo e insofferenza per la deriva della massoneria sarda e cagliaritana in particolare. Per gli arruolamenti a valanga, improbabili e maldestri, di personaggi in cerca di fortuna e soldi all’ombra delle logge. Certo, c’erano e ci sono ottime persone e professionisti prestigiosi nelle loro file. Ma resta un background sospetto e sgradevole di arrampicatori e arrivisti che scalano poltrone e ruoli politici in partiti trasformati in piccole e squallide massonerie pseudo-politiche, di bottega e a caccia di ogni brandello di potere.
Tutto si tiene, nel precipizio che ci inghiotte: malapolitica, malamassoneria, di tutto e di peggio nello sfascio di un’Italia allo sbando e della Sardegna disgregata e distrutta. Come mai in passato, negli ultimi cinque anni delle letali Giunte Cappellacci. Con la massoneria che ha spadroneggiato e imperversato come non mai, a volto quasi scoperto. Ma ben coperto mediaticamente dal grande alleato: il gruppo Unione Sarda di Sergio Zuncheddu: coazionista della Giunta, dove ha sempre avuto diversi assessori direttamente espressi, qualcuno poi dirottato in Enti di grande importanza come Sardegna Ricerche. Pour cause, Ketty Corona, la madre e figlia di tutta la massoneria cagliaritana.Ora anche elevata giornalisticamente al rango di grande manager, forse perfino internazionale. Senza che nessuno dica una parola. Senza che le penne à la carte arrossiscano per l’impudica esaltazione, sprofondando nel ridicolo.
Giorgio Melis



La massoneria ai vertici della Regione: due Dg iscritti a una Loggia di Oristano - Alessandra Carta 


Regolare Loggia Astrea numero 157. Di Oristano. Seguono diciotto nomi. Due di loro sono Dg in Regione. Ingaggiati il 28  giugno dalla Giunta di Christian Solinas. Quel giorno furono scelti in totale ventitré dirigenti. Inclusi i due iscritti alla Massoneria: si tratta di Antonio Casula, alla guida del Corpo forestale, e di Giuliano Patteri, indicato all’Industria. Casula, peraltro, occupa quella poltrona dai tempi del centrosinistra di Francesco Pigliaru, ingaggiato nel luglio del 2018, e confermato sei mesi fa da Psd’Az, Lega e alleati, la nuova maggioranza in Regione. Patteri, invece, è una ‘novizia’ dell’assessorato di via XXIX Novembre.
Sardinia Post si era occupata di “mercanti massoni” in tempi non sospetti. Era la fine dello scorso aprile. Allora sembrava che a sabotore la formazione del nuovo Esecutivo targato centrodestra fossero proprio le Logge segrete. Il caso lo aveva sollevato in un editoriale il direttore della nostra testata, Guido Paglia (qui l’articolo), attraverso una lettera aperta a Solinas. In quelle settimane aveva preso forma solo una mini Giunta, da cinque assessori. Successivamente, l’8 maggio, la scelta di altri sei. Una settimana più tardi la dodicesima e ultima nomina. 
Adesso spunta il documento che in via riservata Sardinia Post è riuscita ad avere, coi nomi dei Dg massoni. Casula e Patteri sono legati anche da uno stretto rapporto di amicizia: entrambi hanno cominciato la loro carriera in Regione all’Ente foreste, diventato agenzia durante la scorsa legisaltura, col nome di Forestas.

I diciotto massoni sono inseriti nell’elenco in rigoroso ordine alfabetico. Casula è terzo, Patteri dodicesimo. Per capire cosa sia Astrea bisogna fare una ricerca su Internet. “La Regolare Loggia fa capo al Gran Maestro venerabile Tommasi Ares Daniel, nato a Lione, in Francia, libero professionista, iniziato nel 1988 da Licio Gelli a Firenze”. Così riporta il quotidiano La Stampa in un articolo dell’ottobre 2018, il più aggiornato sul tema.A parlare, in un’intervista, fu Giustino Bruno, Maestro venerabile della Massoneria patriottica, derivazione della Astrea, spiegò lui stesso.
Nell’elenco di Oristano accanto a ciascun nome sono riportati il numero di cellulare e la mail. Nell’ultima colonna è indicata invece la carica. Il Dg del Corpo forestale è un “organista”, è scritto. Patteri, invece, risulta essere “segretario”. Dal trimbo che occupa l’intera pagina si legge che Astrea è una “regolare loggia della Sardegna”. Casula e Patteri hanno in comune anche un altro elemento: quando un anno e mezzo fa il primo passà da Forestas al Corpo forestale come primo dirigente, il suo posto lo prese il secondo.