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martedì 8 settembre 2026

Mangiamo più cadmio di quanto pensiamo: a rischio soprattutto i bambini - Rita Cantalino

 

In breve

  • Un bambino di 1-2 anni può superare il 143,7% della dose settimanale tollerabile di cadmio mangiando solo pasta, secondo l’indagine di Valori e Il Salvagente su cento prodotti alimentari italiani.
  • Il cadmio si accumula nei reni e nelle ossa per 10-30 anni; i bambini assorbono una dose più alta perché pesano meno e mangiano di più in proporzione al peso.
  • Gli esperti interpellati non demonizzano pasta e cereali, ma chiedono di ridurre il cadmio nei fertilizzanti fosfatici e di avviare biomonitoraggi nazionali sull’esposizione reale della popolazione.

 

Un bambino tra 1 e 2 anni può arrivare a ingerire il 143,7% della dose settimanale tollerabile (TWI) di cadmio solo attraverso il consumo di pasta.

È il dato più clamoroso che abbiamo rilevato nell’indagine che, insieme a Il Salvagente, abbiamo condotto su prodotti alimentari alla base della dieta nel nostro Paese per misurare il livello di esposizione reale della popolazione a questo metallo pesante e alle conseguenze che, la sua assunzione, ha sui nostri organismi. L’inchiesta è nata sulla scia dell’allarme scoppiato in Francia la scorsa primavera, quando l’agenzia sanitaria Anses ha denunciato una grave contaminazione. Cittadine e cittadini francesi sono esposti a una «bomba sanitaria»: metà degli adulti e un quarto dei bambini superano la dose tollerabile nella loro alimentazione quotidiana. Sotto accusa i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura, con limiti francesi fermi a 90 mg/kg contro i 60 europei e i 20 raccomandati dalla stessa Anses. La minaccia ha spinto i deputati transalpini a esaminare una legge per imporre una drastica riduzione dei contaminanti nei concimi. 

E in Italia? Qual è la situazione? Abbiamo acquistato cento prodotti simbolo della nostra spesa quotidiana nei supermercati e nei discount di molte città italiane. Pasta, pane, riso, biscotti e cereali per la prima colazione sono poi stati inviati a un laboratorio accreditato. Luana Izzo, ricercatrice del Dipartimento di farmacia dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i dati analitici forniti dal laboratorio con quelli di consumo reale di italiane e italiani e ha costruito un’analisi del rischio effettivo. Se per la popolazione adulta il quadro finale è rassicurante, per le più piccole e i più piccoli la nostra indagine svela un margine di sicurezza che si assottiglia.

Le esperte e gli esperti che abbiamo intervistato, però, rassicurano: piccoli accorgimenti nella dieta da un lato e un intervento politico e istituzionale sull’agricoltura industriale dall’altro possono limitare l’esposizione.

 

Cos’è il cadmio e che effetti ha sugli esseri umani

Il cadmio è un metallo pesante presente nell’ambiente. Non ha alcuna funzione fisiologica o biologica per l’organismo umano, ma è estremamente tossico anche a basse concentrazioni. Si lega a specifiche proteine di trasporto, viene riassorbito e si accumula stabilmente nei reni e nelle ossa per un periodo che va dai 10 ai 30 anni.

Come spiega la professoressa Chiara Dall’Asta, docente di chimica degli alimenti all’Università di Parma e membro della Società Italiana di Tossicologia (Sitox), il pericolo reale non è un avvelenamento immediato, ma l’effetto di bioaccumulo. Superare regolarmente le dosi tollerabili durante l’infanzia non genera una tossicità acuta istantanea, ma compromette il “cuscinetto” di protezione biologica, aumentando sensibilmente il rischio di sviluppare gravi patologie croniche, come l’insufficienza renale o la demineralizzazione ossea, una volta diventati adulti.

 

L’esposizione reale in Italia

Per tradurre i risultati di laboratorio in un’analisi del rischio concreto, la ricercatrice Luana Izzo ha incrociato i dati analitici con l’indagine nazionale sui consumi INRAN SCAI IV. La valutazione prodotta si basa su diversi parametri. «Il rischio – spiega – non dipende soltanto dalla concentrazione di cadmio presente negli alimenti, ma anche dalla quantità effettivamente consumata, dalla frequenza di consumo, dall’età, dal sesso e dal peso corporeo». Per questo un quadro piuttosto rassicurante per la popolazione adulta non fornisce, però, le stesse garanzie per bambine e bambini. «Un bambino riceve una dose proporzionalmente più elevata rispetto a un adulto. Per esempio, nel nostro studio il peso corporeo medio considerato per i bambini di 1-2 anni è di circa 12,5-13,2 kg. Mentre negli adulti varia indicativamente tra 64 e 81 kg. La stessa quantità di cadmio viene pertanto distribuita su una massa corporea molto più piccola». 

È a partire da questa specifica che vanno letti i dati. Il più clamoroso riguarda la fascia d’età più bassa (1-2 anni). Nello scenario massimo, infatti, per il consumo di pasta, i bambini superano la TWI fino al 143,7%; le bambine al 138,2%. Salendo con l’età, nella fascia tra i 3 e i 9 anni, i maschi superano la soglia dell’116,8%; le femmine dell’84,7%. La differenza di genere, spiega, dipende dal fatto che statisticamente i bambini mangiano più pasta delle bambine (136,6 g contro 99 g al giorno).

I biscotti comuni coprono da soli il 25,5% della dose settimanale tollerabile per i bambini di 1-2 anni. Mentre sono molto più sicuri i biscotti specificamente destinati alla prima infanzia, che si fermano al 7,6%. Anche senza contare lo scenario peggiore, la pasta basta da sola a coprire una percentuale tra il 27,4% e il 44% della dose settimanale raccomandata per bambine e bambini tra 1 e 9 anni.

Ma c’è un altro dato rilevante. Izzo fa notare che gli studi attuali analizzano i cibi separatamente, ma nella vita reale i bambini mangiano pasta, pane e biscotti nello stesso giorno:

«Nella dieta reale il cadmio può provenire anche da pane, riso, biscotti, cereali per la colazione… Il dato evidenzia comunque la necessità di passare, nei futuri studi, dalla valutazione per singolo alimento a una valutazione cumulativa dell’intera dieta».

I bambini risultano più esposti per motivi fisiologici

Perché l’organismo dei più piccoli si trova così indifeso di fronte a questo contaminante? Il motivo è innanzitutto una sproporzione fisica ed energetica.

«Il bambino non è un piccolo adulto», chiarisce Ruggiero Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università di Bari. «Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di esposizione elevati».

A questa asimmetria tra massa corporea e consumi alimentari si aggiunge una fragilità biologica interna intrinseca. Come spiega Luana Izzo, «nelle prime fasi della vita, i sistemi fisiologici coinvolti nella detossificazione e nell’eliminazione delle sostanze estranee sono ancora in fase di maturazione. Ciò rende l’organismo infantile potenzialmente più vulnerabile agli effetti dei contaminanti». Vulnerabilità che rischia di trasformarsi in una minaccia a lungo termine a causa delle dinamiche di assorbimento e accumulo del metallo.

«I bambini tra 1 e 3 anni sono una popolazione sensibile», conferma la professoressa Chiara Dall’Asta, illustrando la differenza radicale tra il cadmio e le sostanze che il corpo sa gestire ed eliminare facilmente. «Prendiamo per esempio la vitamina C: se ne assumo troppa, la elimino attraverso le urine. Per il cadmio non funziona così. Si lega a proteine di trasporto, viene riassorbito dal rene e si accumula in quell’organo e nelle ossa per un lungo periodo anche fino a 30 anni. Fino ad arrivare a soglie che possono essere tossiche».

Questa zavorra silenziosa va a colpire direttamente gli organi bersaglio nel pieno del loro sviluppo. Il cadmio, specifica l’esperta, «colpisce in particolare il rene e la funzionalità ossea. Interferisce con la vitamina D e la corretta deposizione del calcio». Un aspetto su cui Francavilla lancia un monito decisivo per la crescita dei bambini: «fino ai vent’anni circa si costruisce il patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo periodo».

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martedì 19 agosto 2025

Cosa sono le food coop e perché sono il modello che stavi cercando - Rita Cantalino

Le food coop sono supermercati autogestiti che riducono i costi, promuovono comunità solidali e un nuovo modello di consumo partecipativo


Nel cuore di Bologna, nel 2019, è cominciato un esperimento sociale che sta ridefinendo il concetto di fare la spesa. Si chiama Camilla ed è stata la prima food coop strutturata in Italia. Camilla è un vero e proprio supermercato autogestito. Per fare acquisti, è necessario essere soci della cooperativa. I membri partecipano attivamente alla selezione dei prodotti, all’approvvigionamento, alla distribuzione e alla vendita.

La sua attività non si limita alla vendita: organizza incontri con i produttori, eventi aperti al pubblico e amplia costantemente la sua rete di fornitori. Non è solo un negozio: è il tentativo di dimostrare che il modello dell’emporio di comunità può funzionare anche nel nostro Paese.

Food coop: cosa sono e come funzionano

Le food coop, abbreviazione di “food cooperative” o cooperative alimentari, sono negozi innovativi, autogestiti e partecipativi. Nascono a New York nel 1973 con la Park Slope Food Coop, un modello poi replicato in tutto il mondo. Si tratta di realtà che riuniscono persone che condividono una scelta di consumo responsabile e partecipano alla sperimentazione di modelli economici basati sulla cooperazione, l’autogestione e la solidarietà.

Nelle food coop, i soci sono contemporaneamente proprietari, clienti e volontari. Per acquistare, è necessario essere soci e contribuire con un certo numero di ore di servizio gratuito al mese. Questo approccio permette di tagliare i costi operativi e offrire prodotti di qualità a prezzi accessibili, favorendo i piccoli produttori locali, le pratiche sostenibili e la trasparenza. L’obiettivo principale è rendere accessibile a tutti ciò che spesso è considerato un bene di lusso, superando la logica della grande distribuzione organizzata e con essa la dicotomia tra qualità dei prodotti e condizioni di lavoro di chi li produce.

Come nasce una food coop: dal gruppo al supermercato

Avviare una food coop è come avviare qualsiasi impresa. C’è una prima fase di startup e una di consolidamento. La prima può durare anni. Si tratta di tempo ben speso: è essenziale avere una chiara consapevolezza del modello di riferimento, capire come costruire economie di scala in grado di coprire i costi e reinvestire gli utili. Come è essenziale una reale condivisione di intenti all’interno del gruppo fondatore e della base sociale. È necessario pianificare le fasi di sviluppo, mirando a un’ampia gamma di prodotti (3-4mila articoli) per consentire ai soci di fare una “one-stop shopping”, evitando che debbano cercare altrove e perdano la motivazione.

Inizialmente, un piccolo negozio test può servire da laboratorio per familiarizzare con i produttori, la vendita e la formazione all’autogestione. Solo quando la fase di start up ha mostrato come raggiungere risultati economici duraturi si può passare al consolidamento, anche attraverso l’assunzione di personale dipendente. Ma serve innanzitutto una base sociale numerosa (centinaia, a volte migliaia di soci).

Food coop in Italia: oltre la spesa, reti solidali e territorio

In Italia non sono moltissime, ma sono in costante aumento. Oltre alla citata esperienza di Camilla a Bologna, ci sono altri esempi food coop. Ci sono Il cavolo equo a Reggio Emilia; Stadera a Ravenna; Eufemia a Milano; Edera a Trento; Le Vie dell’Orto a Grosseto; Laurentina km10 a Roma; l’Alveare a Conegliano Veneto; Ginko a Merano; Birà Food Coop a Perugia. C’è Mesa Noa a Cagliari che, in un quartiere di periferia e disagio sociale, si propone di valorizzare le piccole produzioni dell’isola escluse dalla grande distribuzione. Qui la food coop si è impegnata a interagire con la comunità locale ed è diventata punto di riferimento per la creazione di reti e progetti sociali.

Perché le food coop non offrono solo un vantaggio economico attraverso prezzi più accessibili. Il loro impatto va oltre la spesa, e per questo spesso sono in relazione con altri progetti sociali come orti urbani, progetti educativi nelle scuole e supporto a famiglie fragili. Organizzano iniziative culturali e sociali, laboratori, eventi e discussioni su temi come la sostenibilità. Diventano presidi sociali e culturali nel territorio. La partecipazione attiva dei soci permette anche una crescita personale e l’acquisizione di nuove competenze, spesso utili anche nel mondo del lavoro. Banalmente per gestire una food coop devi essere in grado di gestire una cassa, di utilizzare software specifici, o avere competenze organizzative. Il loro modello incoraggia consumo consapevole e scelte etiche, riducendo gli sprechi, accorciando le filiere e creando valore sul territorio.

Sono un progetto che genera sostenibilità sociale. Il modello promuove la creazione di senso di comunità e appartenenza, porta le persone a incontrarsi, lavorare insieme e costruire relazioni autentiche. Sono luoghi di scambio umano, culturale e solidale.

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martedì 25 giugno 2024

Le Canarie allo stremo - Rita Cantalino

 

Nelle Isole Canarie vivono poco più di due milioni di persone ma sono assalite ogni anno da 14 milioni di turisti. Gli ecosistemi e i servizi sono oltre ogni limite, denuncia il collettivo Canarias se Agota (Le Canarie sono esauste). Lo sviluppo turistico sta travolgendo tutta la Spagna, ma il problema non sono solo i turisti occasionali

 

La crescita insostenibile del turismo, unita alla speculazione immobiliare e a una presenza esorbitante di residenti stranieri stanno mettendo alla prova la tenuta delle Isole Canarie. Meta privilegiata di tanti che inseguono il sole e il mare anche nella stagione più fredda, solo lo scorso anno l’arcipelago è stato visitato da circa 14 milioni di turisti attratti dal clima mite e perennemente soleggiato. Numeri spropositati, a fronte di quelli degli abitanti complessivi delle isole: 2,2 milioni.

I servizi, come gli ecosistemi, sono allo stremo. Lo denuncia il collettivo Canarias se Agota (Le Canarie sono esauste). Il gruppo è promotore di una grande protesta che, lo scorso 20 aprile, ha visto sfilare decine di migliaia di persone a Santa Cruz de Tenerife, Las Palmas de Gran Canaria, Arrecife (Lanzarote), Puerto del Rosario (Fuerteventura), Valverde (El Hierro), San Sebastián de La Gomera e Santa Cruz de la Palma.

Al grido di «Canarias tiene un límite» varie organizzazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace, WWF, Ecologisti in azione, Amici della Terra e SEO/ Birdlife, hanno aderito alle proteste. Sei giorni prima delle marce, undici attivisti del collettivo hanno cominciato uno sciopero della fame a oltranza. L’obiettivo: fare pressione sulle autorità affinché intervengano su una situazione ormai insostenibile.

Alle Canarie il turismo insostenibile non paga gli affitti

C’era una volta il turismo che, prima di divenire insostenibile, ha traghettato l’arcipelago delle Canarie da una situazione di povertà estrema a una crescita vertiginosa della sua economia. Nel 2022 il gruppo di isole ha registrato un aumento del prodotto interno lordo (PIL) del 9,3%, il doppio rispetto alla media nazionale del 4,4%. Le previsioni annunciano un ulteriore 2,6% quest’anno, e l’1,6% per il 2025.

La popolarità turistica però sta diventando un problema: le isole sono sovraffollate, i servizi sono messi a dura prova e anche l’ambiente ne risente. Il progetto di due nuovi villaggi per turismo di lusso a Tenerife è stata la scintilla per l’esplosione delle proteste: l’ennesima speculazione edilizia da un lato, un ulteriore passo verso uno «sviluppo suicida» del settore turistico dall’altro. Gli abitanti sono esausti e chiedono un intervento istituzionale che tuteli le isole. Una moratoria sul turismo; una nuova tassa, a protezione dell’ambiente, per i visitatori; una regolamentazione del sistema degli alloggi che tuteli la popolazione locale.

 

I benefici del turismo sono stati presto superati dai suoi costi: sociali e ambientali innanzitutto. Il tenore degli slogan delle proteste non lascia spazio a dubbi. «Il turismo non paga il mio affitto», «Non è siccità, è saccheggio», sono alcuni tra i messaggi chiave. Nell’arcipelago la forte presenza straniera e la mancanza di regolamentazione sugli investimenti immobiliari stanno facendo aumentare i prezzi delle case. Il numero spropositato di presenze, in rapporto a quello degli abitanti ufficiali, sta esaurendo le risorse. Mentre crescono le entrate dall’estero, i salari dei lavoratori, tra i più bassi della Spagna, restano al palo.

Lo sviluppo turistico sta travolgendo la Spagna

Lo sviluppo insostenibile del turismo non è un problema che riguarda esclusivamente le Isole Canarie. Mentre Barcellona si sta confrontando con la peggiore siccità della sua storia recente, strutture turistiche come gli alberghi con piscine, a detta dei residenti, sembrano esenti da ogni tipo di regolamentazione. Qui lo scorso anno sono accorsi 25,7 milioni di visitatori. Proprio da qui sono nate le proteste contro gli effetti insostenibili di uno sviluppo turistico illimitato.

La mobilitazione si estende a tutta la Spagna che, lo scorso anno, ha registrato complessivamente più di 85 milioni di visite. A Malagasono comparsi adesivi contro i turisti sulle porte degli alloggi con affitti a breve termine. Nelle Baleari una serie di falsi cartelli all’ingresso delle spiagge più turistiche allerta i visitatori contro la caduta di massi o il pericolo meduse. Lo scorso 25 maggio più di 10mila residenti di Palma di Maiorca si sono radunati a Plaça d’Espanya per protestare «contro il turismo di massa e per il diritto a un alloggio dignitoso». Qui le proteste hanno già portato alla cancellazione di 18mila alloggi dei 430mila disponibili sull’isola. Nel frattempo si sfilava anche a Minorca; il giorno successivo è stata la volta di Ibiza.

Tenerife è ormai in ginocchio, da qualche settimana piegata da una grave carenza idrica. La quantità di rifiuti cresce in maniera esponenziale, come quella delle auto in circolazione. La situazione abitativa, per i residenti, sta diventando sempre più complessa: le Canarie sono la quarta comunità autonoma spagnola per prezzi al metro quadro della case in affitto (su diciassette).

Gli attivisti chiedono una moratoria sul numero di visitatori. L’attacco non è al turismo tout court, che rappresenta in ogni caso il 35% dell’economia e nel 2022 ha portato quasi 17 miliardi di euro. Dal settore traggono occupazione il 40% dei lavoratori. Gli stipendi, però, sono tra i più bassi (1.630 euro al mese) e il tasso di disoccupazione tra i più alti (16,2%) della Spagna. Quasi il 34% della popolazione locale è a rischio povertà ed esclusione sociale: è la seconda percentuale più alta, dopo l’Andalusia, di tutta la Spagna.

Il problema non sono (solo) i turisti occasionali

Alle Canarie, però, il problema non è (solo) il turismo ormai divenuto insostenibile. Il numero dei residenti stranieri continua a crescere. Rappresentano ormai il 15% della popolazione censita: 320mila persone. Altre 160mila sono di nazionalità spagnola ma nate all’estero e successivamente trasferitesi a ingrossare del 6% il numero di residenti provenienti da altri paesi: Germania, Italia e Regno Unito innanzitutto.
La popolazione straniera è anche veicolo di crescita economica per le isole. Il 40% dei lavoratori è di origine straniera, così come molti dei medici che svolgono la propria attività alle Canarie.

Aniano Hernández, ex membro del Comitato di esperti sulla migrazione e la popolazione nelle Canarie e docente della Università di Las Palmas di Gran Canaria, denuncia il pericolo di collasso dei servizi pubblici. È vero che il forte afflusso di turisti ha aperto alle isole le porte del mondo. Ma questo, secondo il docente, sta avendo effetti catastrofici su sanità, istruzione, giustizia e qualità della vita.

È chiaro nei comuni di Arona e Adeje, dove la popolazione straniera censita super di gran lunga quella locale, mettendo a dura prova i servizi sociali. Ruth Martín, consigliera dei servizi pubblici di Arona, ha spiegato che il comune è già in difficoltà nel garantire aiuti scolastici, sicurezza alimentare o supporto per i disoccupati. Nel frattempo aumentano gli affitti e il mercato immobiliare sta crollando.

Nel frattempo il governo è al lavoro per ottenere una legge che regoli le acquisizioni immobiliari, favorendo la popolazione locale. Fernando Clavijo, presidente delle Isole Canarie, ha sollecitato la nascita di un forum dedicato al tema all’interno della Conferenza delle Regioni periferiche e marittime d’Europa. Lo scopo dovrà essere elaborare una «strategia sulla sfida demografica» a partire da approcci «scientifici e giuridici». Secondo l’esecutivo, la prossima Commissione europea dovrà farsi carico di questa iniziativa.

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