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martedì 30 novembre 2021

La decrescita è possibile e necessaria - Maurizio Pallante

  

1.

La gravità raggiunta dalla crisi ecologica dipende dal fatto che la produzione e il consumo di merci hanno superato le capacità della biosfera di rigenerare annualmente con la fotosintesi clorofilliana le quantità crescenti di risorse rinnovabili necessarie a sostenerla (overshoot day il 29 luglio); emettono quantità crescenti di scarti biodegradabili che superano la capacità della fotosintesi clorofilliana di metabolizzarli (le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, che per 8.000 secoli fino alla seconda metà del Settecento non hanno superato le 270 parti per milione (ppm), in meno di tre secoli sono arrivate alle attuali 419 ppm, facendo aumentare la temperatura terrestre di 1,1°C rispetto all’era pre-industriale); hanno consumato quantità crescenti di risorse non rinnovabili, riducendone gli stock e rendendone l’estrazione sempre più costosa e dannosa per gli ecosistemi (aumento delle tensioni internazionali e delle guerre per controllare i giacimenti); producono quantità crescenti di sostanze di scarto di sintesi chimica liquide, solide e gassose non metabolizzabili dai cicli biochimici, che si accumulano nell’atmosfera, nel ciclo dell’acqua (tra cui le masse di poltiglie di plastica grandi come gli Stati Uniti che galleggiano negli oceani) e sui suoli (le discariche di rifiuti, tra cui quelli tossici), provocando forme di inquinamento sempre più gravi, accrescendo la mortalità e riducendo la biodiversità; hanno dimezzato il patrimonio forestale (secondo i dati forniti da Stefano Mancuso, 3.000 miliardi di alberi su 6.000 miliardi) e le popolazioni ittiche; hanno ridotto la fertilità dei suoli; hanno ricoperto di materiali inorganici superfici sempre più vaste del pianeta.

La crescita della produzione e del consumo di merci ha superato la sostenibilità ambientale. Se si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita, tutti i fattori della crisi ecologica si aggraveranno, fino a raggiungere il punto di non ritorno e rendere il pianeta inabitabile per la specie umana. Per attenuare queste dinamiche devastanti, che non si possono più negare, sono state formulate alcune proposte che possono essere sostanzialmente riunite in tre gruppi: 1) la proposta che riceve i maggiori sostegni politici e mediatici si basa su un imbroglio concettuale: l’identificazione del concetto di sostenibilità ambientale col concetto sviluppo sostenibile; 2) negli ultimi tempi si è fatta strada una proposta sintetizzata dall’affermazione che «in un mondo finito una crescita infinita è impossibile»;

3) la proposta della decrescita.

Il concetto di sostenibilità ambientale si riferisce al rapporto della specie umana con la biosfera. Questo rapporto è sostenibile se la specie umana non consuma annualmente una quantità di risorse rinnovabili superiore a quelle che la biosfera è in grado di rigenerare con la fotosintesi clorofilliana; se le sostanze di scarto biodegradabili prodotte dai processi di trasformazione delle risorse in beni e dai consumi non superano la sua capacità di riutilizzarli per generare nuove risorse; se si smette di produrre sostanze di sintesi chimica non biodegradabili. Ma nella definizione di sviluppo sostenibile l’obbiettivo non è rendere sostenibile il rapporto tra la specie umana e la biosfera, ma di rendere sostenibile lo sviluppo, che è la definizione edulcorata della crescita. La sostenibilità ambientale non è più l’obbiettivo da perseguire, ma viene declassata alla connotazione che si vorrebbe dare allo sviluppo. Così mentre in buona fede la maggior parte delle persone ha finito per considerare sinonimi le due definizioni, i sostenitori consapevoli di questo spostamento di significato lo hanno utilizzato per promuovere l’adozione di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’impatto ambientale dei processi produttivi con l’obbiettivo di continuare a produrre sempre di più inquinando di meno. Di disaccoppiare, come dicono coloro che hanno studiato, la crescita della produzione di merci dall’aggravamento della crisi ecologica. L’inconsistenza di questa teoria è stata confermata dai fatti, come era facilmente intuibile: si veda per esempio il bilancio fallimentare degli obbiettivi di riduzione della crescita delle emissioni di gas climalteranti (non della riduzione delle emissioni, come si è voluto far credere) concordata alla COP 21 di Parigi nel 2015. Il fatto è che suoi sostenitori non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di usare le tecnologie più sostenibili per ridurre la domanda riducendo gli sprechi e aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, allungando la vita dei prodotti e riutilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi, ma si propongono di ridurre l’impatto ambientale dell’offerta per poter continuare ad accrescerla. Di conseguenza la riduzione dell’impatto ambientale per unità di prodotto viene sistematicamente vanificata dall’aumento della quantità dei prodotti.

Una risposta alternativa che si sta facendo strada nell’opinione pubblica, ma non incide ancora a livello politico, è sintetizzata da una frase ripetuta come un mantra: «in un mondo finito una crescita infinita è impossibile». Questa affermazione, pur indicando nel meccanismo della crescita economica la causa della crisi ecologica, in realtà non definisce una prospettiva efficace per superarla perché la produzione e il consumo di merci hanno già superato abbondantemente la sostenibilità ambientale, per cui, se si bloccasse la crescita economica al livello attuale, la crisi ecologica continuerebbe ad aggravarsi.

Per attenuarla progressivamente ed evitare che raggiunga il punto di non ritorno occorre ridurre il consumo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, i consumi energetici, la produzione di sostanze di scarto biodegradabili e non biodegradabili, il consumo di carne nell’alimentazione, il consumo di suolo, la chimica nell’agricoltura, la circolazione automobilistica e i viaggi aerei, i tassi di natalità e l’urbanizzazione. TINA: there is no alternativePer rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale occorre decrescere. La decrescita non è un’opzione politica da demonizzare, ma una semplice deduzione matematica che non richiede nemmeno la conoscenza delle quattro operazioni. Bastano l’addizione e la sottrazione.

2.

Fatta questa premessa, occorre fare una precisazione e porsi alcune domande.

La precisazione: la decrescita non può essere la connotazione di un sistema economico e produttivo alternativo a quello attuale. La società della decrescita, di cui alcuni parlano, è un non-senso. La decrescita non è la meta da raggiungere, ma la strada obbligata da percorrere in questa fase storica per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale. La meta da raggiungere percorrendo questa strada è una società sostenibile, equa e solidale.

Le domande: è possibile perseguire una decrescita che non distrugga l’economia e l’occupazione, che non generi sofferenza soprattutto tra i popoli poveri e le classi sociali povere dei popoli ricchi, che non esasperi le diseguaglianze sociali e la conflittualità tra i popoli? Che consenta di attenuare la crisi ecologica, di rimettere in moto al contempo l’economia e di creare occupazione? Per rispondere a queste domande occorre precisare innanzitutto che la decrescita non è la recessione. La recessione è la diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci. È il segno meno davanti al PIL in un sistema economico e produttivo che ha fatto della crescita del PIL il fine delle attività produttive e la misura del benessere. La conseguenza sociale più grave della recessione è l’aumento della disoccupazione. La decrescita è la riduzione selettiva e governata della produzione di merci inutili e dannose, degli sprechi e delle inefficienze nei processi di trasformazione delle risorse in merci. Richiede pertanto il ripristino della differenza tra il concetto di beni (oggetti e servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio) e il concetto di merci (oggetti e servizi scambiati con denaro). Questa distinzione consente di capire che non tutte le merci sono beni e non tutti i beni si possono avere soltanto comprandoli. La decrescita è la riduzione della produzione di merci che non sono beni, che non hanno oggettivamente alcuna utilità e creano danni: l’energia che si spreca negli edifici mal costruiti (fino al 70%), il cibo che si butta (in Italia 65 kg pro capite all’anno, 7 kg in più rispetto alla media europea: così Food Sustainability Index, realizzato dalla Fondazione Barilla per l’ottava Giornata nazionale di prevenzione degli sprechi di cibo, 5 febbraio 2021), l’acqua che si disperde dalle reti idriche (fino al 60%), i materiali contenuti negli oggetti dismessi che si portano agli inceneritori e nelle discariche invece di essere raccolti per tipologie omogenee ed essere riutilizzati per produrre altri oggetti.

Se la decrescita si limitasse a proporre di mettere il segno meno davanti al PIL non uscirebbe dalla logica quantitativa di chi vuole che il PIL sia preceduto sempre dal segno più. La decrescita richiede l’introduzione di criteri qualitativi nella valutazione del fare umano. È il meno quando è meglio. La riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni non riduce il benessere, ma soltanto l’impatto ambientale; richiede l’uso di tecnologie più evolute e crea un’occupazione utile che ripaga i suoi costi con i risparmi economici che consente di ottenere dalla riduzione delle inefficienze e degli sprechi.

In Italia per riscaldare il 56% degli edifici residenziali si consumano più di 180 chilowattora (circa 18 metri cubi di metano) al metro quadrato all’anno. In un edificio ben coibentato i consumi energetici possono essere ridotti a un valore vicino allo zero (near zero energy building). Se si riducono le dispersioni termiche di un edificio coibentando le pareti esterne con un cappotto, utilizzando infissi coibentati con doppi vetri evoluti, sostituendo la caldaia a gas con una pompa di calore alimentata da pannelli fotovoltaici, si riducono in rapporto direttamente proporzionale sia le emissioni di CO2, sia i costi della bolletta energetica. Più si riducono le emissioni, più si riducono i costi. I progetti più vantaggiosi economicamente sono quelli che riducono di più le emissioni di CO2 e i risparmi economici che si ottengono consentono di pagare in un certo numero di anni i costi d’investimento. Lo stesso vale per la riduzione delle perdite di acqua delle reti idriche, per il recupero delle materie prime contenute negli oggetti dismessi, per l’aumento della durata di vita degli oggetti ecc. Se le innovazioni tecnologiche che riducono il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto sono finalizzate alla riduzione della domanda di merci che non sono beni (gli sprechi e le inefficienze) la diminuzione dei costi che consentono di ottenere le rende concorrenziali rispetto alle tecnologie finalizzate all’incremento della produttività, mentre non possono usufruire di questo vantaggio competitivo se vengono utilizzate per sostituire in parte o in toto l’offerta di quelle tecnologie.

3.

Questi processi virtuosi, tecnicamente realizzabili senza grandi problemi, trovano ostacoli politici formidabili perché riducono i profitti di chi vende energia, di chi vende acqua, di chi gestisce le discariche e gli inceneritori, dei produttori di merci inutili, dannose, non riparabili, progettate con un’obsolescenza programmata per accelerare i processi di sostituzione. E dei lavoratori dipendenti impiegati in questi settori produttivi, che temono di perdere il posto di lavoro e non immaginano la possibilità di occupazioni alternative. In un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione di merci le tecnologie che riducono l’impatto ambientale vengono boicottate se riducono la domanda. Trovano spazio solo se aprono nuovi settori merceologici che fanno crescere l’offerta. Solo se sono fattori di uno sviluppo sostenibile.

Il pregiudizio che le tecnologie ambientali non siano autosufficienti economicamente ha indotto a credere che, per attuare una conversione ecologica dell’economia, occorra sostenerle con contributi di denaro pubblico. Una scelta che gli ambientalisti sostengono sulla base di motivazioni etiche, in deroga alle leggi della concorrenza e del mercato. In realtà una conversione ecologica dell’economia si può realizzare solo con l’adozione di misure legislative finalizzate a favorire una conversione economica dell’ecologia, cioè a favorire la diffusione e lo sviluppo di tecnologie che consentono di ricavare utili dalla riduzione dell’impatto ambientale a parità di benessere che riescono a ottenere. Poiché le più efficienti ecologicamente sono le più vantaggiose economicamente, le condizioni ideali per la loro diffusione e il loro sviluppo sono costituite dalla concorrenza in una logica di mercato. Se invece si pensa che le tecnologie ambientali si possano diffondere solo se la politica compensa le loro inefficienze con contributi di denaro pubblico, il loro sviluppo tecnologico verrà ritardato; la loro diffusione sarà sempre precaria, perché dipenderà dalle disponibilità annuali del bilancio statale e dalle scelte politiche con cui verranno distribuite nei vari capitoli di spesa; saranno sempre appannaggio dei più forti politicamente; saranno sempre soggette al rischio della corruzione, come è già successo.

La decrescita non è soltanto la strada obbligata per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, ma è l’unica possibilità di superare la crisi economica creando un’occupazione utile in attività che consentono di attenuare i fattori della crisi ecologica. A patto che si rispettino le regole del mercato e della concorrenza. Soprattutto da parte di coloro che se ne fanno paladini a parole e le trasgrediscono sistematicamente.

da qui

domenica 12 novembre 2017

Né austerità, né debiti pubblici - Maurizio Pallante


Crescita e occupazione.
Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, le industrie non possono non investire sistematicamente in innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo. Altrimenti la produzione non crescerebbe e non si raggiungerebbero le finalità poste all’economia. Le tecnologie che aumentano la produttività aumentano l’apporto delle macchine e riducono l’apporto del lavoro umano al valore aggiunto. Di qui è nata la convinzione che le innovazioni tecnologiche riducano i posti di lavoro. Uno dei primi a sostenere questa tesi è stato John Maynard Keynes, che in un suo breve saggio del 1931, intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, ha scritto: «Noi abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove».[1]
In realtà l’illustre economista confondeva due fenomeni, uno di carattere tecnico e uno di carattere politico, perché la riduzione dell’apporto del lavoro umano al valore aggiunto causata dallo sviluppo tecnologico può essere gestita in due maniere. Se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario giornaliero di lavoro si riduce l’occupazione, ma se si decide di ridurre la durata dell’orario giornaliero di lavoro si può mantenere intatta l’occupazione. Queste decisioni rispondono a valutazioni di carattere politico. La concorrenza ha imposto l’adozione della prima scelta, per cui le innovazioni dei processi produttivi hanno comportato riduzioni dell’occupazione. In controtendenza con questo processo agiscono le innovazioni tecnologiche di prodotto, ovvero l’immissione sui mercati di modelli innovativi dei prodotti in uso, o di prodotti innovativi – si pensi alla telefonia mobile – che mantengono alta la propensione al consumo e offrono nuove possibilità di occupazione. Ma, come ha scritto Keynes, le innovazioni tecnologiche di processo si sono susseguite troppo velocemente, anche nei settori produttivi innovativi, per consentire alle innovazioni tecnologiche di prodotto di assorbire tutta la forza lavoro che espellevano. La riduzione del numero degli occupati fa diminuire il numero delle persone con un reddito in grado di acquistare merci. Pertanto, se le innovazioni tecnologiche di processo non vengono accompagnate da riduzioni dell’orario di lavoro, accrescono l’offerta e contribuiscono a ridurre la domanda. Per evitare che questo squilibrio venga compensato da una riduzione della produzione che innescherebbe una crisi  – la riduzione della produzione comporta una diminuzione dell’occupazione che a sua volta determina una riduzione della domanda, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione – la domanda viene sostenuta politicamente aumentando i debiti pubblici e incentivando i debiti privati con opportune agevolazioni fiscali e monetarie. La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci implica la crescita dell’indebitamento.
Crescita e debito.
Nel breve periodo l’indebitamento può essere una scelta risolutiva, sia per i bilanci pubblici, sia per i bilanci privati. Il finanziamento in deficit di opere pubbliche o di servizi sociali fa crescere la produzione e l’occupazione, per cui aumenta il gettito fiscale e gli enti pubblici possono ripagare i debiti che hanno contratto. La crescita della produzione conseguente all’adozione di tecnologie più performanti acquistate a debito, fa aumentare la produzione, le vendite e i profitti, per cui le aziende possono ripagare i debiti sottoscritti per acquistarle. La crescita della spesa pubblica e degli investimenti produttivi fanno crescere l’occupazione, per cui le famiglie possono saldare i mutui e i crediti al consumo. Ma può succedere che i debiti non possano essere pagati: dalle pubbliche amministrazioni perché i profitti derivanti dall’incremento della produzione non sono sufficienti ad accrescere il gettito fiscale in misura tale da compensare le spese in deficit; dalle aziende perché l’aumento dell’offerta di merci non è assorbito da un’adeguata crescita della domanda, per cui i profitti non consentono di ammortizzare le spese d’investimento; dalle famiglie se s’indebitano più di quanto lo consenta l’aumento dei loro redditi.
Quando si verificano delle insolvenze, se i creditori sono d’accordo, i debiti possono essere rateizzati con un aumento degli interessi. In questo caso occorrono quote maggiori del gettito fiscale, dei profitti delle aziende e dei redditi familiari per pagare le nuove rate più onerose, per cui diminuisce la domanda. Se invece i debitori non sono in grado di pagare i creditori nemmeno ristrutturando i debiti, le aziende falliscono e alle famiglie vengono pignorati i beni acquistati a credito, mentre lo Stato può risolvere il problema aumentando la richiesta di prestiti ai privati con l’emissione di Buoni del Tesoro, a tassi d’interesse tanto più alti quanto più alto è il livello raggiunto dal debito pubblico e il rischio che i sottoscrittori non possano essere rimborsati.
Di conseguenza il debito aumenta e, poiché aumenta anche il peso degli interessi, si può raggiungere la soglia oltre la quale l’avanzo primario di un bilancio statale – ovvero il saldo positivo tra le entrate e le spese – non è sufficiente a pagare le rate del debito pubblico, per cui per coprire la differenza occorre ridurre le spese o aumentare le tasse, con un effetto depressivo sulla domanda aggregata. Poiché, generalmente, i governi su cui si scarica l’onere di affrontare questi problemi non sono quelli che li hanno creati, i governi che deliberano le spese in deficit usufruiscono del consenso sociale che ne deriva, mentre i governi successivi ne pagano le rate gravate dagli interessi e ne subiscono le conseguenze negative senza esserne stati responsabili. In termini generazionali, le generazioni presenti non pagano tutti i costi di scelte di cui beneficiano, lasciandone una parte da pagare alle generazioni future, che non ne ricevono alcun vantaggio.
A questa iniquità sociale, si aggiunge un aumento dell’impronta ecologica della specie umana sulla biosfera, perché in conseguenza delle spese in deficit aumenta la domanda di merci, aumenta il fabbisogno di risorse naturali da trasformare in merci e da utilizzare nei processi produttivi, aumentano i rifiuti e le sostanze di scarto emesse dai cicli produttivi in qualche matrice della biosfera. E aumentano le diseguaglianze tra i popoli, perché un incremento dei consumi di risorse da parte dei Paesi industrializzati riduce le quantità di risorse disponibili per i Paesi in cui è ancora significativa l’economia di sussistenza. Chi si propone di promuovere una maggiore equità sociale e una maggiore compatibilità ambientale non può non impegnarsi contro l’aumento dei debiti pubblici e per l’adozione di stili di vita che escludano il ricorso ai debiti per comprare più di quanto non consenta il proprio reddito.
I debiti sono l’altra faccia della medaglia della crescita. L’irresponsabilità politica negli anni del boom economico.
La settimana Incom 30 novembre 1962: Tutti contenti a Firenze.[2]
La nuova libreria Feltrinelli a Firenze e il deficit dell’amministrazione comunale
Tutti contenti a Firenze. Il boom della cultura non poteva trovare impreparata la città di Dante e i fiorentini tra tanti supermercati hanno ora anche il supermarket della letteratura. Nella nuova libreria Feltrinelli il cliente si serve da sé, come nei grandi magazzini. Il miracolo economico e le riviste di arredamento hanno portato i libri sullo stesso piano dei soprammobili e ne hanno fatto un elemento decorativo. Una macchia di colore per il soggiorno. Molti si lasciano sedurre dall’etichetta e comprano un libro per la sua copertina, come se si trattasse di una scatola di pomidoro pelati. I libri ormai servono a tutto, tranne che ad essere letti. Tra i clienti ce n’è uno particolarmente soddisfatto: il sindaco La Pira. Forse pensa che qualcuno prima o poi dovrà risanare il deficit del Comune e questo pensiero lo diverte. L’assessore alle finanze Mayer ha rivelato che il deficit ammonta a 44 miliardi. La notizia ha suscitato grande scalpore. L’unico tranquillo e imperturbabile è il sindaco.
Intervistatore «Come sta la faccenda dei debiti del Comune?»
La Pira «Debiti? Ma guardi l’unica responsabilità che io ho è di non aver fatto i debiti adeguati per la mia città. Ne vuole una prova? Milano: al primo gennaio 59 sa quanti debiti aveva? 149 miliardi 350 milioni. Ne vuole ancora? Torino, al primo gennaio 62, sa quanti ne aveva? 164 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, in seguito inutilizzati, e le infrastrutture, subito smantellate, di Italia 61 per celebrare il centenario dell’unità d’Italia ndr.)».
Intervistatore «Allora 44 miliardi…».
La Pira «Aspetta, aspè… aspè… Roma, al primo 62, sa quanti ne aveva? 357 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, le infrastrutture viarie e gli impianti per le Olimpiadi del 1960, ndr.). Napoli. Sa quanto? 203 miliardi. Palermo, sempre al primo, 62 miliardi, e così via.».
Intervistatore «Certo che lei è molto informato sui debiti degli altri.»
La Pira «Ma io, io sono ragioniere, sa?»
Intervistatore «Come si può rimediare?»
La Pira «A che cosa?»
Intervistatore «Ai debiti.»
La Pira «Ai debiti? Come ai debiti? Rimediare a che cosa? Scusi i debiti, non è che noi facciamo debiti per feste da ballo, eh?»
Intervistatore «Allora i debiti, ci sono o non ci sono?»
La Pira «Ci sono. Purtroppo sono pochi. Perché noi ne abbiamo soltanto 39 miliardi».
Intervistatore «Ah, soltanto…».
La Pira «Se fa il confronto con Milano 149, Torino…».
Intervistatore «E allora sono una sciocchezza».
La Pira «Una sciocchezza. Io sono responsabile di una sola cosa. Di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento».
Intervistatore «Grazie».
La Pira «Sono un imbecille».
Ossia è imbecille chi risparmia (commento del giornalista che, in realtà, avrebbe dovuto dire: è imbecille chi non fa debiti).
La crescita progressiva dell’indebitamento pubblico e privato.
Il divario tra la crescita dell’offerta e una crescita inferiore della domanda determinato dagli incrementi della produttività senza riduzioni dell’orario di lavoro, è aumentato progressivamente con l’introduzione dell’informatica e della robotica nelle attività produttive. Per cui è aumentata la tendenza dei governi dei Paesi industrializzati a spendere in deficit per far crescere la domanda, è aumentata la necessità delle industrie di accendere mutui per acquistare le innovazioni tecnologiche che si susseguono a ritmo sempre più serrato, è aumentata la propensione delle famiglie ad acquistare a debito, anche in conseguenza degli incentivi offerti dal sistema bancario: carte di credito, mutui facili, rateizzazioni dei pagamenti.
Dal 2000 al 2016 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione Europea è salito dal 60,2 all’83,5 per cento. Dal 1995 al 2016, in Italia è salito dal 116 al 132 per cento, in Francia dal 55,8 al 96 per cento, nel Regno Unito dal 45,2 all’89,3 per cento, in Germania dal 54,8 al 68,3 per cento, in Spagna dal 61,7 al 99,4 per cento, in Grecia dal 99 al 179 per cento. Più forti gli aumenti in Giappone, dove ha raggiunto il 228 per cento, e negli Stati Uniti, dove alla fine degli anni settanta si attestava intorno al 30 per cento e nel 2016 aveva raggiunto il 104 per cento del prodotto interno lordo, pari a 20.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti altri 3.125 miliardi di debiti contratti da singoli Stati e municipalità. Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2015 il debito globale ha raggiunto il valore di 152.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del valore monetario della produzione di merci a livello mondiale, che si è attestato a 77.302 miliardi di dollari. Circa i due terzi del debito complessivo, pari a 100 miliardi di dollari, sono costituiti da debiti privati: delle famiglie, per accrescere i loro consumi, e delle aziende, per effettuare investimenti finalizzati ad aumentare la produttività. I dati differenti forniti dall’Institute for International Finance, riportati dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, oltre a confermare la scarsa attendibilità dei dati su cui si fondano le scelte economiche, sono ancora più impressionanti: a gennaio 2017 il debito mondiale avrebbe raggiunto 215.000 miliardi di dollari, pari al 325 per cento del valore della produzione di merci, di cui 70 – un terzo – accumulato negli ultimi 10 anni.[3]
In Italia il debito pubblico eccede i valori degli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Grecia, in conseguenza della decisione, presa nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. Nel 2015 il valore del prodotto interno lordo italiano è stato di 1.645 miliardi di euro, il valore del debito pubblico di 2.173 miliardi di euro, pari al 132,3 per cento del Pil; la somma degli interessi pagati sul debito pubblico è stata di 70 miliardi di euro, pari al 4,3 per cento del Pil (dati della Banca d’Italia).
La globalizzazione.
Il divario tra l’aumento dell’offerta di merci e un più contenuto aumento della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dall’estensione dell’economia di mercato a livello planetario, in particolare alla Cina e all’India, dove vivono 2,6  miliardi di persone – il 37 per cento della popolazione mondiale – alla Russia, al Brasile e al Sud Africa. L’apertura di quei mercati vastissimi era indispensabile per ridare slancio alla crescita economica dei Paesi di più antica industrializzazione – Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone – e ha consentito alle società multinazionali di trasferire i loro impianti in Paesi dove i costi della manodopera e le tutele sindacali sono molto inferiori, gli orari di lavoro più lunghi, le legislazioni ambientali molto più permissive. I costi di produzione più bassi e il più intenso sfruttamento dei lavoratori hanno fatto crescere la produzione e i loro profitti, ma l’occupazione nei Paesi di più antica industrializzazione è diminuita, facendo diminuire la domanda, che è aumentata nei Paesi in cui sono state delocalizzate le aziende, ma non in misura tale da assorbire gli incrementi dell’offerta, a causa dei livelli retributivi più bassi.
L’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, nei Paesi europei e la concorrenza esercitata dai costi e dalle tutele sindacali inferiori in Cina e in India, hanno ridotto la forza contrattuale dei lavoratori. Di conseguenza le loro retribuzioni sono diminuite costantemente. Il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha scritto che «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento», accentuando la diminuzione della domanda e aumentando le differenze tra una minoranza sempre più ricca e una percentuale sempre più ampia di popolazione sempre più povera.[4]
La crisi dei mutui subprime.
La dinamica costituita da una crescita della produzione di merci che comporta una crescita dell’offerta sistematicamente superiore alla crescita della domanda, creando un divario che si cerca di ridurre aumentando progressivamente l’indebitamento pubblico e privato per sostenere la domanda, prima o poi è destinata a innescare una crisi da sovrapproduzione. Così è avvenuto con i mutui subprime, a febbraio del 2007 negli Stati Uniti. Le banche americane concedevano mutui per l’acquisto di case a clienti che esse stesse avevano classificato nella categoria dei subprime, i meno affidabili, perché erano falliti, o erano stati pignorati, o non pagavano con regolarità bollette e rate di prestiti. Per il fatto di essere ad alto rischio, i mutui subprime erano gravati da tassi d’interesse superiori a quelli di mercato. Con quei finanziamenti le banche contribuivano a tenere alti i prezzi e la domanda nel settore dell’edilizia, evitando che entrasse in crisi. A metà degli anni novanta il 25 per cento dei mutui fondiari erano subprime.
Quando ha iniziato a crescere il numero dei mutui non pagati, le case che le banche pignoravano e mettevano in vendita hanno fatto crescere l’offerta più della domanda, per cui i prezzi del settore edile sono crollati. Sapendo che questo sarebbe stato l’esito inevitabile della vicenda, gli istituti di credito si erano tutelati trasformando i loro crediti nei confronti dei clienti subprime in obbligazioni subordinate, che avevano rendimenti molto elevati proprio perché quei mutui erano stati concessi a tassi d’interesse superiori a quelli di mercato, ma erano molto rischiose perché garantite – si fa per dire – dai mutui stessi e non dall’istituto di credito. Questi titoli d’investimento, che vengono definiti derivati, non pagano l’interesse se le rate del mutuo non vengono pagate e, in caso d’insolvenza, non possono essere ceduti. La conseguenza è la perdita dei capitali investiti dai risparmiatori che li hanno acquistati convinti di vederli fruttare senza fare nulla, come Pinocchio nel Campo dei Miracoli.[5]
Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, la crisi scoppiata nei primi mesi del 2007 e culminata a settembre del 2008 con la bancarotta di una delle principali banche del Paese, la Lehman Brothers, è costata quasi 9 milioni di posti di lavoro e poco meno di 19.200 miliardi alle famiglie. La crisi dell’edilizia che ne è seguita si è propagata rapidamente a tutti gli altri comparti produttivi, provocando una recessione più grave, più estesa e più duratura di quella del 1929. Per fronteggiarla ed evitare il crollo del sistema creditizio, che avrebbe avuto pesantissime ripercussioni sulle attività economiche e produttive, gli Stati hanno sostenuto le banche con enormi contributi di denaro pubblico. Negli Stati Uniti, in seguito al fallimento della Lehman Brothers il presidente Barak Obama ha fatto ricorso a un prolungato quantitative easing, che ha fatto crescere il debito pubblico di 9.300 miliardi di dollari e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo dal 65 per cento a più del 100 per cento. Una conferma del fatto che la finalizzazione dell’economia alla crescita richiede un incremento costante dei debiti pubblici.
Distinguere l’austerità dal buongoverno.
A dieci anni dal suo inizio la crisi economica non è ancora stata superata del tutto, anche se non incide su tutti i Paesi industrializzati con la stessa intensità. I modi di affrontarla sono stati due, opposti nelle scelte, ma accomunati dalla stessa finalità di far ripartire la crescita: l’austerità e l’incremento della spesa pubblica in deficit. L’austerità è stata scelta dalla destra e si fonda sull’assunto che per far ripartire la crescita occorre prima di tutto ridurre i debiti pubblici, tagliando le spese e/o aumentando le entrate, in modo da ridurre l’entità degli interessi da pagare e recuperare denaro per gli investimenti. In linea di principio non si capisce per quale ragione una scelta di questo genere debba rientrare nella categoria concettuale dell’austerità, mentre sembra più attinente a quella del buongoverno. Eliminare dall’agenda politica la realizzazione di grandi opere pubbliche che le aziende private, sulla base di accurati studi di mercato eviterebbero di fare, non è una rinuncia, ma una scelta ispirata a criteri di saggezza.[6] Risponde a criteri di saggezza anche la riduzione delle spese militari, che invece non viene nemmeno presa in considerazione. Basta pensare che solo il costo del casco del pilota di un aereo da combattimento F35 costa 2 milioni di dollari, quanto occorre per ristrutturare energeticamente due grandi edifici scolastici, riducendo del 70 per cento i loro consumi di combustibili fossili, la spesa di denaro pubblico necessaria a pagarli e le emissioni di anidride carbonica. Sempre nella categoria del buongoverno rientra la riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse, mentre la riduzione degli enormi privilegi retributivi di alcune categorie sociali ha anche le connotazioni dell’equità sociale. Queste scelte non rendono austera la vita a nessuno.
Si può definire correttamente austerità la scelta di ridurre il debito pubblico solo se le spese pubbliche che vengono ridotte comportano peggioramenti nelle condizioni di vita di categorie sociali che già hanno poco. Sostanzialmente, se si tagliano le spese dello Stato per i servizi sociali, se ne aumentano i costi per gli utenti riducendo al contempo le prestazioni, si privatizzano i servizi pubblici. A maggior ragione se questa austerità mirata va a colpire famiglie in cui vivono persone che non trovano lavoro, o lo hanno perso a causa della globalizzazione, o fanno lavori precari, dequalificati e poco pagati.
In Italia questo compito è stato affidato a Mario Monti, un economista accademico inserito con ruoli di alta responsabilità nelle istituzioni finanziarie internazionali e nelle strutture associative imprenditoriali, più volte commissario europeo, nominato il 9 novembre 2011 senatore a vita dal Presidente della Repubblica e incaricato il 13 di formare un governo tecnico che il 16 novembre aveva già prestato giuramento. Impossibile non pensare che non fosse un disegno preordinato. E dal momento che non ebbe una gestazione istituzionale, è facile immaginare dove l’abbia avuta.[7]
Presentato dai mass media come colui che avrebbe salvato il Paese dalla gravissima crisi economica e finanziaria che lo attanagliava, il 4 dicembre Mario Monti predispose in un decreto, denominato in coerenza con la sua fama, «Salva Italia», una manovra finanziaria anticrisi che prevedeva un aumento delle tasse, una riduzione delle spese statali per i servizi pubblici, una forte riduzione della spesa pensionistica. Nel decreto venne reintrodotta la tassa sulla prima casa, con un’aliquota più alta di quella precedente e con un aumento delle rendite catastali. Fu aumentata la tassa rifiuti confermandone la parametrazione sulla superficie delle abitazioni, per cui in realtà si configurava come un’integrazione della tassa sulla casa. Venne aumentata l’IVA ed eliminata la riduzione dell’aliquota sui generi alimentari. Furono ridotti i trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che erano autorizzati a introdurre delle addizionali ad alcune tasse statali per compensare la diminuzione dei loro introiti.[8]
La misura che scaricò più pesantemente sulle classi popolari il costo della riduzione del debito pubblico fu la riforma delle pensioni. Dall’anno successivo sarebbe stata innalzata progressivamente l’età pensionabile, fino a raggiungere i 67 anni entro il 2022, e riparametrata al ribasso l’entità delle pensioni col passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo.[9] A 5,5 milioni di titolari di pensioni superiori a 920 euro mensili venne bloccata l’indicizzazione al costo della vita. Nessuna limitazione fu invece applicata alle pensioni privilegiate di parlamentari, consiglieri regionali, dirigenti statali e delle aziende partecipate dallo Stato. Dalle misure finalizzate a risanare il bilancio pubblico furono escluse le imprese, cui venne ridotto il carico fiscale diminuendo le tasse sul costo del lavoro e l’imposta regionale sulle attività produttive. E vennero escluse le grandi opere, per le quali il governo s’impegnava a trovare 40 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Appena le misure di risanamento del bilancio statale a spese delle classi sociali subordinate furono applicate, le destre tolsero il loro appoggio al governo e il Presidente della Repubblica sciolse anticipatamente le Camere.
Alle elezioni politiche che si svolsero nel febbraio del 2013, la percentuale più alta dei voti – il 25,56 per cento – fu raccolta dal Movimento 5 Stelle, un raggruppamento politico che si presentava per la prima volta, caratterizzandosi come alternativo a tutti i partiti esistenti. Il partito fondato dall’ex-presidente del Consiglio per continuare la sua opera di salvezza del Paese, ottenne appena il 9,1 per cento dei voti e cominciò subito a sbriciolarsi. La sua opera di salvezza non portò frutti né in termini di rilancio dell’economia, né in termini di crescita dell’occupazione, che anzi continuò a diminuire, né in termini di riduzione del debito pubblico. In compenso lasciò il retaggio di una diffusa e profonda sofferenza sociale. Nel 2012 il prodotto interno lordo diminuì del 2,4 per cento rispetto al 2011 e nel 2013 di un ulteriore 1 per cento rispetto al 2012. Il tasso di disoccupazione, che nel 2011 era stato dell’8,4 per cento, nel 2012 salì al 10,7 per cento. Tra i giovani (15-24 anni) crebbe di 6,2 punti percentuali, arrivando al 35,3%, con un picco del 49,9% per le giovani donne del Mezzogiorno. Il tasso di occupazione scese di due decimi di punto rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2000, attestandosi al 56,8%. Nel 2013 il tasso di disoccupazione aumentò ulteriormente, raggiungendo il 12,2 per cento. Tra i giovani arrivò al 42,24 per cento. In valori assoluti il numero dei disoccupati fu di circa 3,3 milioni di persone.
Nel Regno Unito il primo ministro conservatore David Cameron nei cinque anni del suo primo incarico, dal 2010 al 2015, tagliò la spesa sociale dal 23 al 21 per cento del prodotto interno lordo, creando uno scontento sociale che pagò nel 2006 con la sconfitta al Referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Un Referendum che aveva promosso egli stesso, convinto di vincerlo e di rafforzare col sostegno del consenso popolare la sua scelta di restare, mentre gli strati sociali penalizzati dalla riduzione delle spese sociali, dalla disoccupazione e dalla precarietà sul lavoro, videro nella scelta di restare una continuità con le scelte di politica economica e sociale che avevano peggiorato le loro condizioni di vita. Il primo ministro subentrato in seguito alle sue dimissioni, Theresa May, esponente dello stesso Partito Conservatore, nel discorso d’insediamento dimostrò di aver capito la lezione impegnandosi a cambiare strada rispetto al suo predecessore: «Il Referendum ha fatto emergere una nazione spaccata in due, in cui vi sono i ricchi e i poveri, gli ignoranti e gli istruiti, gli avvantaggiati e gli svantaggiati dalla globalizzazione […] Chi nasce povero vive in media nove anni di meno, le donne guadagnano meno degli uomini, chi frequenta la scuola pubblica ha meno possibilità di chi studia in una scuola privata. […] Sotto la mia guida il Partito Conservatore si metterà al servizio della gente comune, dell’ordinary working people». Non deve essere stata molto persuasiva se undici mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate che aveva voluto nella convinzione di rendere più ampia la maggioranza risicata del suo partito in Parlamento, invece di rafforzarla l’ha persa perdendo 12 seggi, mentre il Partito Laburista, tornato a sinistra sotto la guida di Jeremy Corbyn dopo la svolta a destra di Tony Blair, ne ha guadagnati 30 presentando un programma politico contrario all’austerità, che ha fatto presa soprattutto tra i giovani.
Le iniquità sociali e l’incompatibilità ambientale dei debiti pubblici.
Per superare la crisi, la sinistra non geneticamente modificata ha scelto di seguire la strada indicata da John Maynard Keynes, il più importante economista del novecento, che non era di sinistra, ma un liberale scettico sulle capacità autoregolatrici del mercato nelle fasi in cui il suo normale funzionamento s’inceppa. Nelle società pre-industriali le crisi erano causate dalla scarsità della produzione agricola che poteva verificarsi di tanto in tanto in conseguenza di eventi meteorologici eccezionali. Nelle società industriali sono causate invece dalla sovrabbondanza dell’offerta di merci. Se l’offerta di merci eccede la domanda espressa dal mercato e rimane in parte invenduta, le aziende devono ridurre la produzione e licenziare una parte dei loro dipendenti. I dipendenti licenziati rimangono senza reddito, per cui la domanda diminuisce, le aziende devono ridurre ulteriormente la produzione e licenziare altri dipendenti. Per arrestare questa spirale, Keynes, infrangendo il caposaldo del liberismo, sostenne che gli Stati dovevano aumentare la spesa pubblica indebitandosi. Non sarebbe bastato che spendessero di più aumentando il prelievo fiscale, perché in questo modo sarebbe aumentata la domanda pubblica, ma sarebbe diminuita quella privata. Per far crescere la domanda aggregata occorreva che gli Stati commissionassero opere pubbliche e potenziassero i servizi sociali oltre le capacità di spesa consentite dalle loro entrate. L’aumento della domanda statale in deficit avrebbe rimesso in moto le attività produttive e avrebbe fatto crescere il numero degli occupati, che con i loro redditi avrebbero fatto crescere ulteriormente la domanda, le attività produttive e gli occupati. L’aumento dei profitti e dei redditi avrebbe aumentato il gettito fiscale e gli Stati avrebbero potuto pagare le rate dei prestiti contratti per rimettere in moto l’economia. Perché aspettare la riduzione dei debiti pubblici per recuperare il denaro necessario a effettuare gli investimenti, come sostiene la destra, mentre l’aumento dei debiti pubblici consente non solo di riavviare molto più in fretta il ciclo economico, ma anche di ridurre la sofferenza sociale invece di acuirla, di migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più poveri invece di peggiorarle? Anche da un punto di vista economico è più vantaggioso ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo aumentando il prodotto interno lordo invece di ridurre il debito.
La maggiore equità di questa strategia sostenuta dalla sinistra rispetto a quella dell’austerità sostenuta dalla destra è comunque finalizzata, come quella della destra, a rilanciare la crescita economica e i suoi effetti si limitano alle generazioni attuali dei Paesi sviluppati e di quelli che si stanno sviluppando sul loro modello. Ma se aumenta la produzione di merci grazie alla spinta che il sistema produttivo riceve dai debiti pubblici e privati, aumenta il fabbisogno di risorse e di energia, aumentano le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra, aumentano le sostanze di scarto che si accumulano nella biosfera, aumenta il consumo di concimi di sintesi che riducono la fertilità dei suoli, si accelera la diminuzione della fauna ittica negli oceani. Si aggravano tutti i fattori della crisi ambientale, si lascia alle generazioni future un mondo impoverito di risorse e inquinato, aumentano le sofferenze che la specie umana infligge alle altre specie viventi e che, in conseguenza dei legami che connettono tra loro tutte le forme di vita, ritornano come sofferenze sulla specie umana. Specialmente sui popoli poveri e sulle classi sociali più povere dei popoli ricchi. La ricerca di una maggiore equità limitata alle generazioni attuali della specie umana, a scapito delle generazioni future e delle altre specie viventi finisce paradossalmente con aumentare le iniquità che si propone di ridurre.
Ciò di cui i keynesiani di oggi sembra non si rendano conto è che rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dal valore di 270 parti per milione, in cui si era stabilizzata da 800 mila anni fino all’inizio del secolo scorso, alle 410 parti per milione registrate all’inizio di questo secolo, innescando una mutazione climatica di cui si stanno appena sperimentando le prime conseguenze; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso al 2 di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come continenti; i ghiacci dell’Artico si sono ridotti del 38 per cento dal 1979 a oggi, la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata. I margini di espansione dell’economia che c’erano negli anni in cui Keynes ha elaborato la sua teoria non ci sono più. E non ci sono nemmeno i margini per una stabilizzazione nella situazione attuale. Per non andare incontro al collasso, l’umanità deve ridurre la sua impronta ecologica.
Per una riconversione economica dell’ecologia.
Chi pone come obbiettivi al suo impegno politico la compatibilità ambientale e un’equità sociale estesa alle generazioni future e alle altre specie viventi, non può non valutare positivamente la scelta dell’Unione europea di porre dei limiti ai debiti e ai deficit pubblici degli Stati aderenti, deliberata a  Maastricht nel 1992. Senza entrare in una valutazione di merito sui valori stabiliti, rispettivamente il 60 e il 3 per cento dei prodotti interni lordi, né sulle successive misure adottate per renderli vincolanti, perché richiederebbero una trattazione specialistica che esula da queste riflessioni, la riduzione dei debiti pubblici, che alcuni economisti ritengono controproducente per superare la crisi economica, è indispensabile per contrastare l’aggravamento della crisi ecologica.[10] Può darsi che i valori fissati a Maastricht non siano stati calcolati col dovuto rigore scientifico, può darsi che le procedure d’infrazione per gli Stati che non li rispettano implichino un cedimento di parte della sovranità nazionale, può darsi che l’inserimento in Costituzione del pareggio in bilancio sia inopportuno, ma se gli Stati  spendono ogni anno più di quanto incassano col prelievo fiscale attivano un surplus di domanda che consente al sistema produttivo di continuare a produrre quantità crescenti di merci, per cui tutti i fattori della crisi ecologica continueranno ad aggravarsi: le emissioni di anidride carbonica e le loro concentrazioni in atmosfera continueranno a crescere, il consumo delle risorse rinnovabili continuerà ad eccedere la capacità di rigenerazione annua della biosfera e l’overshoot day ad anticipare progressivamente, la fertilità dei suoli e la biodiversità continueranno a ridursi, le masse di poltiglie di plastica che fluttuano in tutti gli oceani continueranno ad estendersi e le popolazioni ittiche continueranno a diminuire, le quantità di rifiuti e le malattie mortali causate dall’inquinamento continueranno ad aumentare, l’acqua scarseggerà sempre di più, le tensioni internazionali e le guerre per il controllo delle materie prime necessarie alla crescita si accentueranno.
Nell’attuale epoca storica il problema fondamentale che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità e l’aumento dell’occupazione in attività utili, non finalizzate alla crescita economica. La strada da percorrere è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento di queste tecnologie. Si mette in moto un circolo virtuoso che fa crescere la domanda e l’occupazione senza aggravare i debiti pubblici e i debiti privati delle aziende e delle famiglie. L’occupazione che si crea in questo modo non solo aumenta l’equità tra gli esseri umani viventi, ma riduce l’impatto ambientale delle loro attività e rende il mondo più bello e ospitale anche per le generazioni a venire. Le potenzialità di queste tecnologie sono molto più ampie di quanto generalmente si crede. Per svilupparle appieno occorre uno slancio progettuale di portata non inferiore a quello che ha dato avvio alla prima rivoluzione industriale.
L’impegno principale deve essere rivolto alla riduzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può consentire di ridurre del 70 per cento i consumi di energia alla fonte senza comportare una diminuzione dei servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra; una drastica riduzione delle tensioni internazionali e delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili; una drastica riduzione delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.[11] E se si spende di meno per avere gli stessi servizi energetici, si può lavorare di meno e dedicare più tempo alle relazioni umane, alla creatività, allo studio disinteressato, alla contemplazione della bellezza.
In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obbiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia. 2.000 watt corrispondono a un consumo annuo di circa 17.500 kilowattora di elettricità o di 1.700 litri di petrolio. Oggi, la media mondiale è di circa 2.500 watt.
In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive» non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le importazioni di fonti fossili, sia le emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.
Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco : società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine del contratto il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.
Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. O il proprietario dell’immobile paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico fino all’estinzione della tassa pagata, oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la tassa fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi, fornendo allo Stato la documentazione delle spese sostenute e dei risparmi annuali ottenuti.
Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. I cambiamenti climatici in corso sono caratterizzati dall’alternanza di periodi sempre più lunghi di siccità in estate e di piogge torrenziali in autunno. Di conseguenza, nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre uno spreco di energia e denaro senza senso, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece, pur essendo conosciuta da anni la gravità di questo problema, non si è fatto nulla per risolverlo, mentre si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quanto meno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: dal treno ad alta velocità in Valdisusa, agli inceneritori, a strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, ai gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, alle spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva, sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, al pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito. Se si pensa alle spese aggiuntive che si sostengono per occupare militarmente la Valle di Susa allo scopo di imporre la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità non giustificata dalle analisi dei flussi di traffico nei prossimi decenni, anche la persona più razionale non può non pensare a un’influenza di forze oscure che incombono sul futuro dell’umanità.
Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente più conveniente economicamente e meno dannosa ambientalmente delle metodologie che vengono utilizzate per renderli definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico; per non parlare della riduzione dell’impatto ambientale dei rifiuti, attraverso la riduzione di uno spreco inammissibile tecnologicamente.
La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane gravissime. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non commissiona i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

giovedì 31 agosto 2017

Liberare l’economia dallo sviluppo - Maurizio Pallante


Nella fotografia analogica descrive il procedimento che rende visibile un’immagine latente in un supporto fotosensibile. In geometria la distensione su una superficie piana di una figura geometrica solida. Tutti i processi di sviluppo sono caratterizzati dall’uniformità. Se non si completano rigorosamente tutte le loro fasi nelle successioni e nei tempi previsti, lo sviluppo non arriva a buon fine: gli esseri viventi subiscono delle limitazioni, la fotografia non rispecchia la realtà che il fotografo si proponeva di rappresentare, il disegno non riporta fedelmente le misure e le proporzioni del solido geometrico a cui si riferisce.
In economia il concetto di sviluppo è stato utilizzato per la prima volta dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1949. In quel discorso lo sviluppo economico veniva presentato come un processo di liberazione delle potenzialità della tecnologia dal viluppo delle limitazioni che le pone la finalizzazione dell’economia alla sussistenza. Nei Paesi in cui questo processo era avvenuto, i progressi della tecnologia avevano consentito di accrescere il potere degli esseri umani sulla natura, la produzione di merci e il benessere delle popolazioni. Per questo motivo il neo-Presidente degli Stati Uniti li definiva sviluppati, mentre definiva sottosviluppati i Paesi ancora prevalentemente caratterizzati da un’economia di sussistenza e da un modesto sviluppo tecnologico.
La differenza dei livelli di benessere tra gli uni e gli altri era oggettivamente misurabile in termini di divario del reddito pro-capite (il valore monetario del prodotto interno lordo diviso per il numero degli abitanti). In realtà il reddito fornisce la misura del potere d’acquisto, cioè della possibilità di comprare sotto forma di merci la maggior parte dei beni di cui si ha bisogno o si desiderano. Non può prendere in considerazione i beni che si autoproducono, o vengono scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell’ambito di rapporti comunitari, perché non si ottengono comprandoli e, quindi, non hanno un prezzo.

Nelle società in cui il saper fare è un elemento significativo del patrimonio culturale condiviso, le persone sono in grado di autoprodurre una parte dei beni di cui hanno bisogno, gli orti familiari sono diffusi e i rapporti di solidarietà non sono stati totalmente sostituiti da rapporti commerciali, il reddito pro-capite è inferiore a quello delle società in cui le persone non sanno fare nulla e devono comprare tutto, la maggior parte della popolazione vive in aree urbane e non può coltivare nulla, i rapporti di solidarietà sono stati sostituiti da rapporti commerciali e dalla competizione, o dall’indifferenza nei confronti degli altri, il lavoro è stato appiattito sull’occupazione, cioè sullo svolgimento di attività che non hanno alcuna attinenza con la soddisfazione dei bisogni esistenziali di chi le compie, ma offrono in cambio un reddito monetario con cui si può comprare tutto ciò che serve per vivere.
Utilizzando il criterio di valutazione introdotto dal neo-presidente americano Truman e ormai generalizzato, le società del primo tipo sono sottosviluppate, ma non per questo se ne può dedurre che il loro livello di benessere sia inferiore a quello del secondo tipo di società che, invece, sono sviluppate. Nonostante costituisca da allora un caposaldo dell’immaginario collettivo, sia dei sostenitori del pensiero dominante, sia dei suoi avversari, non è detto che il benessere sia direttamente proporzionale all’entità del reddito pro-capite e cresca in proporzione con la sua crescita. Ciò non vuol dire che non ci sia nessuna attinenza tra il benessere e il reddito, né che il benessere diminuisca, o quanto meno non cresca, col crescere del reddito. Il contrario di una proposizione non vera non è necessariamente vero.
La produzione di merci è indispensabile per migliorare il benessere, perché nessun individuo e nessuna comunità in cui il legame sociale sia costituito dalla solidarietà, o dall’economia del dono, come è stata definita da Marcel Mauss, sono in grado di produrre autonomamente e di scambiare senza l’intermediazione del denaro tutto ciò che è necessario per vivere, o rende piacevole la vita. Le economie di sussistenza non hanno mai fatto a meno della produzione di merci e del mercato.
Il benessere sociale cresce al crescere della quantità e della varietà delle merci che si possono acquistare, a integrazione dei beni che si autoproducono o si scambiano sotto forma di dono reciproco del tempo. La compravendita delle eccedenze della produzione agricola per autoconsumo, dei beni prodotti dagli artigiani e dei servizi forniti da personale specializzato (dai medici ai professionisti, agli insegnanti) danno un contributo insostituibile al miglioramento della qualità della vita. La produzione di merci e il mercato sono elementi costitutivi delle attività economiche, tanto quanto l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Se però lo sviluppo, cioè l’aumento del reddito monetario pro-capite, diventa il criterio di valutazione  del benessere di una società, tutte le attività produttive vengono progressivamente indirizzate alla crescita della produzione di merci. L’economia diventa economia di mercato non quando ci sia un mercato in cui si scambiano merci con denaro, ma quando si produce tutto per il mercato. Di conseguenza tutte le forme di autoproduzione e di scambi non mercantili basati sulla solidarietà diventano freni allo sviluppo della mercificazione, per cui vengono ostacolati e repressi in vari modi: con apposite misure legislative, con la loro svalutazione nel sistema dei valori condivisi, con la cancellazione delle conoscenze necessarie al saper fare dall’ambito della cultura, con l’esaltazione della concorrenza come fattore di progresso, con l’identificazione del benessere col tantoavere.
Le innovazioni tecnologiche vengono finalizzate all’aumento della produttività e i danni ambientali che spesso vengono causati per accrescerla, non vengono nemmeno presi in considerazione. Le risorse ambientali vengono considerate infinite o infinitamente riproducibili. I beni comuni vengono privatizzati. L’unica forma di lavoro socialmente riconosciuta è l’occupazione. Chi lavora per produrre beni per autoconsumo e non per produrre merci in cambio di un reddito che consenta di comprarle, viene inserito nella categoria delle non forze di lavoro. La povertà e la ricchezza vengono misurate con il livello del reddito monetario.
L’introduzione del concetto di sviluppo in economia è avvenuta nella fase storica in cui gli Stati Uniti avevano completato la trasformazione della loro economia in economia di mercato, riducendo al minimo l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Affinché la loro economia e il loro reddito pro-capite potessero continuare a crescere, avevano bisogno di estendere la possibilità di vendere le loro merci al di fuori dei loro confini e di acquisire al di fuori dei loro confini le materie prime necessarie a sostenere la loro crescita economica. Dovevano fare in modo che i Paesi sottosviluppati si inserissero nel circuito economico e produttivo dei Paesi sviluppati.

Pertanto, era necessario che, nei Paesi in cui gran parte delle attività produttive erano ancora finalizzate alla sussistenza, aumentasse il numero dei consumatori di merci e di conseguenza il numero dei produttori di merci, perché soltanto chi lavora in cambio di un reddito monetario, e non per produrre ciò che gli serve per vivere, è in grado di, e non può far altro che, acquistare sotto forma di merci tutto ciò di cui ha bisogno. Per questo motivo il neo-presidente Truman proponeva agli Stati Uniti di fornire ai popoli che definiva sottosviluppati, perché non erano stati capaci di sviluppare le potenzialità che nella sua visione del mondo caratterizzano il patrimonio genetico di tutte le società, l’assistenza tecnologica necessaria a diventare Paesi in via di sviluppo.
In questo modo, non solo estendeva l’egemonia culturale del modello americano sui popoli del terzo mondo, presentandosi come il ricco filantropo che aiuta il povero a superare le sue difficoltà, ma si accattivava il consenso delle grandi compagnie industriali americane, aprendo ad esse grandi spazi di mercato in cui vendere le loro tecnologie, o in cui utilizzarle per estrarre le materie prime, in particolare le energie fossili, di cui i Paesi industrializzati avevano bisogno per continuare a crescere. Inoltre contava di contrastare efficacemente la politica internazionale dell’Unione Sovietica, che si proponeva di guidare verso la costituzione di Stati socialisti le lotte di liberazione di quei popoli dal colonialismo.

Bastarono venti anni per rendersi conto che la finalizzazione dell’economia allo sviluppo stava creando problemi sempre più gravi a livello ambientale, sia perché i consumi delle risorse non rinnovabili, in particolare delle fonti fossili, ne rendevano sempre più costoso tecnicamente e più problematico politicamente l’approvvigionamento, sia perché la finalizzazione delle innovazioni tecnologiche all’aumento della produttività causava forme di inquinamento sempre più gravi.
Inoltre, gli aiuti allo sviluppo dei popoli sottosviluppati anziché accrescere il loro benessere, accrescevano la ricchezza degli strati sociali più ricchi e la povertà degli strati sociali più poveri. Nei Paesi in via di sviluppo lo spostamento dall’economia di sussistenza all’economia di mercato fu attuato a partire dall’agricoltura, con la cosiddetta rivoluzione verde (così chiamata anche in contrapposizione con la rivoluzione rossa a cui l’Unione Sovietica tentava di indirizzare i movimenti di liberazione di quei popoli).
Per accrescere i rendimenti agricoli furono selezionate geneticamente varietà vegetali più produttive, che però richiedevano maggiori quantità d’acqua, l’uso di fertilizzanti chimici, fitofarmaci, macchinari agricoli e carburante. I loro semi erano sterili e dovevano essere acquistati ogni anno dai produttori. L’adozione di queste innovazioni richiedeva investimenti che non potevano essere effettuati dai contadini poveri. Inoltre, i fertilizzanti di sintesi e la monocoltura delle essenze più produttive impoverivano progressivamente il contenuto humico dei suoli e accrescevano la dipendenza dell’agricoltura dalle industrie chimiche dei Paesi nord-occidentali. La rivoluzione verde accentuò la dipendenza dei Paesi sottosviluppati dai Paesi sviluppati, gli aiuti allo sviluppo accrebbero i loro debiti, i contadini poveri persero la possibilità di soddisfare le loro esigenze vitali con l’agricoltura di sussistenza e furono costretti a emigrare nelle baraccopoli che si espandevano ai margini delle città.
Nei primi anni settanta del secolo scorso i problemi ambientali e sociali causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo non potevano più essere ignorati. Nel 1970 il Club di Roma, un’associazione internazionale promossa da dirigenti industriali, imprenditori e docenti universitari, commissionò a un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology uno studio previsionale sul futuro dell’umanità se cinque fattori critici avessero continuato a crescere con gli stessi incrementi che avevano avuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’aumento della popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Dallo studio, pubblicato nel 1972 in italiano col titolo I limiti dello sviluppo (in inglese era Limits to growthrisultò che entro il XXI secolo sarebbero stati superati i limiti della compatibilità ambientale e si sarebbe arrivati al collasso.
Nello stesso anno fu convocata a Stoccolma la prima conferenza mondiale sull’Ambiente umano, in cui si cominciò a prendere in considerazione il fatto che la tutela ambientale non era meno importante dello sviluppo economico per la qualità della vita. Nell’autunno del 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi sviluppati furono costretti a varare drastiche misure di riduzione dei consumi energetici. Sempre in quegli anni cominciarono a manifestarsi tre forme d’inquinamento globali: le piogge acide, il buco nell’ozono e l’effetto serra, da cui si evinceva che l’apparato tecno-industriale aveva raggiunto una potenza tale da modificare gli equilibri della biosfera in un senso sfavorevole per l’umanità.
L’idea che lo sviluppo fosse la realizzazione delle potenzialità insite nel patrimonio genetico delle società umane cominciò a vacillare e nelle conferenze mondiali, convocate per cercare di attenuare i problemi che creava, si cominciò a sostenere che occorreva definirne meglio le connotazioni, perché non ogni tipo di sviluppo può essere considerato positivo. Si cominciò a dire che occorreva un nuovo modello di sviluppo, senza peraltro andare molto oltre la definizione; che lo sviluppo per essere buono doveva essere sostenibilee/o durevole e via aggettivando; che non bisognava confondere lo sviluppo, che ha una valenza qualitativa, con la crescita economica, che ha una connotazione esclusivamente quantitativa. Da questa distinzione sarebbe stato logico far derivare un disaccoppiamento tra i due concetti e, quindi, la possibilità di perseguire uno sviluppo senza crescita, o anche associato a una decrescita.
Cosa impossibile da concepire in un sistema economico che continuava e continua a identificare la quantità con la qualità, come è stato ribadito anche da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate (2009), dove, al punto 14, si legge che è «un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere di più». Non è necessario essere teologi per sapere che nella concezione cristiana l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere meglio e basta l’esperienza quotidiana della vita per verificare che non sempre il più coincide col meglio, mentre spesso capita d’imbattersi in situazioni in cui è il meno a costituire un miglioramento. La stessa identificazione tra quantità e qualità è stata implicitamente sostenuta da chi ha affermato che il fine delle attività produttive sia perseguire una crescita qualitativa, senza specificare le ragioni per cui escludeva che anche la decrescita potesse avere connotazioni di qualità. Da questi tentativi di assegnare a un concetto connotazioni incompatibili con il suo significato, la logica è uscita malconcia, ma, quel che è peggio, i problemi causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo sostenibile o alla crescita qualitativa, che dir si voglia, sono rimasti irrisolti e si sono aggravati.

Il tentativo più efficace di ridare al concetto di sviluppo la credibilità che aveva perso quando si cominciò a capire che era la causa determinante della crisi ecologica, fu effettuato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu e presieduta dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, che lo sganciò, ma solo concettualmente, dal suo legame simbiotico con la crescita della produzione di merci per agganciarlo allasostenibilità. Nel rapporto finale della commissione, intitolato Our Common Future, veniva formulato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, che veniva così definito: «uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In questa definizione la sostenibilità non è l’obbiettivo da raggiungere per ridurre l’impatto dello sviluppo sull’ecosistema terrestre, ma una connotazione che le generazioni attuali devono conferire allo sviluppo per consentire che le generazioni future possano continuare a fare altrettanto.
Più che di sviluppo sostenibile si sarebbe dovuto parlare di sviluppo durevole, come alcuni hanno fatto. Lo sviluppo non veniva ridefinito in funzione della sua sostenibilità, ma la sostenibilità veniva valorizzata come connotazione indispensabile per dare continuità allo sviluppo. Le applicazioni pratiche di questa impostazione furono i progressi delle tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse non rinnovabili, in modo di consumarne di meno per ogni unità di prodotto, e delle tecnologie meno impattanti sugli ambienti, soprattutto per ridurre l’incidenza dei disastri ambientali che avevano cominciato a instillare nell’opinione pubblica forti dubbi sulla bontà dello sviluppo.
Del resto, per quale motivo si sente la necessità di parlare di sviluppo sostenibile se non per prendere le distanze da uno sviluppo che non lo è? Se non per ridare credibilità a un’idea che l’ha persa? L’impegno maggiore venne riservato allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e, in subordine, dell’efficienza energetica. Con una resipiscenza tardiva, dopo aver interrato o bruciato dagli anni cinquanta del secolo scorso quantità crescenti di rifiuti, l’attenzione è stata recentemente rivolta al recupero dei materiali che contengono, facendo diventare di gran moda lo slogan dell’economia circolare e inducendo gli spiriti semplici a credere che si possa attivare una sorta di moto produttivo perpetuo a ridotto impatto ambientale utilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per produrre nuovi oggetti. Le tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’inquinamento dei processi produttivi sono una cosa buona, ma i vantaggi che offrono vengono annullati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, se contestualmente continua ad aumentare la quantità della produzione. Se il fine dell’economia resta lo sviluppo, la sostenibilità del sistema economico e produttivo non aumenta anche se aumenta la sostenibilità di alcuni processi produttivi. L’economia finalizzata allo sviluppo non può essere sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro.
a cos’è la sostenibilità? Per definire con precisione il concetto di sostenibilità, uscendo dalla genericità con cui viene usato, occorre metterlo in relazione con la fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che produce l’energia di cui hanno bisogno tutte le specie viventi. Ogni giorno il sole invia sulla terra una quantità di energia luminosa, che viene utilizzata dalla vegetazione per sintetizzare molecole di anidride carbonica con molecole d’acqua e ricavarne molecole di uno zucchero semplice, il glucosio, che successivamente concorrono a formare le molecole complesse che costituiscono la struttura dei vegetali (cellulosa e lignina), e quelle che li nutrono e nutrono attraverso le catene alimentari tutte le specie viventi (lipidi, proteine, vitamine, carboidrati). La fotosintesi clorofilliana assorbe l’anidride carbonica emessa dall’espirazione di tutti i viventi, compresi i vegetali, e genera l’ossigeno necessario alla loro respirazione.
Per 8.000 secoli questo scambio è rimasto in equilibrio: tanta anidride carbonica emessa dall’espirazione dei viventi veniva metabolizzata dalla vegetazione quanto ossigeno veniva emesso dalle piante e inspirato da tutti i viventi. Dalla seconda metà del XIX secolo e, con intensità crescente nel XX, questo equilibrio si è rotto perché gli esseri umani da una parte hanno accresciuto le emissioni di anidride carbonica bruciando quantità crescenti di fonti fossili per ricavare l’energia necessaria allo svolgimento dei processi produttivi e al sistema dei trasporti, d’altra hanno ridotto la fotosintesi clorofilliana disboscando per fare posto all’agricoltura e alle aree urbane.
L’anidride carbonica eccedente le capacità di sintesi della vegetazione si è progressivamente accumulata nell’atmosfera, aumentando la sua concentrazione nel miscuglio di gas che compongono l’aria, dalle 270 parti per milione in cui si era stabilizzata da 8.000 secoli a 380 nel secolo scorso e a 410 nei primi 15 anni di questo secolo. Poiché l’anidride carbonica trattiene all’interno dell’atmosfera una parte della radiazione infrarossa che il sole invia sulla terra e la terra rimbalza verso lo spazio, nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,8 °C e si è innescato un cambiamento climatico di cui l’umanità ha appena iniziato a subire le conseguenze. In questo contesto la finalizzazione delle attività economiche e produttive alla sostenibilità richiede l’adozione di tecnologie, di misure di politica economica e di stili di vita che consentano di ricondurre le emissioni di anidride carbonica a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana.
Questo obbiettivo può essere perseguito agendo in due direzioni: diminuendo i consumi di fonti fossili e aumentando la superficie terrestre ricoperta da boschi e foreste. Entrambe in una prima fase richiedono investimenti che comportano un aumento della produzione e del consumo di merci, ma in prospettiva ne determinano una diminuzione stabile. La scelta più efficace per ridurre i consumi di fonti fossili non è, come si è voluto far credere nell’ottica dello sviluppo sostenibile, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma una strategia incentrata in primo luogo sulla riduzione di sprechi e inefficienze (circa il 70 per cento dei consumi energetici in Italia), in modo da ridurre al minimo il fabbisogno da soddisfare con le fonti rinnovabili. Poiché il patrimonio edilizio assorbe circa la metà dei consumi energetici totali, occorre limitare drasticamente la costruzione di nuovi edifici e indirizzare l’edilizia alla ristrutturazione energetica di quelli esistenti. Per aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste occorre ripiantumare quelle disboscate per ricavarne terreni agricoli non dedicati all’alimentazione umana, ma all’alimentazione degli animali d’allevamento e alla produzione di biocarburanti. Invece di prendere in considerazione una strategia di questo genere, finalizzata a ridurre le emissioni di anidride carbonica, i governanti di tutto il mondo, nel corso della Cop 21 che si è svolta a Parigi nel dicembre 2015, si sono accordati di contenere l’aumento della temperatura terrestre in questo secolo tra 1,5 e 2 °C, ovvero da un valore minimo che è il doppio rispetto all’incremento del secolo scorso, a un valore massimo superiore di 2,5 volte. Di sviluppo sostenibile si muore. Più lentamente che di sviluppo, ma si muore.

Nel 2017, secondo il Footprint Institute, il giorno in cui l’umanità è arrivata a consumare tutte le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno, è stato il 2 agosto. L’anno precedente era stato il 14 agosto. Dieci anni prima intorno alla metà di settembre. Venti anni prima intorno alla metà di ottobre. Quale nuovo modello di sviluppo consente d’invertire questa tendenza? Come si potrebbe riportare gradualmente quel giorno verso il 31 dicembre se non diminuendo il consumo di risorse rinnovabili, che si può raggiungere riducendo innanzitutto gli allevamenti di animali e l’alimentazione carnea? Una diminuzione dei consumi si può definire sviluppo sostenibile? In tutti gli oceani galleggiano ammassi di poltiglie di plastica grandi come continenti e il numero dei pesci è stato dimezzato dalla pesca d’altura. Come si può fare in modo che che i rifiuti non biodegradabili ammassati in mare e sulla superficie terrestre diminuiscano se non se ne riduce drasticamente la produzione? Come si può fare in modo che il numero dei pesci torni ad aumentare se non limitando la pesca? Come si possono ridurre le più gravi forme d’inquinamento se non abolendo la produzione dei veleni di sintesi chimica usati in agricoltura per accrescere i rendimenti e in alcuni cicli industriali che hanno devastato i territori in cui sono stati insediati? Come si può arrestare la perdita della biodiversità, come si può ricostituire la fertilità dei suoli, se non riducendo lo sfruttamento dei terreni agricoli? Come si può garantire la disponibilità di acqua necessaria a tutti gli esseri umani e a tutte le forme di vita, se non riducendo gli sprechi?
Per consentire all’umanità di avere un futuro, la sostenibilità deve sostituire lo sviluppo come riferimento di tutte le scelte produttive. La sostenibilità non può essere considerata un’opzione al servizio dello sviluppo, allo scopo di attenuare le conseguenze negative che genera. Né si può ridurre il suo significato a una generica attenzione nei confronti dei problemi ambientali. La sostenibilità esprime un concetto tanto preciso quanto ignorato: la necessità di evitare che la produzione e il consumo di merci oltrepassino i limiti della compatibilità ambientale. Poiché questi limiti sono già stati ampiamente superati, la sua declinazione attuale impone che le attività economiche e produttive siano indirizzate a:
– diminuire le emissioni di sostanze di scarto biodegradabili (anidride carbonica) alle quantità che possono essere metabolizzate dalla biosfera;
– diminuire i consumi di risorse rinnovabili alle quantità che possono essere rigenerate annualmente dalla fotosintesi clorofilliana;
 ridurre i consumi delle risorse non rinnovabili, utilizzandole con la massima efficienza, riutilizzando quelle che è possibile riciclare, producendo beni durevoli riparabili e aumentando la loro durata di vita;
– abolire la produzione delle sostanze di sintesi che non possono essere metabolizzate dai cicli biochimici.
Per continuare a utilizzare in economia la parola sviluppo come sinonimo di miglioramento, o se ne capovolge il significato che si è consolidato dal 1949 a oggi, svincolandolo dal legame simbiotico con la crescita e apparentandolo alle parole diminuzioneriduzionedecrescita, o si elimina dall’economiaLa prima ipotesi presuppone una deroga alla logica, o quanto meno al senso comune. La seconda è più drastica, ma meno ambigua. In fin dei conti si usa soltanto da settant’anni. Comunque, per superare la crisi economica e invertire la tendenza al peggioramento della crisi ecologica non serve un nuovo modello di sviluppo, ma un nuovo modello di economia senza sviluppo.
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