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sabato 2 maggio 2020

Il posto speciale dell’Africa nell’impero della Heineken - Olivier van Beemen



Nei Paesi Bassi c’è un segreto che circonda un marchio di birra locale noto in tutto il mondo. Solo noi olandesi sappiamo che la Heineken è in realtà un prodotto di qualità media, senza infamia e senza lode. Berne una è un po’ come mangiare un hamburger di McDonald’s: ha un gusto che non dispiace e si può anche desiderare di consumarne di più, ma è risaputo che non è il massimo e che poi ci si potrebbe pentire.
Eppure, grazie a decenni di campagne pubblicitarie di successo, in tutto il mondo c’è gente convinta che la Heineken sia una birra “premium”, e molti sono disposti a pagarla come tale. La considerano la birra dei vincitori della Champions league e delle gare di Formula uno, due grandi eventi sportivi sponsorizzati dalla multinazionale. È una bevanda dalla raffinata aura cosmopolita.
Perfino l’agente segreto James Bond alterna una bottiglia verde di birra amsterdamese al suo classico vodka Martini. Secondo Freddy Heineken, ex amministratore delegato ed emblema dell’azienda, “la gente non beve birra, ma marketing”.
Liberismo pubblicitario
Nell’impero globale della Heineken, l’Africa occupa un posto speciale. Non solo la multinazionale prevede una crescita sostanziosa grazie agli utili realizzati nelle economie emergenti del continente, ma già oggi da qui trae profitti sostanziosi. Secondo i dati disponibili, l’Africa genera per la Heineken incassi più alti del 42 per cento rispetto al resto del mondo. La Nigeria è uno dei tre mercati più importanti per la multinazionale, prima ancora di grandi paesi occidentali come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia.
Come altrove, in Africa il marketing è importantissimo, e per la gioia del settore in molti paesi africani i limiti alla pubblicità sono quasi inesistenti. Ecco qualche esempio.
A Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, il logo della birra campeggia perfino all’ingresso di una stazione di polizia, di alcune farmacie e sugli scuolabus. In diversi paesi il logo è dipinto anche sulle pareti delle scuole elementari ristrutturate dall’azienda. E a Lagos, in Nigeria, la Heineken ha organizzato varie conferenze su birra e salute in cui si spiegava che il consumo di birra aumenta la speranza di vita, previene patologie e rende più belli. Si raccomandava di consumare un litro e mezzo di birra al giorno per godere di tutti i presunti benefici della bevanda.
Ambasciatrici del brand
Heineken impiega migliaia di ragazze che promuovono la sua birra in bar e club sparsi in tutto il continente. Un tempo si chiamavano “promotion girls”, mentre oggi l’azienda le definisce “ambasciatrici del brand”. Molte di loro subiscono abusi sessuali sul lavoro: sono vittime di palpeggiamenti o ricevono pressioni per andare a letto con i superiori se vogliono ottenere o mantenere l’impiego, e/o per prostituirsi a fine turno in modo da arrotondare i loro magri guadagni.
Nel 2019, quando ho svelato le diffusissime pratiche di abuso di cui erano oggetto queste donne, la Heineken ha promesso un rapido miglioramento. Se non fosse riuscita a garantire buone condizioni di lavoro in un certo paese entro tre mesi, avrebbe cessato le sue attività promozionali in quel paese. Ma quando ho scoperto che, alla scadenza del termine autoimposto, in Kenya non era cambiato nulla, la multinazionale ha rotto la promessa e continuato semplicemente a esporre le donne alle molestie.
Ho scoperto che il produttore di birra numero due al mondo è coinvolto in pratiche illecite e in numerosi presunti crimini
Non solo: anziché assumersi la piena responsabilità della situazione, l’attuale amministratore delegato di Heineken, Jean-François van Boxmeer, ha puntato il dito contro le agenzie interinali che assumono le “ambasciatrici” nella maggior parte dei paesi. “Non possiamo controllare tutto”, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano finanziario olandese Het Financieele Dagblad. A proposito dei vestitini succinti che mettono a disagio molte ragazze, ha detto: “Dovrebbero andarsene in giro con un sacco di patate? Potremmo discuterne all’infinito”. Van Boxmeer ha poi citato le “enormi differenze culturali” tra i vari paesi. L’ad considera il #MeToo “un fenomeno occidentale”.
L’anno scorso, all’assemblea degli azionisti di Heineken, Van Boxmeer ha ammesso pubblicamente di aver avuto una relazione con una ragazza “ambasciatrice” negli anni novanta, quando era direttore della filiale a Kinshasa. L’ha definito un “rapporto d’amore consensuale” e – fatto interessante – è stato applaudito dai presenti. La confessione non ha avuto conseguenze sulla sua posizione.
Il trattamento delle promotrici è solo uno dei molti esempi della controversa condotta imprenditoriale di Heineken in Africa. Dopo oltre sei anni di indagini sulle operazioni della multinazionale nel continente, ho scoperto che il produttore di birra numero due al mondo (preceduto solo da Anheuser Busch Inbev) è coinvolto in pratiche illecite strutturali e in numerosi presunti crimini, tra cui casi di frode e corruzione di alto livello. Attraverso una filiale belga, la Heineken ha congegnato un sistema per eludere il fisco.
Questione d’immagine
Nel mio libro affermo che la multinazionale potrebbe essersi resa complice di crimini contro l’umanità. In Burundi le attività della Heineken rappresentano il 10 per cento del pil e più del 30 per cento delle entrate fiscali. Dunque possono essere considerate un pilastro e salvagente del regime autoritario di Pierre Nkurunziza; nella Repubblica Democratica del Congo ha collaborato con il gruppo armato ribelle Rassemblement congolais pour la démocratie ed è stata fonte di finanziamento per un altro gruppo ribelle, l’M23; in Ruanda ha rivestito un ruolo importante nel genocidio del 1994. All’epoca, la Heineken mantenne aperti i birrifici in Ruanda, pur sapendo che la birra era usata come ricompensa e per motivare gli assassini. E ha continuato a pagare le tasse al regime che commise il genocidio.
Il suo contributo alla crescita, all’occupazione e allo sviluppo nella maggior parte dei paesi è trascurabile o probabilmente negativo, se si prendono in considerazione i costi per le economie e le società locali.
Malgrado tutto, la Heineken gode di una reputazione eccellente per le sue attività africane. O almeno, così è stato fino all’uscita del mio libro. L’azienda ha convinto governi, partner commerciali, ong e altre parti in causa dell’assoluta bontà della sua presenza per i paesi ospitanti: secondo la Heineken vincevano tutti. Per sottolinearlo, la multinazionale usa slogan come “Distillare un mondo migliore” o “Crescere insieme in Africa”. Ha creato la Heineken Africa foundation, un’organizzazione benefica che spende poco più di un milione di dollari all’anno per “colmare il divario tra ricchi e poveri in Africa”. Mi è tornato in mente il “segreto olandese” della Heineken. L’azienda che ha saputo trasformare una birra di qualità media in un prodotto apprezzato in tutto il mondo, è riuscita anche a presentarsi come una benefattrice per l’Africa, nonostante i suoi precedenti.
A ben vedere la Heineken sta utilizzando la stessa ricetta, fatta di marketing e propaganda, e negli anni si è creata una reputazione positiva in Africa.
Il continente è dipinto come un campo minato: gli africani sono poveri, quindi non possono comprare tanta birra quanta se ne compra altrove; le infrastrutture sono carenti, perciò è difficile distribuire il prodotto; i bassi livelli di istruzione complicano la ricerca di personale qualificato. Eppure, quasi per miracolo, la Heineken fa buoni affari, sostenendo di agire nel rispetto di tutte le leggi e le direttive internazionali. Nella sede centrale di Amsterdam, un ex manager ha parlato di “un’isola di perfezione in un mare di miseria”
Benché di certo in molti paesi africani non manchino gli ostacoli, la Heineken tace il fatto che sono proprio quegli ostacoli a rendere l’Africa tanto attraente. La povertà e le strade accidentate fanno sì che i concorrenti ci pensino due volte prima di provare a inserirsi nel mercato, e a una minore concorrenza corrispondono maggiori profitti. I bassi livelli di istruzione e la mancanza di regole chiare sulla pubblicità aiutano la Heineken a convincere i consumatori che bere birra fa bene alla salute.
Oggi molti governi occidentali sperano che le multinazionali possano essere dei volani dello sviluppo. Quello degli “aiuti al commercio” è un nuovo mantra, e la Heineken ha ricevuto milioni di dollari in sussidi governativi per i suoi investimenti africani. Una parte importante di questi sussidi proviene dall’Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale.
La Heineken continua a crescere in Africa creando ricchezza, soprattutto per gli azionisti occidentali.

(Traduzione di Stefano Musilli)
Questo articolo è uscito su Africa is a country.
Il libro di Olivier van Beemen Heineken in Africa è uscito in Italia a febbraio del 2020 per Add editore.


sabato 1 giugno 2019

La birra Ichnusa rilancia il vuoto a rendere: ecco la nuova bottiglia col tappo verde - Francesca Mancuso





La birra Ichnusa si tinge di verde. Il marchio sardo di recente ha rilanciato il vuoto a rendere inaugurando la nuova linea green di bottiglie.
Si chiama Vuoto a buon rendere. Sarà il tappo verde a contraddistinguere la nuova bottiglia insieme alla scritta “rispetto, riuso e impegno“ presente nel collarino. Essa sarà destinata soprattutto ai bar e alla ristorazione ma è disponibile anche nei formati da 33 e 25 cl.
Di recente, inoltre, è stato presentato ad Assemini (Cagliari) il nuovo impianto di produzione che ha permesso allo storico birrificio sardo di ridurre sempre più la quantità di vetro utilizzato.
Grazie all'iniziativa "Vuoto a buon rendere" infatti si potrà riutilizzare la stessa bottiglia per oltre vent'anni. Il progetto dai sondaggi è stato apprezzato da 9 sardi su 10. Una volta svuotata, infatti, la bottiglia dovrà essere restituita e tornerà a essere riutilizzata.
"Riuso, impegno e rispetto. Tre parole chiave che rappresentano il circolo virtuoso del vuoto a rendere" spiega l'azienda. "Questa pratica che altrove è andata persa, in Sardegna resiste ancora ed è una tradizione consolidata e virtuosa. Le bottiglie così sono riutilizzate anche per vent’anni. Hanno una storia e danno un messaggio importante: il rispetto verso l’ambiente".
I vantaggi sono molteplici, da una parte riguardano la riduzione delle missioni legate alla produzione e al trasporto del vetro, dall'altra si riflettono sulla produzione e lo smaltimento di rifiuti.
"Ogni bottiglia restituita, è una bottiglia che non viene abbandonata" continua l'azienda.
Se amate questa birra, da adesso in poi preferite quella col tappo verde.

lunedì 13 febbraio 2017

Un bar israeliano serve birra alla spina palestinese. Poi accade quanto tristemente prevedibile - Roni Kashmin



I proprietari del Libira Brewpub nella parte bassa di Haifa volevano solo dare ai loro clienti la possibilità di assaggiare una birra palestinese della fabbrica di birra Shepherds Brewery di Ramallah, proponendola per un mese. Non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata una patata bollente politica e che avrebbe provocato reazioni rabbiose. In effetti, la scorsa settimana, c’è stato un numero sempre maggiore di chiamate in linea per boicottare in toto il loro stabilimento.

“Non vogliamo nessuna birra fatta con sangue ebraico!!!” ha scritto un tale in un post, maledicendo i proprietari e chiamando al boicottaggio del pub. Altri commenti comprendono “Tutti i proventi vanno al terrorismo”, e, “Fammi sapere quando smetti di vendere questa birra così penserò a tornare.”

“Tutto è iniziato con due nostri messaggi su Facebook”, dice Leonid Lipkin, uno dei tre proprietari del Libira, che si trova sulla Hanamal Street, aperto tutti i giorni. “Uno era un post sul fatto che ospiteremo birre del birrificio Shepherds Brewery di Ramallah, e il secondo un post che abbiamo condiviso da quella fabbrica di birra – sulla festa della birra in corso a Ramallah. L’ho lasciato così com’era, senza entrare in nessuna questione politica”.

Birre provenienti da fabbriche di birra diverse sono spesso presenti nel bar di Haifa, spiega Lipkin, che si tratti di birra dalla Cisgiordania, o dalle colline della Giudea in Israele, o dall’estero. Fa tutto parte di un approccio aperto che si è sviluppato in una precedente incarnazione di Libira, conosciuto anche sotto quel nome.

Lipkin: “Ho pensato che sarebbe stato bello, come parte del concetto di luogo, offrire una selezione sempre diversa di birre provenienti da altri birrifici. E’ pure interessante assaggiare una birra diversa ogni volta, e ho pensato quanto questo fosse importante, e così naturale – un buon modo per conoscere i dintorni. Lo stesso genere di cosa può accadere con il cibo di luoghi diversi, attraverso la conoscenza della cultura e dei costumi altrui, così come per mezzo della birra che fanno. Fa tutto parte della stessa immagine.

“Quando abbiamo aperto il nuovo posto, non c’era dubbio che avremmo continuato la tradizione di una selezione di birre da birrifici ospiti, e così abbiamo fatto fin dall’inizio. Oltre alle nostre cinque birre, abbiamo sempre offerto diverse varietà di altri produttori di birra in Israele e all’estero.”

Tra le birre che offre il pub di Lipkin ci sono prodotti di fabbriche di birra come Srigim nella valle di Elah, sud-ovest di Gerusalemme; Dancing Camel a Tel Aviv; BrewDog in Scozia (“un vero modello”); e birre dalle birrerie Taybeh e Shepherds, “capita che entrambe si trovino in qui luoghi noti come ‘i territori’ o ‘Palestina’ o ‘Autorità palestinese'”, come dice lui.

Una volta, osserva con una certa ironia, doveva andare a Tel Aviv per bere birra prodotta dalla Taybeh Brewing Company – anche se dice di avere avuto un lungo legame personale con i suoi proprietari. Taybeh è un villaggio a maggioranza cristiana che si trova a nord est di Ramallah, e la sua fabbrica di birra ospita un Oktoberfest.

“Taybeh e Shepherds – sono entrambi birrifici dei nostri vicini e, se fanno buona birra, non vedo quale sia il problema nel berla. In realtà, credo che tutti noi dovremmo avere un interesse naturale verso le persone che ci stanno intorno, soprattutto a Haifa, con la sua popolazione mista di ebrei e arabi”, continua Lipkin. “Per quanto riguarda queste fabbriche di birra nel territorio dell’Autorità Palestinese, è un po’ triste, senza con questo voler entrare in politica. Perché, chi fa la birra? I cristiani. E si può immaginare che sia come trovarsi tra l’incudine e il martello”.

Senza speculare ulteriormente sul motivo per cui i produttori di birra nei territori dovrebbero essere bersaglio di tante critiche, aggiunge: “Mi sembra così naturale e ovvio voler conoscere i propri vicini di casa, che non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di una spiegazione. E sì, lo stesso vale per qui, quando alcuni dei vicini di casa sono arabi “.

Tuttavia, per alcuni di coloro che hanno lasciato commenti nei post di Libira sull’offerta di birra Shepherds, i palestinesi sono apparentemente nemici, prima di tutto.

“Sostenete il nemico e siete fieri di farlo! Siete il peggio del peggio!” sbraitava uno. “Continuate a sostenere la Palestina,” protestava un altro. “Chiunque vende birra dalla AP dovrebbe essere boicottato da Israele”, ha scritto un altro ancora.

Come se questo non bastasse, commentatori arrabbiati hanno anche fatto in modo di dare alla fabbrica di birra una stella (su cinque) divalutazione e hanno aggiunto un tag (in ebraico): “Boicottaggio Libira.” La posizione del pub ha cominciato a risentirne.

Eppure, nonostante tutto, Lipkin sembra essere abbastanza tranquillo (“Anche se commenti razzisti e di incitamento continuano ad arrivare”).

“Ovviamente, non è piacevole e naturalmente mi riferisco ai feedback su Facebook,” dice. “Ma solo per coloro che sapevo per certo che avevano dato un punteggio basso al pub solo a causa dei recenti eventi e non perché ne avessero una brutta esperienza. Eppure, mi piacerebbe mantenere una valutazione obiettiva”.

Come è possibile conoscere le ragioni che stanno dietro le varie valutazioni? “E’ facile a dirsi, e non solo per i tempi, ma perché i commenti inviati con queste recenti valutazioni lo indicano direttamente – puoi vedere il pregiudizio. Sono pieni di incitamento e razzismo o, nel migliore dei casi, pura spazzatura. Quando vedi qualcosa tipo, ‘Non bere la birra fatta col sangue degli ebrei’ – dai! E sai che ti dico? Se avremo meno clienti che la pensano così, non ne saremo veramente dispiaciuti – l’aria nel posto sarà più fresca”, dice Lipkin, prendendosi appena una pausa per respirare aria lui stesso.

“Noi di solito al Libira amiamo tutti i nostri clienti, ma non abbiamo bisogno che tutti vengano qui. E i clienti cosa vogliono? Non si lasciano toccare da queste reazioni, quindi continueremo a fare le cose nel modo in cui vogliamo”.

Traduzione Simonetta Lambertini-invictapalestina.org


sabato 21 giugno 2014

i birrai salveranno il mondo?

La tecnica estrattiva che permette di sfruttare lo shale gas (impropriamente tradotto come “gas di scisto”) è la fratturazione idraulica o fracking. Si tratta della perforazione orizzontale, e non verticale, di uno strato roccioso nelle profondità del terreno (1500-6000 metri), estremamente permeabile e contenente gas naturale. Per estrarlo, vengono aperte delle fratture tramite piccole esplosioni, poi allargate pompando acqua e sostanze chimiche a pressioni elevate. Da lì, il gas confluisce nella condotta del pozzo e arriva in superficie. Una procedimento complesso, che richiede perforazioni e fratturazioni continue. E rischioso a causa di perdite di gas, sismicità indotta e contaminazione delle falde acquifere. Il principio di precauzione ha fin qui sconsigliato all'Europa di abbracciare questa tecnica, con poche eccezioni (in primis Polonia e Regno Unito). Ma la crisi ucraina ha evidenziato le controindicazioni geopolitiche derivanti da una eccessiva dipendenza dalla Russia. A dover affrontare la sfida maggiore è la Germania, locomotiva del Vecchio Continente nonché primo cliente di Mosca. E tra le ipotesi al vaglio c'è anche l'estrazione da shale, che ha reso gli Usa i maggiori produttori al mondo di gas. Se ne è discusso al G7 Energia e ora il governo di Angela Merkel sta preparando una proposta di regolamentazione a riguardo. Sia in Germania che negli stessi Usa le voci contrarie per gli impatti ambientali di questa tecnica sono molte. E In prima linea ci sono le fabbriche di birra.     
È negli Stati Uniti che per la prima volta alcuni birrifici si sono opposti al fracking. La ragione? Sta nei rischi per la qualità dell'acqua, materia prima e ingrediente fondamentale per la fabbricazione della birra, dovuti agli agenti chimici impiegati e a sostante tossiche, come il metano, che si sprigionano dalle rocce fratturate e possono penetrare nelle falde. In diversi stati americani le perforazioni sono già iniziate da tempo e certamente aumenteranno. Non è un caso, dunque, che nel paese pionere dello shale gas l'attenzione sul fracking sia alta e che siano state già molte le manifestazioni di protesta, da ultimo il festival anti-fracking del Colorado. Proprio una fabbrica dello Stato più trivellato d'America, la Colorado's Bew Blegium Brewery si è apertamente schierata contro la fratturazione idraulica, al punto di a finanziare la campagna Frack Free Colorado. Nello stato di New York, invece, a sentirsi minacciate dal fracking sono state la Ommegang Brewery di Middlefield e la Brooklin Brewery, che ha esposto le proprie ragioni nel video qui sotto. Più recentemente, diversi birrifici si sono uniti nella campagna “Brewers for Clean Water”, che ha fatto pressione sull'amministrazione Obama per aggiornare la normativa in sulla tutela delle acque, fornendo delle linee guida relative agli impatti dell'attività industriale per tutti gli Stati federali...
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