domenica 1 novembre 2026

Ho perso un ghiacciaio - Nicolaso Lozito

Forse per la prima volta in vita mia ho capito cosa significa solastalgia. O meglio, per la prima volta l’ho provata.

Solastalgia è una di quelle parole che vanno di moda nei libri sull’ambiente, che fa un po’ bello citare ma che poi nessuno conosce.

Significa il disagio per dei cambiamenti negativi nel proprio ambiente di vita. Il neologismo è stato coniato nel 2003 da un filosofo australiano, Glenn Albrecht, per indicare il dolore che si prova quando un luogo naturale a cui siamo molto legati viene distrutto o cambia per sempre, come può capitare per un disastro naturale, o per un intervento umano o ancora per i cambiamenti climatici.

Ho provato solastalgia quando ho letto che il monte Tricorno (Triglav) ha perso il suo ghiacciaio. Questo è tutto ciò che è rimasto al 19 ottobre scorso:

Dall’analisi di foto e documenti storici si stima che a metà dell’Ottocento il ghiacciaio coprisse circa 40 ettari. Nel 1946, quando sono iniziate le prime misurazioni metodiche, la sua superficie era scesa a 14 ettari. Tra 1983 e 2003 si era ridotto ulteriormente del 93%, arrivando ad appena un ettaro. Se come me non vi intendendete di ettari, significa che 150 anni fa era grande come tutta Città del Vaticano e, all’inizio del millennio, piccolo come un campo da calcio e mezzo.

Arriviamo a quest’anno: a fine estate erano rimaste poche chiazze di ghiaccio, ora definitivamente scomparse dopo mesi di record di temperatura infranti e anni di cambiamento climatico causato dalle attività umane sempre più forte ed evidente.

Il monte Triglav è il più alto della Slovenia, 2.864 metri sul livello del mare e fa parte delle Alpi Giulie. La vetta della montagna è nella bandiera della Slovenia, nei simboli del Fronte di liberazione partigiano e più prosaicamente nel simbolo della Lasko, la birra più famosa di Slovenia (e celebre, tra noi friulani, per la rima “Bevo Pivo finché vivo, bevo Lasko finché casko”).

Il ghiacciaio nel 1920 (Foto dall’archivio dell’Istituto geografico Anton Melik – altre immagini qui)

Mio nonno era sloveno, io mi sono laureato a Gorizia, a cinquecento metri dal confine tra Italia e Slovenia. Il Triglav è a un’ora e mezza da lì. Non sono mai salito in cima alla montagna, lo ammetto, ma in realtà non sono mai salito salito su nessuna montagna, finirei in una scarpata in men che non si dica.

L’ho visto, sì, il Tricorno, l’ho riscoperto anni fa quando ormai non abitavo più da quelle parti. Ho un ricordo vivido di quelle terre, credo facciano parte del mio patrimonio di memorie e origini famigliari, idealizzate per resistere per sempre.

Scriveva Julius Kugy, padre dell’alpinismo nelle Alpi Giulie:

«Il Triglav non è semplicemente una montagna, è un regno. È il trono degli dei che regna sovrano sopra un immenso e silenzioso mondo di roccia».

Ai tempi dell’università in un cinema di Gorizia ho visto un documentario sloveno muto del 1931, Nel regno del Corno d’Oro, che mostrava un gruppo di alpinisti che salivano sulla montagna più alta del Paese, abitata, secondo le leggende, da un camoscio dalle corna d’oro, lo Zlatorog.

Per farvi capire ancora di più quanto è importante il Triglav per gli sloveni: quel film è stato anche il primo lungometraggio della storia del Paese. Sul film ho anche scritto uno dei primissimi articoli della mia vita, su Sconfinare, il giornale universitario. L’articolo è andato perso, ma il documentario no, è su Youtube. Le vette ghiacciate della montagna compaiono in diverse scene del film… immortalate in un tempo che non tornerà mai più.

Il ghiacciaio del Triglav forse aveva più di 20.000 anni, quando l’Europa era piena di mammut. Ecco quanto era vecchio. Era sopravvissuto alla fine dell’era glaciale, 12.000 anni fa, quando le temperature salirono di diversi gradi e la specie umana iniziò ad abbandonare il nomadismo. Non è riuscito a sopravvivere l’età del petrolio.

Racconta uno dei ricercatori dell’Istituto geografico Anton Melik, ente che studia il ghiacciaio:

«Lo scioglimento recente è stato incredibile. Nel 2022 abbiamo estratto una carota di ghiaccio per alcune analisi geochimiche e lo spessore era di circa cinque metri. L’anno successivo mi trovavo esattamente nello stesso punto, ma non ero più sul ghiaccio: ero sulla roccia».

Non so quale sia il rito migliore per dire addio a un ghiacciaio. Sicuro il trauma assomiglia molto a un lutto collettivo, come quando muore una persona molto famosa, amata anche da chi non l’aveva mai conosciuta. In Islanda nel 2019, infatti, allo scioglimento dell’Okjökull hanno organizzato un funerale e posto una targa, e l’esperienza si è ripetuta in diversi ghiacciai morenti del mondo.

Per alcuni è anche un lutto personale. Un altro ricercatore dell’Istituto Melik, Miha Pavšek, glaciologo e guida alpina, ha una foto dei genitori scattata sul ghiacciaio nel 1957. Dove c’era il ghiaccio ora c’è la roccia. Ha raccontato in un podcast (in sloveno):

«Con lo scioglimento del ghiacciaio, se ne va anche una parte di me. Ci sono cose che gli esseri umani pensavano fossero eterne. Evidentemente i ghiacciai non lo sono più».

Una delle canzoni popolari più celebri della tradizione slovena è “Oj, Triglav, moj dom”, Tricorno, casa mia, i cui versi si trovano anche sulle monete da cinquanta centesimi del Paese.

Oggi quella casa è un po’ più vuota. Ecco cosa significa solastalgia.

da qui