Visualizzazione post con etichetta Giulio Cavalli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giulio Cavalli. Mostra tutti i post

lunedì 21 aprile 2025

“Zero euro dalla Sanità alla Difesa”. Ma la Salute rischia il collasso - Giulio Cavalli

Il ministro nega tagli alla sanità, ma il M5s denuncia: “Piano di Riarmo da 800 miliardi, zero risorse in più per medici, cure e farmaci”

Alla Camera, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto al question time con la formula più rassicurante possibile: “Nessun dirottamento di risorse dalla sanità alla difesa”. Ha parlato di “strumentalizzazioni infondate” e “accostamenti fuorvianti” tra politica sanitaria e politica militare, rivendicando “una visione integrata” e “un impegno crescente per la salute degli italiani”. Ma la realtà, fuori dal perimetro del Parlamento, è molto meno rassicurante.

La sanità pubblica è in crisi strutturale. I medici e gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa. Gli ospedali chiudono reparti per mancanza di personale. Le liste d’attesa si allungano. Mezzo milione di persone in Italia – ha ricordato la deputata del M5s Gilda Sportiello – non ha più soldi per curarsi. Centomila sono bambini. E il governo, mentre lascia tutto questo sullo sfondo, ha accettato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro per i prossimi anni. È questa la sproporzione che il Movimento 5 stelle ha voluto denunciare.

Sanità sotto sforzo, ma i conti dicono altro

Sportiello non ha usato giri di parole: “Com’è possibile che dopo due anni di governo, di fronte al collasso del sistema sanitario pubblico, il ministro venga a dire che va tutto bene? Com’è possibile che il suo governo abbia accettato un piano di riarmo europeo da 800 miliardi e non trovi risorse per la sanità pubblica? Lei sa che le persone sono in apprensione perché non sanno se dovranno rinunciare alle cure perché non hanno soldi per curarsi?”. Domande nette, prive di contorno ideologico, che chiedono una risposta politica alle quali è seguita l’autodifesa istituzionale del ministro.

Schillaci ha ricordato l’aumento del Fondo sanitario nazionale: 5 miliardi in più nel 2024 rispetto all’anno precedente, 16 miliardi in più rispetto al 2020, e 20 nel 2026. Ma non ha detto che questi numeri non bastano. Non tengono conto dell’inflazione. Non colmano le lacune strutturali che da anni affliggono il sistema sanitario. Non servono a fermare l’emorragia di professionisti che abbandonano gli ospedali pubblici per emigrare all’estero o rifugiarsi nel privato.

Le priorità del governo non sono neutrali

Il ministro ha anche assicurato che la salute è “una priorità assoluta”. Ma intanto si accumulano le rinunce alle cure, le prestazioni negate, i ticket inaccessibili. In molte regioni si muore prima, semplicemente perché si nasce nel posto sbagliato. Il ministro ha promesso un aggiornamento dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, ma senza spiegare con quali fondi e in quali tempi. E senza dire come intenda garantire davvero l’accesso universale alle cure mentre la spesa sanitaria privata supera i 40 miliardi l’anno e la medicina diventa un lusso per chi può permettersela.

La questione posta dal M5s non è una provocazione, ma un punto politico. A fronte di un piano di riarmo da 800 miliardi e dei circa 30 miliardi che farebbero capo all’Italia – il più imponente della storia – il governo sostiene di non avere margini per assumere medici, costruire presidi territoriali, garantire farmaci salvavita. Se non è un dirottamento di risorse, è sicuramente una gerarchia di priorità.

La realtà è lì, nelle ambulanze che aspettano fuori dai pronto soccorso, nei pediatri che mancano, nei centri per le malattie rare lasciati a se stessi. E nei genitori che si chiedono se riusciranno a pagare la prossima visita specialistica.

Il ministro dice che le accuse sono “strumentalizzazioni”. Ma forse la vera strumentalizzazione è usare la parola “priorità” per descrivere un sistema che lascia indietro i più fragili e trova sempre nuove risorse per le armi.

da qui

sabato 12 aprile 2025

Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia - Giulio Cavalli

  

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

da qui

giovedì 13 giugno 2019

La Terra dei Fuochi è sotto casa vostra - Giulio Cavalli



Duecento carabinieri impegnati. Duecento. Diecimila tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente. Diecimila. Sono i numeri dell'imponente operazione dei militari del Noe, ma soprattutto sono i numeri di un Nord che nonostante gli sforzi delle forze dell'ordine e della magistratura continua a credere che la Terra dei Fuochi sia un problema campano o al massimo tutto meridionale, qualcosa che devono sbrogliarsi loro, auspicando una sorta di secessione delle responsabilità che sembra più una pilatesca lavata di mani che una reale presa di coscienza delle responsabilità.

I rifiuti, vero business della criminalità organizzata
Che i rifiuti siano il vero grande business delle associazioni criminali (dopo la cocaina) lo dicono da anni ormai i pentiti di qualsiasi tipo di mafia (che sia Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta o Sacra Corona Unita) e che il nord sia il nuovo Eldorado non solo per quanto riguarda i rapporti con gli imprenditori, ma anche per gli sversamenti, è qualcosa che ormai dovrebbe essere noto a tutti. Dovrebbe e invece no. Perché ci siamo dimenticati in fretta di ciò che successe nel quartiere Santa Giulia a Milano (sversamenti su un terreno che avrebbe dovuto ospitare un intero nuovo quartiere tra cui un asilo) e perché ci siamo dimenticati che sulla questione cave in mano alla mafia calabrese già le ultime operazioni hanno parlato chiaramente.

Sconcerta l'immobilismo di politica e società civile
La cosa che sconcerta di più però è l'immobilismo con cui la politica e una parte della società civile accolgano queste maxi operazioni, incapaci di suscitare il benché minimo segnale di sdegno, riempiendosi le parole di memoria passata e poca memoria praticata. Ci sono, nelle ultime grandi opere lombarde, problemi di rifiuti pericolosi interrati sotto le strade e questione di cemento depotenziato (lo dicono i pochi, giornalisticamente inascoltati, pentiti di ‘Ndrangheta) che stanno segnando il passo in una regione che, vedrete, anche su questo si sveglierà all'improvviso quando ormai sarà troppo tardi.

In Lombardia non ci sono solo reati "puliti"
A forza di parlare di colletti bianchi della mafia più di qualcuno (e di molto importante) si è fatto l'idea che in Lombardia si consumino solo i reati puliti, quelli che non si vedono, non si sentono, sparano poco, non disturbano l'onore e la quiete regionale eppure la radicalizzazione della ‘Ndrangheta in primis (lo dice anche la Commissione Antimafia) ha già evidenziato come tutto avvenga esattamente come al sud, forse con una maggiore attenzione a creare reti consolidate che non si ritrovino a fare troppo casino tra di loro (del resto è sempre la mamma Calabria che decide) ma con le stesse modalità. Per questo la Terra dei Fuochi in realtà ce l'abbiamo tutti vicino a casa, che sia roba di mafia, di cattiva imprenditoria o di tutte e due le cose assieme. E sarebbe ora di accorgersene.

lunedì 17 luglio 2017

Donato, il vigile che vide la mafia a Brescello prima di tutti. E ci ha rimesso il lavoro - Giulio Cavalli


Si chiama Donato Ungaro e oggi guida bus di linea. Non vive più a Brescello, "sono stato abbandonato, semplicemente" racconta al telefono nella pausa veloce tra una corsa e l'altra. Ma non ha rimpianti, quelli no: "sto scrivendo un libro per mettere in fila tutti i fatti che ho vissuto. Quando li racconto ho sempre il timore di non essere creduto". E scrivere, per Donato, è un tarlo a cui non riesce a rinunciare anche se l'ha messo nei guai. Giornalista giornalista, con tanto di esame di stato. Sul pullman 32.

«Nel 1994 vengo a assunto come vigile urbano a Brescello», mi racconta. La Brescello di Peppone e Don Camillo, la Brescello che è diventata notizia nazionale quando un anno fa è stato il primo comune dell'Emilia-Romagna sciolto per mafia: secondo le carte della Prefettura (poi confermate dal governo) a fare da padrone sugli appalti e subappalti pubblici erano i tentacoli della cosca di ‘Ndrangheta guidata da Francesco Grande Aracri che l'ex sindaco Marcello Coffrini non ebbe nessun problema nel descrivere come "una brava persona" che egli stesso aveva "usato per dei lavori a casa mia". «Quando sono stato assunto era sindaco Ermes Coffrini, padre dell'ex sindaco Marcello. Avevo già la passione per il giornalismo e per l'inchiesta e chiesi di avere l'autorizzazione a collaborare con alcune testate. Furono entusiasti. L'8 marzo del 2002 scrissi il mio primo articolo per la Gazzetta di Reggio».

Ma c'era già sentore di mafia?

Sì. Auto rovinate dall'acido. Minacce esplicite. Si diceva che fosse diventata abitudine sparare contro le baracche dei cantieri che non si "allineavano" al volere dei curtensi. E poi c'era Alfonso Diletto (nipote di Grande Aracri, attualmente recluso in regime di 41bis nell’ambito dell’operazione Aemilia nda) che in paese conoscevano tutti per i suoi atteggiamenti. Ricordo in particolare un episodio: un giorno mi strappò davanti alla faccia una multa per divieto di sosta che gli feci. Me lo strappò in faccia, davanti a tutti. Quando poi lo ritrovai a casa sua mi disse che non erano un problema i soldi della contravvenzione ma che non potevo fargli fare una figura del genere davanti alla gente. Per loro contava soprattutto il senso di impunità che dovevano poter esibire. Va detto che, nonostante se ne siano dimenticati in tanti, Brescello è stata teatro di un omicidio di mafia che si inserisce nella guerra tra il clan dei Dragone e i Grandi Aracri. Un omicidio in grande stile, con killer travestiti da carabinieri e addirittura un'auto dei carabinieri, ovviamente finta.

Ma le forze dell'ordine cosa dicevano?

I carabinieri cercavano di convincere la gente a lasciar perdere. Consigliavano di non denunciare. Nel 1997 prende fuoco il garage del mio vicino di casa: sento le urla e scendo per spegnere le fiamme. Arrivano anche i carabinieri. erano evidenti le tracce di cherosene e addirittura anche la strisciata di fiammifero sulla serranda di zinco. Il maresciallo mi chiede se io avevo avuto qualche diverbio con i cutresi in paese e gli rispondo che, da vigile, non tolleravo i loro soprusi. "Allora hanno sbagliato indirizzo, questo era per lei", mi disse. E tutto finì lì.

Tu invece avevi denunciato?

Decine di denunce. Avevo denunciato diverse persone per oltraggio e per minacce. Ma l'aspetto che più di tutti continua a stupirmi è che avevo fatto anche 5-6 segnalazioni per abusi edilizi e di queste segnalazioni non se n'è mai saputo niente. Ne quartiere chiamato "Cutrello" (in quegli anni la comunità vide una forte ondata immigratoria di cittadini cutresi legati all'eccezionale sviluppo edilizio) mi ero reso conto di una palazzina in cui era stata autorizzata la costruzione di 4 appartamenti mentre in realtà ne erano stati fatti il doppio. Il sindaco mi disse di lasciar perdere. Nel 2002 avevo scritto un articolo, con tanto di foto, in cui mostravo anche l'impresa più grande della zona (la Bacchi) che estraeva illegalmente sabbia dal Po. Partì anche un'inchiesta. Qualche settimana dopo mi hanno tagliato le gomme dell'auto. Di Notte. Per ben due volte.

Quando sei stato licenziato?

Il 28 novembre del 2002. Ufficialmente perché, secondo il Sindaco, rischiavo di violare il "segreto d'ufficio". Il mio licenziamento comunque è legato alla mancata costruzione di una centrale elettrica che avrebbe portato al comune qualcosa come 50 milioni di euro oltre alle tasse di concessione (si parlava dai 3 ai 9 miliardi di lire). Scrissi un articolo in cui una dottoressa spiegava che proprio nella zona di Brescello c'era una concentrazione anomala di tumori. Il sindaco si arrabbiò moltissimo. Sulla possibilità di costruzione di quella centrale avevano investito in molti: Claudio Bacchi (titolare della Bacchi) aveva già comprato i terreni agricoli con la promessa che li avrebbero convertiti. Poi Bacchi s'è beccato, con la sua impresa, anche un'interdittiva antimafia dalla Prefettura per contatti con persone di Cosa Nostra e con Grande Aracri.

Possiamo dire che i Coffrini non potevano non sapere che le mafie stavano mettendo le mani sulla città?

Possiamo dire che i Coffrini, padre e figlio, avevano in mano tutte le carte per capire e giudicare. Ma bisogna tenere conto che i Grande Aracri sono clienti proprio dello studio legale Coffrini e abbiamo tutti visto come Marcello Coffrini in video non si faccia problemi nel difendere il boss. In paese i cittadini, passato il rischio della centrale per cui si era anche creato un comitato spontaneo, si sono "dimenticati" del pericolo. ¡E la condizione tipica della colonizzazione: i figli sono compagni di gioco dei ragazzi di Brescello. Addirittura alcuni in paese dicevano che Grande Aracri bisognava lasciarlo in pace perché portava lavoro. E anche il comune godeva di una certa impunità.

In che senso?

Ti racconto un altro episodio: quando sono stato licenziato il mio posto da vigile è stato preso da un dipendentemente comunale che precedentemente guidava lo scuolabus. Dopo qualche mese in paese gira la voce che questo sia dotato di pistola. Per scrupolo vado dai carabinieri e chiedo se gli è stato comunicato che io non ho più in uso l'arma. Mi rispondono che non ne sapevano nulla. Allora faccio una segnalazione in Procura: c'era in giro per Brescello una persona armata che usava una pistola intestata al sindaco e che risultava essere in uso a me. Una cosa gravissima. Roba da galera. Qualche giorno dopo mi arriva una raccomandata dal Comune che mi dice che avevano sistemato tutto. E nessuno è mai stato punito. Nessuno.

Però poi c'è stato lo scioglimento del comune e gli arresti dell'operazione Aemilia. Qualcuno ti ha chiesto scusa?

Nessuno. Tieni conto che io ho perso anche il lavoro con le diverse redazioni con cui collaboravo, come la Gazzetta di Reggio e TeleReggio. Ma il problema è soprattutto politico: qui non ci sono gli anticorpi. Inutile dirlo. Io non sono nemmeno mai stato ascoltato dalla commissione antimafia regionale. Niente. Del resto a Brescello, lo dicono le carte dell'indagine Aemilia, i cutresi spostano qualcosa come 400 voti. Decidi le sorti di un sindaco, con 400 voti. Ma anche fuori da Brescello la musica non è cambiata: quando sono finito a fare l'autista mi è stata affidata la direzione del giornale del Dopolavoro dell'Azienda Trasporto Passeggeri Emilia Romagna, "L'Informatore". Anche qui sono stato licenziato dopo un'intervista a Claudio Fava in cui denunciava la forza delle mafie nella nostra regione. Si dice che l'ordine di licenziarmi sia arrivato direttamente dalla presidenza dell'azienda.

Eppure il tuo licenziamento è stato dichiarato illegittimo, no?

Da tre sentenze. Tre. La prima nel 2010, poi la Corte d'Appello nel 2013 e infine la Cassazione nel 2015. Ma il comune ha fatto un reintegro non regolare: il comune mi ha inviato una raccomandata a mezzogiorno dicendomi che avrei dovuto presentarmi al lavoro alle 7 del mattino dopo. Una cosa ovviamente impossibile e che non rispetta i contratti di lavoro che prevedono un preavviso di almeno 30 giorni. Quando sono arrivati i commissari, dopo lo scioglimento per mafia, ho sperato che ci mettessero una pezza ma niente. Tieni conto che lo scioglimento manda a casa i politici ma rimangono ovviamente tutti i funzionari che quei politici hanno nominato. E anche i sindacati non si sono visti. L'unica che mi è stata vicina è una consigliera comunale della Lega Nord, nonostante le posizioni politiche diametralmente opposte rispetto alle mie. Ora sono qui, ridotto a fare l'autista.

Ma una speranza di avere giustizia?

Dovrei intentare una nuova causata ci ho già rimesso 15 anni della mia vita. Basterebbe annullare il mio licenziamento, come è già avvenuto numerose volte da altre parti. Ma non c'è la volontà. Alla Camera c'è un'interrogazione di Giovanni Paglia a cui il ministro non ha mai risposto.

E quindi?

Quindi scrivo. Sto scrivendo un libro. Racconterò tutto. Ancora.


sabato 6 maggio 2017

L’uomo che si vuole uccidere e i passanti che lo tengono stretto: l’umanità non è morta - Giulio Cavalli

A Londra degli sconosciuti hanno convinto un aspirante suicida a desistere dal gettarsi da un ponte. Poi sono stati quasi un’ora allacciati aspettando che arrivassero i soccorsi. Da sconosciuti a indispensabili, per non farsi vincere dalla disperazione.



La foto è stata pubblicata dal gruppo facebook Spotted Portsmouth ma siamo a Londra. Lunedì mattina. L'uomo sul bordo del ponte aveva deciso di suicidarsi, gettandosi, ma è stato intercettato da alcuni passanti che l'hanno convinto a desistere. In quei momenti in cui l'istinto suicida decide di fare un' inversione a u e tornare sui suoi passi scattano meccanismi troppo complessi per starci dentro una generalizzazione e di lui, di quell'uomo ad un passo dall'abisso, in tutti i sensi, non sappiamo nemmeno il nome.

Quello che sappiamo è che dopo averlo salvato sono rimasti lì, con lui, ad aspettare per quasi un'ora ad aspettare che arrivassero i soccorsi. Guardateli: un gruppo di perfetti sconosciuti avvinghiato a un uomo che si tiene sul bordo delle sue disperazioni. E quello che colpisce, osservandoli, è la forza ostinata con cui si stringono come se avessero un milione di anni di cose da raccontarsi, secoli di familiarità. Dalla recinzione del ponte sbuca una mano che lo tiene addirittura per la cintura dei pantaloni, qualcuno rimane inginocchiato abbracciandogli i polpacci, in posizione di preghiera laica confidando che non arrivi il ripensamento di un ripensamento. Un altro lo abbraccia, mica per tenerlo, sussurrandogli qualcosa.

Le parole che sarebbero da scrivere qui sono quelle che si stanno scambiando sottovoce quei due. Le parole di due sconosciuti che in un istante diventano salvato e salvatore, sicuri di essere già una cicatrice che rimarrà, uno per l'altro, comunque vada a finire. Robert Green Ingersoll scrisse: «Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano». Quelle mani allacciate sono un inno alla vita.

Trattate le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutatele a diventare ciò che sono capaci di essere.
Lo diceva Goethe e, di questi tempi, è da tenere bene a mente. Sempre in tasca.

domenica 16 aprile 2017

Hicham, l’imprenditore arrivato col barcone che dà un lavoro fisso alla dipendente incinta - Giulio Cavalli


Hicham Ben ‘Mbarek è arrivato anni fa in Italia dal Marocco a bordo di un gommone. Ora è un imprenditore di successo e quando ha saputo che la sua dipendente con contratto in scadenza era incinta ha deciso di assumerla a tempo indeterminato. Una storia che sarebbe normale, in un Paese che normale sui diritti non lo è più.

Ha ragione Hicham Ben ‘Mbarek quando dice «non dovreste intervistare me ma andare da chi licenzia una donna solamente perché è incinta» ma in una Paese in cui la normalità e i diritti sono diventati un'eclatante eccezione forse vale davvero la pena di raccontarla questa storia che ribalta tutti i peggiori luoghi comuni e rilascia un po' di aria fresca.

Il protagonista, Hicham Ben ‘Mbarek, è arrivato dal Marocco anni fa. Lui e la madre. Su un gommone. E forse non serve aggiungere altro per dare i colori dell'inizio: «l'Italia non è una giostra su cui salire e divertirsi – racconta intervistato da Il Corriere della Sera – ma un luogo in cui ritagliarsi con la fatica e l'impegno il proprio spazio. E rispettarlo». Basterebbe partire da questa sua affermazione per cogliere il senso della fatica e della serietà che spesso arrivano anche dall'altra parte del Mediterraneo.

Ben si mette a lavorare sodo e insieme al suo socio Matteo Masini fonda un'azienda artigianale di abbigliamento in pelle: una realtà commerciale con negozi a Firenze, Milano, Roma, Verona e Tokio che veste tra gli altri il cantautore Ligabue e il calciatore Eto'o. Tredici dipendenti assunti solo a Firenze (di cui 12 italiani, per gli amanti delle statistiche): «il nostro indotto sostiene 50-60 famiglie», racconta Ben. Tra loro c'è anche Letizia Chiari che, sul finire dell'anno scorso, proprio in dirittura d'arrivo della fine del suo contratto, ha scoperto di essere incinta. «Quando l'ho saputo ero sicura di avere un futuro da mamma felice ma disoccupata», racconta Letizia. Del resto, vi avevo avvisato, questa è una storia di un Paese capovolto nei diritti e nei bisogni.

Invece Ben, alla cena aziendale del natale scorso, comunica a Letizia la decisione di assumerla a tempo indeterminato. «Perché è normale», dice lui. Già, è normale anche se qualcuno vorrebbe convincerci del contrario. E ha ragione Ben quando dice che "dovrebbe essere la regola", mica l'eccezione. E per questo la storia merita di essere raccontata.

Hicham Ben ‘Mbarek, tra l'altro, nel 2011 ha ricevuto un trapianto di cuore, durante una partita di calcetto il suo si è fermato e solo un cuore nuovo gli ha salvato la vita. «Sono un musulmano con un cuore cristiano», dice sorridendo e, con leggerezza, in una frase ci mette dentro anche tutto il senso della condivisione come arma contro il terrorismo, nonostante anche questo sia così terribilmente fuori moda di questi tempi.

Poi chiede che non gli venga fatta troppa pubblicità per «un semplice atto di civiltà». E piacerebbe anche a noi non doverne scrivere. Sarebbe un Paese migliore, probabilmente. Ma ora no: ora questa storia va letta per davvero.

mercoledì 12 aprile 2017

le bambine salveranno il mondo

Sophia sceglie per regalo la bambola nera, una commessa le chiede perché, e lei risponde così - Giulio Cavalli

Ha imparato a farla nel vasino Sophia e la mamma ha deciso di premiarla. Succede tra genitori e bambini in tutti gli angoli del mondo ed è successo anche qui nella Carolina del Sud dove la madre, Brandi Benner, ha deciso di accompagnare la figlia in un centro commerciale per ritirare l'agognato premio. E alla fine Sophia ha deciso per una bambola. Una bambola dottoressa con due grandi occhi verdi, il camice, i capelli raccolti e tirati indietro e la pelle nera. In realtà Sophia la pelle nera non l'ha nemmeno notata se non fosse per l'insistenza della commessa. E la meravigliosa risposta della bimba.
La storia la racconta la madre con un post su Facebook: scelta la bambola madre e figlia si sono avvicinate alla cassa dove l'addetta del negozio di giocattoli ha chiesto alla bambina se fosse proprio sicura di volere quel modello di bambola. «Devi andare a una festa di compleanno?», ha chiesto la commessa e, come scrive la madre, lei e la figlia sono rimaste senza risposta, guardando nel vuoto. «Forse devi regalarla a qualcuno?», ha insistito la commessa. E Sophia ancora non capiva. I bambini hanno pensieri ferocemente semplici e per fortuna non seguono i sentieri contorti degli adulti.
«Ma sei proprio sicura di volere questa bambola?», e lì Sophia si è accesa dicendo che sì, che era proprio contentissima di quella bambola. «Ma questa non ti assomiglia per niente – ha detto la commessa, riferendosi al colore della pelle del giocattolo – e ne abbiamo molte alte molto più simili a te». Non c'è niente di più patetico di un adulto che cerca di essere razzista di fronte a un bambino, ma con cortesia.
«Sì mi somiglia. Lei è una dottoressa come me. Lei è una bella ragazza come lo sono io. Guarda i suoi capelli, fantastici! E guarda il suo stetoscopio!» Racconta la madre che alla commessa è uscito di sguincio un sorriso mezzo mortificato prima di bisbigliare stiracchiato un "sì è vero".
Perché il razzismo non sta nei colori ma sta negli occhi di chi lo guarda e Sophia, come tutti i bambini, non è inquinata dalla ferocia di certi adulti. Come dice il Piccolo Principe:
"Ecco il mio segreto. E’ molto semplice:
Non si vede bene che con il cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi".


domenica 19 marzo 2017

allacciare le scarpe - Giulio Cavalli

Ogni anziano che incontrate in giro per la città ha un'intera biblioteca nella pancia. Se riuscissimo a rinnamorarci della memoria i nostri anziani sparsi nei mercati, quelli che faticosamente risalgono le scale di un ufficio postale e quelli che sorridono commossi ad ogni bambino che incrociano sul marciapiede sarebbero i tesori delle nostre città, da raccontare nelle guide per chi viene da fuori. Forse per questo il piccolo gesto di William Harris, un autista di bus nella verdissima Cork che in terra irlandese ha deciso fermare il bus, alzarsi dal suo posto di guida e scendere per allacciare le scarpe a un'anziana signora è un'impresa minima che profuma della cura e della storia dei tempi. E fa bene al cuore.

La foto l'ha scattata Clara Ní Bhriain, una studentessa universitaria che, pubblicandola su Facebook, ha voluto sottolineare come quel piccolo gesto le abbia svoltato la giornata: Clara racconta che l'autista ha avvisato l'anziana di avere le scarpe slacciate e, dopo avere capito che la signora era troppo instabile per riuscire a chinarsi, "ha spento la vettura ed è sceso". L'immagine di William accovacciato sotto la gamba sottile della signora e la mano di lei che gli tiene la spalla come appoggio e per gratitudine è la fotografia della cura. Del prendersi cura come coraggio di inginocchiarsi per accarezzare le fragilità degli altri, di chi sa bene quanto conti trovare il tempo per occuparsi delle persone, più che per le cose.
Ci vorrebbero convincere che la gentilezza e la premura per gli altri siano gli effetti di una molliccia debolezza che non funziona con i nostri tempi. Ci vorrebbero fare credere che con l'avanzare delle difficoltà e della disperazione ci salveremo solo se impareremo a essere più egoisti. Ci dicono, in molti, che non bisogna farsi distrarre troppo dai bisogni degli altri per risparmiare energie da dedicare a noi e, al massimo, a quelli più vicini a noi. In un tempo in cui il federalismo più pericoloso sembra essere quello delle responsabilità (schiere di persone preoccupate dal fatto che il proprio quartiere sia tranquillo, che il proprio condominio non abbia troppe beghe o addirittura che semplicemente il proprio pianerottolo risulti in ordine) un autista che ferma il bus per rivendicare il dovere di prendersi cura è un esploratore della felicità.

Quando il bus è ripartito, racconta Clara, la signora ha mandato al bus un bacio soffiato con la mano. In quel bacio c'è il lato migliore del mondo.

venerdì 17 marzo 2017

La lezione ce la danno gli alunni da quella scuola media di Vercelli - Giulio Cavalli

È andata così: in classe è arrivata un circolare urgente firmata dalla preside che diceva: «A partire da oggi con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe». In fondo c’era anche la firma, il timbro, i numeri incomprensibili del protocollo e tutte quelle altre cose che rendono terribilmente serie le comunicazioni a scuola.
È successo a Vercelli, ieri, con la complicità di genitori e insegnanti: alla scuola media Pertini di Vercelli è andata in scena una finta operazione razzista per vedere la reazione degli studenti di fronte a un ordine ingiusto. La decisione non è stata accettata: gli studenti hanno alzato la voce, alcuni hanno impedito fisicamente che i compagni stranieri venissero portati fuori dalla classe e alcuni si sono organizzati per stendere una protesta formale al ministero.
Le insegnanti si dichiarano «confortate dal risultato dell’esperimento». I ragazzi hanno affidato le proprie riflessioni ad alcuni post-it pubblicati su Facebook: c’è chi scrive di «agitazione, tristezza, paura, incredulità», chi racconta di avere proposto di spostarsi tutti insieme perché «siamo tutti studenti, non esistono stranieri» e chi (tra gli stranieri) si è sentito rassicurato perché sa che «c’è qualcuno che tiene a me».
Cosa hanno di straordinario questi studenti? Nulla: sono puliti, naturali, umani. O forse, meglio, sono straordinariamente non intaccati dalla rabbia, dalla disperazione, dalla paura e dalla bava che c’è qui fuori, tra gli adulti. E il punto di rottura, quel dirupo in cui la naturale solidarietà si schianta, il momento della vita che convince ad avere il diritto di essere feroci, quel secondo in cui scatta nella testa il bullone per cui l’autodifesa è possibile solo con la strage dei bisogni degli altri, quel punto lì è il nodo che ci interessa trovare, analizzare e estirpare. È un compito da esploratori degli umani bisogni e del comune sentire. Sarebbe la politica, anche. Quella maiuscola.

giovedì 3 marzo 2016

Qui, dove i figli consolano i padri – Giulio Cavalli



Guardate la foto qui sopra.
Un figlio consola il padre. Piange, il padre, probabilmente perché ha sempre sperato di poter garantire la dignità, almeno. Almeno la dignità. Dando per scontato che la sopravvivenza sia il risultato minimo per un genitore. Sia con la guerra, la tempesta, il sole, il caldo, lo scirocco, le pallottole, le malattie ogni genitore nel mondo, qualsiasi legge e qualsiasi religione, qualsiasi genitore ha il dovere di preservare i propri figli, è un bisogno che sente connaturato com il respiro, la sete e il sangue. Qui il padre cede il posto alla disperazione, che non è altro che l’esaurirsi della produzione della speranza, e si arrende, chiedendo scusa al suo dio, se ne ha uno e con qualsiasi nome lo chiami. Questa foto è la sindone di una sconfitta collettiva.
Il figlio, lui, ha uno sguardo preoccupato ma nemmeno troppo. I bambini hanno una bilancia tutta loro dei dolori, delle gioie e delle sconfitte e spesso ci insegnano a noi adulti a non prendersi mai troppo sul serio, a non disabituarsi a vedere la bellezza intorno. Quel bambino sta pensando probabilmente che niente di così terribile può succedere finché suo padre è lì. E lui con lui, e anche qualcosa da mangiare.
Per questo mettere su una barca dalla morte probabile il proprio figlio è un gesto che condanna tutti gli stati della terra ferma: quando un genitore gioca a carte con la vita dei figli e quando i padri e i figli sono così numerosi significa che s’è perso il limite potabile delle possibilità, significa che da qualche parte rischiare è l’unico atto di protezione possibile. Roba da perderci la testa. Roba da restarci secchi per la distanza tra il dolore che si arriva a scrivere e quello che ci sbrodola in giro. Senza nemmeno il vocabolario per poterle scrivere.
E allora mi chiedo, e me lo chiedo senza provocazioni, me lo chiedo in questo tempo di preoccupazione pelosissima per ogni bambino del mondo, ecco sarebbe bello, mettiamola così, riversare tutta questa polifonica preoccupazione su questo bambino qui e su tutti quelli (sono tantissimi) come lui. Quelli che hanno passato la notte con le ortiche nel naso per i fumogeni della polizia oppure quelli che hanno avuto una scarpa impigliata nel filo spinato. Ecco, io penso che se davvero fosse diventato di moda preoccuparsi di tutti i bambini del mondo, se davvero lasciassimo da parte le posizioni pregiudiziali e decidessimo che tutti, davvero tutti, laici o cristiani o cattolici o islamici o evangelisti, tutti per davvero, se tutti ci interessassimo come ci interessiamo in queste ore dei bambini, ecco credo che sapremmo bene che Paese desolato è quel Paese in cui i figli consolano i padri e mica il contrario. E sarebbe già un profumo di primavera. Prima del tempo.
da qui

(grazie a Daniela per la segnalazione)