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mercoledì 8 aprile 2026

Il miraggio della tradizione - Michele Agagliate

Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.

Eppure, dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo o la luce del sole in modo pieno.

Ma il problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero, specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore. Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di mercato stagionale.

A questo scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta. Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico, l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette tipiche.

La cosa più curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare, svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.

Non è una gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali, quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la spesa.

In ultima analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza, è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica, ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.

Tra il sacro e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare tranquilli.

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domenica 12 ottobre 2025

Quattro studenti si tappano le orecchie durante il discorso del prete nel Veronese: la preside promette sanzioni - Alex Corlazzoli

  

Quattro studenti migranti si mettono le mani alle orecchie per non ascoltare il prete all’inaugurazione del piazzale di via Gandhi e dell’edificio della scuola media Dante Alighieri, dell’Istituto Fratelli Sommariva di Cerea. E la dirigente Silvia De Mitri si indigna promettendo provvedimenti disciplinari. A denunciare quanto accaduto, in questi giorni, nella cittadina del Veronese è l’Unione degli atei agnostici e razionalisti (Uarr) che parla di “atto illegittimo, visto che la sentenza del 27 marzo 2017 del Consiglio di Stato stabilisce che gli atti di culto sono vietati all’interno dell’orario scolastico e, se organizzati al di fuori, la partecipazione deve essere facoltativa per gli studenti”.

Gli studenti di terza media, tra cui i quattro ragazzi musulmani, hanno partecipato al taglio del nastro delle due opere pubbliche dove – come spesso accade – era presente anche il vicario parrocchiale don Nicola Zorzi per dare la benedizione. A quel punto i quattro compagni di scuola si sono tappati le orecchie per non ascoltare le preghiere perché, “secondo la loro fede religiosa, sentire la benedizione del prete cattolico andrebbe contro i loro principi”, hanno spiegato ai docenti. Un atteggiamento che non è piaciuto alla dirigente che pur ammettendo di non aver assistito direttamente alla scena, ha detto che si è trattato di un “comportamento inqualificabile” e ha garantito provvedimenti nei confronti dei ragazzi.

Immediata la reazione dello Uaar che ha inviato una lettera alla preside. “Abbiamo scritto a De Mitri – dichiara Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per ricordarle che la scuola è laica e che è illegittimo prevedere atti di culto in orario di lezione. Ci auguriamo che ritratti prontamente l’accusa di comportamento inqualificabile e la minaccia di provvedimenti disciplinari a carico di studenti che hanno semplicemente provato a non ascoltare preghiere e benedizioni. A ben vedere se c’è qualcuno da sanzionare, si dovrebbe guardare al vertice dell’istituto”.

Anche il sindaco Marco Franzoni – militante della Lega – ha denunciato offese alla “nostra fede cattolica” e ha auspicato che i provvedimenti annunciati dalla dirigente scolastica servano da esempio. “Il primo cittadino – sottolinea Cristina Righetti, coordinatrice del Circolo Uaar di Verona – dimentica che la religione di Stato è stata abolita nel 1984 e che nel suo ruolo istituzionale dovrebbe rappresentare tutta la cittadinanza, inclusi i sempre più numerosi non credenti e i fedeli di religioni diverse dalla cattolica. Incommentabile il richiamo a punizioni esemplari da infliggere a ragazzi che si sono limitati a dissentire in modo civile e non violento rispetto a imposizioni identitarie che non possono e non devono trovare spazio nella scuola pubblica”.

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mercoledì 6 settembre 2023

L’Occidente post-cristiano - Aluisi Tosolini

 

Quali conseguenze comporta, dal punto di vista sociale, culturale e politico, la scomparsa sempre più evidente del “praticante” nella Chiesa cattolica? L’Occidente, o quel che ne resta, si prepara a fare meno del cristianesimo? C’è ancora spazio per il messaggio del “farsi prossimo”, a cominciare dai più fragili, contenuto nel cristianesimo? Scrive Aluisi Tosolini, leggendo il nuovo libro di Brunetto Salvariani, Senza chiesa e senza Dio: “Per chi fino a cento anni fa era portato a pensare che la chiesa avesse il compito di convertire alla fede i non cristiani del sud e dell’est del mondo – magari andando a braccetto con il colonialismo “civilizzatore” cui accompagnare un processo “evangelizzatore” – si tratta di un brusco risveglio…”

 

Centro sociale della Comunità delle Piagge di Firenze: un luogo di frontiera che da trent’anni, tra le molte cose che fa, c’è anche cercare risposte alla domanda: cosa significa oggi vivere la speranza e il grido di giustizia del messaggio cristiano?

 

Premessa doverosa: conosco da Brunetto Salvarani da decenni e con lui ho persino scritto alcuni libri. Brunetto è un intellettuale poliedrico: ha insegnato lettere alle scuole superiori; ha fatto l’assessore alla cultura a Carpi; ha diretto la rivista CEM Mondialità; insegna da decenni Missiologia e Teologia del Dialogo presso la facoltà teologica dell’Emilia Romagna e gli istituti di scienze religiose di Rimini, Bologna e Modena; ha fondato nel 1984 con altri giovani teologici “della bassa” la rivista Qol che ha come fulcro il dialogo ebraico-cristiano-musulmano; è uno dei massimi conoscitori della dimensione interreligiosa e interculturale e ha fatto parte dell’Osservatorio del Ministero dell’Istruzione sull’educazione interculturale; ha pubblicato molti saggi teologici centrati non solo sul tema del dialogo ma capaci anche di spaziare lungo orizzonti più ampi (tra questi cito solo, sempre per i tipi di Laterza, Teologia per tempi incerti – 2018 – e Dopo. Le religioni e l’aldilà – 2020). Ebbene, a fine aprile è arrivato in libreria il suo ultimo lavoro intitolato Senza chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell’occidente post-cristiano (Laterza, 2023): un libro intenso, appassionato, che parte dalla consapevolezza ben espressa da papa Francesco nel discorso alla curia romana per gli auguri di Natale del 2019: “Non siamo nella cristianità, non più! Non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi né i più ascoltati. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi viene spesso persino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata” (pag. 9 nota 14). È il tema dell’esclulturazione (processo opposto rispetto all’inculturazione) che caratterizza l’oggi delle nostre società.

E già qui si pone una prima questione radicale, che si riflette anche nel titolo: l’occidente, nel suo futuro, può fare a meno della chiesa e del dio dei cristiani? La mia personalissima risposta è semplice e radicale: sì, l’occidente (o quel che ne resta, chiamiamolo post-occidente) può benissimo fare a meno del cristianesimo nel suo futuro. Domanda conseguente: questo è un bene o un male? Non lo so e tecnicamente immagino che per i non cristiani sia un problema mal posto e decisamente insignificante. Per i cristiani, invece, potrebbe trattarsi solo di imparare a tramontare. Con dignità. Perché come Occidente siamo nella terra del tramonto, come diceva Ernesto Balducci.

Comunque sia, Brunetto Salvarani affronta, lungo i diversi capitoli del volume, una pluralità di questioni connesse alla domanda di base. Il capitolo 2 (“La fine di un mondo”) discute di post-secolarizzazione e della riduzione delle religioni de-culturate a puri e semplici prodotti di consumo pret-a-porter.

Il capitolo 3 (“Da praticanti a pellegrini”) analizza la scomparsa del “praticante” e del fatto che la tradizionale triplice associazione parroco-chiesa-villaggio è stata infranta comportando la fine di un legame stretto e istituzionale tra religione, società, cultura, processo di socializzazione. Nasce così il pellegrino, ovvero il soggetto postmoderno, fluido e mutevole, che costruisce da sé i significati della propria esistenza senza radicamento in istituzioni ma facendo surf tra le diverse proposte spirituali. Caso specifico, in questo contesto, sono poi i giovani che più che ostili sono proprio estranei alla chiesa e alle sue dinamiche. Due mondi che viaggiano su binari con direzioni diverse e nessun incrocio.

Il capitolo 4 (“Il condominio delle religioni”) analizza la compresenza e pluralità di esperienze religiose in occidente con particolare attenzione da un lato al fatto che la chiesa cattolica deve ormai concepirsi come minoranza creativa (Benedetto XVI 2009) e dall’altro al cristianesimo come stile (per dirla con il citatissimo teologo Christoph Theobald) e all’idea che l’interazione tra diversi non deve portare all’uniformità ma deve essere letta nella logica del poliedro in cui tutte le parti conservano una peculiarità e specificità pur facendo parte di un’unità.

Il capitolo 5 si intitola “Il trasloco di Dio”. E già dice tutto. Girando infatti per paesi e città italiane ed europee si potrebbe essere facilmente portati a pensare che il tramonto di Dio è ormai cosa fatta. L’altro giorno ero a messa ad Antreola, piccolissimo borgo dell’Appennino parmense, ed eravamo in 12 o 13, compreso il sacerdote celebrante, e pensavo proprio a questo capitolo del volume di Salvarani. Perché se Dio tramonta in occidente non significa, alla Nietzsche, che è morto ma solo, in realtà, che Dio sta solo traslocando al sud del mondo, alzando le vele dall’occidente che ha inventato la religione come istituzione. E i dati che Salvarani elenca con precisione permettono di farsi una idea precisa di questo trasloco nel sud del mondo. Con tutta una serie di conseguenze sia sul versante teologico che missionario e pastorale. Per chi fino a cento anni fa era portato a pensare che la chiesa avesse il compito di convertire alla fede i non cristiani del sud e dell’est del mondo – magari andando a braccetto con il colonialismo “civilizzatore” cui accompagnare un processo “evangelizzatore” – si tratta di un brusco risveglio. Che chiede di cambiare molti paradigmi.

Nel capitolo 6 Salvarani utilizza tutta la sua competenza biblica per ragionare attorno al libro assente, ovvero sul fatto che la Bibbia, il Grande Codice, è stato in realtà cancellato dalla cultura dell’occidente cattolico che ne ha persino per secoli vietata la lettura (ma su questo mi permetto di rimandare a un volume – e ad una collana editoriale – scritto da Salvarani e da me per Claudiana intitolato/i Bibbia, Cultura, Scuola).

Nel capitolo 7 (“Quel che resta di Gesù”) Salvarani compie un appassionato viaggio nella “ebraicità” di Gesù di Nazaret, “colui che insegna a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt, 2,12), prefigurando una riconciliazione, nella figura di Gesù, tra ebraismo e cristianesimo.

Il capitolo 8 (“Le nuove virtù teologali”) condensa la pars construens e di proposta del volume. Si tratta di pagine dense, intense, profonde che indagano come fede, speranza e carità possano e debbano ancora oggi costituire tracce per un percorso di fede. Tra tutte le riflessioni quella che mi ha colpito di più riguarda la speranza, il “che cosa possiamo sperare”. E mi ha colpito soprattutto in riferimento al profeta Geremia, uomo di sventura, perseguitato e non ascoltato dal popolo di Israele. Geremia è l’uomo che contro ogni speranza compra un campo a Gerusalemme assediata così che poi, dopo la distruzione della città e l’esilio a Babilonia, si possa tornare a quel campo acquistato nel momento della distruzione. Ho sempre amato l’assurda fede e l’immensa speranza di Geremia e credo che lui sia figura cruciale per credenti consapevoli che il passato non tornerà e che per il futuro occorre attrezzarsi ad essere lievito di speranza per gli altri e quindi anche per sé. La carità–agape– amore viene poi perfettamente riassunta nella figura del buon samaritano che Gesù utilizza per rispondere, alla maniera rabbinica – ovvero ponendo una ulteriore domanda – a chi gli chiedeva “chi è il mio prossimo?”. Il buon samaritano è anche il cuore della enciclica Fratelli Tutti di papa Francesco che proprio partendo dalla parabola pone la domanda cruciale e diretta rivolta ad ogni lettore dell’Enciclica: “Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (FT 64). E così Salvarani può chiudere facendo sue le parole di Theobald che si dichiara convinto che il domani della forma ecclesiale in Europa dipenderà esclusivamente dalla capacità delle nostre comunità di esercitare il ministero di Gesù Cristo in modo tale che il vangelo possa raggiungere il cuore delle donne e degli uomini di oggi: di riprenderne, quindi, l’opera di taumaturgico nel farsi prossimo, soprattutto dei più svantaggiati (quelli che papa Francesco chiama gli scartati dalla società).

Questa la lezioni conclusiva: abbiamo bisogno di un nuovo pensiero, di un credere ospitale, nella consapevolezza che dobbiamo prestare attenzione al kairos – al tempo che viene e che non conosciamo già in anticipo – come sentinelle in attesa dell’aurora. E allora stupenda è la chiusura utilizzata da Salvarani facendo riferimento alla tradizione talmudica che conclude spesso una discussione con la parola TEJKU, acronimo della formula “il tishbita Elia verrà e deciderà”, ovvero… sospendiamo e aspettiamo, visto che non sappiamo tutto e non ci è dato di conoscere tutto. TEJKU, allora, rispetto alla domanda sul presente e sul futuro dell’occidente post cristiano o, meglio, sul cristianesimo nel post-occidente.

In sintesi un ottimo saggio, profondo, documentatissimo (al punto da poter costituire un piccolo manuale di teologia contemporanea), arguto, capace di aprire moltissime piste di riflessione e approfondimento.

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martedì 11 luglio 2023

Dalla croce alle crociere - Tomaso Montanari

 

Dalla croce (dei poveri) alle crociere (dei ricchi): rischia di essere questo il triste slogan del Giubileo del 2025. È vero, fin dal suo discutibilissimo inventore (Bonifacio VIII, nell’anno 1300: il papa della Roma «là dove Cristo tutto dì si merca», nelle amare parole di Dante) l’anno santo è sempre stato anche (quando non solo) un affare economico. Una «trista commedia» (Massimo D’Azeglio), nella quale da secoli «i romani tutti erano fatti albergatori» (così già Matteo Villani): una tale bancarotta morale da far cantare al Belli che «un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco!».

Ma forse a questo giro si rischia di esagerare davvero: perché invece di conversione e salvezza, l’anno santo porterà un nuovo terminal per le navi dei ricchi nel porto di Fiumicino. A prevederlo è il secondo “decreto Giubileo” del pio e timorato Governo Meloni, che elenca le grandi opere necessarie all’anno santo che dovranno essere completate entro il 2024. E nonostante che questo hub del lusso non rientri di certo nelle prime, e probabilmente neanche potrà rientrare nelle seconde, eccolo elencato al punto 146: «Porto turistico-crocieristico di Fiumicino Isola Sacra». Dove quel toponimo (sacra) pare davvero l’unico aggancio con la salvezza delle anime purganti. Così recita la scheda: «Il Royal Caribbean Group, secondo gruppo crocieristico a livello mondiale, con base a Miami, ha identificato nel Porto della Concordia di Fiumicino – Isola Sacra l’opportunità di introdurre una funzione crocieristica nell’ambito dell’esistente Concessione novantennale come variante al progetto già approvato, mantenendo prevalente la funzione di Yacht Marina. Il Gruppo Royal Caribbean, ha quindi costituito la Fiumicino Waterfront S.r.l., una società di diritto italiano ad hoc partecipata al 100% da RCG, che sotto il profilo giuridico rappresenta il soggetto esecutore che, acquisita la concessione demaniale, realizzerà il Porto turistico di Fiumicino – Isola Sacra. […] L’ampia offerta di approdi per Mega Yachts risponde a una domanda che mostra segni di grande vitalità e presenta un alto grado di sinergia e compatibilità con la nuova funzione crocieristica».

Come ha notato l’economista dei trasporti Pietro Spirito, sul meritorio blog “Carte in regola”, «ancorché a finanziamento quasi totalmente privato (439 milioni di euro), la nuova stazione marittima beneficerà delle procedure autorizzative accelerate in modo da esser pronto per i pellegrini-crocieristi in arrivo nel 2025. Inutilmente il presidente dell’Autorità di Sistema portuale di Civitavecchia, Pino Musolino, qualche mese fa chiedeva (retoricamente) allo Stato di interrogarsi sull’opportunità di autorizzare un progetto privato in aperta concorrenza con i propri investimenti nel porto di Civitavecchia». Non basta: secondo l’ormai collaudato modello commissariale, il Giubileo serve a far saltare la trafila della pianificazione e dei controlli sulla sostenibilità ambientale a un’opera privata che comporterà lo sventramento dei fondali del porto, che dovranno passare dagli attuali 5-6 metri a 12,5 metri (il che significa 3 milioni di metri cubi di sabbia e argilla da rimuovere). E poi, a regime, Fiumicino sarà investita in pieno dall’‘effetto Venezia’: navi da oltre 5000 passeggeri dovranno tenere i motori accesi in porto per garantire i servizi alla città galleggiante che sono, mentre almeno 100 pullman al giorno aggiungeranno ulteriore inquinamento a quello giù prodotto dall’aeroporto internazionale.

Anche il paesaggio cambierà, perché accanto all’iconico vecchio faro di Fiumicino si vedranno navi lunghe 360 metri e alte oltre 70: grattacieli di 25 piani che nessun piano paesaggistico consentirebbe. E, va da sé, addio balneabilità delle acque di Isola Sacra, che tra titanici lavori di sbancamento dei fondali e continuo dragaggio indispensabile alla manutenzione, non saranno certo più accessibili ai corpi umani.

«Nel frattempo, i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono a ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta». Sono parole profetiche e scardinanti della Laudato sii di papa Francesco: ma è davvero un terribile paradosso che proprio un giubileo di questo papa finisca con l’alimentare quel sistema, anziché contestarlo e smontarlo. Al punto che, per citare ancora il Belli, chi davvero ha a cuore l’ambiente e la giustizia sociale, «sto ggiubbileo nun ha da dillo un furto,/ Un’invenzion der diavolo, un fraggello?».

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mercoledì 21 marzo 2018

L’assistenza religiosa in ospedale, dalla sanità sarda 600mila euro ogni anno - Francesca Mulas





“Recare la luce e la grazia del Signore a coloro che soffrono e a quanti se ne prendono cura”: con questo nobile obiettivo, definito dalla Conferenza episcopale italiana, la Pastorale della salute nella Chiesa italiana assiste i pazienti e i loro familiari negli ospedali sardi. Chiunque entri in una struttura sanitaria pubblica può vederli all’opera mentre si occupano di ascoltare e pregare, somministrare i sacramenti, celebrare messa per chiunque senta la necessità di un conforto spirituale. In pochi però sanno che la presenza di sacerdoti, frati e diaconi tra i pazienti di tutta Italia è pagata interamente dal sistema sanitario nazionale attraverso le aziende  locali: un piccolo esercito di assistenti religiosi che incide parecchio sul budget annuale della sanità sarda. Seicento mila euro, per l’esattezza, versati nei conti bancari di venticinque persone nominate dai vescovi e pagate dalle aziende sanitarie.
Lavorare sui numeri è stato piuttosto complicato: non esiste un documento unico con informazioni su tutto il personale religioso assunto nella sanità sarda. Prima di qualsiasi ragionamento occorre però una premessa: non c’è nulla di illegale o segreto. È tutto scritto nella legge 833 del 1978 che istituisce il sistema sanitario italiano, all’articolo 38: “Presso le strutture di ricovero del servizio sanitario nazionale è assicurata l’assistenza religiosa nel rispetto della volontà e della libertà di coscienza del cittadino. A tal fine l’unità sanitaria locale provvede per l’ordinamento del servizio di assistenza religiosa cattolica d’intesa con gli ordinari diocesani competenti per territorio; per gli altri culti d’intesa con le rispettive autorità religiose competenti per territorio”. Se non bastasse una legge ordinaria ce lo ricorda anche il Concordato tra Repubblica italiana e Santa Sede, che nel 1984 rinnovano i Patti lateranensi con un nuovo accordo: “La Repubblica italiana assicura che l’appartenenza alle forze armate, alla polizia, o ad altri servizi assimilati, la degenza in ospedali, case di cura o di assistenza pubbliche, la permanenza negli istituti di prevenzione e pena non possono dar luogo ad alcun impedimento nell’esercizio della libertà religiosa e nell’adempimento delle pratiche di culto dei cattolici”. Lo Stato italiano lo ha messo per iscritto, le Regioni hanno recepito, le aziende sanitarie locali hanno poi stretto convenzioni con le varie diocesi per assumere il personale. Tutto in regola e normato dalla legge. La domanda dunque è: quanto ci costa?
In Italia. L’Uaar, l’Unione atei e agnostici e razionalisti, che al tema ha dedicato l’inchiesta “I costi della chiesa”, pubblicata nel 2013 per le edizioni Nessun Dogma e reperibile on line, ha calcolato circa 1200 assistenti religiosi in tutto il paese per una spesa di 35 milioni di euro. Nel report del Sistema sanitario nazionale ‘Personale delle Asl e degli istituti di ricovero pubblici ed equiparati’ del 2013 gli assistenti religiosi in Italia sono invece 334, un quarto di quelli registrati dall’Uaar. 
Nelle Regioni. Su venti regioni italiane sono 17 quelle che hanno firmato un accordo con la Chiesa cattolica per assumere direttamente i religiosi: c’è la Sardegna, che oltre a un protocollo di intesa con la Conferenza episcopale sarda si è dotata pure di una legge specifica, la L. 13 del 1997 sulla ‘Disciplina dell’assistenza religiosa nelle strutture di ricovero delle aziende sanitarie. E poi Marche, Abruzzo, Calabria, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Province di Trento e Bolzano, Puglia, Lazio, Umbria, Sicilia, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Campania. Non ci sono, invece, Val d’Aosta, Basilicata, Molise.
In Sardegna. Per capire quanti sono, dove lavorano e come sono pagati gli assistenti religiosi nell’Isola abbiamo incrociato atti, delibere e determinazioni delle aziende ospedaliere, ospedaliere-universitarie, delle otto Asl sarde e della nuova azienda Ats, oltre a informazioni dalle diocesi, carte dei servizi di strutture pubbliche e private e notizie reperite da fonti personali.
Quanti sono. Un primo calcolo, quello sul numero degli assistenti religiosi negli ospedali sardi, si può fare sulla legge regionale 13 del 1997 già citata: “La dotazione di personale di assistenza religiosa è determinata in relazione al numero di posti – letto dei presidi ospedalieri e delle altre strutture di ricovero esistenti nel territorio regionale in modo tale che vi siaun assistente religioso ogni 200 posti – letto“. Nelle strutture che superano i 1200 pazienti il numero aumenta di una unità ogni 350, ad esempio i religiosi dell’azienda ‘Brotzu’ di Cagliari sono due; negli ospedali piccoli può esserci una deroga, e così a Muravera c’è il parroco anche sotto i duecento. Calcolando che nell’Isola ci sono 5901 posti letto divisi in 39 strutture pubbliche e private, il numero dei religiosi si aggirerebbe attorno ai 30. Dai documenti ne possiamo contare 25: otto nel Cagliaritano, due a Carbonia e Iglesias, tre nel Sassarese, quattro nell’Oristanese, tre a Olbia e dintorni, uno a Sanluri, uno a Lanusei, tre nel Nuorese.
Chi sono. Sono tutti di fede cattolica: la legge regionale prevede protocolli di intesa tra la Regione e le diverse confessioni, ma finora l’accordo c’è solo con la Conferenza episcopale sarda. E gli altri? Musulmani, testimoni di Geova, induisti, ebrei e tutti quelli che professano una fede diversa dal cattolicesimo possono fare esplicite richieste di assistenza al personale dell’ospedale, ma non avranno a disposizione un ministro del culto nell’organico della struttura.
Il contratto di lavoro. Gli assistenti religiosi sono assunti con il contratto nazionale del comparto sanità, categoria D, lo stesso che si applica, ad esempio, a fisioterapisti, infermieri, educatori, ostetriche, assistenti sociali. La disponibilità è 24 ore su 24, per questo le strutture garantiscono al religioso un alloggio e un parcheggio personale. La retribuzione parte generalmente dalla fascia base: circa 24 mila euro all’anno tredicesima compresa.
L’accesso. Come per i docenti di religione nelle scuole, anche gli assistenti religiosi degli ospedali non entrano tramite concorso pubblico ma sono scelti dal vescovo: “È nominato con deliberazione del direttore generale dell’azienda – così l’art. 8 della legge regionale 13 del 1997 – di proposta dell’autorità religiosa competente per territorio”. Anche la sua sostituzione, così come funzioni e compiti, sono decise dal vescovo.
Dove lavorano. A Cagliari e dintorni ci sono otto assistenti religiosi. Quelli assunti dalla Asl 8 sono distribuiti così: due al Santissima Trinità di Cagliari, uno all’ospedale Marino, uno al San Marcellino di Muravera e uno al san Giuseppe di Isili. L’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, che comprende anche l’ospedale Businco, ha due persone attualmente in organico, mentre al Policlinico di Monserrato ce n’è uno. Alla Asl di Carbonia lavorano due persone scelte dalla Diocesi di Iglesias: si dividono tra il Sirai di Carbonia e il Polo ospedaliero di Iglesias5.
La Diocesi turritana ha scelto un nome per l’ospedale civile di Sassari, uno per l’ospedale civile di Ittiri, uno per quello di Thiesi, anche se la convenzione tra Asl di Sassari e curia prevede cinque persone in organico. Il vescovo di Oristano ha dato alla Asl 5 quattro nomi, divisi tra il San Martino di Oristano e Ales, Bosa e Ghilarza. Tre sono assunti dalla Asl di Olbia tra l’ospedale civile di Olbia, quello di Tempio e quello di La Maddalena. Uno si trova all’ospedale di San Gavino, assunto dalla Asl di Sanluri, uno è all’ospedale di Lanusei. A Nuoro ce ne sono tre: uno è di stanza al San Francesco e un altro allo Zonchello di Nuoro, il terzo si trova al San Camillo di Sorgono.
Totale: venticinque persone, assunte per la maggior parte a tempo indeterminato, che ogni anno costano fino a 24 mila euro a testa. Il conto, certamente inferiore alla realtà, è facile: la sanità sarda spende 600 mila euro per gli stipendi degli assistenti religiosi cattolici negli ospedali. A questa cifra vanno aggiunte tasse, assicurazione e contributi diversi, e naturalmente le spese per la celebrazione del culto. Anche queste a carico del nostro sistema sanitario.

giovedì 11 gennaio 2018

Basta con le deroghe per la macellazione religiosa!

Il D.M. 11 giugno 1980 (pubblicato nella G.U. n. 168 del 20 giugno 1980) autorizzò una specifica deroga alla normativa di derivazione comunitaria (direttiva n. 74/577/CEE sull’obbligo di stordimento prima della macellazione e legge n. 439/1978 di recepimento) in favore della macellazione rituale islamica (halal) ed ebraica (kosher).
Il quadro normativo è stato modificato dal decreto legislativo n. 333/1998 e, soprattutto, dal regolamento (CE) n. 1099/2009 del Consiglio (art. 4, comma 4°) che consente una deroga generalizzata all’obbligo di stordimento preventivo in caso di macellazione rituale, in quanto le disposizioni “non si applicano agli animali sottoposti a particolari metodi di macellazione prescritti da riti religiosi, a condizione che la macellazione abbia luogo in un macello”.
Il dialogo con le comunità religiose islamiche ed ebraiche non ha portato, finora, a passi concreti.
Il risultato è visibile in questo video realizzato dall’associazione Animal Equality Italia.
Inutili crudeltà, spesso una punta di sadismo.
E’ ora che qualsiasi deroga sia definitivamente accantonata.  Basta.
Quanta crudeltà nel nome abusato di Dio…
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

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Attenzione: Video soggetto a limiti di età

venerdì 14 aprile 2017

Israele nelle tenebre - Gideon Levy


Ecco come si presenta lo stato ebraico, quello che tanti Israeliani vogliono preservare ad ogni costo: una guardia armata che controlla i bagagli all’ingresso dell’ospedale. Ma non sta cercando ordigni esplosivi. Questa è una settimana di festività e la guardia cerca qualcos’altro: cerca chametz, i cibi lievitati che sono proibiti per la Pasqua ebraica.
Controlla ogni tipo di cibo che entra nell’ospedale ed è lui l’arbitro della legge ebraica, il supervisore della kashrut [la conformità di un cibo]. È proibito far entrare qualunque cosa desti il sospetto di essere treyf, cioè non kosher. Se c’è qualche dubbio, nel dubbio si proibisce. Se non è kosher nei giorni di Pasqua, o torna a casa o va nella spazzatura.
La nostra guardia è un ottimo ragazzo, un tipo amichevole, ma ora è un’autorità teologica. Come se non bastassero i 10.000 guardiani del kashrut che lavorano nei giorni normali nel democratico stato ebraico (che ha solo un millesimo di questi ispettori per la sicurezza nelle costruzioni), ora le guardie della sicurezza e quelle che ispezionano i vostri bagagli sono state aggiunte ai soldati dell’esercito di Dio. Il governo s’infiltra non solo nei bagagli ma anche nello stomaco.
Siamo nell’anno 2017, ma la situazione è medievale. Israele si può vantare quanto vuole di essere l’unica democrazia del Medio Oriente o di essere amico dei gay. Ma la verità è che è retrogrado. È coercitivo. Diventa sempre più tetro e arcigno. Nubi minacciose si addensano nel cielo. Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. Il problema è che la polizia dello chametz è più israeliana di Mobileye; la guardia dello chametz è molto più israeliana di Amos Oz.
All’ingresso degli ospedali c’erano cartelli che dicevano: “Questo luogo è stato fatto kosher per la Pasqua, in ossequio alla legge religiosa. Vi chiediamo di non introdurre cibo chametz [lievitato] per tutta la durata della festività. È consentito introdurre frutta e verdura oppure prodotti in confezione chiusa recanti la certificazione di idoneità kosher per la Pasqua.” Firmato dal rabbino dell’ospedale, dal capo dei servizi religiosi e dall’amministrazione.
Lasciamo perdere l’obbligo di kashrut in tutte le cucine degli ospedali, un precetto a cui avremmo dovuto ribellarci già da anni. Ora è proibito anche introdurre gli avanzi del seder [cena rituale] di Pasqua, se non hanno il timbro di idoneità kashrut. Chi non è religioso ha il diritto di mangiare come gli pare, ma questa ovvia affermazione è considerata sovversiva in Israele.
In altre parole, nessun Israeliano ha il diritto di mangiare come vuole quando è in ospedale o in qualunque altra istituzione pubblica. Il fatto che almeno un quinto dei pazienti sono arabi, così come buona parte del personale medico, e ancora più numerosi sono i non-Ebrei o semplicemente i non-religiosi, tutto questo non interessa a nessuno. Che mangino matza [pane azzimo] fino a strozzarsi. Oppure non mangino proprio. Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi che mangiano matza anche per due mesi dopo Pasqua per finire la produzione in eccesso: i pazienti arabi possono ben fare a meno del pane per una settimana. Volevate uno stato ebraico e l’avete avuto. Non lo volevate? il problema è vostro.
Gli Israeliani accettano questa situazione come fosse un decreto venuto dal cielo. Quasi nessuno protesta. Così vanno le cose in una società anestetizzata. Il fatto che tutto questo succede in una festività che per qualche motivo viene chiamata la festa della libertà, non fa altro che aggiungere una tocco grottesco a una situazione che non è affatto divertente. E quello che succede nella pratica è anche meno divertente: infatti la gente porta di nascosto cibo in ospedale. Una coscia di pollo in tasca; pesce gefilte nella giacca; hummus, patate fritte e insalata nel doppio fondo della borsa per la doccia. Questa settimana ho portato di contrabbando un quarto di pollo avvolto nei pantaloni del pigiama. Per alcuni pazienti, il cibo fatto in casa è il loro maggior conforto.
Potreste dire: ma insomma, è solo per una settimana all’anno. Oppure potreste dire: non è così terribile, alla fine si tratta solo di cibo. E ci vogliamo dimenticare la tradizione? Ma non si tratta solo di una settimana, la cosa è molto peggiore di quanto sembra. Perché mentre Israele si vanta di essere tanto progressista, non si accorge di come sta andando giù per la china verso le tenebre. Proprio così: un paese che si comporta in questo modo è nelle tenebre. Le tradizioni non si trasmettono con le guardie armate.
Il giorno in cui Israele sarà un po’ più democratico e un po’ meno ebraico, inshallah, ognuno potrà mangiare quel che gli pare, dove gli pare. Sembra una cosa irrealizzabile? In effetti, nell’Israele del 2017 è un’utopia.
(http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.783140)
Traduzione di Donato Cioli
http://www.assopacepalestina.org/
da qui

sabato 10 settembre 2016

Bosnia, la meta di vacanza preferita dagli arabi ha paura del wahabismo

I turisti piacciono all’economia: portano soldi e danno lavoro. A volte, però, non piacciono agli abitanti che li ospitano. Capita spesso, e non solo a Formentera contro le cafonate degli italiani. A causa delle guerre nel Mediterraneo, a quanto pare, si è aggiunto un nuovo fronte: quello in Bosnia, che vede opporsi cittadini locali e turisti provenienti dai Paesi del Golfo.
Lo racconta la Reuters: gli abitanti di Emirati, Arabia Saudita e Qatar che non vogliono fare le vacanze in terre di infedeli, hanno una scelta ridotta: escludendo Turchia ed Egitto (troppi disordini), Siria e Libia (è fuori discussione), e anche la Tunisia (c’è qualche problema anche lì), l’unica possibilità è la piccola Bosnia, nel cuore dell’ex Jugoslavia, con le sue montagne. Ci sono più voli, nuovi resort e le procedure per il visto sono diventate più semplici.
Il problema è che, mentre gli albergatori sono più che contenti di vedersi scivolare nelle tasche i petrodollari, la popolazione locale è un po’ preoccupata. Certo, la Bosnia è un Paese per metà musulmano, ma gli abitanti mantengono abitudini occidentali: bevono alcol, si vestono all’Europea, non hanno un particolare interesse per hijab e burqa. Anzi, l’arrivo dei wahabiti li spaventa.
Per dare qualche numero, si può dire che nel 2010 i turisti dell’EAU non toccavano quota settanta. Nel 2015 erano 7.265 e nei primi sette mesi del 2016 erano già 13.000. Equilibri che cambiano. La totalità degli arabi, compresi gli altri Paesi, è di 60mila, e molti di questi comprano terre e proprietà (e sono quelli più temuti). Naturale che la loro presenza cominci a pesare: i locali, dice la Reuters, sono rimasti impressionati nel vederli pregare all’aperto (i bosniaci, per abitudine, pregano in casa o in moschea) e nel veder sorgere ristoranti e supermercati che non servono né vendono carne di maiale e alcolici. La paura è che possano cominciare a far sentire sempre di più la loro voce.
Non sono timori infondati. Già in passato il Paese, durante la guerra civile dell’inizio degli anni ’90, è stato attraversato da combattenti arabi. Questi soldati erano portatori di una visione dell’islam molto rigida, che ha messo radici in alcune aree del Paese – quelle da cui, guarda caso, provengono i foreign fighters bosniaci che si sono uniti all’Isis – e che potrebbe tornare in voga. “Non vogliamo vivere nel Muslimstan”, dicono alcuni, spaventati dagli acquisti di case e terreni.
Altri, però, sono contenti. L’arrivo degli arabi significa soldi in più, e con quei fondi l’economia del Paese può cominciare a girare. “Qui è difficile vivere – dice un venditore di frutti di bosco e di miele – Se si possono migliorare le condizioni di vita, ben vengano anche loro”. E loro, appunto, vengono.

mercoledì 23 marzo 2016

I vescovi votano sì al referendum sulle trivellazioni - Claudio Vigolo

I vescovi votano sì al referendum del 17 aprile sulle trivellazioni. La decisione è comprensibile, soprattutto ricordando il messaggio dell'enciclica sull'ambiente di papa Francesco.
Il tempismo dei vescovi italiani nel dichiararsi favorevoli al dibattito sul referendum sulle trivellazioni sembra quasi sospetto all’indomani dell’invito all’astensione del Partito democratico (Pd).
Sta di fatto che nel comunicato finale del Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei) che si è chiuso a Genova si legge testualmente che “l’attenzione all’aspetto sociale ha portato i vescovi a confrontarsi anche sulla questione ambientale e, in particolare, sulla tematica delle trivelle – ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza della concessioni – concordando circa l’importanza che essa sia dibattuta nelle comunità per favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco”.
Già in precedenza il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, si era espresso molto chiaramente, con un editoriale sul quotidiano dei vescovi Avvenire, in cui si chiedeva di non trivellare i mari. La cosa più importante, ha spiegato Galantino, è “coinvolgere gli abitanti, chi di quel mare vive. Gli slogan non funzionano, bisogna creare spazi di incontro e confronto.