La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.
Le lingue si
evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte
impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano
usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male”
diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo
segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine
che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo
in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani
che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che
adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti
che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.
Il fatto che
siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un
fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il
capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo
ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi
vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.
Molti di
questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e
questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta
ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far
finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che
con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece
nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una
legge anti-maranza.
Già il fatto
di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se
facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la
vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e
abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità:
applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa
parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per
poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza
non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai
una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma
diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in
quel caso si applichino le leggi vigenti.
L’ossessione
securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un
volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella
speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con
leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la
prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo
stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge
razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.
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