Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.
Nei giorni
successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le
pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le
persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì,
l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun
programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria
condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata.
D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti
erano possibili.
Visto che il
clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad
aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento,
non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi:
anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose
piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce
grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché
fanno un fascio di luce.
Poi,
bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia
perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se
possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina
oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer,
cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il
cibo rischia di marcire.
Ma
soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando
a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e
ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con
centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero
almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di
pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i
tanti ormai nel nostro paese.
In altre
parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria
condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi
lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che
va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale.
Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna
premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che
possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la
sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.
In questo
senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici
che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono
e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in
quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di
Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che
non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più
la crisi climatica in un circolo senza fine.
E non
abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate
d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e
al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il
clima e il pianeta.
E’ ovvio che
chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in
città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli
scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in
casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani
in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:
1) sopportare i black out sapendo
che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante
l’assenza di luce;
2) cominciare a pensare che l’energia
non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in
quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più
sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.
Cominciare a
conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a
scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le
quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare
quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e
quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per
capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci,
anche. Per non essere, insomma impreparati.
Capiremmo
molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi
banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera
pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso
alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e
come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice,
ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.
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