martedì 6 ottobre 2026
lunedì 15 luglio 2024
A Seul sciopero a tempo indeterminato dei lavoratori Samsung
Oggi i lavoratori di Seul, Corea del Sud, iscritti al sindacato interno a Samsung Electronics, hanno iniziato uno sciopero a tempo indeterminato che potrebbe minacciare la produzione di chip, un settore in cui la multinazionale tecnologica è leader globale.
Già lunedì della scorsa settimana 6.500
lavoratori avevano partecipato a uno sciopero programmato di tre giorni,
protestando per migliori salari e condizioni di lavoro. Tuttavia, dopo non aver
ricevuto risposte dall’azienda, il Nationwide Samsung Electronics Union (NSEU)
ha deciso di proseguire l’astensione dal lavoro, secondo quanto dichiarato dal
vicepresidente del sindacato, Lee Hyun Kuk. Questo sindacato rappresenta 28.000
lavoratori, circa un quarto della forza lavoro globale di Samsung.
Samsung, il più grande datore di lavoro
privato della Corea del Sud, domina il mercato globale dei chip di memoria,
essenziali per la memorizzazione delle informazioni nei computer e in altre
apparecchiature elettroniche. L’azienda è anche un importante produttore di
chip logici, dietro solo alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company.
Le trattative tra il sindacato e Samsung
sono in corso da gennaio, focalizzate su ferie e stipendi. “Man mano che lo
sciopero prosegue, il sangue della dirigenza si seccherà e alla fine si
siederanno al tavolo delle trattative in ginocchio,” ha dichiarato il sindacato
in un comunicato.
Secondo il sindacato, lo sciopero di
questa settimana ha rallentato alcune operazioni e produzioni della Samsung.
Tuttavia, un portavoce dell’azienda ha affermato che lo sciopero non ha avuto
impatti significativi sulla produzione e che Samsung si impegna a evitare
interruzioni future, continuando a negoziare in buona fede con il sindacato.
Avril Wu, vicepresidente senior della
ricerca presso la società di analisi di mercato TrendForce, ha minimizzato
l’impatto dello sciopero, sottolineando che l’elevato livello di automazione
nelle fabbriche riduce la necessità di manodopera manuale, rendendo l’impatto
minimo. Anche il mercato dei chip non sembra essere
preoccupato per l’attuale situazione.
Non è dello stesso parere l’autorevole
analista finanziario Bloomberg, che spiega come sia vero che la maggior parte
della produzione HBM di Samsung è automatizzata, ma che qualsiasi interruzione
dovuta allo sciopero potrebbe seriamente danneggiare le possibilità
dell’azienda di sostituire il rivale SK Hynix come fornitore preferito di chip
di memoria di Nvidia.
Questo sciopero segue una precedente
protesta di un giorno a giugno, la prima nella storia dell’azienda. I
lavoratori chiedono un aumento salariale del 3,5 percento, miglioramenti nelle
politiche di bonus e un giorno di ferie aggiuntivo. Inoltre, il sindacato vuole
che Samsung risarcisca i lavoratori per i salari persi durante lo sciopero.
Nonostante i lavoratori abbiano ricevuto
bonus fino al 30 percento in passato, l’anno scorso non hanno ottenuto alcun
bonus, con un guadagno medio di circa 80 milioni di won (circa 60 mila dollari)
prima degli incentivi. “Non torneremo finché non saranno soddisfatte tutte le
richieste,” ha dichiarato Lee.
La scorsa settimana, Samsung ha
annunciato un incremento maggiore del previsto nell’utile operativo per il
secondo trimestre, raggiungendo i 7,5 miliardi di dollari. Le azioni
dell’azienda hanno recentemente toccato massimi pluriennali, alimentate
dall’aumento della domanda di chip per applicazioni di intelligenza artificiale (JobNews).
Per decenni, Samsung è stata nota per la
sua avversione verso i sindacati. Solo recentemente i sindacati hanno iniziato
a organizzare i lavoratori dell’azienda. Il gruppo Samsung fino al 2020 non
consentiva ai sindacati di rappresentare i propri dipendenti. Ha dovuto
modificare il suo approccio dopo che l’azienda è stata sottoposta a un intenso
controllo pubblico, in seguito al processo subito dal suo presidente per
manipolazione del mercato e corruzione.
Dopo l’annuncio del sindacato le azioni
della società sono state scambiate in modo stabile o leggermente in ribasso
sulla Borsa coreana. Il boom della tecnologia dell’intelligenza artificiale
(IA) ha fatto aumentare i prezzi dei chip avanzati, facendo aumentare le
previsioni dell’azienda per il secondo trimestre.
Secondo la società di ricerca
Trendforce, Samsung rappresenta il 45,5% della quota di mercato globale dei
chip DRAM e il 36,6% del mercato dei chip di memoria NAND Flash, entrambi
componenti essenziali nei computer, negli smartphone e nei server.
lunedì 30 gennaio 2023
Mai più schiavi. La lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori del distretto tessile di Prato - Dario Nicheri
Per decenni la manodopera straniera
ha patito condizioni di lavoro al limite della schiavitù. Ma a Prato oggi i
lavoratori si stanno organizzando e, nonostante le difficoltà, stanno ottenendo
risultati importanti
Avevo appuntamento con Sarah al
presidio di fronte alla Iron & Logistic un venerdì pomeriggio di ottobre.
Ventidue lavoratori dell’azienda di proprietà italiana erano stati licenziati
senza preavviso (la mattina si erano presentati a lavoro e qualcuno, via
citofono, aveva detto loro di tornare a casa) e, da allora, non avevano più
abbandonato l’ingresso della ditta; secondo il Cobas la loro unica colpa
sarebbe quella di essere iscritti al sindacato e di aver preteso il rispetto
dei propri diritti.
Era il mese
di ottobre più caldo di cui avessi memoria, perciò cercavo riparo all’ombra
tenue dei cordoli del capannone. Lei l’avevo già incontrata altre volte, di
fronte a una fabbrica di grucce, seduta insieme agli operai in picchetto
permanente, nella tenda dei ragazzi della stamperia a conduzione cinese
Texprint, che per otto mesi avevano protestato contro licenziamenti illegittimi
e condizioni di lavoro disumane dormendo di fronte allo stabilimento, e nel
piazzale del tribunale di Prato, ad attendere il rilascio di quattro
sindacalisti, portati dentro perché si erano rifiutati di lasciare la piazza
del comune dove erano in sciopero della fame da tre giorni.
Sarah è una
ragazza minuta, con gli occhi chiari incorniciati da un paio di grossi occhiali
da vista e lunghi capelli castani raccolti dietro la nuca, ed è anche la
coordinatrice pratese di Sì Cobas (Sindacato Intercategoriale Cobas). Quando
arrivo, però, lei non c’è. Un minuto dopo mi squilla il telefono. «Scusami,
possiamo vederci domani? avevo bisogno di andare a casa, di riposare», mi dice
«dormire dentro alle tende sul marciapiede non è il massimo».
Anche le
facce dei ragazzi, sdraiati su dei materassini di lattice addossati al muro
scrostato del capannone sono stravolte; non sono stati giorni semplici, è
arrivata la polizia e le conseguenze della visita non sono state piacevoli:
occupazione di suolo pubblico, passeggiata in questura dei resistenti al
pubblico ufficiale e denuncia di rito, senza contare che durante l’assenza
degli scioperanti qualcuno si è portato via tutto quello che era rimasto al
presidio. Succede anche di peggio da queste parti, più volte squadre di
picchiatori pagati dai padroni delle fabbriche sono saltate fuori da camion con
i vetri oscurati picchiando gli scioperanti e distruggendo i banchini.
Da un anno a
questa parte il distretto tessile pratese è in ebollizione perché una sorta di
cartello, costituito da aziende di proprietà cinese e italiana, controlla il
mercato e impone ai lavoratori condizioni di estremo sfruttamento: i turni sono
di 12 ore al giorno per sette giorni la settimana, paghe in nero e la negazione
di tutti i diritti, anche quelli più elementari, come le ferie e i riposi
festivi. Gli operai, per lo più africani, bengalesi e pakistani hanno capito
che i diritti si rivendicano con la lotta e le vittorie recenti (il reintegro
dei lavoratori della Texprint deciso dal tribunale del lavoro di Prato e la
certificazione da parte dell’ispettorato del lavoro delle condizioni di
sfruttamento a cui erano sottoposti) hanno mostrato che l’unione e la
perseveranza, a volte, pagano; in tutto questo il ruolo del sindacato è stato
fortissimo.
«Il tessuto
sociale in cui si è instaurato il sistema è autoctono, e anche se la cosa non
deve assolutamente essere normalizzata, c’è da dire che qui si è sempre
lavorato così, da ben prima che arrivassero i cinesi», mi dice Sarah quando, il
giorno seguente, riusciamo a incontrarci. «All’inizio di tutta questa storia,
la cosa più assurda era vedere con quanta incredulità gli imprenditori italiani
reagivano alle richieste dei lavoratori che chiedevano orari da contratto nazionale;
a Prato si fa il nero e si lavora 12 ore al giorno da cinquant’anni e voi
venite a chiedere le otto ore e il riposo la domenica, ma siete matti?».
In una zona
come questa, che fu operaia e di sinistra, i lavoratori in sciopero dovrebbero
essere accolti a braccia aperte, eppure non lo sono. Questi uomini sono
fantasmi che si muovono invisibili all’interno di una comunità
anacronisticamente ancorata a un passato dove il comparto tessile costituiva
ancora il motore unico dell’economia indigena, talmente importante da aver
plasmato alle proprie esigenze tessuto urbano e cittadini.
La città è
particolare, con il vecchio distretto industriale e i suoi capannoni a mattoni
rossi che ancora si schiacciano alle antiche mura comunali, quasi a voler
ricordare gli antichi fasti produttivi ai vicoli gentrificati del centro storico.
Quel quartiere, dopo la Seconda guerra mondiale, era infatti sede del primo dei
molti comparti manifatturieri cittadini, costruito con una morfologia il cui
tratto distintivo è la vicinanza, se non addirittura l’integrazione, tra spazi
di lavoro e abitazione. Al piano terra le macchine, al primo piano la casa.
Poi il
mercato globalizzato e le cattive abitudini lavorative hanno favorito l’arrivo
di una crisi che ha stravolto la natura della città. Molti dei vecchi stanzoni
di famiglia, una volta fiore all’occhiello dei piccoli imprenditori locali,
sono stati prima chiusi e poi venduti – a prezzi maggiorati – ai cittadini
asiatici che, in massa, sono immigrati qui negli anni Novanta. Così i vecchi
capannoni, che gli italiani avevano abbandonato e lasciato cadere nel degrado,
sono stati rioccupati da cittadini originari della regione cinese del Zhejiang
che hanno trasformato il vecchio distretto tessile nella China Town più grande
della Toscana.
La
particolare conformazione urbana ha facilitato molto gli imprenditori cinesi,
consentendogli di far arrivare i compatrioti senza doversi preoccupare degli
alloggi, bastava stipare gli operai dentro al piano adibito ad abitazione e il
gioco era fatto.
Il rapporto
tra i vecchi abitanti di Prato e i nuovi, di origine cinese, non è mai stato
idilliaco. Gli stessi che si sono approfittati della loro presenza, vendendogli
immobili al triplo del valore reale, li hanno poi sempre mal sopportati. La
situazione non è cambiata neppure quando le ditte asiatiche hanno iniziato a
far girare cifre di denaro importanti, coinvolgendo i grossi marchi della moda
italiana attratti dai prezzi bassi e incuranti delle condizioni di lavoro degli
operai.
Per rendersi
conto del contesto prossimo alla schiavitù che sta dietro al fenomeno basta
ricordare il rogo del 2013, dove morirono sette operai che lavoravano e
vivevano dentro una fabbrica, stretti all’interno di loculi di cartongesso. Un
episodio talmente drammatico che i soccorritori trovarono una delle vittime
carbonizzata dentro a un bagno di fortuna, con una mano fuori dal vetro della
finestra che aveva rotto nel vano tentativo di salvarsi. Una tragedia
largamente prevedibile, frutto di circostanze tanto gravi quanto note.
«In un
contesto industriale come questo, però, è difficile distinguere tra aziende
buone e aziende cattive, tra imprenditori italiani e imprenditori cinesi, è
naturale che il distretto funzioni come una rete di relazioni funzionali e
interdipendenti, è un sistema che coinvolge quasi tutti», racconta Sarah
davanti al pezzo di focaccia che si concede alle sei del pomeriggio, dopo aver
passato la giornata a cercare un camper che li aiutasse a rendere meno pesanti
le notti ai picchetti.
«C’è una
netta separazione tra i lavoratori, anche dentro le fabbriche a proprietà
locale. Magari i padroni e i quadri più alti sono italiani, ma gli operai sono
per lo più immigrati e le condizioni di lavoro a cui sono costretti a
sottostare sono le stesse delle fabbriche cinesi. I pratesi hanno sempre fatto
così, è solo cambiata la provenienza della manodopera, prima la manovalanza
veniva dal Sud Italia, adesso dal Sud del mondo».
Il distretto
è tuttora una realtà enorme (45.000 lavoratori dipendenti per quasi 7.000
aziende attive nel 2021, con un fatturato che ha superato abbondantemente i tre
miliardi di euro) e in continua evoluzione. In termini prettamente numerici,
nei passati vent’anni, è stata la piccola imprenditoria tessile orientale a
rendersi protagonista di una vera e propria ascesa e, quando la parziale
frenata dell’immigrazione cinopopolare ha coinciso con l’avvio di ondate
migratorie da altre parti del mondo, le ditte cinesi hanno iniziato a impiegare
anche lavoratori pakistani, bengalesi e africani; il tutto sotto gli occhi di
una città che si rifiuta di vedere cosa succede agli ultimi, ossatura
invisibile della narrazione locale sul distretto dell’eccellenza tessile.
Le lotte più recenti del
sindacato di base nel territorio pratese, di Campi Bisenzio e Calenzano
Quello che
cittadini e istituzioni si rifiutano di vedere, però, riesce a vederlo
benissimo il sindacato di base.
«Le ditte
asiatiche avrebbero volentieri fatto a meno di aprirsi ad altri gruppi etnici,
ma cominciavano a mancare gli operai», continua Sarah, «gli operai cinesi sono
più facilmente sfruttabili perché la loro comunità lavorativa è un mondo
chiuso, gli imprenditori fanno arrivare i lavoratori direttamente dalla Cina e
li mettono in condizione di essere completamente dipendenti dal padrone, che
gli dà l’alloggio, lo stipendio ed è presente in ogni aspetto della loro vita.
La lingua poi è un ostacolo enorme, è molto difficile per loro imparare
l’italiano, tanto che hanno bisogno di qualcuno che traduca anche soltanto per
una semplice richiesta all’Inps, è chiaro che in queste condizioni l’autonomia
si riduce moltissimo. Per i pakistani, per esempio, non è così; hanno meno
difficoltà a comunicare e, di conseguenza, anche a comprendere quali sono i
loro diritti; e poi non hanno un padrone che controlla ogni aspetto della loro
vita, così qualcuno di loro si è avvicinato al sindacato e il passaparola
all’interno della comunità ne ha portati altri. Vedere che con la lotta si
riesce a far valere i propri diritti è contagioso, perciò il giochino dello
sfruttamento ha cominciato a incepparsi».
“Sfruttamento”
è decisamente la parola corretta per definire il sistema a cui gli operai si
ribellano e che prevede, tra le altre cose, finti contratti part time per
giornate di lavoro che vanno ben oltre le dodici ore, oppure contratti a
termine di due o tre mesi dopodiché i lavoratori vengono fatti stare a casa,
con una continua turnazione di disperati che, in questo modo, non riescono mai
a entrare pienamente nella legalità. In un contesto come questo avvicinarsi al
sindacato non è una cosa semplice e, spesso, comporta l’inserimento del
lavoratore all’interno di un regime vessatorio volto all’emarginazione (come
l’operaio della Pelletteria Due Generazioni, licenziato dopo essersi avvicinato
al sindacato, i ragazzi delle fabbriche di grucce, marginalizzati perché partecipanti
a uno sciopero, o i ventidue della Iron & Logistic, anche loro allontanati
per la loro vicinanza al Cobas), perciò la solidarietà è così importante.
«Tutti gli
operai sono con noi, ma molti hanno paura», mi aveva raccontato Shahid qualche
mese prima, durante uno sciopero. Il ragazzo, pakistano, addetto nel settore
grucce per l’abbigliamento, ventidue anni che sembrano diciassette e barba
rasata di fresco, aveva poi continuato: «Il padrone non vuole che stiamo
insieme, ci vuole divisi, soprattutto non vuole che fraternizziamo con gli
operai cinesi, a loro infatti offre 400 euro in più al mese, a nero ovviamente,
e gli dà pure la casa, mentre noi siamo trattati come schiavi. Io però non ho
paura, ne ho passate tante prima di venire qui».
Racconta del
suo viaggio dal Pakistan alla Turchia, poi il gommone per la Grecia, il campo
nell’isola di Lesbo, le botte dei poliziotti greci, la rotta balcanica, il
freddo, di nuovo le botte in Serbia, poi le bastonate in Bosnia, le notti
nascosti nei boschi, i tentativi di passare la frontiera, una, due, anche tre
volte, fino all’arrivo in Italia.
«Il cugino
di uno di noi è stato anche rapito, da qualche parte tra la Turchia e la
Macedonia, non so dove con precisione», aveva aggiunto Syed, compagno di lavoro
e di lotta di Shadid: «Succede a tanti di noi, qualche parente che è in viaggio
scompare, poi arriva un video sul telefono di qualcuno che è già qui a lavorare
e si chiedono soldi per liberarlo, di solito facciamo una colletta e paghiamo».
La prima
volta che ho incontrato un gruppo di questi operai per fotografarli ho avuto
l’impressione di stare guardando attraverso una macchina del tempo, facce da
un’altra epoca osservavano con timidezza l’obbiettivo. Occhi vivaci, barbe
curate e sorrisi sfuggenti incorniciavano volti che sembravano provenire da una
litografia del secolo scorso, l’epoca del mondo che ha visto gli ultimi
battersi per la dignità del lavoro di tutti.
martedì 23 novembre 2021
India, stop alle riforme agricole dopo un anno di proteste: “È una vittoria per tutti”
Jorawar Singh, portavoce della comunità Sikh in Italia: “Siamo molto felici, ma non dimentichiamoci delle 700 persone morte per il bene delle future generazioni”.
A
cura di Beppe Facchini
Dopo
quasi un anno di proteste, il governo indiano ha deciso di fare un passo
indietro: le tre leggi di riforma del settore agricolo, lo stesso che impiega
oltre il 70% della popolazione nel Paese asiatico, verranno abrogate. Ad
annunciarlo in diretta tv è stato direttamente il primo ministro Narendra Modi.
"Inizieremo il processo costituzionale per abrogare tutte e tre le leggi
nella sessione parlamentare che inizia alla fine di questo mese", ha
affermato in un discorso alla nazione, aggiungendo: "Lancio un appello a
tutti gli agricoltori che stanno partecipando alle manifestazioni perché
tornino a casa, riunendosi con i loro cari, le fattorie e le famiglie".
La
protesta degli agricoltori indiani era cominciata nei mesi finali del 2020 e
aveva coinvolto anche le più grandi comunità Sikh oltre i propri confini
nazionali, compresa quella italiana che a Fanpage.it, tramite il portavoce
Jorawar Singh, aveva spiegato: “Questa riforma è arrivata senza il
coinvolgimento di sindacati e rappresentanti dei lavoratori agricoli e
permetterà alle grandi multinazionali di comprare i terreni dagli agricoltori,
i quali, se dovessero trovarsi in situazioni di debito, non lo saranno più nei
confronti dello Stato, ma verso delle multinazionali che ovviamente funzionano
in modo diverso”. Non solo. Con la riforma, aveva sottolineato ancora Singh,
“non è neanche più garantito il prezzo minimo statale che consente la
sopravvivenza degli agricoltori anche nei momenti bui”.
Lo
stesso rappresentante in Italia della comunità, residente a Piacenza, oggi
commenta: “Le parole del primo ministro, che si spera diventino fatti,
rappresentano una grande vittoria per tutti i contadini che si sono messi in
prima linea da 11 mesi a questa parte per lottare e fare una protesta pacifica,
in cui però hanno anche perso la vita oltre 700 persone, oggi rinominati come
martiri perché hanno combattuto per qualcosa di più grande di loro. Qualcosa
che andava oltre il proprio interesse personale, anche perché la maggior parte
di loro era gente avanti con l'età e ormai non faceva più il contadino, ma
ciononostante si è preoccupato del futuro delle prossime generazioni”.
Le
leggi in questione erano state approvate a settembre del 2020 e il governo le
aveva difese definendole necessarie per modernizzare il settore e spingere la
produzione tramite investimenti privati. Ma gli agricoltori hanno fin da subito
protestato duramente, sostenendo che invece le riforme avrebbero devastato i
loro guadagni, protestando a oltranza, nonostante la pandemia e i diversi
episodi che hanno rischiato di far degenerare la loro battaglia in gravi
violenze, riuscendo anche a intavolare delle trattative col governo. Peccato
che gli oltre quindici incontri con le delegazioni di agricoltori non abbiano
mai portato a nulla, almeno fino ai giorni scorsi. Le richieste non negoziabili
dei contadini, con milioni di persone per le strade delle principali città del
Paese, avevano portato ad inizio estate ad un intervento persino della Corte
Suprema indiana, intervenuta nella vicenda con uno stop momentaneo
all'applicazione delle riforme, cui ha fatto quindi seguito l'annuncio di Modi
in diretta tv. Un annuncio accolto con grande festa anche dagli esponenti
politici più vicini ai manifestanti, come Arvind Kejriwal, il governatore di
Delhi, che ha ad esempio accolto la novità come "una vittoria della
democrazia, non solo dei contadini". Dal canto suo, il primo ministro,
spiegando che la scelta della revoca delle leggi è arrivata perché il suo
governo “non è stato in grado di convincere i contadini”, ha inoltre annunciato
la creazione di un comitato che includerà rappresentanti del governo centrale,
di quelli di vari Stati, delle organizzazioni dei contadini, di agronomi ed
esperti economici per concordare le prossime decisioni e per rendere il prezzo
minimo garantito per i prodotti agricoli "una misura più efficace e trasparente".
“Siamo tutti molto felici – dice ancora
Jorawar Singh-. È una grande vittoria anche per le comunità indiane e Sikh
all'estero, che non hanno mai smesso di seguire la vicenda, nonostante le
condizioni di un periodo storico così difficile, che impediva a chiunque di
andare lì e unirsi ai manifestanti. Da parte mia, ciò che vorrei sottolineare è
proprio il fatto che questa protesta non è mai stata trascurata anche da chi
non è contadino, cercando per un anno di tenerne alta l'attenzione, anche
grazie ai social. È la dimostrazione che l'unione fa la forza”. Alcuni in
patria, però, nutrono ancora delle perplessità sulla questione, sostenendo che
la decisione di revocare le riforme sia legata alle imminenti elezioni negli
stati dell’Uttar Pradesh e del Punjab, dove gli agricoltori sono buona parte
del bacino di elettori e dove le organizzazioni agricole hanno grande potere e
influenza. Alcuni leader delle proteste, infatti, hanno fatto sapere che non
smetteranno di manifestare. E uno di loro, Rikesh Tikait, come riporta il The
Guardian, ha annunciato che comunque gli agricoltori non si sposteranno dai
loro accampamenti fino a quando le leggi non saranno state ritirate
definitivamente, dopo le discussioni in Parlamento.
lunedì 22 marzo 2021
l'esempio dell'India
Occhi sull’India: agricoltori uniti contro le riforme agricole - Chitra
L’inverno è
una stagione produttiva
Per gli
agricoltori in India, è la stagione del rabi, in cui vengono
coltivati alimenti essenziali come grano, orzo, lenticchie, piselli e patate,
tra gli altri. Poiché le colture di rabi hanno
bisogno di un clima caldo per germogliare e di un clima freddo per crescere,
vengono piantate durante la stagione dei monsoni e raccolte in primavera.
Questo inverno, tuttavia, gli agricoltori di tutta l’India sono stati costretti
a lasciare i loro campi e le risaie per dedicarsi a un diverso tipo di lavoro.
Sono passati più di due mesi da quando si sono accampati ai confini di Delhi in
una dharna indefinita. Sebbene dharna possa essere semplicemente tradotto con
“sit-in”, in hindi il termine non implica solo l’occupazione fisica dello
spazio ma anche un esercizio di perseveranza: fissare la propria mente su un
obiettivo o risultato chiaro. In termini di applicazione pratica, una dharna di solito si svolge alla porta di un delinquente
o di un debitore ed è uno strumento mediante il quale le componenti più
vulnerabili della società possono costringere un soggetto più potente a
rispondere alle loro richieste. Per esempio, una dharna potrebbe essere messa in scena al di fuori
dell’ufficio di un esattore delle tasse, del capo di una azienda o della casa
di un proprietario. Nel caso della protesta dei contadini, il colpevole sembra
essere il governo centrale che, mentre presiedeva gli uffici parlamentari di
Delhi, ha approvato una serie di progetti di legge che ribaltano completamente
il modo in cui si regola l’agricoltura in India.
Il punto
cruciale delle 3 proposte di legge può essere riassunto come segue:
·
La creazione di nuovi spazi commerciali che aggirano
le restrizioni esistenti sulla vendita e l’acquisto di prodotti agricoli.
·
L’abilitazione
dell’agricoltura a contratto con obblighi minimi (a
differenza dell’attuale accordo, gli agricoltori saranno in grado di
commerciare in diversi stati).
·
La rimozione delle restrizioni sulle scorte di
merci essenziali (il che significa che i grandi acquirenti possono trarre
profitto dall’accumulazione).
Gli
agricoltori devono essere consapevoli dei molteplici fattori che influenzano la
crescita, la resa e il commercio dei raccolti. Ciò include la conoscenza della
maturità del raccolto, delle variazioni del clima e della qualità del suolo,
nonché il prezzo di fertilizzanti e benzina, e anche fattori logistici come la
disponibilità di strutture di trasporto e stoccaggio. In questo modo, l’agricoltura
è un’attività che comporta molti rischi e variabili che vanno oltre il solo
lavoro degli agricoltori. Capire questo aiuta a chiarire meglio perché le nuove
riforme proposte dal governo indiano stanno subendo una così feroce resistenza
da parte di coloro che hanno passato tutta la vita a lavorare la terra.
Nonostante la retorica neoliberale usata per persuadere gli agricoltori – per
esempio che le nuove riforme garantiscano loro una maggiore “libertà” di
vendere a qualunque prezzo vogliano e farla finita con l’“uomo di mezzo”, l’intermediario – gli agricoltori temono che
l’apertura di uno spazio di mercato parallelo, come propone il primo disegno di
legge, porterà inevitabilmente al crollo del sistema mandi attualmente in vigore.
Il sistema mandi: aste regolamentate e
consolidate
In India, i mandi sono spazi d’asta regolamentati in cui
i prodotti agricoli vengono acquistati e venduti in base a una serie di accordi
specifici dello stato. In questi spazi, i commercianti all’ingrosso e al
dettaglio non possono acquistare direttamente dagli agricoltori e le
transazioni vengono invece effettuate tramite commercianti autorizzati che
fungono da salvaguardia contro lo sfruttamento dei prezzi. Il sistema mandi dovrebbe anche garantire agli agricoltori un
prezzo minimo di sostegno (Msp) per determinate colture, ovvero un prezzo al
quale lo stato deve acquistare i loro prodotti. Ciò garantisce che il lavoro
del raccolto non vada sprecato, sebbene gli agricoltori dicano che spesso
finiscono comunque per ricevere un prezzo al di sotto del minimo. Anche se da
tempo gli agricoltori chiedono riforme nel sistema, sono convinti che la
soluzione non sia abolirlo. In stati come il Bihar, dove i mandi sono già stati sciolti con il pretesto di
promesse simili, ciò ha solo portato a una maggiore volatilità dei prezzi dei
cereali e alla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi aziende
agricole. Gli agricoltori del Bihar, che sono tra i più poveri del paese,
riferiscono anche che le loro scorte possono rimanere inutilizzate per mesi
senza ricevere alcun pagamento e che sono spesso costretti a vendere a prezzi
poco convenienti per liberarsene.
Non c’è libertà a meno che non ci venga
garantito un prezzo minimo o garantita la possibilità di far sentire la nostra
voce all’alta corte o alla Corte Suprema. Ora hanno detto (secondo le nuove
proposte di legge) che puoi solo andare all’Sdm (tribunale inferiore) e, come
sappiamo, l’Sdm appartiene a chi ha i soldi.
La riforma si abbatte sui piccoli agricoltori…
L’elenco delle complicazioni che
circondano le leggi è ampio. In India, gli agricoltori piccoli e marginali (che
possiedono meno di due ettari di terra) costituiscono l’86,2% di tutti gli
agricoltori, ma possiedono solo il 47,3% della superficie coltivata. Inutile
dire che questi agricoltori sono destinati a essere colpiti in modo peggiore
rispetto ai proprietari terrieri più grandi e probabilmente, a lungo termine,
saranno costretti a vendere la loro terra. Tuttavia, anche queste statistiche
trascurano una quota fondamentale della forza lavoro agricola: le donne. A
causa del fatto che l’agricoltura è vista prevalentemente come una professione
“maschile”, le donne sono troppo spesso escluse dalla narrazione
sull’agricoltura indiana. Questo nonostante il fatto che le donne rappresentino
la maggioranza dei lavoratori agricoli complessivi (70%) e tendano anche a
lavorare più ore rispetto agli uomini, pur possedendo solo il 12,8% dei terreni
agricoli. Le donne contadine, a cui raramente viene concesso il potere
decisionale in famiglia – per non parlare del potere di negoziare con le grandi
compagnie – saranno senza dubbio quelle che soffriranno di più a causa dei
nuovi accordi agricoli dell’India. Oltre a dover affrontare l’espropriazione
economica (con scarse possibilità di occupazioni alternative), dovranno anche
sostenere il peso di gestire la carenza di cibo in casa, che è quasi
inevitabile se alle imprese viene consentito di accumulare beni essenziali.
… e la
mobilitazione parte dal Punjab
A differenza
del lavoro agricolo e del suo collegamento ai cicli stagionali, il lavoro dei
governi fascisti è più in sintonia con i cicli di crisi e opportunità. E quale
migliore opportunità per approvare una serie di proposte di legge contro i
poveri, contro le donne e contro gli agricoltori che nel bel mezzo di una crisi
sanitaria globale? Tuttavia, nel rendersi conto di alcuni dei modi in cui gli
agricoltori rischiano di soccombere, quelli dello stato del Punjab (il terzo
più grande stato produttore di colture in India) sono stati tra i primi a
mobilitarsi dopo che le leggi sono state promosse in parlamento lo scorso
settembre. Avendo avuto luogo senza alcuna consultazione pubblica o il
coinvolgimento esplicito dei governi statali, molte persone hanno anche
sottolineato che le leggi erano completamente incostituzionali. Tuttavia, dopo
due mesi di proteste locali e nessuna risposta da parte del governo centrale, i
contadini del Punjab hanno deciso di lanciare un appello per assaltare la
capitale, portando le loro lamentele direttamente al parlamento. Con lo
slogan #dillichallo (andiamo a Delhi), la chiamata è
stata sostenuta dagli agricoltori del vicino stato di Haryana che si sono uniti
a loro sulle autostrade. È solo dopo essere arrivati ai confini di Delhi che i
contadini sono stati fermati dalla polizia pesantemente armata e dalle forze di
azione rapida (Raf). Eppure qualcosa di incredibile era già avvenuto nel
processo.
Creare ostacoli nell’anno del Covid rinfocola una
reazione collettiva
Dopo essersi lasciati andare
all’arresto indiscriminato di studenti attivisti durante tutto l’anno, oltre a
smantellare le leggi sul lavoro e le politiche di protezione ambientale, i
conti con le aziende agricole era forse solo un altro obiettivo che il governo
di Modi pensava di poter raggiungere all’ombra della pandemia. Dal punto di
vista di quelli di noi impegnati nei sit-in della capitale, forse inizialmente
sembrava anche così. Tuttavia, mentre gli agricoltori del Punjab si facevano
strada verso di noi, siamo rimasti incollati ai nostri feed dei social media e
alle possibilità politiche che si stavano aprendo davanti ai nostri occhi. Le
autostrade dell’India sono state improvvisamente trasformate in un palcoscenico
per eroici atti di disobbedienza, con video di persone che lanciavano transenne
della polizia nel fiume e trattori che tiravano via lastre di cemento che
proliferavano nello spazio digitale. Facendosi strada tra cannoni ad acqua e
lanci di gas lacrimogeni, i contadini erano riusciti a capovolgere la
situazione: non era l’indebolimento della marcia, ma la brutalità dello stato
che, appunto, veniva smascherato. Penetrando attraverso la dissoluzione e la
depressione politica che annebbiano i nostri cuori, tali scene ci hanno
lasciato sbalorditi. Una battaglia era certamente iniziata, e mentre il governo
era impegnato a scavare buche nella strada, ogni ostacolo che i contadini
riuscivano a superare alimentava solo ulteriormente lo spirito collettivo.
All’inizio abbiamo sentito che Delhi è
così lontana, cosa faremo una volta arrivati? Ma ogni trattore e camion ha
riempito da 5 a 10.000 rupie di diesel per arrivare qui perché sappiamo che se
non prendiamo una posizione ora, non saremo in grado di stare in piedi.
Una volta
raggiunta Delhi, anche gli agricoltori di molti altri stati dell’India hanno cominciato
ad affluire, insieme agli studenti, ai sindacati dei trasporti e agli alleati
di diversi settori. Dormire dieci per un camion, al riparo di una stazione di
servizio abbandonata, o in tende improvvisate tra pneumatici di trattori e
carrelli, attualmente occupano cinque principali autostrade che portano in
città. L’atmosfera è gioiosa, con cucina, giochi di carte, discorsi e kirtan dal vivo (canto devozionale) che si
svolgono l’uno accanto all’altro. Secondo la pratica sikh, numerose cucine
comunitarie (langar) sono state istituite in tutto il sito e
chiunque e tutti i passanti sono incoraggiati a sedersi e mangiare. Con
rifornimenti freschi in arrivo dai villaggi del Punjab e dell’Haryana ogni
giorno, i contadini si vantano di avere abbastanza da sfamare se stessi e
l’intera Delhi. Nei primi giorni della dharna, l’India ha
anche assistito al più grande sciopero della storia mondiale, con oltre 250
milioni di lavoratori che si sono schierati a sostegno degli agricoltori. Sotto
la bandiera di #bharatbandh (chiusura dell’India), si sono svolte marce in
varie città del paese, con canti di kisaan majdoor ekta zindabad (lunga
vita all’unità dei contadini e dei lavoratori) che hanno riempito le strade.
«L’intero paese si è riunito. Se Modi non avesse fatto questa legge non avremmo
saputo della situazione degli agricoltori in luoghi diversi. Non saremmo stati
in grado di unirci … ora non puoi fare distinzioni anche tra di noi!».
Ambiente vs.
neoliberismo
Tuttavia le attuali proteste
dovrebbero essere viste come il punto di svolta all’interno di una lunga storia
di disagio agrario, che è stato solo esacerbato da quando Modi è salito al
potere nel 2014. Un’indicazione di ciò risiede nei tassi catastrofici di
suicidio degli agricoltori in India, con oltre 20.000 agricoltori che hanno
riferito di essersi tolti la vita tra il 2017 e il 2019: stress finanziario
legato a prestiti predatori, alti oneri del debito e la pressione che ciò
esercita sui rapporti personali sono stati identificati come tra le ragioni
principali. Naturalmente ci sono anche fattori meno percettibili di cui tenere
conto. Gli agricoltori in India, come nel resto del mondo, sono in prima linea
nella crisi climatica e i cambiamenti nelle condizioni meteorologiche e delle
precipitazioni hanno avuto effetti devastanti sui raccolti. Anche le politiche
di pianificazione in India trascurano ampie aree rurali, dedicando invece
risorse statali allo sviluppo di economie produttive e di servizi. Di
conseguenza, i sindacati degli agricoltori si sono da tempo organizzati in
tutto il paese, con azioni particolarmente intense in risposta alle successive
politiche neoliberiste introdotte con Modi. Oltre alla mobilitazione sindacale,
è necessario riconoscere che gran parte della forza dietro l’attuale agitazione
proviene dagli agricoltori sikh della regione del Punjab, per i quali
l’agricoltura è parte integrante dell’identità culturale. Dopo aver subito la
divisione del Punjab (la loro patria originale) nel 1947, e un genocidio per
mano dello stato indiano nel 1984, anche la comunità sikh è stata
sistematicamente cacciata e detenuta per decenni come parte delle guerre
segrete dell’India contro le sue “minacce alla sicurezza” percepite. Questa
storia di lotta e il particolare rapporto con lo stato indiano da questa generato
rafforza il movimento contro le tattiche di divisione dello stato. Per questa
ragione, tra le diverse bandiere sindacali, si trova anche la Nishaan Sahib
(una bandiera Sikh) che viene issata. Tra le varie fazioni di contadini, si
trovano anche Nihang Sikh che si prendono cura dei loro cavalli e praticano le
loro abilità con la spada. In qualità di esercito ufficiale della comunità
sikh, si sono schierati in prima linea sulle barricate, direttamente di fronte
alla polizia e alle forze della Raf.
Fanno volare i droni sul sito ogni giorno
per guardarci e tenere d’occhio il movimento.
Ma vedi quel Baaj [falco] nel cielo?
Appartiene al Nihang. Abbiamo la nostra sicurezza, vedi.
Nonostante i molteplici round di
colloqui tra leader sindacali e funzionari governativi, la situazione rimane in
una condizione di stallo politico. Gli agricoltori da un lato sono risoluti a
non accettare niente di meno del ritiro completo delle fatture e hanno inoltre
richiesto che l’Msp sia convertito in legge per tutte le colture e in tutti gli
stati, poiché questo è l’unico modo per garantire la sua corretta attuazione.
Il partito al potere, d’altra parte, è impegnato nelle sue campagne di
propaganda, dipingendo gli agricoltori come separatisti militanti o come
confusi sui termini delle fatture. Collaborando con la polizia, ha anche
inviato assassini pagati (che sono stati catturati dai manifestanti) per
eliminare i leader sindacali e molti altri recentemente, hanno usato scagnozzi
assunti per lanciare pietre contro i manifestanti e abbattere le loro tende.
Tuttavia, fino ad ora, a ogni attacco è stato risposto da un numero ancora
maggiore di agricoltori arrivati sul posto. In un paese di oltre 1,3 miliardi
di cui il 70 per cento dei mezzi di sussistenza sono legati all’agricoltura, i
numeri sono uno dei maggiori punti di forza che gli agricoltori hanno.
Anche la mia figlia più piccola mi dice di
non tornare a mani vuote: «Legate Modi e portatelo di nuovo qui (in Punjab) su
un trattore».
Eppure
l’inverno è anche la stagione più dura
Soprattutto
i mesi di dicembre e gennaio in cui le temperature quest’anno sono scese fino a
1° Celsius a Delhi. È importante notare che la stragrande maggioranza di coloro
che sono accampati alle frontiere sono anziani, molti dei quali anche affetti
da malattie croniche. Tra i 170 contadini martirizzati dall’inizio delle
proteste a settembre, molti sono morti a causa della loro esposizione al freddo
e all’esaurimento generale. Altri sono morti per incidente stradale o suicidio.
Tuttavia, la dharna rimane incrollabile.
Tutti gli agricoltori intervenuti hanno detto che non avevano intenzione di
andarsene fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte, non importa
quanti mesi o anni questo può richiedere. In tal modo, gli agricoltori spesso
si riferivano a vite oltre la loro; dei loro figli, nipoti e pronipoti a
venire. In India, la terra non costituisce solo fonte di reddito e sicurezza
sociale, ma è anche profondamente implicita nella nozione di famiglia. Quindi
rappresenta un senso di continuità; una promessa tra antenati e generazioni
future quella attuale generazione di agricoltori intende mantenere.
A partire dal 29 gennaio, il governo indiano ha chiuso i servizi Internet nei
vari siti di protesta situati ai confini di Delhi. Anche l’elettricità e
l’acqua sono state interrotte e le punte di ferro sono state cementate sulla
strada per impedire l’arrivo di altri manifestanti. Con il dispiegamento della
sicurezza intensificato alle frontiere e il crescente arresto e detenzione di
giornalisti, la Fortezza Delhi è l’ultima strategia per isolare gli agricoltori
e reprimere il movimento. Adesso è un momento critico. Questo governo è guidato
da un uomo che ha già commesso due massacri sponsorizzati dallo stato. Abbiamo bisogno di occhi sull’India.
Traduzione di Masha e Nicola
[L’articolo non riporta i cognomi
dell’autrice e dei traduttori per preservare la loro libertà e integrità]
India: i più grandi scioperi al mondo - Fulvio Perini
In India, in
rapporto alla popolazione, è in corso una partecipazione alle lotte sociali non
si vede in Italia o in Europa ormai da decenni. Proprio per queste ragioni le
lotte dei lavoratori e, soprattutto, le lotte dei contadini in India hanno
destato l’attenzione della stampa internazionale (Farmers’ protest in India:
why have new laws caused anger?, The Guardian, 12 febbraio
2021; Why Are Farmers Protesting in India?, New York Times,
27 febbraio 2021).
Al quinto
sciopero generale dell’industria e dei servizi dell’8 gennaio 2020 hanno
partecipato poco meno di 200 milioni di lavoratori e a quello dei contadini del
26 novembre più di 250 milioni, proseguendo con un movimento denominato Dilhi
Chalo («Andiamo a Delhi») che il 30 novembre ha portato centinaia di
migliaia di manifestanti nella capitale sfidando la repressione e i blocchi
stradali delle forze dell’ordine, superando le barricate con i loro trattori (https://www.rosalux.de/en/news/id/43553/from-the-fields-to-the-capital?cHash=089740e9d6b466063cd603441c2df977). Questo movimento è ancora in
campo ed è ormai la lotta più importante del popolo indiano da quella per la
sua indipendenza. Non a caso qualcuno la chiama la lotta per la seconda
indipendenza. Durante lo svolgimento delle lotte i contadini hanno anche
ricevuto la solidarietà e il sostegno dei lavoratori di altri settori, come
quello del sindacato dei camionisti (14 milioni di aderenti) che ha organizzato
il boicottaggio nel trasporto dei prodotti agricoli.
La lotta
degli agricoltori colpisce per l’intensità, l’estensione e la continuità. Non a
caso la domanda di importanti quotidiani inglesi e statunitensi segnalata in
apertura è sorta dopo la manifestazione del 3 febbraio, occasione di durissimi
scontri con la polizia con centinaia di feriti e un morto tra i manifestanti e
moltissimi arresti. Lo sciopero dei lavoratori dell’industria e dei servizi era
in difesa delle loro condizioni e dei loro diritti (ricordiamo le decisioni del
Governo Modi di aumentare l’orario di lavoro e di stabilire per legge che un
sindacato può essere riconosciuto in azienda solo se supera il 75% dei consensi
tra i lavoratori interessati: https://www.ituc-csi.org/open-letter-india?lang=en) mentre alla base delle lotte dei
contadini c’è l’ostinata resistenza in difesa della propria esistenza.
L’India è lo
Stato con il più vasto territorio destinato alle coltivazioni agricole, seguito
dalla Cina e dagli Stati Uniti; più del 60% degli 1,3 miliardi degli indiani
dipende ancora principalmente dall’agricoltura per il proprio sostentamento,
sebbene il settore rappresenti solo il 15% circa della produzione economica del
paese; il censimento del 2014 ha rilevato che gli agricoltori in India hanno
piccole proprietà terriere (i due terzi inferiori a un ettaro) e questo è uno
dei motivi per cui non sono in grado di soddisfare i loro bisogni. Il piccolo
proprietario terriero è così esposto al variare delle condizioni economiche e
di mercato e fa in fretta, prima, a indebitarsi e, poi, a perdere tutto poi.
Per queste ragioni i suicidi tra i contadini indiani si contano ogni anno in
molte migliaia (28 suicidi ogni giorno, secondo l’ufficio di statistica
statale): fenomeno drammatico che, secondo il ministro dell’agricoltura
Basavanagowda Patil, è dovuto «alla fragilità mentale dei contadini».
Con
l’epidemia da Covid 19 molti lavoratori emigrati con le loro famiglie nelle
città per svolgere il lavoro nell’industria o nei servizi sono rimasti
disoccupati ritornando così nei loro luoghi di origine e rendendo ancora più
difficile l’esistenza nelle zone agricole.
È in questo
contesto che, nella tarda primavera dell’anno passato, il Governo Modi ha
deciso di avviare una politica di “modernizzazione” dell’agricoltura indiana
con le stesse motivazioni che abbiamo conosciuto noi: «per attrarre gli
investitori esteri». Da luglio sono scattate le proteste a partire dai
coltivatori degli Stati del Punjab (il granaio dell’India) e Haryana, in
prevalenza della minoranza religiosa sikh. La solidarietà degli altri contadini
è scattata subito e poi si è trasformata in partecipazione alla lotta.
Il Governo
ha accelerato l’iter legislativo e, a settembre, il Parlamento ha approvato tre
leggi di liberalizzazione del mercato agricolo: la cancellazione dei luoghi
pubblici (mandis) e sotto controllo pubblico per lo svolgimento della
contrattazione dei prodotti dell’agricoltura; l’introduzione del contratto di
conferimento del prodotto a prezzo prestabilito prima ancora della sua raccolta;
la libertà per le imprese, nella sostanza le grandi imprese, di accaparrarsi i
prodotti senza alcun limite, determinando così nei fatti i prezzi. Queste tre
leggi si sono inserite in un contesto in cui l’intervento dello Stato a
sostegno dei prezzi al momento della produzione, la legge sul prezzo minimo di
appoggio (MSP, nella sigla inglese), è stato progressivamente abbandonato su
richiesta dell’Organizzazione mondiale del commercio e degli Stati Uniti (che
godono, insieme all’Europa, di politiche di sostegno assai più consistenti) e
la promessa elettorale del signor Modi di eliminare il lavoro informale in
agricoltura introducendo norme di riconoscimento previdenziale per i
coltivatori è stata dimenticata una volta eletto (https://soberaniaalimentaria.info/otros-documentos/luchas/826-las-protestas-agrarias-en-la-india-contra-la-nueva-legislacion-neoliberal).
Il 42% della
manodopera impegnata nell’agricoltura indiana è composto da donne (mentre i
maschi possiedono il 98% delle terre) e ormai da molti anni sono in corso lotte
importanti che vedono le donne protagoniste, in particolare per l’accesso
all’acqua e ai servizi sanitari durante lo svolgimento del lavoro. Per questo
non ci si può stupire che le donne siano in prima fila nelle battaglie in corso
partecipando alle manifestazioni alla guida dei trattori durante le marce verso
Delhi. In qualche caso i cortei erano composti da sole donne.
Il Governo
ha opposto un netto rifiuto alle richieste dei coltivatori e ancora il 4
dicembre, dopo lo sciopero generale del 26 e la marcia su Delhi del 30
novembre, ha avanzato delle proposte correttive che i manifestanti hanno
respinto perché irrilevanti; anzi, le loro posizioni si sono radicalizzate e
quando a gennaio il Governo ha deciso di sospendere per 18 mesi l’applicazione
delle nuove norme di liberalizzazione hanno ribadito la richiesta del loro
ritiro. Si prosegue così in un confronto assai aspro accompagnato da pesanti
azioni di repressione da parte del Governo Modi con decine e decine di arresti
dei leader del movimento contadino e dei giornalisti che lo sostengono, come
pure con la chiusura dei social media. Queste azioni hanno determinato una
netta presa di posizione di Amnesty International che ha chiesto il rilascio
immediato degli arrestati e la riattivazione dei servizi di informazione via
internet. Dopo la denuncia del 30 settembre, relativa alla violazione dei
diritti umani sino alle esecuzioni extragiudiziali, per rappresaglia il Governo
ha congelato i suoi conti obbligando l’ufficio indiano a sospendere l’attività
(https://www.amnesty.it/amnesty-international-india-costretta-a-sospendere-le-sue-attivita/). Una delle motivazioni della
repressione è l’accusa di azioni con carattere “antinazionale”, con
esasperazione della scelta di Narendra Modi sin dalla prima elezioni a
presidente fondata sulla supremazia dell’etnia indù rispetto alle altre
minoranze etniche e in particolare ai musulmani (oltre 200 milioni di indiani).
Nel 2019, infatti, è stata, dapprima, adottata la legge Citizenship
Amendment Act (CAA), secondo cui la cittadinanza indiana è
stabilita su base religiosa, e, immediatamente dopo, abrogato l’articolo 370
della Costituzione che prevedeva uno status speciale di autonomia del Kashmir
riconoscendone le “differenze storiche e culturali” rispetto al resto
dell’India.
Qualche
osservatore internazionale ha sottolineato come sia in corso in India la più
importante lotta per la democrazia del mondo. Negli ultimi anni abbiamo
assistito allo svolgimento di lotte molto dure e tante volte represse nel sangue
determinate dalla diffusa consapevolezza di un’iniquità crescente e ormai
portata a mettere in pericolo l’esistenza di milioni e milioni di esseri umani.
La selezione per censo nelle cure e nella distribuzione dei vaccini per il
contrasto alla pandemia da Covid è solo una delle espressioni di tali
diseguaglianze. Chissà se e quando finiranno le nostre paure e il nostro
sonnambulismo.