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lunedì 18 marzo 2024

Manifesto. Il fronte di liberazione del contadino impazzito - Wendell Berry

Il manifesto di Wendell Berry (1973) è forse tra le poesie più famose del poeta e scrittore americano.

La traduzione qui riportata è di Vincenzo Perna ed è contenuta nella raccolta di saggi Mangiare è un atto agricolo.

 

Manifesto. Il fronte di liberazione del contadino impazzito (1973)

Ama il guadagno facile, l’aumento di stipendio,
le ferie pagate. Desidera con tutte le tue forze
i prodotti impacchettati.
Vivi nella paura
dei vicini e della morte.
La tua mente non avrà segreti,
e neppure il tuo futuro sarà più un mistero.
I tuoi pensieri saranno schedati
e archiviati in un cassetto.
Quando vorranno farti comprare qualcosa,
ti chiameranno.
Quando vorranno sacrificarti al profitto,
te lo faranno sapere.
Perciò, amici miei, fate tutti i giorni qualcosa
d’irragionevole. Amate il Signore.
Amate il mondo. Lavorate gratis.
Prendete ciò che avete e fatevi poveri.
Amate chi non se lo merita.
Denunciate il Governo e abbracciate
la bandiera. Cercate di vivere liberi
nella libera repubblica che essa simboleggia.
Approvate ciò che vi sfugge.
Lodate l’ignoranza, perché quello che l’uomo
non ha ancora scoperto non ha ancora distrutto.
Interrogatevi sulle domande senza risposta.
Investite nel millennio. Piantate sequoie.
Dichiarate che il raccolto più importante
è la foresta che non avete seminato,
che non vivrete abbastanza per tagliare.
Dichiarate che il raccolto di foglie è compiuto
quando marcisce nel terriccio scuro.
Chiamate tutto ciò profitto, profetizzatelo come guadagno.
Riponete la fede nelle tre dita di humus
che crescono sotto gli alberi
ogni mille anni.
Ascoltate i corpi in decomposizione – accostate l’orecchio
al tenue brusio
dei canti che verranno.
Preparatevi alla fine del mondo. Ridete.
Il riso non si può computare. Siate gioiosi
nonostante tutto.
Finché le donne non si svendono al potere,
assecondatele più degli uomini.
Domandati: potrà tutto questo soddisfare
una donna felice di generare un figlio?
Turberà il sonno
di una donna prossima al parto?
Vai con la tua innamorata nei campi.
Stenditi placido all’ombra. Posale il capo in grembo.
Giura fedeltà a ciò che ti è più vicino.
Appena generali e politicanti
riescono a predire il corso del tuo pensiero,
sbarazzatene. Abbandonalo lì, come una pista falsa,
una strada non intrapresa.
Fa’ come la volpe
che lascia più tracce del necessario,
a volte in direzione sbagliata.
Esercitati a rinascere.

da qui


venerdì 15 settembre 2023

PER I PESCI DEL MEDITERRANEO - Erri De Luca

 

Prendete e mangiatene tutti,

Questi sono i corpi planati

A braccia aperte sul fondale.

In terra sono stati crocefissi,

ora sono del mare e di voi pesci.

Prendete e mangiatene tutti,

che non avanzi niente,

nessuna delle corde vocali

che hanno gridato al vento.

Fate questo in memoria di noi

Che rimaniamo a riva.

Lasciatevi afferrare dalle reti

Per essere venduti sul banco del mercato,

dove i sopravvissuti furono venduti.

Sarete sulle nostre tavole imbandite.

Di voi, sazi di loro, mangeremo tutto.

Conservate una spina per le nostre gole,

toglietela dalla corona dei perduti.

 

(da Madrugada, n. 130, dalla Stampa 15/03/2023)


da qui

mercoledì 27 gennaio 2021

la paesitudine applicata al tempi del Covid-19

 

Il paese inesistente - Franco Arminio

 

Quando ci fu il terremoto ogni sera stavamo in televisione, e questo ci sembrava strano. C’era quasi un senso di contentezza: finalmente si occupano di noi. In Italia i paesi esistono come luogo della sciagura, il paese è semplicemente lo sfondo. La loro vita quotidiana non interessa a nessuno, a cominciare da chi li abita. Questo volevo dire quando ho scritto: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto.

In questi giorni ho ascoltato in Parlamento i discorsi fatti dai parlamentari che dovevano decidere se dare o meno la fiducia al Governo Conte. Sono state due giornate dedicate all’aritmetica, non potevo aspettarmi attenzione per l’orografia. E infatti nessuno ha parlato di montagne. A un certo punto qualcuno ha citato Taranto. Non mi pare di aver sentito altri nomi di luoghi, sicuramente non ho sentito nomi di paesi o di zone geografiche: mi sarebbe piaciuto che qualcuno citasse la Barbagia o l’Aspromonte, le valli bresciane o le colline marchigiane. Niente, le persone che parlano in Parlamento sembrano venire tutte dallo stesso luogo, una città senza nome e senza lingua: la città della politica. Il futuro della politica è coniugare la cura del mondo e la cura dei luoghi. Il pianeta e il piccolo paese. Vorrei capire dove sono nate e dove vivono le persone che ho ascoltato in Parlamento nel gennaio 2021, nei giorni in cui le persone non si possono baciare, non si possono stringere la mano. Se qualcuno di loro è nato o vive in un paese se lo è sicuramente scordato. Se la politica deve rappresentare le persone e i loro problemi perché nessuno rappresenta le persone i problemi dei paesi? Andare in Parlamento significa occultare la propria paesanità? Ma se è così è un atteggiamento provinciale. Se uno pensa che citare l’America sia più importante che citare le valli di Comacchio non ha capito niente del futuro che ci aspetta. La modernità non sarà mai più la fuga dall’arcaico, ma un sapiente intreccio di quello che siamo stati e di quello che vorremo diventare. E questo intreccio in ogni luogo assume un colore diverso. Ai politici di governo e di opposizione bisogna ricordare che i soldi da spendere per fronteggiare la crisi pandemica non si spenderanno in astratto, nella città astratta della politica, ma in posti che hanno storie diverse e che sono abitati da persone e da piante e da animali. Sono terre dove non sappiamo se può piovere a oltranza per tre giorni o per trenta giorni, sono luoghi dove bisogna valutare lo stato delle acque e della terra. La terra è un’altra cosa di cui si parla poco in Parlamento, come se fossimo tutti avvocati e architetti. Il formaggio, la farina, l’insalata, le uova: nessuno le ha sentite queste parole nei giorni della fiducia al governo. Forse l’oggetto della fiducia dovrebbe essere la realtà, ci vorrebbe un patto per la realtà, un bene in cui siamo immersi e che sta velocemente evaporando, come se tutti stessimo traslocando nell’irreale. Perfino la pandemia, con le dolorose conseguenze che produce, rischia di diventare uno sfondo a cui ormai ci siamo abituati e qualcuno potrebbe avere la tentazione di non rimuoverlo più questo sfondo, magari ne viene qualche guadagno alla propria carriera. L’irrealtà è il grande cancro dello spirito con cui ci troviamo tutti a combattere. Nominare i luoghi è un esercizio fondamentale non solo per i politici. Come è bello dire Luca, Carmela, Antonio, Patrizia, così è importante dire Roghudi, Senerchia, Perugia, Biella. Solo qui sappiamo nominare le cose, non su Marte, non sul pianeta parlamentare.

da qui

 

 

IL CANTIERE DELLA FIDUCIA - Franco Arminio

 

Scrivo da anni sulla questione dei paesi. Ogni volta che lo faccio, cerco sempre di partire dalla visione di un luogo. Per questo motivo, sono andato a Santomenna. Non arriva a 400 abitanti, sta in un punto della provincia di Salerno che sembra allontanarsi da tutti gli altri e va a posarsi al confine con l’Irpinia e la Basilicata. Ai tempi del terremoto del 1980, Santomenna faceva parte di una trilogia di paesi totalmente distrutti perché assai vicini all’epicentro. Gli altri due sono Castelnuovo di Conza e Laviano. Santomenna ora potrebbe essere l’emblema dello spopolamento dell’Italia interna. Non solo perché ha perso tanti abitanti. È uno spopolamento radicale: non ci sono vacche e non ci sono pecore, non si fa il formaggio come ancora avviene a Laviano. C’è solo un tabacchi, un piccolo negozio di alimentari e un bar. Il paese è stato tutto ricostruito, le case sono esposte al sole, l’aria è pulita, potrebbe essere un bel luogo per riposarsi. Invece, qui non ci sono “azioni in corso”. Le persone che vogliono parlare con qualcuno scendono in basso dove passa la strada e dove ci sono la chiesa, il Comune e qualche panchina. Piccoli gruppi di persone. Una volta ne trovi tre, un’altra cinque. Gli altri sono in casa, sono quasi tutti anziani. Santomenna ha tutte le carte in regola per essere definito un paese della bandiera bianca, cioè un posto che sembra arreso. Ovviamente, il sindaco non gradirà questa descrizione, ma per me il paese è interessante proprio per il fatto di essere così spoglio, essenziale. L’errore da non fare è considerare Santomenna un posto arretrato. Si può parlare piuttosto di un ritmo, di un’atmosfera che varia da luogo a luogo, ma senza pensare che un luogo sia più avanti di un altro. Il primo lavoro da fare per dare valore ai paesi è guardarli bene, guardarli uno per uno, sentirli, ascoltarli. Per fare buone strategie di sviluppo, bisogna partire dall’idea che la prima infrastruttura su cui lavorare è la fiducia. In questi anni, ai paesi la fiducia nessuno è riuscita a darla. Per questo sono cresciuti gli scoraggiatori militanti. La loro egemonia culturale è diventata così grande che spesso arrivano a eleggere anche i sindaci, votati per i sogni che non fanno. Lo scoraggiatore è diventato, in molti paesi, l’unica figura di successo, l’unica che vede confermate le sue visioni. La sua frase bandiera “qui non c’è niente” viene confermata ogni volta che un negozio chiude, che un ragazzo parte. Le politiche fatte per contrastare lo spopolamento dell’Italia interna sono state piuttosto fallimentari. Lo strumento attualmente in esercizio, la Strategia Nazionale delle Aree Interne, somiglia molto a una sceneggiatura a cui si lavora alacremente, ma il film fatica a cominciare. Eppure è sicuramente un’azione ben concepita e abbiamo anche la fortuna di avere un ministro di riferimento per quelle aree, che è competente e volenteroso. Allora perché non accade niente che ci dia entusiasmo? Perché anche nel tempo del Covid-19 non si riesce a dare quella spinta ai paesi che servirebbe molto all’Italia intera? Il motivo principale è una sorta di miopia geografica. L’Italia, nazione di paesi e di montagne, ha dato le spalle ai paesi e alle montagne. Si fanno politiche focalizzate sui centri urbani e sulle pianure. C’è di mezzo ovviamente l’opportunismo degli esponenti politici che tendono a occuparsi di luoghi che hanno più peso elettorale. C’è, ancora di più, un retaggio culturale che non va via: paesi significa mondo rurale, mondo rurale significa miseria, dunque il paese è il luogo della sfiducia più che il luogo dell’opportunità. Lo stiamo vedendo benissimo in questi mesi in cui il distanziamento fisico, che nei paesi è facile da mantenere, non si è tramutato nell’avvio di politiche per ridistribuire gli italiani sul territorio. Usando un linguaggio medico, in un momento in cui il mondo è diventato un gigantesco ospedale, si può dire che abbiamo una malattia circolatoria: nel caso dei paesi una malattia anginosa, si soffre perché arriva poco sangue; nel caso delle aree urbane si è prodotta una malattia emorragica, come se si fosse rotto un aneurisma. Davanti a problemi di questo tipo, è evidente che bisogna intervenire subito e bisogna chiedere conto alla politica della sua miopia: come si fa a non vedere problemi come questi? La risposta sta nel fatto che non se ne curano più di tanto anche le persone che abitano nei luoghi malati. Nessuno ha mai chiesto un blocco totale di certe aree quando si toccano determinati livelli di inquinamento. Nei paesi accade una cosa che si può riassumere così: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto. Paesani e cittadini sono accomunati dalla scarsa attenzione ai luoghi in cui abitano. In questi decenni, i legami sociali si sono allentati, è venuta fuori una malattia che io chiamo autismo corale. Nella prima stagione del Covid, l’autismo corale si era un poco allentato: eravamo distanziati ma in un certo senso più vicini. Ora il distanziamento fisico e quello spirituale procedono appaiati. La gravità dell’epidemia, ovviamente, oscura la vicenda dei paesi, la fa apparire come trascurabile. Tra l’altro, nessuno si ribella. La leva fondamentale del cambiamento dovrebbero essere i ragazzi, ma l’età più fertile è stata bonificata dalle passioni collettive. Anche le politiche per le aree interne non sembrano molto attente alle esigenze giovanili. La strategia delle aree interne dovrebbe diventare la strategia per i ragazzi e le ragazze dei paesi, la strategia della fiducia. Un paese dove qualcosa si muove deve essere connesso con quello dove non si muove niente: bisogna far migrare la fiducia, finanziare gli spostamenti di chi innova, la voglia di far conoscere il buono che c’è, di portarlo dove l’insuccesso è diventato una vocazione. Si tratta di aprire da subito un grande cantiere per passare dalla comunità-pozzanghera alla comunità-ruscello. I paesi come luogo di incubazione di un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne.

da qui




 

giovedì 12 novembre 2020

poesie di Ivano Ferrari

 “SVENTRATE INTERE FAMIGLIE…”. ODE A IVANO FERRARI, POETA SOPRAFFINO, MACELLAIO DELLA PAROLA - Fabrizio Testa

 

Ossa che scricchiolano come in una danza del corpo morto. La danza di tanti cadaveri di vacche appese. Rumore sordo di carni che si sfiorano e di uomini che sventrano, lavano, timbrano. Ivano Ferrari lava e timbra corpi morti tutto il santo giorno, quando stacca scrive. Parla della morte delle bestie, metafora delle nostre morti e delle morti tutte. Non vi è occhio di vitellino che tenga. La lama del chirurgo non conosce rimorsi e sa essere spietata.

Macello esce nel 2004. Trent’anni dopo l’esperienza raccontata sopra. Nel frattempo il macello di Mantova è diventato biblioteca comunale. Libri al posto della carne. Pagine bianche che riportano il colore delle ossa. Ferrari è sempre lì. Non lava più corpi morti. Accarezza le pagine, cataloga. Macello esce nel 2004 e racconta, in versi, l’esperienza d’una vita.

Sventrate intere famiglie

oggi

lunedì di intensa macellazione.

Una vacca ha partorito un vitello

negli occhi la paura del nascere

il foro in mezzo il nostro contributo

a tranquillizzarlo.

*

Nascita e morte insieme. Senza pietà per nessuno. Dalla biblioteca che non è più stanza per banchetti di mosche e operazioni arriva un capolavoro, La morte moglie (2013) che non solo recupera alcune poesie perse all’epoca degli ammazzamenti ma traccia un lungo calvario in versi sulla fine della compagna. Ancora morte, versi che fanno male, una morte con le braccia conserte pronta a banchettare con noi a tavola.

Le occasioni per arretrare sono finite

si corica al tuo fianco l’orizzonte

e il sole non fa più rumore.

La moglie che muore ed il gesto dell’estremo saluto. La via crucis personale piena di dettagli che sono come spade. Esplorano bresaole, verdure color fiele e merda, le pieghe liberty della coperta, il vuoto smorto della carta. Dettagli che ringhiano e accecano.

*

Ricordo ancora di averlo contattato al telefono, Ivano Ferrari. All’epoca vivevo a Parigi e per cercare il numero ho guardato su internet, pagine bianche, L’unico Ivano Ferrari di Mantova. Una chiamata da così lontano e per cosa poi? Solo un timido ringraziamento per i versi stupefacenti. Cos’altro potevo dire? Cos’altro avrei potuto domandare?

da qui

 

 

IVANO FERRARI, MACELLO (ALCUNI ESTRATTI)

 

Per chi volesse approfondire la lettura dell’opera di Ivano Ferrari, proponiamo oggi in lettura alcune poesie estratte da Macello, libro del 2004 che quest’anno Einaudi pubblica anche in formato elettronico. Cliccando QUI, invece, potrete leggere (o rileggere) de La morte moglie, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

 

*
Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

 

*
La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.

 

*
Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.

 

*
La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

 

*
È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

 

*
Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

 

*
Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

 

*
Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.

 

*
Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.

 

*
A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

 

*
È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.

 

*
Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.


© Ivano Ferrari


da qui

martedì 17 marzo 2020

L’Italia che verrà - Franco Arminio



Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file,
i banchieri, i potenti mercanti
i più lesti tra i politicanti.
Nelle retrovie dell’umanità
ancora batte il cuore,
la figlia va a trovare la madre
e la madre teme che la figlia si ammali,
il barbiere di pomeriggio
non sa bene che fare,
ora per lui è sempre lunedì,
l’uomo che passeggia con il cane
ha perso da poco il fratello per un tumore,
il barista cerca fotografie della sua giovinezza,
i fidanzati lontani si chiamano spesso,
una signora di Bergamo è andata al cimitero
a trovare suo marito,
in un paese della Sardegna c’è uno 
che non sa niente di quello che sta accadendo.
Io da qualche giorno ho smesso di guardare la televisione.
Ieri sera ho scritto in rete
che forse a qualcuno poteva fare piacere
parlare con me, visto che io ho una lunga pratica
col panico, coi nervi accesi.
Sono giornate lunghe, s’affacciano doni imprevisti, 
restano vecchie muffe, ma per favore niente discorsi
grandi sul mondo che verrà e sul mondo che c’era.
Raccogliamo il bene possibile in ogni dettaglio:
un buon litigio, la fioraia che ha offerto i fiori
che non può vendere, le fisarmoniche alle finestre,
il barista in pensione del mio paese che si è fatto
una mascherina con un pezzo di scottex casa e una molla,
il governatore che odia chi cammina per strada,
il sindaco di Bari che piange camminando per la sua città,
il Consiglio dei Ministri che si interroga se il negozio
di ferramenta vende o meno beni di prima necessità.
Ci sentiremo bene, ma ci sentiremo anche più poveri
di batticuore nell’Italia che verrà.

domenica 17 novembre 2019

Un appunto e un Manifesto - Franco Arminio




I poeti hanno perso la poesia

Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno. 
A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.
Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere meglio parti di sé o del mondo. Molti poeti, anche molto bravi, mi sembra che ormai scrivono testi che girano a vuoto, testi assorti in una religione senza fedeli. Ognuno può scrivere quello che vuole, ma non si può pretendere che i testi disertati dai lettori siano i migliori in via di principio, come se il lettore fosse sempre colpevole e il poeta fosse sempre innocente. In realtà bisogna avere l’umiltà di considerare che oggi i lettori sono più avanti dei poeti. I lettori hanno una naturalezza, una capacità di abbandono che molti poeti hanno perduto. Ed è chiaro che nessuno vuole impedire a questi poeti di essere astrusi e incomprensibili, ma loro neppure possono pensare che chi non li segue è colpevole di non capire la poesia. 
Ho come l’impressione che ci sia un tempo tutto pronto alla poesia e i poeti siano clamorosamente impreparati. Per lungo tempo hanno atteso di essere interrogati. E ora che questo tempo è venuto non sanno cosa rispondere, vanno avanti con congegni verbali concepiti per un altro tempo e per un’altra umanità. Non sto dicendo che la poesia deve avere il passo dell’attualità. Sto dicendo semplicemente che oggi la poesia si trova nel cuore di chi legge più che nel cuore di chi scrive.
  
Manifesto delle intimità provvisorie

Accade una cosa curiosa: la pornografia dilaga. Quella che chiamiamo Rete è un gigantesco arcipelago porno, con alcune isole in cui si fa altro. Nessuno si pone il problema di disciplinare in qualche modo l’uso del porno. Però con grande ipocrisia sui social se usi la parola “cazzo” vieni espulso. E se metti una poesia dal contenuto esplicitamente sessuale scatta subito un certo moralismo. Oggi se avessimo uno come Pietro Aretino non credo che avrebbe un grande riconoscimento. Anche nella vita privata delle persone accade questa cosa singolare: ci si continua a sposare pur sapendo che il matrimonio spesso è il prologo alla separazione. Sono cambiate le nostre esigenze di natura sentimentale, ma restiamo dentro le stesse formule. 

La poesia, cioè l’arte di cantare la bellezza e il terrore di essere al mondo, parteggia per la ricerca di nuovi modi di percepire noi stessi e gli altri. L’amore per essere nuovamente vivo deve portare dentro l’infimo e l’immenso, non può stazionare nelle righe dell’uomo intermedio. Dobbiamo riprendere a oscillare verso gli estremi, l’amore è grande umiltà e grande arroganza, vogliamo acciuffare in un abbraccio non tanto un corpo, ma la salute che dio perde strada facendo e che noi dobbiamo trovare per dare un senso alle nostre giornate. 
L’amore è la religione che ha per altare i nostri corpi, è il nostro contributo alla festa di essere al mondo. 
L’amore è l’unico modo per uscire dalla galera dell’attualità. Se non amiamo non solo restiamo reclusi, ma contribuiamo ad alzare i muri della nostra galera. In amore non bisogna mai aspettare le mosse degli altri. Dobbiamo fare tutto noi e dobbiamo farlo subito. 

Io non so che cosa sia l’amore. So cosa sono le intimità provvisorie. Non pensate a godimenti fuggitivi, non pensate alle divagazioni non matrimoniali. Credo che solo una visione vecchia di noi stessi e degli altri ci possa ancora far pensare all’amore come a una cosa che prima non c’è e poi compare e poi finisce. A me sembra che ci sono parti di noi che in un certo senso sono sempre in amore e altre che sono sempre in fuga o sepolte e irreperibili. L’amore si svolge dentro i confini di una cultura e di una religione che temono il giacimento mitico e poetico a cui ci fa attingere ogni incontro bello. E amare non è altro che incontrare e farsi incontrare. Poi può essere per un’ora o per mezzo secolo, poco importa. 
È tempo di riscrivere l’alfabeto sentimentale. Non siamo fatti per essere in coppia, non siamo fatti per tradire e neppure per essere fedeli. Semplicemente non siamo fatti una volta per sempre. L’amore costruisce il dio che ci guida, non è già pronto, non è una forma in cui entrare e poi magari stare tutto il tempo a pensare come uscirne. L’amore è una dimensione intimamente locale, si svolge sempre in un luogo ed è sempre inedito ogni suo gesto. Bisogna lasciar correre tutta la vita dove vuole, seguire solo il volo imprevedibile dell’amore.


mercoledì 21 giugno 2017

Versicoli quasi ecologici - Giorgio Caproni

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

martedì 13 settembre 2016

Fertility Day. Il giorno del “fragà” - Ascanio Celestini

Il Fertility Day è la giornata della sorca e dell’uccello. Si tratta di una citazione dal Belli, ovviamente. Ma per spiegare questa immagine parto dal passato nel quale il grande poeta ha vissuto.
Aveva poco più di quarant’anni Robert-François Damiens quando piantò un coltellino nel fianco del re di Francia Luigi XV il “Beneamato”. Poi quel re non morì perché l’arma di Damiens era mortale come un coltellino svizzero. Ma mortale fu per lo stesso Damiens «condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre»; poi «nella detta carretta, alla piazza di Grêve, e su un patibolo che ivi sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento».
Insomma venne squartato e bruciato e non senza alcuni impedimenti visto che ai quattro cavalli che si usarono per lo squartamento pare che se ne dovettero aggiungere altri due e i boia di Stato aiutarono lo smembramento incidendo coi coltelli i quattro arti. Ce lo ricorda Michel Foucault nelle prime pagine di un suo famosissimo testo. Quello era il tempo delle aristocrazie. Un tempo nel quale il potere era potere sui corpi. Le galere erano spesso un luogo di transito. Non ci buttavano i detenuti per anni e anni come facciamo noi. Per i monarchi le pene dovevano essere visibili sulla carne dei sudditi. Visibili nelle strade. Ti tagliavano una mano, la lingua, ti impiccavano e tagliavano la testa, ti smembravano e ti davano fuoco e tutti vedevano il potere del re!
Poi la borghesia ci ha detto che siamo tutti uguali. Che gli aristocratici non hanno il sangue blu e il loro potere non deriva da alcun dio. Allora è stato lo Stato a occuparsi dei cittadini. I corpi dei delinquenti non sono più stati segnati e ributtati nella società per ribadire il potere dei monarchi, ma nascosti nelle prigioni. Il potere sugli uomini è diventato un potere che vuole dimenticarsi dei corpi e degli uomini, non li vuole considerare. Ultimamente è arrivato il mondo nuovo, quello presente, che torna a occuparsi dei corpi come merce. Tipo quella pubblicità che per far vendere un silicone per muratori, invece di far vedere un cantiere con manovali rumeni sudati e grassi, spoglia una bella donna e le fa fare una doccia.
E ci siamo ricordati del corpo: questo magnifico campo da gioco della comunicazione politico-pubblicitaria! “Come si è pensato di ritrarre la donna come corpo-cosa con in mano una clessidra?” si chiede il primo agosto Vanna Iori sull’Huffington Post. Perché il “corpo-cosa” ha funzionato per secoli e possiamo tirarlo fuori dalla cantina per utilizzarlo ancora. Niente idee e ideologie, niente cuore e sentimenti: solo pisellino e passerina.
La donna può essere, come da sineddoche, semplicemente una fica e in quanto tale un oggetto di piacere e un bambinificio. E la ministra Lorenzin (o qualcuno che gli ha scritto le parole che dice) lo ha capito. Da ciò deriva il Fertility Day, cioè il giorno del “fragà”come scrive Giuseppe Gioacchino Belli in una poesia onomatopeica nella quale tra “scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!” tra sonagliere “d’inzeppate a secco!  Igni botta, peccrisse, annava ar lecco” e tutt’e due soffiano come gatti “sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco”. E la Gertruda della poesia, per godersela “più a ciccio” diventerebbe “tutta sorca” e il suo partner “tutt’uccello”.
L’inciciature
Che scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!
Che sonajera d’inzeppate a secco!
Igni botta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e dua come du’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco.
Viè e nun vienì, fà epija, ecco e nun ecco;
e daje, e spigne, e incarca, e strigni e sbatti.
Un po’ più che durava stamio grassi!
Ché doppo avè finito er giucarello
restassimo intontiti come sassi.
E’ un gran gusto er fragà! ma pe godello
più a ciccio, ce vorìa che diventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’ucello.

mercoledì 17 agosto 2016

Guerre bestiali - John Berger



Cosa c’è tra le budella
dove circola la merda
e le budella che formano
il sanguinaccio?

Cosa c’è tra la scodella
dove mangiamo
gli animali e il piatto
che contiene la carne?

Cosa c’è tra il letto
di paglia dove dormono
i maiali e il letto
di legumi
dove cuoce l’arrosto?

Cosa c’è tra la vita
di un maiale e il pasto
di un uomo?

Un sacrificio



martedì 21 aprile 2015

"Mare nostro che non sei nei cieli..." - Erri De Luca



" Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca 
dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Mare nostro che non sei nei cieli,
tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio e bacio in fronte
di madre e padre prima di partire."

domenica 11 gennaio 2015

Asini cantati in poesia

Un prato, un asinello – Franco Marcoaldi

È un sogno che coltivo da tempo
immemorabile: prendermi
un asinello e piazzarlo sopra
il prato. Giusto per omaggiarlo:
sgravato da ogni impegno,
privato di ogni soma, dolcissimo
asinello da sempre maltrattato.
Dell’asino mi incantano la mitezza
e la pazienza, l’occhio umido
e dolce illuminato a tratti
da lampi di furbizia,
l’endurance millenaria
travestita da mestizia.
Un giorno a Addis Abeba
ce n’erano a decine che privi
di padrone correvano
da soli con fare indaffarato.
Svolgevano – mi dissero – la funzione
del postino: mai un pacco
andato perso, tutto recapitato.
Io non avevo dubbi: ché l’asino
è preciso, assennato,
intelligente; e svolge sempre
al meglio l’impegno che l’attende.
Per questo nei miei sogni penso
a un asinello che a nome della specie
sia premiato: non dovrà fare niente,
se ne starà tranquillo a rimirare
il mondo sopra un immenso prato.


Preghiera per andare in paradiso con gli asini - Francis Jammes

Quando tempo sarà di ritornare a voi, mio Dio,
vorrei splendesse un giorno di siepi polverose.
Sceglierei, come in terra, una strada ove andare
a mio talento, divagando, verso
il vostro paradiso straripante
di stelle in pieno giorno.

Col mio bastone andrò lungo la via maestra
e agli asini dirò, miei grandi amici:
io sono Francio Jammes e vado in Paradiso,
ché non c’è inferno al paese di Dio.
Dirò: del cielo azzurro
soavi amici venite, accompagnatemi,
povere bestie che girando il muso
o con colpi di orecchie vi schermite
dalle mosche avide, da frustate e api.

Che vi compaia innanzi a tutte quelle bestie
che amo perché abbassano la testa
dolcemente, e fermandosi congiungono
dignitosi e strazianti i piccoli piedi.
Mi seguiranno migliaia di orecchie:
di chi portò pesanti bigonce appese ai fianchi
o tirò il carrozzone ai saltimbanchi
o trabiccoli in latta e pennacchi,
e altri che gravarono acciaccati bidoni,
asine che zoppicarono, più gonfie di palloni,
e altri che coprivano cenciosi mutandoni
per vie di piaghe gocciolanti, livide,
in un cerchio di mosche testarde.
Con questi asini, Dio, fate che a voi ritorni.
E che in pace profonda angeli ci conducano
verso ruscelli ombrosi, e ridano ciliegie
più lisce della guancia alle fanciulle,
fate che in quel reame delle anime,
curvo sull’acqua sacra io stia come gli asini
a contemplare l’umile, la dolce povertà
nell’amoroso cerchio della vostra eternità.

 Sarchiapone e Ludovico - Totò

Teneva diciott'anne Sarchiapone,                           
era stato cavallo ammartenato,
ma... ogne bella scarpa nu scarpone
addeventa c' 'o tiempo e cu ll'età .
Giuvinotto pareva n'inglesino,
uno 'e chilli cavalle arritrattate
ca portano a cavallo p' 'o ciardino
na signorina della nobiltà.
Pronto p'asc'i sbatteva 'e ccianfe 'nterra,
frieva, asceva 'o fummo 'a dint' 'o naso,
faville 'a sotto 'e piere, 'o ffuoco! 'A guerra!
S'arrevutava tutt' 'a Sanità.
Ma... ogni bella scarpa nu scarpone
c' 'o tiempo addeventammo tutte quante;
venette pure 'o turno 'e Sarchiapone.
Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà .
Trista vicchiaja. Che brutto destino!
Tutt' 'a jurnata sotto a na carretta
a carrià lignammo, prete, vino.
"Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!".
'0 carrettiere, 'nfamo e disgraziato,
cu 'a peroccola 'nmano, e 'a part' 'o gruosso,
cu tutt' 'e fforze 'e ddà sotto 'o custato
'nfaccia 'a sagliuta p' 'o fà cammenà.
A stalla ll'aspettava Ludovico,
nu ciucciariello viecchio comm' a isso:
pe Sarchiapone chisto era n'amico,
cumpagne sotto 'a stessa 'nfamità.
Vicino tutt' 'e ddute: ciuccio e cavallo
se facevano 'o lagno d' 'a jurnata.
Diceva 'o ciuccio: "I' nce aggio fatto 'o callo,
mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà ?
lo te capisco, tu te si abbeluto.
Sò tutte na maniata 'e carrettiere,
e, specialmente, 'o nuosto,è 'o cchiù cornuto
ca maie nce puteva capità.
Sienteme bbuono e vide che te dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mm' he a credere... parola 'e Ludovico,
ca mm' è venuto 'o schifo d' 'o ccampà.
Nuie simmo meglio 'e lloro, t' 'o ddico io:
tenimmo core 'mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno 'e nuie s' 'o ssonna maie d' 'o ffà.
E quanta vote 'e dicere aggio 'ntiso:
"'A tale ha parturito int' 'a nuttata
na criatura viva e po' ll'ha accisa.
Chesto na mamma ciuccia nun 'o ffà !".
"Tu che mme dice Ludovico bello?!
Overo 'o munno è accussi malamente?".
"E che nne vuo sapè , caro fratello,
nun t'aggio ditto tutta 'a verità.
Tu si cavallo, nobile animale,
e cierti ccose nun 'e concepisce.
I' so plebbeo e saccio tutt' 'o mmale
ca te cumbina chesta umanità ".
A sti parole 'o ricco Sarchiapone
dicette: "Ludovì , io nun ce credo!
I' mo nce vò , tenevo nu padrone
ch'era na dama, n'angelo 'e buntà.
Mm'accarezzava comm'a nu guaglione,
mme deva 'a preta 'e zucchero a quadrette;
spisse se cunzigliava c' 'o garzone
(s'io stevo poco bbuono) ch' eva fà ".
"Embè ! - dicette 'o ciuccio - Mme faie pena.
Ma comme, tu nun l'he capito ancora?
Si, ll'ommo fa vedè ca te vò bbene
è pe nu scopo... na fatalità.
Chi pe na mano, chi pe n'ata mano,
ognuno tira ll'acqua al suo mulino.
So chiste tutte 'e sentimente umane:
'a mmiria, ll'egoismo, 'a falsità.
'A prova è chesta, caro Sarchiapone:
appena si trasuto int' 'a vicchiaia,
pe poche sorde, comme a nu scarpone,
t'hanno vennuto e si caduto ccà.
Pe sotto a chillu stesso carruzzino
'o patruncino tuio n'atu cavallo
se ll' è accattato proprio stammatina
pe ghi currenno 'e pprete d' 'a città ".
'0 nobbile animale nun durmette
tutt' 'a nuttata, triste e ll'uocchie 'nfuse,
e quanno avette ascì sott' 'a carretta
lle mancavano 'e fforze pe tirà .
"Gesù , che delusione ch'aggio avuto!"-
penzava Sarchiapone cu amarezza.
"Sai che ti dico? Ll'aggia fa fernuta,
mmiezo a sta gente che nce campo a ffà ?"
E camminanno a ttaglio e nu burrone,
nchiurette ll'uocchie e se menaie abbascio.
Vulette 'nzerrà 'o libbro Sarchiapone,
e se ne jette a 'o munno 'a verità.


Aveva diciotto anni Sarchiapone
era stato cavallo spavaldo
ma ogni bella scarpa uno scarpone
diventa col tempo e con l'età.
Giovanotto sembrava un inglesino
uno di quei cavalli ritratti
che portano a cavallo per il giardino
una signorina della nobiltà.
Pronto per uscire, sbatteva le zampe in terra
mordeva il freno, usciva fumo dalle nari
scintille sotto i piedi, il fuoco! La guerra!
Si rivoltava tutto il rione Sanità.
Ma ogni bella scarpa uno scarpone
col tempo diventiamo tutti quanti,
e venne pure il turno di Sarchiapone.
Questa è la vita! Non c'è niente da fare.
Triste vecchiaia. Che brutto destino!
Tutta la giornata sotto a un carretto
a caricare legname, pietre, vino.
Cammina Sarchiapò, cammina!
Il carrettiere, infame e disgraziato
col bastone in mano dalla parte grossa
con tutte le forze lo dava sotto al costato
davanti alla salita per farlo camminare.
Nella stalla l'aspettava Ludovico
un somarello vecchio come lui:
per Sarchiapone questi era un amico,
compagno sotto la stessa infamità.
Vicini tutti e due, asino e cavallo
si facevano le lagne della giornata.
Diceva il somarello: "Io ci ho fatto il callo
mio caro Sarchiapone, che vuoi fare?
Io ti capisco, tu ti sei avvilito.
Sono tutti una masnada i carrettieri,
e specialmente il nostro è il più cornuto
che mai ci potesse capitare.
Ascoltami bene quello che ti dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mi devi credere, parola di Ludovico
che mi è venuto lo schifo di vivere.
Noi siamo meglio di loro, te lo dico io
abbiamo il cuore in petto e il sentimento.
Quello che fanno loro? A no per Dio!
Nessuno di noi si sogna mai di farlo.
E quante volte ho sentito dire:
"La tale ha partorito in nottata
una creatura viva e poi l'ha uccisa.
Questo una mamma asinella non lo fa!"
"Tu cosa mi dici Ludovico bello?
Davvero ilo mondo è così cattivo?
"E cosa vuoi sapere, caro fratello
e non ti ho detto tutta la verità!"
Tu sei un cavallo, nobile animale
e certe cose non le concepisci.
Io sono plebeo e conosco tutto il male
che ti combina questa umanità"
A queste parole il ricco Sarchiapone
disse: "Ludovì, io non ci credo!
Io non voglio, io avevo una padrona
che una dama, un angelo di bontà.
Mi accarezzava come fossi un bambino
me dava lo zucchero a quadretti
spesso si consigliava col garzone
su come fare se stavo poco bene!"
Embè, disse l'asino, mi fai pena.
Ma come, non l'hai ancora capito?
Se l'uomo fa vedere che ti vuole bene
è per uno scopo, una fatalità.
Chi da una parte, chi dall'altra
ognuno tira l'acqua al suo mulino.
Sono questi tutti i sentimenti umani:
l'invidia, l'egoismo la falsità.
La prova è questa, caro Sarchiapone:
appena sei invecchiato
per pochi soldi, come uno scarpone.
ti hanno venduto e sei finito quà.
Sotto a quello stesso carrozzino
il padroncino tuo ha attaccato
un'altro cavallo, proprio stamattina
e ci corre fra le pietre della città.
Il nobile animale non dormì
tutta la notte, triste, con gli occhi umidi,
e quando dovette uscire sotto al carretto
gli mancavano le forse per tirarlo.
Gesù che delusione che ho avuto!
pensava Sarchiapone con amarezza.
Sai che ti dico? La voglio fare finita
in mezzo a questa gente cosa vivo a fare?
E camminando sul bordo del burrone
chiudette gli occhi e si buttò di sotto.
Volle chiudere il libro, Sarchiapone
e se ne andò nel mondo della verità!
da qui

qui recitata da Totò:




A Un Asino – Giosuè Carducci

Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l'odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l'orïente
Con l'accesa pupilla inumidita? 

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita? 

Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d'ardir con gli stalloni? 

O scampar vuoi ne l'Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace? 



In lode dell’Asino – Giordano Bruno

O sant'asinità, sant'ignoranza,
Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far l'anime sì buone,
Ch'uman ingegno e studio non l'avanza;
Non gionge faticosa vigilanza
D'arte qualunque sia, o 'nvenzione,
Né de sofossi contemplazione
Al ciel dove t'edifichi la stanza.
Che vi val, curiosi, il studiare,
Voler saper quel che fa la natura,
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare,
Aspettando da Dio la sua ventura.
Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l'eterna requie,
La qual ne done Dio dopo l'essequie.