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venerdì 1 settembre 2023

Non sopra i bambini: 559 milioni nel mondo esposti al super-caldo - Luca Martinelli


Secondo le stime dell’Unicef, 559 milioni di bambini sono esposti a un’alta frequenza di ondate di calore e in Italia questa situazione riguarda oltre sei milioni di minorenni. Per loro il fenomeno è particolarmente pericoloso perché hanno una minore capacità di regolare la loro temperatura corporea rispetto agli adulti, con maggiori probabilità di avere problemi di salute, comprese malattie respiratorie croniche, asma e malattie cardiovascolari o neurologiche, spiega il portale dell’Istituto superiore di sanità.

«L’Italia si trova nella cosiddetta zona hotspot del Mediterraneo» spiegava ieri Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. Siamo «cioè tra le aree che si riscaldano più rapidamente rispetto all’aumento della media globale». Per questo, Unicef può stimare che nel nostro Paese i minorenni esposti a un’alta frequenza di ondate di calore nel 2050 saranno tra 8,7 e 9,7 milioni, a seconda dello scenario di emissioni. «Sono dati preoccupanti, sui cui non dobbiamo abbassare la guardia», sostiene Iacomini.

In ogni caso, l’Unicef stima che entro il 2050 tutti i 2,02 miliardi di bambini nel mondo saranno esposti a un’alta frequenza di ondate di calore, indipendentemente dagli effetti della lotta alle emissioni globali. Già adesso, un bambino su 3 vive in Paesi che affrontano temperature estremamente elevate e circa uno su 4 è esposto a un’alta frequenza di ondate di calore.

All’Italia, che con ritardo si sta dotando di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, l’Unicef chiede di intervenire in sei settori cruciali per l’infanzia: acqua, strutture sanitarie e igiene, salute, nutrizione, istruzione, politiche sociali e protezione dell’infanzia. Forse è fantascienza, come l’idea di consultare i bambini e i giovani in fase di stesura, realizzazione e valutazione delle politiche climatiche. Lo avevano chiesto gli attivisti coinvolti due anni fa nell’appuntamento voluto dal governo italiano a margine della Cop26 di Glasgow, Youth4Climate. Il sito però è fermo al 2022.

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domenica 23 ottobre 2022

Una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione - Luca Martinelli

 

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

 “Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International (qui) ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

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martedì 2 agosto 2022

La rivoluzione dei camminatori - Luca Martinelli

 

Scoprire il territorio, cercare benessere fisico ed emotivo, promuovere stili di vita alternativi. Dopo la pandemia sonoaumentate le persone che percorrono a piedi itinerari storici, religiosi o naturalistici.

Fausto e Anna Maria sono due pensionati di Lodi. Lei ha 77 anni e lui 76. Sposati da cinquantuno, nel caldo eccezionale di maggio 2022 camminano insieme nei pressi del campo sportivo di Monzuno, sull’Appennino bolognese. Stanno percorrendo la seconda tappa della via degli Dei. “Andiamo in montagna da sempre, ma questo è il nostro primo cammino”, raccontano. Sono ben attrezzati: scarpe da trekking e zaini comodi. L’itinerario che hanno scelto – 125 chilometri tra piazza Maggiore, a Bologna, e piazza della Signoria, a Firenze – è diventato in pochi anni il più popolare dei cammini italiani: nel 2021 lo hanno percorso almeno 10mila persone, più del doppio rispetto al 2019, prima della pandemia. La via degli Dei può essere percorsa in cinque o sei giorni.

Non è ancora estate, ma in poche ore da Monzuno passano decine di persone a piedi, dirette, come Fausto e Anna Maria, nel capoluogo toscano. Molti sono giovani, che si muovono in gruppo, in coppia o da soli. Dario, 59 anni, cammina con Federico e Marco, due ragazzi che giocano a calcio nella squadra che allena. “Volevo farlo da solo, partivo per un’esigenza mia, ma prima l’uno e poi l’altro mi hanno chiesto di unirsi”, racconta.

“Sono mesi che il 2 giugno facciamo il tutto esaurito”, racconta Lilith Meier. Ha 31 anni, è nata a Torino e si è trasferita a Monzuno per gestire il rifugio Acatù, “a casa tua”, in dialetto, con il compagno Nicola Boreali. Hanno aperto nell’estate del 2021. “Cinque anni fa ho fatto il cammino di Santiago. Tornata in Italia ho cominciato a esplorare la via degli Dei. Mancava un’accoglienza economica e comunitaria, strutture come quelle che avevo incontrato nel nord della Spagna. C’erano solo bed&breakfast, ma cari, e non offrivano la possibilità di creare un clima di fratellanza tra camminatori, per esempio mangiando tutti insieme. Le persone che camminano, anche se non si conoscono, condividono un pezzo di vita e si scoprono simili in cammino. Qui da noi, per esempio, a cena sediamo tutti alla stessa tavola”, spiega.

Ad Acatù chi ha la tenda può dormire anche per cinque euro a notte. Ne spende dieci se sceglie di dormire nelle tende che Lilith e Nicola hanno sistemato in giardino. Il loro progetto deve molto a ReStartApp, un percorso di formazione residenziale della Fondazione Edoardo Garrone nato per accompagnare giovani che vogliono avviare un’attività d’impresa nel territorio appenninico. Il campus offre competenze gestionali per far maturare e rendere concrete idee o aspirazioni. Lilith ha partecipato all’edizione 2020: “Stavo per partire per l’India, per un lavoro nella cooperazione internazionale”, racconta. È rimasta in Italia, invece, trasformando in impresa, grazie al campus, un desiderio che aveva maturato nel tempo: “A sedici anni dicevo che da grande avrei aperto un ostello. Sulla via degli Dei abbiamo preso l’anno perfetto, il 2021”.

Storia e natura

Lilith ha ragione: ad aprile l’editore Terre di mezzo ha presentato il dossier Italia, paese di cammini. I dati, che sono liberamente consultabili su terre.it, dicono che nel 2021 si è tornati a camminare in Italia, e più di quanto si facesse prima della pandemia. Il dossier è costruito raccogliendo le informazioni dalle associazioni e dagli enti che rilasciano credenziali e testimonium, cioè i documenti di partenza e di arrivo dei cammini. Le credenziali distribuite l’anno scorso sono state 59.538 (su 49 cammini), contro le 45.472 del 2019. Nel 2020, con la primavera duramente segnata dal covid, le credenziali rilasciate erano state 38.624. Ma il dato è misurato per difetto e probabilmente i camminatori sono almeno il 30 per cento in più. Non tutti infatti chiedono la credenziale, e dei 79 cammini censiti in Italia nel 2021 solo 49 registrano le credenziali distribuite.

“Se devo indicare un momento di svolta, credo sia il 2016. Il ministro della cultura Dario Franceschini lo proclamò anno dei cammini d’Italia. Fino a quel momento, nessuno sapeva cosa fossero”, ricorda Miriam Giovanzana, direttrice editoriale di Terre di mezzo. “Negli anni successivi i numeri sono aumentati in modo costante, con tanti cammini che continuano a nascere e sempre più persone che li percorrono. Avevamo il timore che ci sarebbero stati più cammini che camminatori, ma possiamo affermare con certezza che non è così”.

Oggi chi vuole camminare ha la possibilità di scegliere un itinerario su misura, dedicando all’esperienza venti giorni oppure cinque e valutando il dislivello. Tra marzo e aprile del 2022, 1.821 persone hanno risposto al questionario online proposto da Terre di mezzo per ricostruire l’identikit, le scelte e i bisogni dei camminatori. Più della metà è nella fascia tra i 51 e i 70 anni di età, ma tra quelli che nel 2021 hanno percorso un cammino per la prima volta cresce il numero dei ventenni e dei trentenni (il 35 per cento, contro il 23,2 per cento sul totale). Chi si muove lo fa per scoprire il territorio, cercare benessere emotivo, stare in mezzo alla natura. Accanto agli itinerari storici, come la via Francigena, che ripercorre il cammino del vescovo Sigerico per tremila chilometri da Canterbury a Roma e poi fino al Capo di Leuca, in Puglia, ne sono nati di nuovi, a carattere religioso, storico ma anche civico.

Dal basso

Nel 2012 per esempio è stato inaugurato il cammino di San Benedetto, che unisce i tre monasteri a cui è legata la vita del monaco cristiano vissuto tra quattrocento e cinquecento dopo Cristo, da Norcia (provincia di Perugia) a Cassino (provincia di Frosinone) passando per Subiaco (provincia di Roma). Tra Modena e Massa si può invece fare un cammino storico percorrendo la via Vandelli, una strada leggendaria, la prima dell’illuminismo, progettata e costruita dall’ingegnere Domenico Vandelli dopo che nel 1741 il ducato Estense aveva conquistato uno sbocco sul mar Tirreno: sull’Appennino e sulle Alpi Apuane per lunghi tratti si cammina ancora sul selciato originale. Un’altra tipologia è quella dei cammini nati dal basso e che possono essere definiti “intenzionali”. Come il cammino delle Terre mutate, che tra Fabriano e L’Aquila unisce nell’Italia centrale gli epicentri dei terremoti più devastanti degli ultimi quindici anni. Camminando nel maceratese tra Camerino, il santuario di Macereto, Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera salta agli occhi la tragica attualità delle scosse del 2016.

“Il cammino della Terre mutate ha portato turismo, persone capaci di adattarsi, l’unica possibilità dopo la fase d’emergenza, senza strutture ricettive né servizi”, racconta Chiara Caporicci, presidente dell’associazione C.a.s.a. (Cosa accade se abitiamo), referente per il cammino a Ussita. “Per noi ha rappresentato uno spazio per entrare in contatto con altre realtà del territorio e fare rete. Da qui è nata l’esperienza di It.a.cà Monti Sibillini”, il festival del turismo responsabile (nel 2022 è in programma tra il 13 e il 16 ottobre).

Alcuni vivono il cammino come una forma di resistenza. Come scrive Lorenzo Guadagnucci nel libro Camminare l’antifascismo (Gruppo Abele 2022), “nella società dell’eterno presente e del consumo accelerato, camminare diventa un atto politico, una piccola embrionale sovversione”. Il libro raccoglie le riflessioni sviluppate da Guadagnucci durante la camminata per la pace da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema, tra l’Emilia e la Toscana, nei luoghi della resistenza e dove si svolsero le stragi di civili più feroci del periodo della guerra di liberazione. La camminata è organizzata dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) e quest’anno si tiene dal 6 al 12 agosto, giorno dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

Anche la via degli Dei è stata un cammino di denuncia. Inaugurata da un gruppo di soci bolognesi del Club alpino italiano (Cai) che volevano raggiungere Firenze per mangiare una bistecca alla fiorentina dopo aver camminato su un tracciato storico già percorso dagli etruschi e dai romani, negli anni ottanta e novanta – con l’avvio dei cantieri per l’alta velocità tra Bologna e Firenze e della cosiddetta direttissima dell’Autosole e i relativi problemi ambientali – diventò un modo per “promuovere la lentezza lungo l’itinerario che più rappresenta l’essenza e il bisogno di velocità, perché quando si ‘blocca’ la Bologna-Firenze si ferma il paese”, racconta la scrittrice Simona Baldanzi. Baldanzi vive in Mugello e nel 2014 ha descritto questo territorio nel libro Il Mugello è una trapunta di terra. A piedi da Barbiana a Monte Sole (Laterza).

A questa nuova costruzione di una cultura del camminare ha contribuito senz’altro anche il giornalista Paolo Rumiz, che nell’estate del 2015, con l’aiuto del più grande camminatore italiano, Riccardo Carnovalini, ha raggiunto Brindisi a piedi da Roma, raccontando quel viaggio lungo la via Appia giorno per giorno sulla Repubblica. Un “tentativo di restituire al Paese questo straordinario bene abbandonato e farne il cammino di Santiago d’Italia”, ha scritto Rumiz.

Pochi mesi dopo Franceschini ha istituito l’anno dei cammini. Il suo ministero ha anche finanziato lo sviluppo di alcuni itinerari. “La dimensione culturale del camminare è ormai parte del nostro quotidiano. Servono una legge e un piano organico, anche per utilizzare al meglio le risorse pubbliche destinate allo sviluppo della ‘rete’ di itinerari”, spiega Paolo Piacentini, presidente onorario di Federtrek e dal 2013 consigliere per i cammini e gli itinerari culturali del ministro della cultura. Fa riferimento al testo depositato al senato nell’agosto del 2021, primo firmatario il senatore toscano Riccardo Nencini. Il primo articolo del testo sancisce che “la Repubblica promuove i cammini come itinerari culturali, al fine di assicurare la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-culturale diffuso su tutto il territorio nazionale attraverso percorsi connotati da valori culturali d’insieme”. Assegnato alla commissione istruzione pubblica e beni culturali, il disegno di legge è in lettura dal mese di aprile. Il testo prevede anche una mappatura ufficiale – la creazione di un atlante dei cammini d’Italia – e il riconoscimento della qualifica di “cammino d’Italia”.

Strumenti che servono a definire un fenomeno “ormai uscito da un’epoca pionieristica, e a cui anche le istituzioni devono necessariamente guardare in un’ottica di sviluppo”, sottolinea Giovanzana. Se nel 2017 erano state distribuite 23.547 credenziali, nel 2022 saranno probabilmente il triplo: “Il desiderio di stare all’aria aperta che abbiamo sentito un po’ tutti dopo i lockdown è una spinta, ma la crescita è stabile e finalmente osserviamo un impegno da parte delle istituzioni: oltre al ministero, ogni regione si è confrontata, con più o meno competenza, sul tema dei cammini, che considerano ormai un bene importante, non so se dire addirittura strategico”, sottolinea Giovanzana.

Un processo lungo

Il bene di cui parla Giovanzana racconta di nuovi stili di vita e modi di fare vacanza, che tengono insieme prossimità ed esigenze economiche. Senza considerare le emissioni di gas serra risparmiate evitando gli aerei low cost o i voli intercontinentali.


Un’altra storia da raccontare è quella di Settimio Rienzo. Nato a Padula, in provincia di Salerno, dopo la laurea in scienze politiche ha vissuto in America Centrale, lavorando prima con la Caritas e poi con un’organizzazione locale in un progetto per il rafforzamento delle basi organizzative degli indigeni queq’chies in Guatemala. Tornato in Italia si è occupato di sviluppo locale, poi l’esperienza centroamericana lo ha aiutato a maturare un progetto “civico, che servisse al territorio e alla sua identità e che valorizzasse le comunità locali, a basso impatto”, racconta. Con il marchio Cammini bizantini ha sviluppato alcuni itinerari storici e naturalistici nel suo territorio. Il più importante è il cammino di San Nilo, che tra Sapri e Palinuro, nel Cilento italogreco, permette di scoprire gli eremi in cui vivevano i monaci basiliani in otto tappe per circa 103 chilometri. Si attraversa il territorio del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.

“Vedo molti lati positivi in questo boom”, dice Luigi Nacci, camminatore ma anche guida della Compagnia dei cammini e autore di Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino (Laterza 2022). “Molti si cimentano con questa esperienza, scoprono i territori, ne interrogano le trasformazioni. Nell’estate dopo il primo lockdown ho visto un sacco di giovani che non potendo uscire dall’Italia hanno ripiegato su quel tipo di vacanza, un’esperienza di trasformazione molto importante”. Secondo Nacci, però, il successo ha anche qualche risvolto negativo: “Nascono cammini che non hanno nessuna tradizione né visione, sono degli ‘specchietti’ per attirare persone in un territorio. Per me un cammino non esiste se non è stata costruita una rete d’accoglienza ed è un processo lungo. Non servono credenziali di ogni tipo (nel pellegrinaggio medievale il viandante analfabeta lo mostrava come documento negli ospitali) se poi ci si affida a un tour operator che porta il carico da una tappa all’altra. Il rischio”, conclude Nacci, “è la banalizzazione di un’esperienza di rottura”.

Da sapere

Passo dopo passo

Oltre a quelli citati nell’articolo, ecco cinque cammini adatti a tutti:

Cammino di Oropa: quattro tappe da Santhià (Biella) al Santuario di Oropa, 65,1 chilometri, camminodioropa.it

Via di Francesco: otto tappe da La Verna (Arezzo) ad Assisi (Perugia), 189,28 chilometri, viadifrancesco.it

Kalabria coast to coast: da Soverato (Catanzaro) a Pizzo Calabro (Vibo Valentia), tre tappe per 55 chilometri, kalabriacoasttocoast.it

Via Matildica del Volto Santo: undici tappe tra Mantova e Lucca, 285 chilometri, viamatildica.it

Cammino Materano-via Peuceta: sette tappe tra Bari a Matera, 170 chilometri, camminomaterano.it/via/1/via-peuceta

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