Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.
Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che
riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025.
Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di
commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente
macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In
ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì,
Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno
neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun
genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso
macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.
Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese
alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge
tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda,
Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna,
e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le
grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra
nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o
meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero
negativo.
In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e
il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426,
quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è
negativo e solo in nove positivo.
Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma
è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti
passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo
da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche
solo due significa dimezzare l’offerta.
Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020
le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine
2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la
filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici.
Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a
1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024,
ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833.
Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia:
si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.
La mappa della desertificazione commerciale ha un
baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta
dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari
sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di
poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per
l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese
e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso
Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che
molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano
da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549
a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a
581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben
ancorata alle radici.
La tendenza
nazionale
Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello
locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A
livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di
alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un
minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila
senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio
al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base:
forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte
della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno
cupa.
Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato
con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde
sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato
del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre
Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del
4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le
imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In
media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto
del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.
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