In Italia un minore su otto vive in povertà assoluta.
Il fenomeno resta ai livelli più alti dell’ultimo decennio e colpisce
soprattutto le famiglie numerose, quelle in affitto e i nuclei con un solo
reddito. I sostegni economici aiutano, ma non bastano a garantire a bambini e
adolescenti le stesse opportunità di crescita.
Ci sono oltre un milione di bambini e adolescenti che
in Italia crescono in famiglie incapaci di sostenere tutte le spese considerate
essenziali per una vita dignitosa. Non è soltanto una questione di reddito:
significa vivere in condizioni che possono limitare le opportunità educative,
le relazioni sociali e la possibilità di costruire un futuro diverso da quello
della famiglia di origine.
Nel 2025 i minori in povertà assoluta erano circa 1
milione e 136mila, il 12,5% della popolazione con meno di 18 anni. In altre
parole, un bambino su otto vive in una condizione di grave difficoltà
economica. Il dato, sostanzialmente stabile rispetto al 2024, rimane al livello
più alto registrato dal 2014.
Il dato più significativo riguarda il cambiamento
generazionale della povertà. Se vent’anni fa erano soprattutto gli anziani a
risultare maggiormente esposti, oggi sono i bambini e gli adolescenti a
rappresentare una delle fasce più vulnerabili della popolazione. Un
rovesciamento che pone interrogativi sull’efficacia delle politiche di
protezione dell’infanzia.
Crescere poveri significa avere meno opportunità
La povertà assoluta viene misurata considerando la
capacità delle famiglie di acquistare un insieme di beni e servizi
indispensabili, il cui costo varia in base alla composizione del nucleo e al
territorio di residenza.
Per un minore, tuttavia, le conseguenze della mancanza
di risorse possono andare oltre le difficoltà materiali immediate.
Una famiglia che fatica a sostenere le spese
quotidiane può incontrare ostacoli anche nell’accesso alle attività sportive,
culturali e formative. Sono esperienze importanti per lo sviluppo personale, ma
non sempre accessibili a chi deve concentrare le proprie risorse sulle
necessità fondamentali.
La povertà economica rischia così di intrecciarsi con
quella educativa. Le difficoltà incontrate durante l’infanzia possono
influenzare il percorso scolastico, l’acquisizione delle competenze e,
successivamente, le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro.
È un meccanismo che può trasmettere lo svantaggio da
una generazione all’altra. Per interromperlo non basta intervenire quando i
ragazzi hanno già concluso il percorso scolastico: occorre garantire
opportunità adeguate fin dai primi anni di vita.
Più figli, maggiore è il rischio di povertà
I dati mostrano che la presenza di figli, soprattutto
quando sono numerosi, aumenta sensibilmente l’esposizione delle famiglie alle
difficoltà economiche.
Nel 2025 erano oltre 656mila le famiglie con almeno un
minorenne in povertà assoluta, pari all’11,2% dei nuclei con figli sotto i 18
anni.
L’incidenza cresce all’aumentare del numero dei
bambini. Tra le coppie con un solo figlio minorenne la povertà assoluta
riguarda il 7,8% dei nuclei. La percentuale sale al 10% quando i figli sono due
e raggiunge il 17,7% nelle coppie con almeno tre figli.
Significa che, in quest’ultimo gruppo, quasi una
famiglia su sei non dispone delle risorse necessarie per affrontare tutte le
spese essenziali.
Anche i nuclei con un solo genitore presentano una
vulnerabilità significativa, con un’incidenza della povertà assoluta
dell’11,6%.
La situazione diventa ancora più difficile quando le
entrate economiche sono insufficienti o discontinue. Se la persona di
riferimento della famiglia è operaia, l’incidenza della povertà raggiunge il
15,5%; quando non è occupata o cerca lavoro arriva al 21,1%.
Questi numeri evidenziano che la presenza di un lavoro
non rappresenta sempre una garanzia contro la povertà dei figli. Retribuzioni
basse e occupazioni precarie possono lasciare le famiglie in condizioni di
difficoltà anche quando almeno un adulto lavora.
Il peso dell’affitto sulla vita dei bambini
Tra gli elementi che incidono maggiormente sulle
condizioni economiche dei minori emerge la situazione abitativa.
Nelle famiglie con figli minorenni che vivono in
affitto, la povertà assoluta raggiunge il 28,7%. È una percentuale
particolarmente elevata, soprattutto se confrontata con il 6% registrato tra i
nuclei proprietari dell’abitazione.
Quasi tre famiglie su dieci con bambini e una casa in
affitto si trovano dunque in povertà assoluta.
Il costo dell’abitazione assorbe una parte importante
delle risorse disponibili e può ridurre il denaro destinato ad altri bisogni.
Per i bambini questo può significare crescere in un contesto nel quale ogni
spesa aggiuntiva deve essere attentamente valutata.
Emergono differenze anche in relazione alla
cittadinanza. Tra le famiglie con minori composte esclusivamente da italiani,
l’incidenza della povertà assoluta è del 7,8%, mentre sale al 31,4% nei nuclei
formati soltanto da cittadini stranieri.
Una distanza che segnala condizioni economiche
profondamente differenti e la necessità di interventi capaci di raggiungere i
bambini maggiormente esposti allo svantaggio.
Bonus e assegni, gli aiuti restano limitati
Nel 2025 sono entrate in vigore diverse misure
economiche destinate alle famiglie, comprese quelle con figli.
Tra gli interventi figurano l’adeguamento dell’assegno
unico e universale al costo della vita, l’ampliamento del bonus asilo nido e il
ripristino del contributo di mille euro per i nuovi nati.
Secondo le simulazioni dell’Istat richiamate da
Openpolis, queste tre misure hanno prodotto un beneficio medio aggiuntivo di
circa 120 euro annui per oltre sei milioni di famiglie.
Si tratta di un incremento medio equivalente a una
decina di euro al mese, che va interpretato come beneficio derivante dalle
modifiche introdotte e non come valore complessivo degli aiuti ricevuti.
Il risultato mette in evidenza la portata limitata
degli interventi aggiuntivi rispetto alle difficoltà affrontate da molte
famiglie con bambini.
Considerando tutte le modifiche fiscali e
assistenziali entrate in vigore nel 2025, e non soltanto quelle rivolte ai
figli, l’Istat stima un miglioramento medio del reddito disponibile di 243 euro
annui.
Gli effetti redistributivi risultano positivi, ma
contenuti. Soprattutto, i trasferimenti economici non possono sostituire la
disponibilità di servizi fondamentali per l’infanzia.
Un sostegno al reddito può contribuire a pagare le
spese quotidiane, ma non risolve automaticamente la mancanza di posti negli
asili nido, di servizi educativi accessibili o di opportunità formative nei
territori più svantaggiati.
È proprio su questo punto che Openpolis richiama la
necessità di affiancare ai contributi economici interventi strutturali e
servizi distribuiti in modo più equilibrato.
Le differenze territoriali iniziano dalla prima
infanzia
Il luogo in cui un bambino nasce e cresce continua a
influenzare le condizioni economiche della sua famiglia e le opportunità
disponibili.
Un indicatore utile per individuare i territori
potenzialmente più fragili riguarda le famiglie con un solo reddito e almeno un
figlio di età inferiore ai sei anni.
Secondo le statistiche sperimentali dell’Istat,
riferite al 2022, nei comuni capoluogo queste famiglie rappresentavano
mediamente il 16,3% dei nuclei anagrafici.
Le percentuali più elevate si registravano ad Andria,
con il 29,7%, e Barletta, con il 26,1%. Seguivano Prato, al 24%, Napoli, al
21,6%, e Palermo, al 21%.
Questi valori non indicano direttamente quante
famiglie siano povere. Segnalano piuttosto una possibile vulnerabilità
economica, perché la presenza di una sola fonte di reddito può rendere più
difficile affrontare imprevisti e spese legate alla crescita dei figli.
Le differenze tra città mostrano quanto sia importante
disporre di informazioni territoriali aggiornate. Le medie nazionali, infatti,
non riescono sempre a descrivere le condizioni dei bambini che vivono nei
singoli quartieri o comuni.
I dati disponibili risalgono al 2022 e non consentono
di fotografare pienamente la situazione attuale. Restano però uno strumento per
individuare dove concentrare maggiormente l’attenzione delle politiche sociali
ed educative.
La povertà infantile riguarda il futuro del Paese
Il permanere della povertà minorile a livelli record
pone una questione che va oltre l’assistenza economica.
Un bambino che cresce in condizioni di svantaggio
rischia di incontrare maggiori ostacoli nell’istruzione, nella partecipazione
sociale e nella costruzione della propria autonomia futura.
Per questo gli interventi contro la povertà dei minori
devono accompagnare il sostegno alle famiglie con servizi per la prima
infanzia, opportunità educative, attività extrascolastiche e strumenti capaci
di ridurre le differenze territoriali.
La scuola e le comunità educanti possono svolgere un
ruolo decisivo, soprattutto nei contesti dove le risorse familiari sono più
limitate.
Il dato di oltre 1,1 milioni di bambini e adolescenti
in povertà assoluta non descrive soltanto una condizione economica. Racconta
una parte consistente delle nuove generazioni che cresce senza poter contare
sulle stesse opportunità degli altri coetanei.
Contrastare la povertà minorile significa impedire che
le condizioni economiche della famiglia diventino una condanna per il futuro
dei figli. È questa la sfida che i numeri del 2025 consegnano alle istituzioni
e alla società italiana.
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