La chiamano "generazione Z". Sono i giovanissimi.
Venuti al mondo dopo il 1997. Sono nati con il cellulare nella culla. Vivono,
mangiano, dormono con l'Iphone. Li considerano svogliati, assenti, dominati
dalla tecnologia. Hanno tutto perché la famiglia gli dà tutto. Dicono che sono
senza stimoli e senza voglia di lottare. Questo è il giudizio finale
(sbagliatissimo) che danno su di loro. Invece, quando c'è stato bisogno di
salvare la santa Costituzione (come mi piace chiamarla), loro, senza che
nessuno li mobilitasse al voto, con un tam tam istintivo sono andati
spontaneamente ai seggi e depositato il loro No nelle urne. Il loro contributo
alla lotta contro i seguaci meloniani di Delmastro, Bartolozzi, Nordio,
Santanchè (che non si è ancora dimessa) e tutta la genia politica di
riferimento, è stato un punto fondamentale e magico contro l'attacco (respinto)
alla Carta dei nostri Padri Costituenti. Questi giovani, ai quali sono
fortemente devoto, e che magari manco seguono il Mio Osservatorio, questi
giovani sono l'aspetto più bello e confortante che oggi emerge dalle barricate
del No. A loro la mia personale gratitudine. La politica delle poltrone, del
clientelismo, dei modelli mafiosi senza mafia, dei privilegi, dell'ingiustizia
sociale, della Sanità che non c'è, dei soldi pubblici da regalare allo stadio
dei fondi di investimento americani, dei ragazzi che vanno all'estero per farsi
un futuro che qui non c'è, questa politica deve fare I conti con loro. I
ragazzi della "generazione Z".
mercoledì 25 marzo 2026
La generazione Z e il referendum - Mario Guerrini
domenica 22 marzo 2026
Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta
Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.
Il ministro
Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha
come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di
un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina
ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre
l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto:
«Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?».
Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della
magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei
poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa
controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per
altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma
Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata».
Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza
regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di
legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti
Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del
centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!
Ciò che
invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario
— ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della
legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve
si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore
dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.
Andrebbe
inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il
popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.
Ma le
questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle
osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità
della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la
grande criminalità organizzata.
Come
avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?
In primo
luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i
magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un
contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo
Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la
storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che
si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.
La Carta del
’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società
para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure
scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua
fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.
E non si è
trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2,
morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.
Si usa
dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire
l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la
separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM
se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.
Il punto
decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma
che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta
l’indipendenza della magistratura stessa.
Come è noto,
questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i
magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i
provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale.
Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato
con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza
di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di
contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio,
avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e
il divide et impera è di casa.
Un argomento
usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo
occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi
schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle
carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella
colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i
due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.
Quello che
invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle
carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è
un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il
passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire
Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con
questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di
questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto.
Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro
che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.
Qui infatti
casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il
cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale
il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene
a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi,
con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i
reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.
Infine va
sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150
milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.
Il contesto
in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante
e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti
affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato:
l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.
Ad ogni
evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato
un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte
propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se
la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e
pronte all’uso.
Ma non si
sono fermati a questo.
Durante il
Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli
amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la
legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento
dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a
limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia
di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro
ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si
dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di
accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono
sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.
A fine anno,
a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei
Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni
erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo
paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la
delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni
ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La
seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di
soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva
messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la
vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la
sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli
inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.
Questi
esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo.
Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici,
affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea
ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la
democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.
Non che
prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità
sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento
ai giorni nostri.
Se guardiamo
chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori,
amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati
finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben
strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54°
posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma
quella reale è ben peggio.
Tutto ciò ci
dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista.
Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in
virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e
reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel
1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e
contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo;
ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il
fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici
e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e
politico.
In questa
impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei
processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha
le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe
e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la
possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le
sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai
tribunali mancano uomini e mezzi.
Ciò che sta
avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e
corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in
questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso
che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati
più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza
Corrotti al Salva Corrotti.
In questo
contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in
questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una
politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri
sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale,
culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica
politicante?
E governo e
maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura,
visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini
non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50%
di non voto.
Non è dunque
la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non
la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle
multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.
La
conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro
emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il
fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere
quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.
Ciò porta
alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si
deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale,
politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la
redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in
Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la
necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve
emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti.
Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori
controllo. Ahinoi!
Bisogna
dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria
del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi,
questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a
un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un
terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del
Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale,
collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale
responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.
domenica 1 marzo 2026
NO!
Il 22 e 23 marzo prossimo saremo chiamati a votare per la c.d. “riforma della giustizia”.
Una finta riforma dietro cui c’è la precisa volontà di
massacrare l’equilibrio tra i poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo
vigenti, una riforma fatta a colpi di maggioranza semplice, senza una
sostanziale discussione in Parlamento ed esplicita elusione dell’art. 138 della
Costituzione, con i tempi e le procedure necessarie a riflettere sulla modifica
di ben 7 articoli della Costituzione stessa, che richiede pertanto un
referendum per una più ampia condivisione e l’eventuale approvazione o
bocciatura.
Questa volontà prevede in tempi non lunghi di
sostituire a questo equilibrio (peraltro già ampiamente eroso con il
sistematico ricorso ai decreti legge e alle votazioni sulla fiducia) il potere
assoluto di un premierato, in cui l’autonomia della magistratura venga
debilitata e annacquata con un sistema guidato da ben tre organismi, 2 CSM e
un’Alta Corte di disciplina, in sostituzione dell’attuale CSM (con conseguente
aumento di costi che ben potrebbero essere utilizzati per dotare gli uffici
giudiziari dell’essenziale per sopravvivere) .
Riteniamo che la difesa dell’integrità e autonomia del
potere giudiziario costituisca una difesa dell’intero sistema costituzionale;
le eventuali “deviazioni” di qualche componente della magistratura
registrate in passato come esempio di contaminazione tra diritto e politica, la
zona grigia dentro cui hanno proliferato malaffare e interessi occulti sono
certamente da denunciare e combattere ma non possono essere l’occasione per un
regolamento di conti da parte di una politica autoritaria, centralista e, in
fondo, antidemocratica.
Questa non è una riforma della giustizia: anzi, questa
riforma rischia di amplificarne le difficoltà, con il personale al collasso,
con i tempi di giudizio che scoraggiano e annullano il diritto, con costi
esorbitanti per chi si sente leso o si deve difendere, con probabilità di
avere giustizia proporzionali alle squadre di legali che si possono ingaggiare,
con leggi ad personam, con reati ricchi che non si riesce mai a perseguire e
reati poveri che fanno esplodere le carceri di sovraffollamento, con
prescrizioni dosate affinché alcuni la facciano sempre franca e poveri cristi
che, a volte innocenti, passano la vita in galera.
Ciò che in Italia chiamiamo giustizia è una macchina
che si muove a fatica.
E ora i cittadini devono esprimersi con il referendum.
Una consultazione popolare che in realtà è uno scontro
durissimo, appesantito da attacchi, da pretese di impunità, da insofferenza al
rispetto delle regole, da deliri di onnipotenza pericolosissimi.
Noi Rossomori pensiamo che ben altri interventi siano
necessari per garantire a tutti giustizia giusta, per ricostruire fiducia sul
fatto che, quando è necessario, c’è uno Stato che garantisce regole e diritto.
E in questo mare, che è arduo chiamare esercizio di
democrazia, noi Rossomori prendiamo posizione.
Andremo a votare e voteremo NO:
·
Perché
questo non è un referendum sulla separazione delle carriere, che sono già
separate de facto, norma già introdotta dal D.lgs. n. 149/2022, la cosiddetta
Riforma Cartabia, e il passaggio dal ruolo di Pubblico Ministero a quello di
Giudice e viceversa riguarda meno del 2% (lo 0,4% nel 2023!) dei magistrati e
si può fare una volta sola nel corso della carriera.
Voteremo NO:
– per l’evidente imbroglio legato alla composizione
dei consigli superiori: infatti, quando si comporranno questi organismi in
sostituzione del C.S.M, la parte che rappresenta i giudici verrà sorteggiata
tra tutte le migliaia di magistrati che operano in Italia, mentre quella di
nomina politica è sorteggiata dentro un piccolo listino predefinito dalla
maggioranza parlamentare, con procedure che saranno specificate in legge
ordinaria.
I nominati dalla politica dunque saranno omogenei,
affini, organizzati e dunque forti. Non così i sorteggiati tra i giudici.
Nell’individuare i primi prevarrà la scelta, nell’individuare i secondi
prevarrà il caso; tentare di occultare questa evidenza, da parte di chi ha scritto
questa pessima riforma, è disonesto e finanche offensivo. Un provvedimento
dichiarato necessario per eliminare le correnti ne creerà sicuramente una nuova
di sicura “vicinanza” alla maggioranza parlamentare di turno (altro che
indipendenza del potere giudiziario!)
Voteremo NO:
-perché troviamo scomposti gli attacchi politici del
Governo alla magistratura “politicizzata” (quando emette sentenze difformi dai
desiderata del centrodestra): non perché non ci sia da cambiare e migliorare,
ma perché non riconosciamo molti titoli alla attuale politica di governo per
indicare la via delle riforme.
Voteremo NO:
-perché quando un ministro redarguisce le “sinistre”,
rimproverandole di non capire che quando il Campo Largo sarà al governo i
“vantaggi” di questa riforma toccheranno anche a loro, sta lasciando intendere
qualcosa di incidibile e cioè che la politica sta tentando di costruirsi un
vantaggio rispetto a chi la deve controllare. E noi sappiamo quanto bisogno di
controllo ci sia.
Voteremo NO:
– perché ci sentiamo più garantiti da un Pubblico
Ministero ricercatore della verità processuale e fattuale, che non perda la
funzione di coordinare le attività di polizia giudiziaria dentro un quadro
costituzionale certo e non si trasformi semplicemente nell’avvocato dell’accusa,
un super-poliziotto.
Voteremo NO:
– perché dopo aver acquisito dati sulle intenzioni di
voto nelle diverse fasce di età, stanno impedendo ai fuorisede di votare, segno
che della democratica consultazione popolare hanno un’idea parziale. Ma del resto
su questo non c’era molto bisogno di avere prove ulteriori.
Voteremo NO:
– anche perché ogni volta che figure apicali del
governo affermano che la riforma renderà la giustizia più efficiente noi
sappiamo che nascondono la verità (e crediamo lo sappiano anche loro); perciò
troviamo massimamente irritante la loro abitudine a trattarci da bambini.
Voteremo NO:
·
Contro
l’obbiettivo non dichiarato della separazione della giustizia stessa:
l’inquietante disegno egemonico di una giustizia severa, giustizialista e
preventiva contro i reati di “strada” da una parte; una giustizia “distratta”,
permissiva e garantista contro i reati di “palazzo”.
Per queste profonde ragioni, invitiamo tutti i
cittadini a riflettere sulla vera posta in gioco e a votare di conseguenza e
con grande indignazione NO!
Lucia Chessa segretaria nazionale partito Rossomori de
Sardigna
Giuseppe Delogu presidente partito Rossomori de
Sardigna
Assemblea degli iscritti Rossomori de Sardigna
martedì 3 febbraio 2026
mercoledì 18 giugno 2025
Sui risultati del referendum per un’analisi del voto - Salvatore Turi Palidda
Oltre al mancato superamento del quorum, poiché tanti citano dati falsi è opportuno leggere con attenzione quelli pubblicati sul sito del ministero dell’interno: https://elezionistorico.interno.gov.it (consultato alle 07,30 del 10/06/2025)
il totale degli aventi diritto al voto è 51.301.377 (compresi 5.303.436 elettori all’estero)
i votanti sono stati il 30,6% 15.698.221
X il 1° quesito “Reintegro licenziamenti illegittimi” i SI sono stati 13.031.470 (87,57) (molto di più di quanto avevano ottenuto i tre partito dall’attuale governo nel 2022)
x il 2° Licenziamenti e limite indennità SI : 12.790.370 (86,02)
x il 3° Tutela contratti a termine SI : 12.997.502 (87,53
x il 4° Responsabilità infortuni sul lavoro SI : 12.763.726 (85,78)
x il 5° Cittadinanza italiana SI : 9.748.439 (65,34) comunque più dei voti che avevano ottenuto FdI e Lega nel 2022
Oltre il 39% di affluenza in Toscana; 38%, in Emilia Romagna, Liguria e Piemonte 34,5% circa. Marche (32,7%); Umbria (31,3%); Basilicata (31,1%) Lazio (31%), Lombardia 31%, Abruzzo (29, 8%), Valle d’Aosta e Campania (29,%), Puglia (28,5%), Molise (27,8%), FVG (27,5%), Sardegna (27%) Veneto (26,3%). Trentino Alto Adige 22,5%, Calabria e Sicilia, 22–23%.
alle elezioni politiche settembre 2022
per la Camera
FdI: 7.301.303
Lega 2.470.318
F. I. 2.279.266.
tot. destre 12.603.666 (24,77) su 50.864.823
Un fatto sembra inequivocabile: non c’è affatto stata mobilitazione convinta ed efficace tranne di una minoranza e nelle ultime due settimane.
Gli stessi vertici della CGIL hanno fatto trapelare la loro supposizione che il quorum non sarebbe stato superato. Cosicché migliaia migliaia di volantini e manifesti sono rimasti nelle sedi del sindacato o nei Comitati di quartiere; USB e altri non si sono mobilitati come se si trattasse solo di un cosa della CGIL:
tutto ciò s’è sommato alla congiuntura di sfiducia e impotenza diffuse.
E’ purtroppo vero che c’è stata una svolta antropologica, ma ha solide basi materiali: da tempo – si può calcolare – ci sono oltre OTTO milioni di lavoratrici e lavoratori che oscilano fra precariato e nero totale nell’universo del supersfruttamento VIOLENTO, privi di qualsivoglia protezione (i sindacati sono quasi solo per i tesserati compresi i sindacati autonomi). E’ una realtà di “anomia” totale, cioè senza punti di riferimento, atomizzati e impotenti.
INOLTRE, va osservato che una parte dei precari e lavoratori al nero avrà votato, ma è anche certo che tutte le persone anziane non si sono sbattute, anche perché sono ormai fuori dalla vita attiva e in Italia gli over 70 sono circa il 18% degli elettori (cioè oltre 9 milioni).
giovedì 24 agosto 2023
In Ecuador un referendum lascia il petrolio sotto terra – Marina Forti
Lasciate il
petrolio sottoterra. La
maggioranza degli ecuadoriani si è espressa così, nel referendum popolare
tenuto il 20 agosto in concomitanza con le elezioni politiche: quasi il 60 per
cento degli elettori ha votato per mettere fine alle attività petrolifere nella
zona di foresta amazzonica chiamata Blocco 43. La zona, nota anche come ITT
perché include i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini, si trova
all’interno del Parco nazionale di Yasunì, riserva naturale di oltre 900 mila chilometri
quadrati di foresta pluviale considerata tra le più ricche al mondo di
biodiversità. Il parco Yasuni e il “Territorio ancestrale Huaorani” adiacente,
sono riconosciuti dall’Unesco come “riserva della biosfera” dal 1989.
Il quesito
in effetti era molto semplice: “Lei è d’accordo che il governo del Ecuador
lasci indefinitamente sottoterra il petrolio greggio contenuto nel ITT,
conosciuto come Blocco 43?”. Per volere popolare dunque i pozzi petroliferi
attivi in quella zona dal 2016 saranno smantellati. È una svolta storica per la
regione del Yasunì e per le popolazioni indigene che vi abitano. E non solo per
loro: mentre il mondo discute di cambiamento climatico, un voto popolare per
chiudere dei pozzi di petrolio “è un esempio mondiale”, ha commentato Antonella
Calle, portavoce della rete Yasunidos che ha promosso il referendum.
La battaglia per il Yasunì ha una lunga storia. Si può far cominciare nel 2007, quando l’allora presidente Rafael Correa ha lanciato la «Iniziativa Yasunì ITT», facendo proprio uno dei progetti più ambiziosi mai avanzati dai movimenti per la giustizia ambientale: l’Ecuador si impegnava a non estrarre il petrolio nella zona di Ishpingo-Tambococha-Tiputini, quindi a non mettere sul mercato un combustibile fossile che – si calcolava – avrebbe prodotto oltre 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica, gas «di serra» responsabile del riscaldamento del clima. Ma il petrolio era (ed è) la seconda voce delle entrate nazionali, e l’Ecuador chiedeva alle economie ricche di farsi carico di parte del mancato reddito: quantificato il valore del greggio giacente nel Yasuni in circa 7,2 miliardi di dollari, l’Ecuador chiedeva di sottoscrivere 3 miliardi e 600 milioni (la metà) in «certificati di garanzia» corrispondenti alle tonnellate di anidride carbonica che non andranno nell’atmosfera. Il progetto sembrava decollare nel 2010, quando il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp) ha accettato di gestire un fondo fiduciario. Tre anni dopo però erano stati effettivamente sottoscritti certificati per appena 13 milioni di dollari, una briciola.
Così il
progetto Yasunì ITT è fallito. Nell’agosto 2013 il governo dell’Ecuador ha
sciolto il fondo fiduciario («Le nazioni ricche non hanno appoggiato il piano»,
aveva dichiarato Correa). Lo stesso anno il presidente ha ottenuto che il
parlamento dichiarasse il Blocco 43 zona di “interesse strategico nazionale”,
così da poter autorizzare attività estrattive: a chi lo accusava del
voltafaccia diceva che il paese ha bisogno del reddito petrolifero “per
combattere la povertà”.
È allora che
una rete di organizzazioni sociali, ambientaliste e di popoli indigeni raccolta
sotto il nome Yasunidos ha
proposto un referendum: sostenevano che il paese ha interesse a proteggere il
suo patrimonio naturale anche senza l’appoggio di altre nazioni. A sostegno
della consultazione popolare avevano raccolto 850 mila firme, ben oltre la
quota necessaria. La Commissione elettorale però ne ha considerate valide meno
della metà; il quesito stesso era stato respinto, con un atto che solo più
tardi è stato riconosciuto illegale. Prima ci sono stati dieci anni di ricorsi
alla Corte Costituzionale, una vicenda legale tortuosa che ha attraversato tre
diversi governi.
Durante i
dibattiti che hanno preceduto il voto, il presidente uscente Guillermo Lasso ha
sostenuto che rinunciare al blocco ITT farà perdere allo stato 1.200 milioni di
dollari all’anno – tale è stato il reddito generato nel 2022. L’amministratore
dell’ente nazionale PetroEcuador, Ramon Correa, ha rincarato: in vent’anni la
perdita sarà di oltre 16 mila milioni di dollari, sommando il mancato reddito
(13.800 milioni) alle spese per l’abbandono, per smantellare infrastrutture e
pozzi, e 251 milioni di compensazioni sociali.
I promotori
controbattono. L’economista Carlos Larrea, membro di Yasunidos, sostiene che il
calcolo del governo è fuorviante: quei 1200 dollari sono calcolati su un prezzo
di 60 dollari al barile per 55 mila barile al giorno per 365 giorni – che però
è irreale. Inoltre sarebbe il ricavato delle esportazioni, non ciò che entra
nelle casse dello stato, e nel conto non sono incluse le spese di estrazione.
Soprattutto, non considera il fatto che il greggio estratto nel ITT è intriso
d’acqua (si parla di 11 barili d’acqua per barile di greggio), cosa che fa
salire i costi e la difficoltà dell’estrazione, e ne riduce la qualità. Tanto
che il ministro dell’energia Francisco Santos aveva detto tempo fa che quel
petrolio è stato “una delusione” per tutta l’acqua che “annega i pozzi”
(riprendo queste dichiarazioni dal quotidiano spagnolo El Pais).
Nella sua
campagna, la rete Yasunidos ha puntato sulla difesa delle risorse naturali, la
biodiversità, l’Amazzonia e i suoi popoli. Ha indicato altre vie per compensare
la fine delle estrazioni nel Blocco 43: abrogare alcune delle esenzioni fiscali
per i super-ricchi nel paese (da sole farebbero 6.300 milioni di dollari in un
anno, secondo dati dell’agenzia delle entrate ecuadoriana); magari introdurre
una tassa dell’uno per cento sulle super-fortune. Ma questo richiederà un
governo orientato alla redistribuzione – cosa per nulla scontata neppure se a
vincere il ballottaggio del 15 ottobre fosse Luisa Gonzales, la candidata
“correista” (attualmente favorita sul giovane imprenditore Daniel Noboa,
conservatore).
Secondo la
legge ora PetroEcuador ha tempo un anno per ritirarsi dal Yasunì, anche se
l’azienda ha già fatto sapere che smantellare i circa 230 pozzi in attività
richiederà almeno cinque anni di lavoro. “Ci assicureremo che i petrolieri se
ne vadano quanto prima dalla nostra foresta” ha commentato Nemonte Nenquimo,
leader indigena della nazionalità Hoaorani (e vincitrice nel 2020 del premio
ambientale Goldman, detto “Nobel alternativo”). “Condivideremo questo modello
di azione diretta per il clima con tutti i popoli e paesi, perché la crisi
climatica nel mondo ha bisogno di modelli di lotta che mettano il potere nelle
mani dei popoli”.
(Un altro
esempio del resto viene dallo stesso Ecuador: dove gli abitanti del Distretto
metropolitano di Quito, la capitale, hanno votato al 68 per cento contro nuove
concessioni minerarie nel territorio chiamato Choco Andino, anche questo
considerato Riserva della biosfera dall’Unesco (in questo caso però non saranno
chiuse le miniere già esistenti). Anche qui il referendum è stato promosso da
una rete popolare, chiamata Quito sin mineria: e ha vinto.