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domenica 11 gennaio 2026

«Non trovatelo naturale» - Mauro Armanino


E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali, la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali, dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è la neppure la vita considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta. Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che introduce così lo scritto ‘L’eccezione e la regola’, nel 1930. In un’epoca in cui l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica.

Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento

Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘ è naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella stessa città la notte scorsa a ricordo dei 4 rifugiati deceduti in queste ultime settimane in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e sudanesi in questa bella città di frontiera. Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.

… ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità….

Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove, a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri, reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati, la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto. Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro, per farne ciò che meglio ci pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per tutti. Eppure la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e, per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che chiamiamo vita. I 116 morti annegati al largo della Libia, alla vigilia di natale di quest’anno, non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.

…cosi che nulla valga come cosa immutabile…

Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi, che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli oltre 4 milioni di sfollati. L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata diserzione al sistema dominante.

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martedì 23 settembre 2025

Con quel che resta del mondo - Mauro Armanino


Dopo il ritorno definitivo dal Niger e quattordici anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca un altro mondo nel mondo. Dopo che le armi e le guerre che le utilizzano per perfezionarle sembra ormai la diplomazia tra Paesi con interessi divergenti. Dopo che gli imperi tornano a mostrare con arroganza il volto cinico del potere che non avevano mai abbandonato. Dopo che le illusioni del progresso illimitato e della globalizzazione felice sono state realizzate. Dopo che la giustizia sociale appare tradita e venduta per alcune denari di “coesione sociale”. Dopo che le grandi narrazioni della storia hanno lasciato il posto alla cronaca del quotidiano. Dopo i colpi di stato militari che tutto promettono di rifondare perché nulla cambi. Dopo tutto ciò ci si dovrebbe domandare che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’ipocrisia del diritto internazionale con applicazione variabile. Dopo la democrazia esportata di forza e mistificata alla sorgente dalla sete di potere e del denaro. Dopo aver mutilato il mistero della persona umana alla sola dimensione del commercio e del consumo. Dopo aver continuato a scavare il fosso che separa i mondi tra chi può viaggiare liberamente e chi è destinato a scomparire tra i superflui. Dopo aver dichiarato e subito dopo confiscato l’affermazione che tutte le persone nascono uguali in dignità e possibilità. Dopo avere lottato per anni le conquiste del lavoro e vederle diluirsi nello sfruttamento programmato dell’esclusione a partire dalla nascita. Dopo le ideologie che hanno ingabbiato la realtà falsificandone i contorni e la portata sovversiva. Dopo aver creduto alla redenzione attraverso la violenza sacrificale degli innocenti. Dopo avere mentito per anni sul senso della storia per ritrovarsi in una storia senza senso. Che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’epoca coloniale quella imperiale e infine quella del nulla o nichilista. Dopo che la merce e il mercato diventano tutto e tutto diventa mercanzia, compreso il corpo umano. Dopo che le parole sono state, svilite, svuotate, offese, manipolate e travisate da impostori. Dopo che si è banalizzata la violenza. Dopo che il confine tra vero e falso è reso negoziabile a seconda degli interessi. Dopo che la giustizia si è gradualmente trasformata in carità poi diventata appannaggio dell’ambiguità umanitaria. Dopo che i ricchi e i potenti hanno confezionato il mondo a loro immagine e somiglianza. Dopo che le religioni affiancano il potere per garantirne la durata e la stabilità. Dopo che le informazioni sono gestite da mestieranti e mercenari al soldo del dittatore di turno. Dopo che si confonde la pace con la dominazione della menzogna. Dopo che sembra impossibile credere ancora che un altro mondo è possibile. Che fare con ciò che resta del mondo.

Ricucire, ripulire, rinnovare, ricreare e ridare statuto e dignità alle parole. Rigenerale la politica e rimetterla davanti e prima delle scelte dell’economia. Ripristinare il senso della democrazia sostanziale a partire dai dimenticati, emarginati e traditi. Riscrivere la storia con e degli umiliati, impoveriti, abbandonati e svenduti del sistema. Riprendere ad ascoltare il silenzio perduto nel dolore delle madri e dei padri. Ridare spazio ai sogni e alle visioni dei giovani, soli a immaginare un mondo che ancora non si intravvede. Riconciliare l’utopia del disarmo senza sfilate militari, fabbriche di armi e testate nucleari. Rieducarsi a cancellare dal lessico ogni traccia di nazionalismo armato perché escludente dell’altro. Risuscitare la verità sepolta nelle lacrime degli esiliati quando troveranno una dimora. Riparare i ponti abbandonati e distrutti dall’indifferenza. Rifare quel che resta del mondo per affidare al vento, ogni mattina, le poesie dei bambini.

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lunedì 23 ottobre 2023

Lettere dal Sahel X - Mauro Armanino

  

La sofferenza dei poveri e la transizione di Niamey

Niamey, settembre 2023. L’apparenza inganna, lo sappiamo. La vita sembra scorrere come sempre e, almeno in città, c’è l’abitudine di vivere grazie a un antico mestiere imparato fin da bambini. Si tratta dell’arte sottile della quotidiana sopravvivenza nella quale dal niente si tira fuori tutto quanto basta per arrivare al giorno dopo. Dal 26 luglio fino a oggi, la prima decade di settembre, è in vigore una non annunciata e ben definita transizione di regime. Le sanzioni economiche e sociale approvate e applicate in fretta da un parte dei Paesi confinanti il Niger, specie quelli avendo lo sbocco sul mare, aggiungono sofferenze al già temibile quotidiano della povera gente. ‘Siamo nella sofferenza’, diceva un artigiano il cui lavoro si è di colpo interrotto da un mese a causa della situazione creatasi a seguito del golpe militare citato. ‘Mancano i soldi per i condimenti’, aggiunge e allora si sparisce fino a sera per non vedere i figli e i nipoti soffrire la fame.

‘Fino a quando’, chiede lo stesso artigiano che, prima di congedarsi, chiede che anche nelle chiese si preghi perché le cose ‘si rimettano a posto’ quanto prima. C’è infatti qualcosa di straordinario che sta accadendo nel Paese e che, a guardarlo da vicino, desta ammirazione e stupore. Si tratta della quotidiana resistenza dei ‘piccoli’ che, soprattutto in silenzio, realizzano un’autentica rivoluzione sociale. Stanno pagando un prezzo molto alto al cambiamento impresso alla storia del Niger tramite il golpe, in parte inatteso, di fine luglio. Soffrire in silenzio in genere non fa notizia eppure è questo uno dei pilastri su cui si regge l’attuale transizione politica. Un silenzio che dovrebbe interpellare chi ha assunto per scelta o per necessità di instaurare un regime di eccezione nel Paese e attorno a esso. Non è accettabile che, senza alcuna remora, si penalizzi un popolo, anzi ‘il popolo’ e cioè i piccoli e fragili di sempre, i poveri e i giovani in particolare.

Nessuno dovrebbe osare confiscare il loro futuro perché, intessuto com’è di sogni, speranze e ideali è qualcosa di sacro, Non rubare il verbo vivere coniugato al futuro con dignità è ciò che dovrebbe costituire la ragione d’essere di ogni autentica politica. Da questo frutto si riconosce l’albero che ha scelto di piantare la transizione nel Paese. Non accada mai più che la sofferenza dei poveri sia resa vana e le nascoste utopie germogliate in questi anni assenti siano svendute al miglior truffatore di sogni. Ecco perché il silenzio nascosto si trasforma in un grido rivolto a chi ha il coraggio e l’incoscienza di accoglierlo. Nella complicità di coloro che non hanno voce si tratta di dare una risposta accorata alla sofferenza , a livello locale e internazionale. Sarà questo il nome da dare alla transizione che dovrà sfociare nella Conferenza Nazionale aperta a tutti per dare un volto nuovo alla politica. Assumere la sofferenza dei poveri perché trasformi il linguaggio politico del Paese sarà la base della nuova Costituzione della Repubblica, fondata sul silenzio.

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Il golpe migrante di Niamey

Niamey, 17 settembre 2023. C’è stata una migrazione geografica che solo il Sahel, l’altra riva secondo l’etimologia del termine, ha saputo annotare sulla polvere dal 26 luglio scorso, data del golpe di Niamey. Il Mali, il Burkina Faso e, ultimo arrivato per ora, Il Niger che il colpo di stato attraversa a tutt’oggi senza darlo troppo a vedere. Variegate le manifestazioni di appoggio ai golpisti, il presidio permanente alla zona deve sono stazionati i militari francesi, il nuovo governo installato e le bandiere nazionali esibite da tassisti e incauti motociclisti. Ai lontani confini del Paese permangono le frontiere chiuse a persone e mercanzie. Detenuto da allora al suo domicilio il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal golpe migrante ai migranti del golpe che si realizza nell’invisibile presenza e transito degli ‘esodanti o avventurieri’, come si dice qui.

In effetti ogni migrazione infligge, a suo modo, un colpo di stato fatale al sistema. Le frontiere, le culture e le identità si spostano grazie a persone, storie e progetti di vita che sfidano in permanenza l’ordine (o il disordine) stabilito. C’è da prender atto che, nell’apparente banalità del viaggio, il più efficace golpe dell’umana avventura, è costituito dalle migrazioni. Folli imprese dove si rischia l’esistente per l’incertezza di un futuro immaginato differente. Per raggiungerlo si soffre e si rimpiange quanto si ha lasciato. C’è chi si accampa in strada, alle porte dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni o non lontano dalle stazioni dei bus in città. Il golpe dei migranti dura da millenni e continuerà malgrado i sistemi di sorveglianza, le frontiere armate, gli accordi di cooperazione coi fondi fiduciari di sostegno ai progetti di sviluppo. Il tutto giustificato per arrivare alle ‘cause profonde delle migrazioni’.

Ogni golpe è, di fatto, il tentativo del progetto migratorio da un regime all’altro, da una repubblica all’altra e da una democrazia all’altra. Migrano i militari e transumano i partiti politici. Migrano con loro anche gli opportunisti che, come sempre, non perdono l’occasione per salvarsi. Migra soprattutto il lavoro perduto, i soldi che non bastano, il cibo fattosi raro, i salari occasionali e i prezzi in aumento dei generi alimentari. Migrano le ong limitate nell’azione umanitaria, gli imprenditori di violenza armata che operano dove si offrono prospettive di occupazione e migrano i sogni che passano la frontiera con la piroga. Migrano i sogni di un’altra società possibile e gli ideali di un mondo in procinto di nascere da quello antico. Migrano, infine, le parole di verità prese in prestito dalla speranza che, forse domani, ci sarà una giustizia per i poveri.

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Il ‘Nunca mas’ nel deserto del Sahara

Niamey, settembre 2023. Niamey, settembre 2023. Mai più. Recitava il titolo del rapporto sui ‘desaparecidos’ della guerra ‘sporca’ in Argentina negli anni ’70. Il documento in questione metteva in evidenza i nomi delle vittime, il sistema organizzato di prigionia, il tipo di tortura inflitto ai ‘dissidenti’ del regime militare che aveva preso il potere nel Paese. Migliaia di persone ‘scomparse’ da casa, dal lavoro, in strada, nelle scuole o università avevano trovato un ultimo e definitivo eco nel rapporto citato. Mai più (Nunca mas) era intitolato come per affermare solennemente che quanto accaduto non avrebbe più dovuto riprodursi nel futuro. Purtroppo gli scomparsi continuano a perpetuare le liste nelle frontiere dove la mobilità umana sembra incompatibile con la marcia della globalizzazione. Soldi, mercanzie, giocatori di calcio, diplomatici, turisti e commercianti possono viaggiare e spostarsi liberamente e felicemente. Per chi è nato ‘dalla parte sbagliata’, come ricordava una vecchia canzone di Jean Jacques Goldman, è destinato, d’ufficio, a scomparire e, se possibile, senza lasciare tracce alcuna.

Da anni, ormai, siamo stati testimoni di queste quotidiane sparizioni di migranti nel deserto di sabbia e nel deserto di mare. Tra i due non c’è soluzione di continuità perché il primo e ‘fontale’ deserto si trova nel cuore del sistema stesso, nato per escludere chi non è nato ‘dalla parte giusta’ del mondo. Si è creata una sorta di complicità tra i processi di esternalizzazione delle frontiere europee e le politiche dei Paesi del Maghreb. I controlli delle frontiere, le espulsioni e deportazioni più in là, in pieno deserto verso il Paese confinante, hanno, in questi anni, prosperato anche grazie alle comuni politiche di ‘collaborazione’ nella gestione delle migrazioni. Gli scomparsi a volte tornano e raccontano l’accaduto nella fossa che separa l’Algeria dal Marocco a Oujda e le reti metalliche installate a Ceuta e Melilla, ‘enclaves’ spagnole in Marocco e soprattutto le quotidiane forme di morte sociale cui sono destinati i migranti sub sahariani. I loro nomi e le loro storie ci arrivano di prima mano, solo quando esse trovano uno sguardo e un orecchio libero all’ascolto che ‘umanizza’ quanto è stato sistematicamente tradito durante il viaggio intrapreso.

Mai più, scrivono sulla sabbia quanti hanno patito e sofferto a causa di ciò che sono e cercano. Il sistema sembra incapace di leggere ciò che l’umana mobilità porta e comporta come radicale novità di vita e di pensiero. I migranti arrivano dal deserto con le mani nude il cuore gonfio di attese e speranze di un mondo differente. Fanno di tutto per non scomparire tra i fondi fiduciari affidati alle grandi ONG che finanziano progetti di sviluppo che dovrebbero toccare le radici profonde delle cause delle migrazioni. Oppure, in cambio, la formazione offerta da Eucap Niger (espressione dell’Unione Europea) per imparare a controllare meglio le frontiere, i documenti e i traffici frontalieri. Poi ci sono le politiche delle autorità del Marocco, l’Algeria, la Tunisia senza dimenticare l’inferno libico (finanziato per esistere e riprodursi) che prendono i migranti come ostaggio per negoziare contratti, geopolitiche e soprattutto manna finanziaria. Mai più scrivono sulla sabbia gli ‘esodanti’ e gli avventurieri di questo mondo altro che fatica a partorire il nuovo.

Lei, Sadamata, arriva con la sua piccola Fatima di un anno. Nata in Sierra Leone e portata con loro in Algeria. Hanno vissuto per sei mesi lavorando finche il papà della bimba è stato ucciso e la mamma espulsa e deportata al confine. Per qualche giorno rimane ospite della locale compagnia di trasporto Rimbo di Niamey e poi, con una valigia e una borsa dove ha custodito la memoria del suo viaggio di fuga dal Paese natale, dorme fuori, sulla strada. Con lo sguardo mite attende che si apra una porta per entrare, finalmente, nel futuro dove sua figlia, bella come lei, possa disegnare il profilo di un’umanità degna di questo nome. Mai più, scrisse il rapporto sulle sparizioni in Argentina. Mai più ha appena sussurrato la piccola Fatima, nella braccia di sua madre.

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Due mesi dopo il colpo di stato e il sapore della libertà

Niamey, 26 settembre 2023. Era il mercoledì 26 luglio quando l’inattesa chiamata sul cellulare di un giornalista italiano sconosciuto chiedeva com’era la situazione in città dopo il colpo di stato. Sorpreso dalla notizia all’ora di pranzo non è stato difficile appurare la veridicità della notizia tramite le agenzie informative nazionali e internazionali. Era tutto vero perché Il presidente riconosciuto era fatto prigioniero dalla guardia presidenziale a casa sua, assieme alla moglie e al figlio. La giunta militare che ha preso il potere annunciava la sua destituzione come condizione per la salvaguardia della patria messa in pericolo, secondo gli autori del golpe, dal regime deposto. Concitate le reazioni nazionali e soprattutto internazionali che accusavano i putschisti di un colpo di stato di ‘troppo’ nel Niger, abituato a questo sistema di riavvii atipici delle vita democratica e politica del Paese. Da allora passano i giorni tra sanzioni economiche, frontiere chiuse alle mercanzie e alle persone che comunque e di frodo le attraversano con mezzi di fortuna e onerosi sistemi di arrangiamento con militari e doganieri. In città è lo stadio nazionale che raccoglie migliaia di simpatizzanti della giunta e soprattutto la marea umana che ha invaso, pacificamente finora, i dintorni della base dove sono stazionati i militari francesi e di altre nazionalità. Quanto ai militari degli Stati Uniti si trovano attualmente presso l’aeroporto di droni di Agadez, a un migliaio di chilometri della capitale, verso il deserto.

Pochi giorni dopo il colpo di stato una parte dei cittadini europei, sospettando il rischio di un attacco armato dall’esterno, è stata invitata dai propri Paesi a evacuare Niamey. Diverse centinaia di stranieri occidentali, per misura precauzionale, sono tornati nei Paesi rispettivi di origine e nel frattempo, dopo la scelta di un nuovo primo ministro, è stata la volta dell’installazione di un nuovo governo. Da allora passano i giorni e succede che, presi come si è dalla sopravvivenza, ci si dimentica di trovarsi in un regime di eccezione militare. Ci si abitua all’incertezza e alla precarietà perché entrambe, degne figlie della polvere e della sabbia, erano già presenti nel quotidiano dei cittadini. Che per alcune ore ogni giorno manchi la luce, salgano i prezzi del necessario per nutrirsi, si complichi la vita per i genitori che devono provvedere per la scuola dei figli, non si sappia cosa riservi il domani, tutto ciò era parte del bagaglio del cittadino comune. Col tempo ci si adatta al colpo di stato e, segno evidente di apparente normalizzazione, il Paese bruscamente scompare dalle prime pagine delle notizie di agenzia e si passa ad altre cronache e notizie più avvincenti. La caparbia capacità di resistere del popolo non merita menzione alcuna da parte dei media più influenti che, con poche eccezioni, sono pagati per essere al servizio dei potenti e dei loro interessi. Com’è noto, il verbo resistere solo si può coniugare al tempo presente ed è ciò che la gente ha imparato da allora.

Siamo a due mesi dal colpo di stato che si organizza per durare nel tempo. Nel frattempo si registrano arresti di ex ministri del regime precedente e dall’esecuzione di campagna di smascheramento dei crimini economici perpetrati negli anni passati. Erano gli anni del ‘rinascimento’ e degli slogan dove i ‘nigerini che nutrono i nigerini’ andava di moda, così come gli hotel di lusso e l’Africa del mercato unico. Libera volpe in libero pollaio e libere bandiere del Niger che sventolano sui tricicli al suono delle trombe di plastica che accarezzano il sapore, amaro, della libertà.

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La pedagogia degli oppressi nel colpo di stato del Niger

…‘Ecco il grande compito umanista e storico degli oppressi: liberare se stessi e i loro oppressori'…

Niamey, 1 ottobre 2023. Così scriveva il grande pedagogista brasiliano Paulo Freire nell’altro millennio col suo noto ‘ La pedagogia degli oppressi’. Sono parole, concetti, idee, utopie e provocazioni che neppure ci passano più per la mente, tanto sembrano lontane dall’odierno e appiattito pensiero. Tra i punti positivi di un colpo di stato atipico come quello di Niamey a fine luglio scorso, c’è proprio questo. Il tentativo e l’ambizione di uno smascheramento del sistema che sembrava essersi identificato con la realtà naturale delle cose. Nulla di nuovo sotto il sole perché sembra proprio di ogni regime politico, religioso e sociale, apparire come ‘naturale’ e dunque divinamente installato. L’ideologia che ‘naturalizza’ la politica, l’economia e la religione che offre loro da supporto si presenta come immutabile e ‘garantita’ dalla consuetudine, l’andazzo o semplicemente dalla ‘colonizzazione’ dello sguardo. Appare come del tutto naturale che ci siano persone nella miseria e altre nella prosperità od opulenza. Così come apparirà del tutto naturale che i figli dei potenti si formino nelle migliori scuole e che siano poi loro a governare i poveri, notoriamente ‘incapaci’ di autogoverno e di democrazia. Il colpo di stato è là anche per ricordare che in politica non c’è nulla di naturale.

Oppressi e oppressori sembrano una coppia ormai tramontata perché non solo le grandi narrazioni della storia sembrano sfumate ma anche perché, apparentemente, chi tira le fila del sistema scompare dalla scena. Sembra proprio che il sistema, come un … ‘carrozzone (che) va avanti da sé con le regine, i suoi fanti, i suoi re’ … come recitava il testo di una canzone dl’altra epoca. Il mondo umanitario, presente capillarmente nel Niger e in genere nel Sahel non fa in fondo che confermare la versione naturalizzata delle dinamiche sociali. Si parlerà al massimo di sviluppo sostenibile e si pregheranno i potenti perché siano più generosi coi miseri. Il grande imbroglio del ‘fatto compiuto’ può durare anni e generazioni, molto dipende da chi ammaestra i mezzi di comunicazione e riesce a comprare le coscienze degli intellettuali, di per sé attenti scrutatori dei segni dei tempi. La mistificazione della realtà a volte dura molto ma non per sempre. Lo sappiamo per esperienza e Abramo Lincoln lo ricorda … ’si può ingannare tutti per un tempo, una parte del popolo per tutto il tempo ma non si riesce a ingannare tutto il popolo per tutto il tempo’. Le maschere cadono, un giorno e questo accade quando l’imprevisto raggiunge l’ordine costituito.

….Solo il potere che nascerà dalla debolezza degli oppressi sarà sufficientemente forte per liberare gli uni e gli altri 

Ed è esattamente questo il paradosso che accompagna la storia umana. Il potere di dominazione è incapace di creare novità che umanizzi perché è reso cieco dalla propria arroganza e potenza (hybris). L’esperienza insegna che, se di cambiamento si tratta, esso non potrà che scaturire da chi si accorge di non aver più nulla da perdere se non la propria vita. L’oppresso di oggi, come quello di ieri e di sempre, potrà trasformare la realtà quando farà della sua debolezza la sola forza di cambiamento possibile. Da decenni il Niger è classificato tra i Paesi più poveri del pianeta e saranno vani tutti i tentativi di ‘rinascimento’, tentato a parole da molti. Così continuerà finché la coscienza degli oppressi, i poveri, emarginati, assenti, invisibili, venduti o tenuti in ostaggio aprirà orizzonti nuovi tramite il potere dei deboli che sarà sufficientemente forte per liberare gli uni e gli altri. Come ricorda ancora Freire nel libro citato. … ‘Chi, più di loro, può capire la necessità della liberazione? Liberazione a cui non arriveranno per caso, ma … conoscendo e riconoscendo la necessità di lottare per ottenerla. Lotta che, in forza dell'obiettivo che gli oppressi le daranno, sarà un atto di amore’.

Solo a questa condizione il colpo di stato nel Niger non sarà accaduto invano.

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Dare il nome giusto alle cose. Istruzioni per l’uso nel Sahel

Niamey, 8 ottobre 2023. Ci siamo conosciuti dopo il suo soggiorno nella sezione femminile della prigione di Niamey mentre era incinta. Samira Sabou è giornalista e presidente dell’associazione di coloro che si esprimono pubblicamente tramite i ‘blog’. Dopo aver avuto problemi col figlio dell’allora presidente del Niger e tenuta sott’occhio dal regime precedente, sembra che pure con le attuali autorità militari del Paese le cose non vadano molto meglio. Scrive infatti un sito informativo della la capitale...

‘Il 30 settembre 2023 è stata arrestata nel domicilio di sua madre a Niamey da diversi uomini col volto coperto che si sono presentati come membri delle forze di sicurezza. Essi, dopo aver esibito i loro documenti, hanno insistito perché Samira li segua nell’auto. Dopo essere stata a sua volta incappucciata è stata condotta in un luogo sconosciuto. Da allora non ci sono tracce di lei e del luogo eventuale di detenzione. Il servizio delle inchieste criminali della polizia di Niamey afferma di non possedere nessuna informazione a proposito’. (Actuniger)

Samira riportava spesso sul suo blog articoli di varia origine e natura. D’abitudine cercava di pubblicare notizie da fonti certe. Secondo il detto di alcuni, in questi giorni era stata verbalmente minacciata e attaccata sui mezzi di comunicazione informale più utilizzati in città. Difficile parlare di un tragico errore, di semplice noncuranza giuridica o di squallida messa in scena per intimidire le parole. Ci troveremmo, anche in questo caso, in ciò che ricordava Karl Marx: quando la storia si ripete è dapprima tragica e poi diventa una farsa. Sarebbe dunque un caso di attitudini speculari al regime precedente, riconosciutosi nella parola ‘Rinascimento’ di qualcosa o qualcuno che in realtà non è mai nato. In questi ultimi anni le parole si sono gradualmente mutate in sabbia, polvere e vento che tutto ha cancellato al suo passaggio. Quanto scritto, promesso, affermato, assicurato e garantito è stato sistematicamente tradito nella menzogna delle parole. Questo è il peggior delitto che una persona possa commettere: manomettere le parole e dunque la realtà che di esse è l’esatta misura. Per questo motivo ogni regime al potere, peggio se totalitario, nulla teme quanto le parole.

Non accada che Samira, ossia la parola che ha tentato di dare un nome giusto alle cose è rivoluzionaria, come ricorda opportunamente Rosa Luxemburg. Portata via col viso coperto per impaurirla, la parola, sottratta dalla propria casa materna, deportata in un luogo tenuto segreto, la parola che è quanto di più serio e sacro ci sia perché le parole creano, fanno e disfanno il mondo. ‘Morte e vita sono in potere della lingua: chi l’ama ne mangerà i frutti’, scrisse il saggio nel libro dei Proverbi. Dire la verità significa chiamare le cose con il loro nome.

… ‘Dal profondo di te stesso nascono i tuoi pensieri con quattro risultati diversi: il bene e il male, la vita e la morte, eppure su tutte queste cose domina la lingua’…, scrissi il saggio nel libro del Siracide. Liberare Samira è come tornare a liberare la parola che poi è l’unica rivoluzione che meriti davvero questo nome.

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sabato 25 marzo 2023

due lettere di Mauro Armanino, dal Sahel

                     Migranti nel Sahel, voce del verbo deportare

Le migrazioni fanno la storia e la storia è fatta di migrazioni. La mobilità è costitutiva dell’umanità perché la vita non è altro che una serie di cammini inventati nel tempo. La storia si ingegna a raccontare quanto ogni giorno trova scritto sulla sabbia prima che sia cancellato dal vento. Si tratta dei sogni che, impunemente traditi, rubati o confiscati dal sistema di polizia globale, sopravvivono e si tramandano alle generazioni future. I migranti, spesso senza avvedersene, sono delle migrazioni i drammatici artigiani e profeti. Per questo, senza destare sommovimenti, proteste e rimostranze degne di questo nome, sono ormai da anni oggetto di deportazioni. Basta andare sul net e scrivere questa sinistra parola, abbinata all’Algeria dei militari, del gas e del petrolio, per trovare in fretta una serie impressionante di notizie sul tema.

Sono sinonimi del verbo deportare, verbo transitivo …(che si dice di un verbo che non esaurisce l'azione in sé ma la estende su un “oggetto”), esiliare, bandire, confinare, relegare, deporre, proscrivere, trasferire a forza. Tutto è detto perché il verbo ‘transita’ sull’altro, appunto, come ‘merce di scambio’. Solo perché l’altro è riducibile ad ‘oggetto’ che la storia ha reso le deportazioni tristemente famose e attualiEsse sono state applicate su vasta scala in Europa durante la seconda guerra mondiale e poi applicate dappertutto.

‘Le deportazioni degli africani dall’Algeria al Niger continuano … in condizioni caotiche e persino mortali’, è scritto sul sito di ‘Meltingpot’ del 4 gennaio scorso. Algeria, l’Onu accusa: migranti deportati e abbandonati nel deserto al confine col Niger, del 21 maggio 2018…lo stesso sito ricorda che almeno 10 mila migranti sono stati abbandonati a partire da settembre. Continuano su larga scala le deportazioni dall’Algeria mentre le operazioni di rimpatrio verso i Paesi di origine sono state notevolmente rallentate, segnala il sito italy24.press, del 3 gennaio di quest’anno. Algeri deporta nel deserto i migranti e a denunciarlo è l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Secondo l’organizzazione alcuni sono stati abbandonati dai trafficanti, altri sono stati deportati dalle autorità algerine. Riferito sito della rivista missionaria Africa’.

Questo verbo deriva dal latino deportare, infinito presente attivo di deporto, "portare via"… Nell’epoca dello schiavismo, Nel Sahel e altrove in Africa, si è cominciato col ‘portar via’ le persone a milioni dal Continente. Si è continuato col ‘portar via’ la sovranità dei popoli con colonialismo e poi col neocolonialismo che è perpetuato sotto altre vesti dalle attuali elite al potere. In questi decenni le geopolitiche della miseria hanno cospirato per ‘portar via’ il futuro dei giovani del Continente.

 ‘Sono migliaia i fantasmi nel deserto ai confini con la Libia. Migranti e profughi africani e asiatici prelevati dalle carceri libiche ed espulsi nel Sahara. La loro sorte è ignota. La denuncia viene dall’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu che a novembre ha pubblicato il rapporto 'Unsafe and Undignified', insicuri e privati della dignità. Nel 2019 e nel 2020 ha avuto notizie di 7.500 espulsioni arbitrarie di migranti e richiedenti asilo in Sudan, Niger e Ciad. Numero sottostimato, sostiene lo studio, per l’impossibilità di ottenere dati certi. Solo a dicembre o gennaio 2020 ci sono state oltre mille espulsioni nel deserto dalla Libia in Niger. I migranti vengono prelevati da centri e portati nei centri di raccolta dalle quali le unità di pattuglia in frontiera li deportano’. E’ il giornale Avvenire che pubblicava questa notizia tempi addietro.

Tutta deportazione, dunque, nasce dal ‘portar via’ ciò che costituisce quanto di più prezioso possieda una persona: il desiderio di un mondo differente. Un mondo che privilegi l’importazione di beni e capitali, l’esportazione di materie prime e di giovani come ‘mercanzia’ da trafficare, non può che utilizzare la deportazione come strategia di governo. Ed è proprio questo sistema che i migranti rivelano, denunciano e, a modo loro, sconfiggono.

                                                                                Mauro Armanino, Niamey, 12 febbraio 2023



              Come liberare la pace nel Sahel, istruzioni per l’uso

L’amico Pierluigi Maccalli, ostaggio per più di due anni nel deserto, è stato per tanto tempo incatenato dai suoi rapitori. Attaccato come si fai coi cani e coi prigionieri perché non fuggano dalla prigionia, aveva pochi metri di spazio. Proprio a lui, da sempre artigiano di pace nel suo cammino umano e missionario, è toccato in sorte di fare l’esperienza della violenza. In quella circostanza, nelle fredde notti sotto le stelle ancora più luminose del deserto, avrebbe confessato di avere scoperto la libertà. Da allora Pierluigi, nel suo Paese e altrove, condivide, a chi l’ascolta e legge i suoi scritti, una testimonianza di pace. Lui, innocente ostaggio della violenza armata in nome di un dio camuffato da giustiziere, ha trasformato le catene in libertà.

Nel Sahel, altrove in Africa e in Europa, non si fa che parlare di armi, munizioni, militari, tattiche e strategie per ‘neutralizzare’ il nemico. Pure noi in Niger, nel nostro piccolo, possediamo aerei, droni, basi militari, soldati e cimiteri in abbondanza. Non mancano gli investimenti per il settore della difesa e non mancano neppure, nella stessa capitale, le classi fatte di paglia che ogni anno riducono in cenere alunni e strutture. I gruppi armati di dio, dei soldi, dei commerci e soprattutto dei propri interessi, non sono che pedine, vittime anch’essi delle forze del male. Esse, le forze schiave del male, operano in modo aperto e misurabile e assieme occulto, perché indefinito negli effetti poco prevedibili. Di tutto ciò la corsa al riarmo è il segno.

I numeri dell’Istituto Internazionale della Ricerca sulla Pace di Stoccolma, evidenziano che l’anno scorso è stato marcato da una spesa militare senza precedenti, di 2. 100 miliardi di dollari. Il business della guerra è generato dai conflitti armati, le scelte militariste dei paesi belligeranti o cobelligeranti, impegnati a rifornire gli eserciti sul campo. Si prepara poi il business della ricostruzione e i diversi paradisi umanitari con, sullo sfondo, l’industria bellica al comando della politica che si nutre della vita di migliaia di esseri umani. Finché il detto latino anonimo assicura che ’ per volere la pace occorre preparare la guerra’ non sarà messo nelle pattumiere della storia, non usciremo dalla logica della spirale della violenza, di cui anche Dio è vittima.

Ecco perché è da prendere sul serio l’invito accorato dell’amico Pierluigi a ‘liberare la pace’. Nelle politiche, nelle religioni, nell’economia, nelle relazioni e soprattutto nello spirito umano, occorre ‘ripudiare’ la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Disarmare e soprattutto dis-armarsi nel pensiero, nelle parole, nelle scelte e nello sguardo, per liberare la pace, incatenata dalla menzogna e la paura dell’altro.

 

                                                                                             Mauro Armanino, Niamey, 19 febbraio 2023

 


martedì 23 agosto 2022

Nel Sahel l’insicurezza è più cronica che da cronaca – Mauro Armanino

 

Nel Sahel, da cui sono tornato da qualche settimana, l’insicurezza è più cronica che da ‘cronaca’. Il quotidiano ne è totalmente colonizzato e la sabbia, da questo punto di vista, ne costituisce una delle metafore più convincenti. In bilico tra fragilità ed eternità, la sabbia ben rappresenta la permanente sfida ad ogni pretesa di vana sicurezza. In quella porzione dell’Africa tutti sono coscienti che è la precarietà a dettare il ritmo e le stagioni del tempo. La vita, il lavoro, la pioggia, i raccolti, il cibo, i viaggi, i matrimoni, la salute, la scuola, la politica, i progetti, la fede religiosa, gli appuntamenti, le amicizie, la pace e gli amori. Tutto sembra condizionato dal sapore dell’insicuro umano transitare. La ‘sicurezza’ è un’utopia nella quale pochi hanno creduto. Naturalmente hanno ragione loro e la sabbia, dalla quale tutti discendiamo. Ci sono momenti storici nei quali le promesse arroganti e illusorie della sicurezza, la greca hybris, sono smascherate e appaiono nella loro nudità. Come tombe ricoperte di sabbia che il vento torna a rendere visibili agli occhi distratti dei passanti, così viene a riconfigurarsi la percezione dell’esistenza.

È bastata l’iniqua risposta ad una malattia, né migliore né peggiore di altre che hanno caratterizzato la storia delle epidemie, per mettere in ginocchio buona parte del mondo ‘civilizzato’. Le telecamere della video-sorveglianza, sparse ovunque, i tracciamenti dei movimenti delle persone e l’abusiva supervisione del loro stato di salute non sono stati altro che tragiche cifre di una sconfitta. Paure, di cui la storia dell’Europa è stata accompagnata e marcata, che sono riapparse, dissepolte, riviste, corrette e pronte per l’uso. La morte, espunta dall’immaginario come una vergognosa debolezza da cui sfuggire, la fragilità dei corpi, le solitudini degli anziani e l’incomprensione dei giovani, hanno mostrato quanto si teneva, volutamente, nascosto. L’uso politico della paura ha contribuito a creare quanto fino a poco tempo fa sarebbe apparso inconcepibile: una selezione tra i cittadini di uno stesso Paese, discriminati, eliminati, condannati e socialmente disprezzati. L’insicurezza si è gradualmente impadronita del tessuto sociale, già sconnesso e preparato da anni di scientifica divisione consumista.

Appare dunque particolarmente eloquente e fuorviante, per esempio, quanto letto su uno dei vari manifesti di propaganda per la prossima campagna elettorale. ‘Stop Sbarchi – Più Sicurezza’, la data messa bene in mostra è quella del 25 settembre prossimo. Per chi sarebbe concepita una sicurezza che scaturisce dall’insicurezza di chi parte da lontano per sfuggirla e si trova a ‘sbarcare’ in una società che le vicende sanitarie e belliche ha ulteriormente reso fragile? Sarebbe più onesto riconoscerci come ‘associati’ di un mondo che, attraversato dalla fragile precarietà del momento, accoglie l’insicurezza come un’apocalisse che ci rivela un comune destino.

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venerdì 16 luglio 2021

Sahel: nuova frontiera dell’Europa? - Renzo Mario Rosso

 

 

A distanza di meno di un mese fra loro, eventi traumatici in due Paesi-chiave della regione del Sahel quali il Mali e il Ciad, hanno rinnovato dubbi e incertezze sulla strategia di stabilizzazione della regione: una strategia che si era avviata con apparente successo nel 2013 con l’intervento franco-ciadiano nel Nord del Mali, ma si è poi trascinata per otto anni fino ad oggi con risultati deludenti. Nonostante la messa in opera di dispositivi politico-militari sempre più articolati e dispendiosi, non si è riusciti ad aver ragione del fenomeno jihadista, né ad arrestarne la diffusione ad altri Paesi prima immuni come il Burkina Faso o il Niger. Alla fine di aprile l’uccisione del Presidente del Ciad, Idriss Déby, attribuita alternativamente a una offensiva dei ribelli ciadiani del FACT provenienti dalla Libia e appartenenti a un’etnia (i Tebu) emarginata dal potere, oppure a militari dissidenti della medesima etnia del Presidente, ha prodotto a Parigi reazioni di sgomento. Nonostante la sua corruzione, il nepotismo e la progressiva deriva autoritaria del suo regime, Déby era ritenuto uno dei più solidi alleati della Francia nella regione e, soprattutto, un vero pilastro delle operazioni militari contro le forze islamiste. Nei trent’anni dalla sua presa del potere, egli aveva modellato attorno alla sua persona un regime d’impronta pretoriana, imperniato su una forza armata ritenuta fra le più efficienti del continente, anche se dispersa su troppi fronti non sempre coerenti. Déby l’aveva impiegata in avventure militari probabilmente mirate a costituire una propria autonoma area di influenza, con escursioni nel Congo durante la cosiddetta “guerra mondiale africana”, poi verso il Sudan e infine verso la Repubblica Centrafricana, dalla quale egli era stato alla fine estromesso. Più pragmaticamente, dal 2013 Il Presidente del Ciad era di nuovo entrato nell’orbita di Parigi, offrendo a Hollande un insostituibile appoggio in Mali e sostenendo poi tutte le operazioni condotte dai francesi contro i jihadisti del Sahel attraverso la cosiddetta “Operazione Barkhane”, mediante la quale l’intervento militare focalizzato sul Mali era stato di fatto esteso all’intera regione. La sua improvvisa caduta ha però svelato agli occhi dei francesi la fragilità di un patto di sicurezza imperniato prevalentemente sul fattore militare e sul sostegno a un “uomo forte”, piuttosto che su un retroterra politico e sociale solido, dotato di regole democratiche e di successione certe e sostenibile su se stesso.

Se la scomparsa di Déby ha inferto un colpo pesante agli aspetti militari dell’influenza francese nel Sahel, il nuovo “golpe” in Mali, per opera degli stessi militari che avevano già provocato ad agosto la caduta del Governo legittimo presieduto da Ibrahim Boubacar Keita, ha svelato le difficoltà e le insufficienze politiche alla base dell’instabilità non solo del Mali, ma anche degli altri Paesi della regione. Paradossalmente, proprio il Mali che rappresenta adesso l’epicentro delle crisi politiche del Sahel, era invece riuscito per circa un ventennio, dall’inizio degli anni ‘90 fino a quasi tutta la prima decade del 2000, ad accreditarsi come il principale protagonista delle cosiddette “transizioni democratiche” che, nel nuovo clima della fine della guerra fredda e dietro l’impulso di Mitterrand, avevano coinvolto (a eccezione del Ciad) diversi Paesi della regione, sia pure con tempi sfasati e difficoltà di percorso. Il regolare svolgimento di elezioni politiche non è stato privo di effetti positivi nel Paese, riuscendo quantomeno a radicare nella popolazione un certo attaccamento alle forme e alle prerogative dell’Assemblea Nazionale. Né la classe politica, né la società civile sono però riuscite ad estendere la partecipazione democratica oltre i confini della capitale e delle provincie meridionali (dove peraltro si concentra il 90% della popolazione del Paese), restando sostanzialmente insensibili alle domande, d’inclusione politica ma soprattutto di servizi e sviluppo, delle popolazioni delle regioni centrali e settentrionali, diverse etnicamente e già percorse da pulsioni separatiste. Questo profondo divario interno, ancor più politico e sociale che etnico, era stato una delle cause principali della progressiva perdita di controllo, già durante il 2011, di ampie porzioni del Paese, poi culminato l’anno successivo con la sollevazione indipendentistica da parte di movimenti tuareg, già in parte contaminati dall’ideologia islamista.

 

La crisi militare in Ciad e quella politica in Mali, ai due poli più sensibili del nucleo dei Paesi del Sahel, hanno costituito una spia eloquente delle difficoltà dei Paesi della regione, nonché della crescente frustrazione dei francesi che li hanno sostenuti militarmente, certo anche a difesa dei propri interessi. Esse, però, sono solo la parte emergente di un complesso di situazioni critiche irrisolte che riguardano l’intera fascia del Sahel e, in modo particolare, quella sua porzione più omogenea che si estende dalla Mauritania fino al Ciad (a Est, il Sudan e l’Eritrea risentono anche e soprattutto delle diverse dinamiche geopolitiche del Corno d’Africa). Lo stesso Sahel, d’altronde, comincia a essere definito quale entità geopolitica e non più soltanto geo-climatica, proprio da una crisi generalizzata: la siccità e la carestia che colpirono tutti i Paesi della regione, fino al Corno d’Africa e all’Etiopia, nel biennio 1972/1973. Fu proprio quella gravissima crisi climatica e umanitaria a causare lo spostamento di grandi masse di popolazioni nomadi e semi-nomadi (Tuareg, Tebu, Peul/Fulani..) verso sud. Il loro stanziamento nelle aree settentrionali dei Paesi saheliani fu la causa scatenante di conflitti con le popolazioni preesistenti di agricoltori e pescatori per il controllo dell’acqua e delle risorse del territorio, producendo – con le parole di Mario Giro – “effetti che sono durati decenni, sconvolgendo il fragile equilibrio sociale ed economico dell’area”. Un secondo periodo di svolta per la regione si colloca tra la fine degli anni ‘90 e il 2011. Esso fu segnato prima dalle ricadute verso sud dell’offensiva islamica fondamentalista in Algeria che, sconfitta politicamente e militarmente, finì per ripiegare verso la regione sahariana e saheliana trovandovi scarsi controlli, nuove opportunità legate a ogni tipo di traffici illegali e fresche occasioni di reclutamento fra i giovani, spesso appartenenti alle etnie sradicate e disposti ad accogliere un’ideologia radicale capace di canalizzare al tempo stesso frustrazione, rivolta ed autoaffermazione. Ancora più dirompenti, com’è ben noto, sono state le conseguenze della caduta di Gheddafi. Essa ha provocato, insieme con l’aumento delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, un altrettanto importante riflusso verso sud dei giovani immigrati subsahariani restati senza lavoro, delle milizie reclutate in Mali, Niger o Ciad e già al soldo di Gheddafi, e naturalmente una incontrollabile circolazione di armamenti: la prima miccia dell’insurrezione del 2012 in Mali fu per l’appunto accesa da gruppi armati Tuareg, smobilitati dalla Libia e alleatisi con formazioni jihadiste.

 Anche da questa sintesi sommaria emerge la difficoltà di identificare focolai precisi di crisi, da estirpare con interventi militari chirurgici o curare con politiche più inclusive. Anche se ciascuno dei Paesi del Sahel presenta le proprie specificità, forti similarità di struttura li accomunano sotto il profilo sociale e geopolitico. Fra questi: il divario fra nord e sud; l’impatto degli spostamenti di popolazione degli anni ‘70 che ne modificarono il profilo etnico e la composizione economica, gettando il seme dei conflitti d’interesse fra le popolazioni nomadi e semi-nomadi e quelle stanziali; l’influenza, infine, delle insorgenze islamiste provenienti dall’Africa settentrionale, che (non diversamente da quanto accaduto in Iraq e in Siria) hanno trovato alimento dal fallimento delle primavere arabe e della rivoluzione libica, sovrapponendosi ai conflitti intra e inter-comunitari preesistenti. E’ il caso dei Tuareg in Mali, dei Peul in quasi tutti i Paesi del Sahel o infine dei Tebu insorti in Ciad contro il regime di Déby.

Chi ha riflettuto sulle crisi del Sahel non ha perciò esitato a parlare di un vero e proprio “sistema di conflitti”: non perché dietro di loro si celi un’unica mano invisibile o una singola matrice di tipo ideologico, religioso oppure politico-economico; ma perché le loro motivazioni fondamentali tendono a riflettersi da Paese a Paese, con protagonisti che appartengono spesso a etnie affini o ricoprono ruoli analoghi e attraverso una fitta rete di relazioni etniche, claniche, religiose, sociali ed economiche che superano lo spazio dei confini nazionali e riproducono, in altra forma, quella  funzione di crocevia di popolazioni e culture che il Sahel aveva svolto prima dell’epoca coloniale. Mentre il concetto di “sistema” rimanda a questa profondità e complessità di cause e relazioni, i conflitti saheliani fanno sempre più emergere la percezione che esso rappresenti il vero “confine” dell’Europa, la linea di faglia intorno alla quale i due continenti si confrontano sulle grandi questioni strategiche delle materie prime e dell’energia, degli squilibri demografici e delle migrazioni e, infine, della lotta al terrorismo. Una percezione, questa, in parte corretta ma potenzialmente fuorviante, qualora implicasse la prescrizione illusoria che questa linea di frontiera potesse essere controllata mediante un vallo securitario e militare. Com’è stato però osservato, in quella regione l’ordine politico non procede secondo le logiche dello spazio cartesiano, ma risente di una concezione dello spazio e della politica diversa, legata alla circolazione, alle alleanze e ai diritti di passaggio.

 

Analoga fluidità sembra riscontrarsi in un ultimo aspetto delle crisi saheliane: la loro posizione in un quadro geopolitico più ampio, in cui la competizione tra grandi potenze è perseguita attraverso il controllo su aree e risorse strategiche. L’appartenenza dei Paesi del Sahel all’area d’influenza francese, indiscussa dopo l’indipendenza e rinsaldata sul piano geopolitico dalla Guerra Fredda, e su quello economico/finanziario dal Franco CFA e da quel coacervo d’interessi economici fra la Francia e le classi politiche africane cui si è dato l’appellativo di Françafrique, si è mantenuta ma ha subito una visibile erosione. Ai fattori d’instabilità esterni e interni, si è aggiunta una sempre più diffusa disaffezione e insofferenza degli strati più giovani della popolazione verso i legami di dipendenza dalla metropoli, resi più palesi dalla diffusione intrusiva dei dispositivi militari francesi dopo il 2012. A questo graduale deterioramento Macron ha cercato di porre rimedio, stimolando una maggiore implicazione dei Paesi del Sahel nel contrasto al terrorismo (G5), incoraggiando la cooperazione di altri soggetti europei e annunciando una riforma del meccanismo monetario del Franco CFA. A questi sforzi, che testimoniano della difficile evoluzione dei legami post-coloniali verso un rapporto meno esclusivo, ha fatto riscontro la crescita degli interessi economici e/o strategici di altre potenze grandi o medie. In gran parte desertici e soggetti a periodiche siccità, carestie e gravi crisi umanitarie, i Paesi del Sahel sono però ricchi di risorse e materie prime pregiate: uranio in Niger, oro e petrolio nel Fezzan e in Ciad, possibili giacimenti di petrolio e gas in Mali e Mauritania e, soprattutto, quelle “terre rare” richieste dalle produzioni più innovative e oggetto di un’aspra contesa fra la Cina e gli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti, pur non sempre consonanti con l’approccio della Francia, hanno comunque fornito un importante supporto logistico e d’intelligence alle operazioni militari mantenendo anche alcune basi operative nel Sahel in Niger e in Ciad, la Cina si è guardata bene dall’andare oltre un sostegno declaratorio al G5, perseguendo un approccio geo-economico che ha accuratamente evitato il coinvolgimento politico-militare, pur non rifuggendo dall’assumere rischi su mercati di frontiera come il Mali o il Sud Sudan. Diverso l’approccio dei russi che – non in grado di competere con i cinesi sul piano commerciale o finanziario – hanno offerto i propri servizi sul mercato loro più congeniale, quello militare e della sicurezza. Dopo aver a lungo abbandonato il continente africano che pure aveva costituito, con numerosi e cruenti conflitti per procura, uno dei teatri più mobili e con maggior libertà di manovra della guerra fredda, essi si stanno di nuovo affacciando assertivamente sull’Africa: l’enfasi del primo vertice Russia-Africa sulla cooperazione militare è stata confermata dalle intrusioni “ibride” dei contractors della “Wagner” in Libia a fianco di Haftar, e in forma meno palese ma diffusa anche nel Sahel, attraverso programmi di formazione in Mali, che pare abbiano implicato proprio l’attuale leadership golpista, rapporti non chiari con gli insorti ciadiani e, soprattutto, un aperto sostegno al Governo centrafricano. Anche se recenti interpretazioni giornalistiche vi intravedono un disegno volto a scalzare l’egemonia francese, le incursioni russe in Africa non sembrano per ora appoggiarsi su una coerente strategia, pur svolgendo azione di disturbo e contribuendo a conferire maggior profondità alla presenza militare ai bordi del Mediterraneo, questa è corrispondente a un’antica e mai sopita aspirazione russa.

L’attuale, rinnovato interesse dell’Unione Europea verso il Sahel si fonda sulla percezione che l’instabilità di questa regione sia legata a quella della Libia, e che entrambe pongano serie minacce all’Europa stessa sotto il profilo della sicurezza, del terrorismo e dei traffici illegali, fra cui soprattutto quello degli esseri umani. Per questo il Sahel è stato riconosciuto nel 2019 come una priorità strategica dell’UE, comportando l’avvio di numerose iniziative di sostegno alle forze armate e di sicurezza locali, mediante iniziative di formazione, il potenziale utilizzo (anche per gli armamenti) di un fondo come la European Peace Facility e infine l’avvio di una task force operativa come la Takuba, destinata a operare nel triangolo di frontiera fra Mali, Niger e Burkina con la partecipazione volontaria di alcuni Paesi (fra cui anche l’Italia). Proprio il doppio fallimento delle politiche sin qui condotte soprattutto dalla Francia, politico in Mali e militare in Ciad, ha conferito nuova forza alle voci di chi già criticava l’assoluta priorità conferita agli aspetti militari e di sicurezza sugli altri elementi della strategia 35 Articoli e studi sui nuovi scenari internazionali per il Sahel, invocando un più solido “pilastro politico” mirato a ri-conferire credibilità a Stati in evidente perdita di consensi e di fiducia, rafforzando la loro capacità di fornire servizi pubblici alle aree e alle popolazioni più marginali e di svolgere un ruolo di mediazione pacifica nei conflitti locali intorno alle risorse naturali, ruolo in cui sempre più spesso alle autorità centrali si sono sostituiti gli stessi insorti jihadisti. L’accento sulla governance non è certo nuovo ed era stato già indicato da Prodi, primo inviato per il Sahel delle Nazioni Unite, fra i principali obiettivi strategici da perseguire. Questo suggerimento non era poi stato messo in pratica, restando a uno stadio astratto senza identificare specifiche pratiche di riforma, forse perché il timore di destabilizzare i già precari Governi in carica aveva alla fine privilegiato un approccio più pragmatico e appiattito sull’esistente. Nonostante i sempre più forti richiami a una riforma delle strategie per il Sahel, si tratta di un nodo politico che resta attuale, come dimostra l’atteggiamento oscillante tenuto sia dagli organismi interafricani, sia dalla Francia verso le giunte militari transitorie installatesi in Mali e in Ciad: apparentemente più rigido nel primo caso, molto più accomodante nel secondo. Esso potrà essere sciolto solo con un’iniziativa più incisiva da parte di tutti i soggetti politici internazionali, coinvolgendo soprattutto molto di più, e non solo per quanto concerne gli aspetti militari, sia i Paesi della Regione sia le organizzazioni regionali e panafricane. Al riconoscimento, in gran parte acquisito, della gravità della crisi sotto il profilo securitario, va aggiunta anche una maggiore consapevolezza che essa sarà difficilmente risolta se non se ne affronteranno anche le radici, che non rimandano solo a fattori esterni, ma anche a conflitti interni e all’incapacità delle classi politiche locali ad affrontarli con riforme inclusive. Anche l’Italia dovrebbe tener conto di questo nodo, nel momento in cui una personalità del nostro Paese è stata chiamata all’incarico di rappresentante dell’UE per il Sahel e in cui sembra inaugurarsi – con il recente incontro a Bruxelles fra Draghi e Macron – un nuovo corso di collaborazione italo-francese nella regione. Troppo riduttivo e probabilmente inefficace apparirebbe un semplice trade off fra un’azione più solidale fra i due Paesi in Libia e un nostro cenno di attenzione, ancora una volta soprattutto sul piano militare, per il Sahel. Molto resta ancora da fare soprattutto in Europa, affinché l’interesse politico verso la regione in tutti i suoi aspetti, migrazioni comprese, sia condiviso da tutta l’Unione e non più soltanto trainato da alcuni suoi membri come la Francia di Macron: ora più consapevole dell’insostenibilità dei vecchi approcci verso le ex-colonie, ma in difficoltà nell’articolare un piano d’azione che non equivalga a un puro e semplice abbandono.


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lunedì 22 febbraio 2021

Polvere di democrazia (e vento) nel Sahel - Mauro Armanino


In questi giorni lei è dappertutto. Inutile prevedere, anticipare, pulire, sperare di esserne risparmiati o tenere chiuse porte e finestre notte e giorno. La polvere passa e si stende come un velo impercettibile e inesorabile su ogni superficie, abitata o meno, del pianeta Sahel.

Si impone come una realtà tangibile allo sguardo, le dita, negli strumenti di communicazione, sui libri allineati nellle biblioteche e i dossier urgenti da classificare negli uffici. Penetra senza scampo negli anfratti incustoditi della casa e nelle istituzioni più autorevoli della Repubblica. La polvere è quanto di più quotidiano e feriale si possa immaginare. Non c’è nulla di quanto accade che possa rivendicare una qualche autonomia dal suo fascino discreto e pervasivo

Provare ad eliminarla è rasentare la temerarietà perché, qualche tempo dopo averla scacciata, tenuta a bada o eliminata, lei, tenace e combattiva, sicura di sé tornerà ad rioccupare lo spazio da cui era stata evacuata. La polvere si infiltra, si autogenera, prospera e, arrogante quanto basta, si rende indispensabile.

Per esempio in democrazia. Qui come altrove la democrazia è di polvere. Lo ricorda opportunamente l’ultimo rapporto sull’indice della democrazia globale nella rivista ‘The Economist’, basato a Londra. Detta autorevole rivista che classifica da anni i Paesi ‘democratici’, fonda la sua analis su cinque parametri essenziali. I processi elettorali e il pluralismo, il modo di funzionamento del governo, la participazione politica, la cultura politica e le libertà civili.

In questa tredicesima edizione il rapporto prende in considerazione, com’è evidente, l’impatto delle risposte politiche alla ‘pandemia’ della Covid sulle democrazie di polvere. 23 sono le democrazie ‘perfette’, 52 quelle ‘imperfette’, 35 i regimi ‘ibridi’ e, 57 Paesi, la maggior parte, sono stimate democrazie ‘autoritarie’.

Si considerano sistemi ‘ibridi’ quando le elezioni non danno garanzie di trasparenza e affidabilità, la corruzione è diffusa, la società civile indebolita, i giornalisti non sono liberi e il sistema giudiziario non è indipendente. Nei Paesi classificati come ‘autoritari’ il pluralismo politico è assente o minacciato, le istituzioni esistono ma sono svuotate dal loro ruolo, le elezioni non sono né libere né trasparenti, gli abusi sui diritti umani e civili non sono perseguiti, vengono represse le voci dissidenti e il sistema giudiziario non è indipendente.

La maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana, 22 per l’esattezza, si trovano in quest’ultima porzione di democrazia, tra cui il Niger che precede la Guinea, il Togo e la Guinea- Bissau.

La polvere non si ferma lì. La violenza di matrice djhadista, criminale o semplicemente ‘commerciante’, vive e propaga la polvere. La stessa che coinvolge la politica che si trasmette all’economia, che è appunto, ‘politica’. Coinvolge gli occhi e dunque la visione dell’altro e del suo eventuale Dio, la concezione della società e la maniera di profittare delle fessure create nel tessuto sociale dalla violenza armata e ideologica. Non saranno le armi o le guerre, che della polvere sono l’espressione massima nella storia umana, a riportare la convivialità nel Sahel.

Non saranno né le alleanze né le strategie pan-militariste a ridare un volto plurimo a questo spazio tormentato dell’Africa Occidentale. La polvere di qui, autoctona,  è condivisa  e spesso confiscata da chi non cerca che il proprio neocoloniale interesse nelle risorse miniere e nelle geopolitiche di potere. Le diplomazie e i rapporti delle Commissioni sui Diritti Umani finiscono fatalmente nella polvere come la maggior parte delle inchieste che vedono inquisiti e condannati i regimi al potere.

Di polvere sono le relazioni umane basate solo su interessi reciproci, finiti i quali, tutto finisce. Lo sgretolamento dei matrimoni che ogni sabato ci si industria a celebrare a Niamey trovano in essa conferma e contesto. Non mancano accorati tentativi di ridare vigore all’impolverata vita democratica del Paese.

Ne è un esempio il recente manifesto di un centinaio di intellettuali nigerini che invitano i cittadini a condividere la loro indifìgnazione e far proprio un ‘sussulto’ etico per le prossime e già decise elezioni. Poi la polvere, sorniona e tenace, torna e ricopre col suo manto dorato parole e velleità arrivate troppo tardi per scomodare il regime.

Passerà questa stagione e tornerà a soffiare il vento che porterà la polvere lontano.

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martedì 12 gennaio 2021

Il quarto Re Magio era originario del Sahel - Mauro Armanino

Lo attestano inesistenti vangeli apocrifi mai ritrovati e proprio per questo la notizia è attendibile. Il quarto Re sembra venisse dal Sahel e si è unito ai tre ben più famosi Re Magi tramite ben note piste carovaniere, attestate fin dall’antichità. Oro, incenso, mirra e… sabbia. I più sobri vangeli canonici hanno evitato di prendere in considerazione l’ultimo dei Re in questione per ovvi motivi. L’oro per il re, l’incenso per la divinità e la mirra per indicare il tipo di morte che il messia avrebbe dovuto patire. Questi i doni simbolici che la lettura teologica del vangelo di Matteo propone ai suoi lettori. Come inserire dunque il quarto Re che come dono offre solo un po' di sabbia appena colta, sarebbe stato un problema a dir poco insormontabile. La soluzione più facile è stata quella di censurare il quarto Re, originario del Sahel, che si era permesso di offrire, senza prevenire, qualche manciata di sabbia. E così fu. Anche i presepi più aggiornati e contestualizzati non prendono in conto l’ultimo Re, censurato dalle versioni ufficiali, marginalizzato e infine espunto dalle cronache più autorevoli. La cosa non sorprende più di tanto perché la sabbia non ha mai goduto di particolare attenzione o favore da parte dei teologi, dei politici e neppure dei sindacalisti.

Un Re che porta sabbia per migliaia di kilometri ad un altro Re, nudo e inerme come tutti i neonati, non fa buona figura. Persino sua madre, di natura sensibile e attenta ad ogni gesto nei confronti del figlio, non avrebbe saputo come interpretare il dono del Re originario del Sahel, zona di cui lei non aveva presumibilmente mai sentito nominare. Al massimo aveva avuto nozioni della regina di Saba che arrivava fino all’altro re, Salomone, le sembrava, con cammelli pieni di doni preziosi. L’Etiopia non è il Sahel e tra la regina di Saba, ben più famosa que l’ultimo dei re Magi, c’è un abisso che appunto la sabbia rappresenta con sconcertante evidenza. Della sabbia, apparentemente, c’è poco di cui essere fieri visto che nella società di quel tempo si badava molto alle apparenze del potere. Corone, troni, armate, censimenti, lotte intestine, vendette, conquiste di territori e soprattutto prestigio. Tutte cose queste che con la sabbia hanno poco o nulla da spartire. Fu così che quando il quarto Re, l’ultimo a presentare il suo dono, si affacciò sulla scena della natività, destò prima stupore, poi un sorriso di circostanza da parte degli altri Re e infine una sorta di censura da parte degli altri presenti. Il bimbo era troppo piccolo per capire e Giuseppe, il papà, dormiva.

La storia ufficiale, i presepi, i racconti tradizionali, le filastrocche e meno ancora i dipinti d’epoca, hanno mai menzionato il quarto Re che aveva donato la sabbia al Messia atteso dalle genti per liberarle dal giogo dell’oppressione dei potenti. L’oro, l’incenso e financo la mirra, resina aromatica che ha virtù antisettiche, erano ben accette e in fondo rispondevano alle aspettative regali del bimbo appena nato. La sabbia no. Troppo umile, poco rappresentativa del potere inteso come dominazione, feriale e persino scomodante quando messa assieme al vento e generatrice di polvere. Inaccettabile, quasi offensiva o comunque inappropriata per la circostanza, visto il quadro classico presentato, senza prendere in considerazione gli angeli convocati per la circostanza. Non si sarebbe saputo come e dove usarla, sarebbe stata di inciampo e poco degna per il momento così solenne che sarebbe stato tramandato nei secoli futuri. Suonerebbe proprio male, come non riconoscerlo, l’oro, l’incenso, la mirra e la sabbia. Una stonatura, una storpiatura, una sconnessione o semplicemente un clamoroso errore di valutazione. Un Re che si permette di viaggiare, di unirsi alla carovana di altri re più nobili di lui (che non era né astronomo nè sacerdote né illuminato ).

Si è permesso di portare e poi offrire all’altro Re, un po' di sabbia fresca. Si potrebbe concludere che il nostro Re, censurato subito dalle cronache presenti e future, sia stato arrogante o comunque poco saggio a confronto degli altri Re che avrebbero goduto di imperitura fama. Il suo nobile gesto avrebbe potuto scomparire per sempre dalla storia senza nessuna menzione. Pallido ricordo dell’avvenimento rimane il suo racconto che nessuno ha finora creduto e soprattutto lei, la sabbia. Unico testimone autorevole e fedele di un Re che sarebbe stato tradito da tutti.

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mercoledì 30 dicembre 2020

Poveri ma felici - Mauro Armanino

Anche la felicità, nel Sahel, è di sabbia. Tutto qui è precario. Il clima, il lavoro, la politica, le elezioni presidenziali, e soprattutto la sicurezza alimentareSenza parlare della scuola, la sanità e la speranza di vita. Proprio lei, la felicità, ci consente di risalire nella classifica mondiale e africana dei Paesi più o meno felici. È il recente rapporto delle Nazioni Unite che l’attesta con certezza. Ebbene sì. I nigerini si sentono più contenti che gli abitanti di altri Paesi dell’Africa occidentale. Il Niger si trova al posto numero 103, facendo un salto di ben undici posizioni rispetto all’edizione del 2019, dove eravamo appena alla poco invidiabile posizione 114 della classifica. Ora sorpassiamo la Nigeria, il Burkina Faso, il Mali e il Togo. Ci passano invece davanti la Costa d’Avorio, il Benin, il Ghana e financo la Guinea delle recenti scandalose elezioni presidenziali. I primi della lista sono i soliti noti. La Finlandia, la Danimarca, la Svizzera, l’Islanda e la Norvegia. Detto rapporto prende in esame gli indicatori tipo il PIB, i servizi sociali, la speranza di vita, le libertà individuali, la generosità e la percezione della corruzione. Grazie alla sabbia, che attraversa tutti questi ambiti, il nostro Paese ha potuto risalire, miracolosamente, la classifica che, nello sviluppo umano, lo vede inchiodato all’ultimo posto ormai da anni.  Si sa, anche la classifica è di sabbia, come la gioia di vivere.

Ultimi della classifica nello sviluppo umano e a metà classifica in termini di felicità, effimera ed eterna come sabbia. Malgrado tutto e contro tutto. L’uccisione di appena qualche giorno fa di Issaka Hamani, uno dei due marciatori della pace del Niger. Assassinato nei pressi di Diffa, dove avrebbe dovuto tenersi la festa dell’anniversario della dichiarazione della repubblica, avvenuta 62 anni or sono. Ucciso di notte mentre dormiva e forse sognava un Paese libero dalla guerre e dalle armi. Ogni anno percorreva centinaia di kilometri a piedi, dalla capitale Niamey fino alla città dove si doveva celebrare la festa della Repubblica. Ucciso qualche ora prima di altre decine di persone nella zona da un attacco rivendicato da Boko Haran, gruppo armato terrorista attivo da anni nella zona. Hanno bruciato case, tende e soprattutto assassinato innocenti contadini, derubandone infine i pochi averi che rimanevano per la stagione. I feriti sono almeno un centinaio e le ferite interiori molte di più. Non sarà facile rimarginarle. L’unica cosa saggia sarebbe quella di imparare a seminare qualcosa di differente nei solchi delle ferite, per poi generare inedite sapienze dimenticate dall’odio. Siamo felici eppure tutto congiura contro, ad esempio le prossime elezioni del 27 dicembre. Si è riusciti a fare il possibile per complicare le cose, dai candidati riconosciuti o squalificati o tutt’ora in discussione per finire con la mancanza di consenso praticamente su tutto.

Anche la felicità, nel Sahel, è di sabbia. Continuità e ulteriori progressi, portano scritto i bus, i pannelli pubblicitari elettorali e i taxi che girano con l’immagine del ‘delfino’ presidenziale. A meno di dieci giorni dal voto, vigono ancora seri dubbi sulla sua identità nazionale, messa in discussione da alcuni documenti che sembrano contraddire la versione ufficiale. I motivi per essere felici, a ben pensarci, sarebbero pochi…, eppure facciamo del nostro meglio per piazzarci almeno a centro classifica, da buoni cittadini obbedienti alla polvere che in questa stagione invade e occupa il territorio e l’immaginario. Anch’essa, la polvere, minuta, fragile, insistente e penetrante, va a nozze col vento detto Harmattan, del deserto, che rende le notti e le mattinate fresche o a giorni, fredde. Persino il sole, generalmente arrogante, accetta di mettersi da parte per qualche settimana e rispetta la stagione della polvere per tornare al tempo opportuno.

La polvere invade la politica e la politica dispensa polvere. Tra le due si realizza una simbiosi quasi perfetta, anche se di perfetto al mondo non c’è nulla. Le felicità è anch’essa impolverata e forse per questo sfugge alle definizioni dei rapporti onusiani. Proprio la polvere ha contribuito all’assassinio di Issaka Hamani, che marciava la pace. È stato ucciso nella notte, mentre dormiva nella casa di un capo della zona. L’omicidio non fermerà la marcia della pace che, grazie alla polvere e al vento, porterà lontano i passi, spezzati, di Issaka. Poveri e felici o forse felici perché poveri, indigenti e vulnerabili che hanno imparato e tramandato il segreto. La felicità non si compra e non si vende da nessuna parte. Solo si condivide, come un natale di sabbia che Dio non ha dimenticato di annotare sul calendario di quest’anno.

                                                                                       Niamey, 20 dicembre 2020

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martedì 3 novembre 2020

Lezioni di vita e morte dal Sahel - Mauro Armanino

Nell’Occidente una volta supposto ‘cristiano’ abbiamo censurato la morte. Arriva come un impiccio, un accidente di percorso, una colpevolezza non contemplata dal programma, un errore di calcolo. E allora si muore di nascosto e né le campane né le veglie funebri nelle case trovano lo spazio di un tempo, quando la morte era un fatto sociale, come la vita. Si muore all’ospedale, spesso nell’isolamento e l’obitorio degli ospedali di ultima generazione è quasi invisibile, come uno sgorbio operato sulle strutture architettoniche di ultima generazione. Si muore come si è vissuto, clandestinamente e in corrispondenza con le ideologie dominanti, basate sul consumo e l’effimero della pubblicità. La morte torna a farsi viva sugli schermi televisivi o delle reti sociali quando è spettacolo. Guerre, assalti, attentati, fatti diversi o bollettini medici nei quali la morte è pura statistica per decidere le prossime misure di contenimento dei contagi legati alle epidemie che assediano la civiltà. I cortei funebri, la precarietà della vita e i cimiteri con i loro simboli, cercavano comunque di dare un senso all’ultimo tramo e transito della vita. Unico, personale e decisivo, nel quale la solitudine della propria morte, inevitabile, mette a nudo la fragilità che era rimasta nascosta, come in agguato, durante tutta la vita. In fondo la morte è il grande momento di verità della vita.

Nel Niger la malaria, ossia il paludismo, ha ucciso, secondo le statistiche probabilmente politicamente lontane dalla realtà, circa 2 500 persone dal primo gennaio al 7 ottobre di quest’anno. Un aumento del 30 per cento rispetto all’anno scorso dove le persone che hanno perso la vita sono state 1930. Questo significa che questa malattia ha ucciso 35 volte di più della quotata e commentata Covid 19. Tutta una questione di notorietà e di messa in scena perché morire di meningite, malaria, diarrea, parto e fame è molto meno importante che morire di Coronavirus, dove a morire sono soprattutto gli occidentali. Qui da noi la vita e morte nascono assieme ed è solo la buona volontà degli antenati e di altri intermediari di Dio che si mettono d’accordo ogni giorno sul da farsi. Sappiamo della naturale fragilità della vita, sabbia e soffio e vento e viaggio nella quotidiana provvisorietà dell’essere nel mondo. Tutto qui, in genere, si prepara all’ultimo momento perché c’è qualcosa che può accadere all’improvviso. Una visita, una malattia inattesa, un ritorno insperato, la corrente elettrica che sparisce, il taxi che non arriva e l’appuntamento dimenticato per inavvertenza. La vita è fragile precaria, effimera, sfuggevole, distratta, affaccendata dalla ricerca del cibo, della salute e del lavoro anch’esso giornaliero. Da noi si sa ancora morire senza vergogna.

C’è stato il coprifuoco, il divieto delle preghiere in comune, l’obbligo delle maschere al coperto e all’aperto, il blocco delle frontiere aeree e terrestri, corsi di perfezionamento nella gestione dell’epidemia, fondi per aiutare l’economia e proposte per annullare il debito. Nulla di tutto questo è stato seriamente seguito per più di qualche giorno, per mancanza di fede nella malattia, noncuranza, impreparazione e soprattutto perché, come la gente diceva, non abbiamo mai visto la famosa Covid passeggiare sulle strade. Talmente vero che la malattia in questione, vistasi messa in disparte e delusa da questa mancanza di considerazione, ha pensato di ritirarsi in buon ordine malgrado gli appelli a restare per avere altri FONDI COVID da gestire. In cambio ci sono state le inondazioni, gli attacchi terroristi, le carestie e le prossime elezioni presidenziali ad accaparrare le prime pagine dei giornali che nessuno legge. Ciò che si evince da tutto ciò è che nel Sahel sappiamo morire con dignità perché non abbiamo paura di vivere la vita come gratuita e inestimabile occasione per camminare assieme. La perdita dei legami sociali è il vero dramma dell’Occidente e della parte del mondo che cerca di imitarlo nella sua perdizione. Solo questo fattore rende sia la vita che la morte entrambi inesplicabili. Vivere significa con-vivere e solo perché siamo assieme possiamo attraversare la vita traghettando la morte come un passeggero tra gli altri. Nessuno libera nessuno, ci si libera assieme e in comunione, insegnava Paulo Freire.

                                                                           Niamey, 25 ottobre 2020

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