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venerdì 20 maggio 2022

Portogallo: il più grande impianto solare galleggiante d’Europa - Maria Rita D'Orsogna

 

(dal blog dorsogna@substack.com)


Saranno 12,000 pannelli solari e saranno posti sulla superficie del bacino artificiale Alqueva, in Portogallo. Insieme daranno origine al piu’ grande parco solare galleggiante d’Europa, grande tanto quanto quattro campi di calcio.

L’energia prodotta, circa 5MW, fornira’ un terzo del fabbisogno di due cittadine locali, Moura e Portel, ed avanzeranno ancora l’uso delle rinnovabili in Portogallo.

E’ una soluzione in cui vincono tutti: non c’e’ consumo di suolo e tutta l’infrastruttura di distribuzione esiste gia’ grazie all’impianto idroelettrico esistente collegato alla riserva Alquerva. Anzi i due – solare ed idroelettrico – potranno giocare in simbiosi: l’energia solare in eccesso potra’ essere usata per pompare l’acqua nel bacino artificiale Alquerva che e’ pure il piu’ grande lago artificiale d’Europa.

E se tutto questo non basta ci sara’ anche un impianto di stoccaggio alimentato da batterie al litio che potra’ tenere fino a 1.5 GW di energia in eccesso.

A costruire l’impianto e’ la EDP (Energias de Portugal), la principale fornitrice d’energia nel paese. L’impianto aprira’ in Luglio e la sua costruzione e’ stata accellerata come risposta alla crisi russo-ucraina.

Entro il 2030, la EDP si pone l’obiettivo di fornire 100% di energia rinnovabile.

 

 

Il Portogallo e’ in una posizione geografica ottimale: venti dall’Atlantico, sole e temperature miti. Non usano petrolio o gas russi, lo importano da paesi terzi. Lo stesso pero’ sentono i prezzi aumentare sul mercato globale a causa della crisi e vogliono liberarsi dal giogo degli idrocarburi (russi o di chicchessia) il piu’ presto possibile.

E dunque accelerano. Il campo solare in costruzione costerà’ un terzo di un impianto equivalente a gas.

E non e’ un impianto sperimentale, perche’ hanno gia’ sperimentato. Nel 2017, la EDP ha installato 840 pannelli sulla gida Alto Rabagao per appunto capire come sole ed idroelettrico possono integrarsi. E ci sono altri progetti per il futuro.

70MW per un secondo impianto solare galleggiante.

Cingolani intanto pensa al gas ed oscura le pagine del ministero della transizione ecologica.

 

da qui

venerdì 11 ottobre 2019

Il modello Porto - Ivan Carvalho




Per più di una generazione, la città di Porto si è trovata alle prese con il gravissimo problema del declino demografico. Dopo la chiusura del suo porto marittimo principale, l’industria si è trasferita altrove o è entrata in crisi, mentre le società finanziarie hanno levato le tende per spostarsi nella capitale Lisbona, e la città ha registrato la perdita di 100.000 dei 330.000 abitanti che aveva alla fine degli anni Settanta, in coincidenza con il trasferimento di ampi settori della classe media nelle zone suburbane.
Mentre l’edilizia di proprietà municipale cadeva a pezzi per l’incuria, le fasce di popolazione meno abbienti furono incoraggiate ad abbandonare le case fatiscenti per trasferirsi in deprimenti casermoni in stile sovietico costruiti alla periferia della città. Nonostante le numerose attrattive, le piccole strade medievali in acciottolato, le chiese barocche e l’architettura neoclassica in granito, il centro storico, che, tra l’altro, è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, presenta ovunque edifici in stato di grave abbandono. Per molti la colpa è da attribuire alle leggi sulla regolamentazione degli affitti approvata negli anni Venti del Novecento, che ha complicato le procedure di sfratto, facendo sì che i proprietari degli immobili non ricavassero una rendita sufficiente a provvedere alla manutenzione e alle migliorie necessarie.
Al volgere del nuovo millennio, la zona del centro era ormai priva della benché minima linfa vitale. Nel 2001, però, la città riprese a nutrire almeno un filo di speranza quando fu nominata Capitale europea della cultura, riconoscimento che favorì l’afflusso di investimenti di vitale importanza da parte dell’Unione europea. Anche l’aeroporto attraversò una notevole trasformazione, con un nuovo terminal inaugurato nel 2006. Di lì a poco, sono arrivate anche le compagnie aeree low cost, con Ryanair che nel 2009 ha inaugurato a Porto il suo quartier generale, non appena si sono manifestati i primi segnali della vera e propria ondata di turismo di massa che avrebbe investito la città. E nel 2012 sono state apportate modifiche alle leggi sugli affitti per rivedere i valori locativi, le compensazioni e le condizioni a cui i proprietari possono rescindere il contratto di locazione.
«Sono eventi che hanno contribuito a trasformare la nostra città», dice Filipe Prata, quarantatré anni, nato a Porto e attivo nel settore della moda, che ha scelto di tornare nel centro storico. «Sono stati ristrutturati teatri e musei, hanno rifatto le strade, piantato alberi», osserva Prata, indicando gli esempi  offerti dalla rua das Flores che scende in direzione del fiume. Da sopra i negozi, i bar e i ristoranti che hanno aperto a ritmo costante negli ultimi anni per accogliere i turisti sempre più numerosi – il francese è una lingua che si sente parlare spesso, per la strada – arrivano i rumori degli operai impegnati a martellare e trapanare per ristrutturare appartamenti destinati a portoghesi e stranieri. E il fatto che nell’ultimo decennio la città abbia vinto per ben tre volte il titolo di “Migliore destinazione europea”, assegnato da un’organizzazione del turismo dell’Unione, non ha certo guastato.
«Ora anche i giovani vogliono vivere in città», spiega Prata, «conosco tantissime persone della mia generazione che stanno comprando casa e aprendo negozi di design, piccole imprese, gallerie. La gentrificazione si sta estendendo all’intero centro cittadino». I numeri confermano le considerazioni di Prata: il 2017 è stato l’anno in cui la popolazione della città (giunta ora a quota 214.000 unità) ha fatto registrare un aumento per la prima volta dopo quarant’anni.

Il sindaco di Porto, Rui Moreira, eletto per la prima volta nel 2013, un anno dopo la modifica delle leggi sugli affitti, ha sicuramente avuto molto da fare per trovare un complicato equilibrio fra promozione della rinascita urbana e i necessari limiti alla gentrification. Nelle interviste, Moreira ha spesso ribadito di non essere contrario alla gentrification in sé, sostenendo però la necessità di qualche limitazione, per non rischiare di compromettere il carattere di questa città ricca di storia, già snodo di commerci globali, alimentati dall’espansione marittima del Portogallo ai tempi della scoperta dell’America, e poi dal commercio del vino locale, l’elisir ambrato lasciato a invecchiare nelle numerose cantine che punteggiano la riva sud del Douro, che ha tuttora una grande importanza economica e culturale.
Se in passato gli edifici di proprietà pubblica venivano venduti a investitori privati per alimentare il boom immobiliare, che incoraggiava sempre più persone, soprattutto giovani, a comprare appartamenti e ad aprire locali, il comune, durante il mandato di Moreira, si è posto l’obiettivo di ristrutturare o recuperare le case popolari per evitare che i residenti più poveri venissero espulsi dal centro cittadino a causa dei prezzi troppo alti: in alcune parti della città, la giunta municipale ha la possibilità di intervenire nelle transazione immobiliari qualora si tratti della compravendita di vecchi edifici del centro storico. Nel 2014 le autorità municipali, su impulso di Moreira, si sono impegnate a ristrutturare 500 appartamenti da destinare a ex inquilini delle case popolari. Questa politica è proseguita negli anni successivi, e Moreira, attualmente al secondo mandato come sindaco, ha di recente annunciato la costruzione di 400 appartamenti, per un investimento complessivo di 50 milioni di euro, riqualificando una vecchia caserma dismessa.

Da quando è entrato in politica come outsider, nel 2013, Moreira ha suscitato un notevole interesse nei media, essendo il primo candidato indipendente eletto sindaco in una grande città europea. Gli si attribuisce spesso una frase significativa: «La città di Porto è il mio partito politico». Erede di una delle famiglie più ricche della città, Moreira ha studiato all’estero, ha diretto l’azienda di famiglia (spedizioni marittime) e ha poi investito in varie attività, da un frequentatissimo locale notturno alla distribuzione vinicola. Ha deciso di candidarsi a sindaco come indipendente su sollecitazione di un gruppo informale di importanti personalità locali, tra cui imprenditori ed ex uomini politici.
Il sindaco ha più volte dichiarato di approvare il programma di austerità presentato dal precedente governo nazionale di centro-destra (giugno 2011 – novembre 2015), presieduto dal primo ministro Pedro Passos Coelho, per riordinare le finanze pubbliche, ma ha anche sostenuto che i tagli di spesa e gli aumenti delle tasse erano spesso attuati alla cieca, senza criterio: tutti i funzionari pubblici, ad esempio, si sono visti abbassare lo stipendio indipendentemente dalla loro efficienza.

Il fatto di non essere affiliato ad alcun partito ha consentito al sessantaduenne di esprimersi con maggiore libertà, di concentrarsi sui bisogni della città e di ritagliarsi una certa autonomia dagli ordini di Lisbona, dove i principali partiti hanno i loro centri nevralgici. Con un settore immobiliare che è stato un importante volano per il recupero economico del Paese, dopo la crisi debitoria del 2011-14, e che a Porto, negli ultimi anni, ha visto un aumento (annuo) in doppia cifra dei prezzi delle case, Moreira ha cercato di gestire con cura i pregi e i difetti della gentrificazione. Oltre a questo, gruppi proprietari di alberghi di lusso, guidati dalla portoghese Pestana, hanno inaugurato sontuosi hotel all’interno di edifici storici che conferiscono alla città un’atmosfera cosmopolita: il gioiello, a questo riguardo, è l’albergo con ottantanove stanze aperto l’anno scorso, nel palazzo A Brasileira, sede di uno storico caffè art nouveau che all’esterno si fregia di una collezione di sedie Gonçalo, un modello molto popolare nelle piazze di tutto il Paese.
La cultura, che per Moreira è «il cemento della società», è stata una delle chiavi fondamentali per la promozione della coesione sociale. In questo quadro si inseriscono gli eventi annuali con mostre d’arte itineranti, performance di strada, un cinema gonfiabile e spettacoli circensi. Insieme a storiche istituzioni culturali quali la Casa de Música e la Fondazione Serralves, il museo di arte contemporanea più importante del Portogallo, le autorità locali stanno lavorando alla trasformazione di un macello abbandonato in un  ambizioso centro culturale progettato da Kengo Kuma che ospiterà gallerie e una biblioteca e avrà un tetto ondulato e rivestito di tegole di ceramica rosse che si richiama allo stile architettonico locale.

A complemento degli sforzi del settore pubblico per creare una città vivibile, i cittadini contribuiscono alla rinascita economica. «Siamo sempre stati un po’ più intraprendenti, qui al nord, e per creare opportunità guardiamo anche al di là dei confini nazionali», afferma Pedro Araújo, che a Porto abita e possiede la cantina Quinta do Ameal. «Il governo centrale assegna l’80 per cento degli appalti pubblici per beni e servizi a imprese della capitale o dei suoi immediati dintorni, perciò non ci aspettiamo granché da quella fonte», aggiunge Araújo, i cui vini, prodotti esclusivamente con il vitigno Loureiro, vengono serviti a Londra, New York e Stoccolma nei ristoranti della guida Michelin.
Prata, invece, dirige LaGofra, impresa da lui fondata nel 2012, al culmine della crisi economica. Ha trasformato una sartoria, che la famiglia gestiva da tre generazioni, in un marchio di moda, Daily Day, e ora fornisce anche capi per marchi celebri come Max Mara e per stilisti come Henrik Vibskov. «A Lisbona è più facile incontrare dirigenti o dipendenti di grandi aziende nazionali o multinazionali; a Porto è più facile imbattersi in proprietari di piccole imprese. È una cosa radicata nella nostra cultura. Qui al nord, in passato, non avevamo i latifondi. Al contrario, ognuno possedeva e coltivava il proprio piccolo appezzamento di terra. E questo modello è tuttora presente. A Porto ognuno vuole essere padrone di se stesso».
Prata è da poco rientrato da un viaggio in Italia dove ha assistito alle sfilate invernali di Pitti Uomo e ha visto in passerella una collezione di nuove firme portoghesi al loro debutto. Alcune delle aziende rappresentate hanno sede nell’area di Porto, tra cui Ideal & Co (borse) e Poente (occhiali). Prata spera di portare in passerella una sua collezione personale nel prossimo giugno a Pitti. Se si esaminano i numeri, dovrebbe andare bene. L’industria tessile e dell’abbigliamento portoghese, con un fatturato di circa 5,3 miliardi di euro all’anno, ha fatto registrare esportazioni record: l’anno scorso gli ordini dalla sola Italia hanno toccato i 330 milioni di euro, con un clamoroso aumento del 35 per cento.
Invece di usare la crisi economica come una scusa, molte aziende di Porto e dintorni, in settori che vanno dall’arredamento alle calzature, l’hanno sfruttata come un’opportunità, creando propri marchi oltre a operare in outsourcing per numerosi marchi europei e nordamericani. La compagnia di bandiera TAP dà il suo contributo aumentando il numero dei voli per destinazioni come New York, Monaco di Baviera e Milano, dove le aziende possono presentare i rispettivi prodotti in occasione di importanti fiere di settore. «Siamo pronti a uscire dall’ombra», dice l’architetto Emanuel de Sousa, che gestisce con la sorella Patricia Rosa Et Al, un boutique hotel con bar aperto tutto il giorno e negozi di abbigliamento multibrand. «A differenza di Lisbona, il turismo
per Porto è ancora un fenomeno relativamente nuovo. Qui, però, vogliamo conservare il carattere particolare dei quartieri, con la loro varietà di architetture, le facciate di stupende maioliche (gli azulejos) e la prevalenza delle attività commerciali indipendenti. Questa è una cosa inestimabile». Il sindaco Moreira sarebbe senz’altro d’accordo.

sabato 29 settembre 2018

Lisbona si ribella al dominio del turismo - Gianfranco Ferraro



Inquilini sfrattati da un giorno all’altro, un mercato immobiliare – tra affitti e prezzo delle case – ormai completamente impazzito, preda della speculazione di fondi immobiliari e di capitali stranieri che hanno trovato nella capitale portoghese la nuova torta da dividersi, un turismo di massa che sta cancellando le vecchie botteghe e i ristorantini di quartiere che hanno fatto per anni di Lisbona e del Portogallo una strana eterotopia tra Europa e Atlantico, per sostituirli con lounge bar, fast food e bed & breakfast che, grazie alle piattaforme online, stanno svuotando la città dei suoi naturali abitanti per fare dei quartieri semplici tendopoli turistiche.
È accaduto tutto in poco più di due anni, ma gli abitanti di Lisbona stentano ormai a riconoscere la propria città, consegnata al mercato della gentrificazione che, come un parassita, vende la città per poi svuotarla di quella stessa forma di vita che era stata pubblicizzata. Un tempo minimo, forse neanche sufficiente per metabolizzare quello che accade e per proporre una resistenza: è così che solo oggi diverse associazioni e sigle riescono a organizzare la prima vera manifestazione di piazza per il diritto all’abitare, con uno slogan preciso: “L’abitazione non è un affare. Lottiamo per le nostre case, per le nostre vite”.
Una manifestazione rigorosamente “apartitica”, come viene specificato in un comunicato degli organizzatori, tra cui la storica associazione Habita, particolarmente vicina in questi anni, con sportelli e con picchetti, ai cittadini sfrattati dei centri storici, così come a quelli dei quartieri popolari e delle baraccopoli che circondano la capitale portoghese, e tra le promotrici, l’anno passato, della Caravana pelo direito à habitação di cui ci ha parlato Luca Onesti. Un lungo corteo, dal vecchio quartiere, ora al centro di una spietata gentrificazione, di Intendente, sino a Cais do Sodré, l’affaccio sul fiume nei pressi della Câmara Municipal (il Municipio della città).
Lisbona vive un’agonia simile a quella che ha colpito le grandi capitali e le città d’arte: se a Venezia c’è – vicino ad una delle ultime antiche librerie della città – un orologio che conta impietosamente il numero dei residenti del centro storico, e a Berlino appena dieci anni era ancora possibile scegliere in quale quartiere vivere, per Firenze, Parigi, Praga, Barcellona, dove la sindaca Ada Colau è stata eletta proprio grazie alle sue battaglie per il diritto alla città, e adesso anche per Napoli, il turismo ha assunto i tratti della grande industria pesante del XXI secolo. Un turismo dai caratteri predatori che cancella la vita delle città in molti modi: aumentando esponenzialmente il prezzo delle abitazioni e riempiendo i luoghi pubblici di tutta una borghesia incolta ed estranea ai luoghi, che, per i pochi spiccioli richiesti ormai dalle compagnie low cost, riesce ancora a catapultarsi da un posto all’altro d’Europa al solo scopo di comprarsi, di fatto, il prossimo selfie da mostrare su facebook.
Lisbona entra in questo mercato immobiliare e turistico globalizzato grazie alle misure della Troika, che, dieci anni fa, ha di fatto costituito il Portogallo in un suo protettorato, grazie soprattutto all’appoggio incondizionato del precedente governo  di centrodestra di Passos Coelho e del presidente della Repubblica Cavaco Silva – e nonostante una storica mobilitazione di massa dei portoghesi – i quali hanno eseguito senza colpo ferire gli ordini di Bruxelles e del FMI, adottando una politica di selvaggia liberalizzazione del mercato immobiliare, e investendo in modo massiccio sulla presenza turistica.
Poco o nulla, in realtà, è cambiato dopo l’avvicendamento governativo che ha portato alla guida del Paese il nuovo leader del Partito Socialista António Costa, sindaco di Lisbona negli anni precedenti, sostenuto da una coalizione che comprende anche, per la prima volta dopo il 1975, la sinistra radicale del Paese: il Partito Comunista guidato dall’anziano segretario Jerónimo de Sousa, e il Bloco de Esquerda, guidato da Catarina Martins, un partito questo che nasce dalla giunzione tra troskisti e tutta una serie di realtà della sinistra che non si riconoscono nel Partito Comunista.
Con un capitombolo politico che ha – insieme – salvato la sua segreteria e lo ha portato alla guida del Paese, Costa ha scelto, dopo le elezioni del 2015, di spostare decisamente a sinistra l’asse politico del Portogallo, rompendo con gli schemi di bilancio previsti dai governi precedenti: il risultato è stato una politica di graduale ridistribuzione del reddito, con provvedimenti sulle pensioni e sui concorsi pubblici particolarmente apprezzati dopo gli anni di crisi, e una impennata del Prodotto interno lordo che negli ultimi anni ha fatto dell’economia portoghese la grande scommessa vinta delle politiche di austerity europee oltre che l’unica del bacino meridionale con indici sistematicamente positivi.
Una crescita che ha trascinato l’attuale ministro dell’Economia, Mario Centeno, al vertice dell’Eurogruppo e che ha portato indubbi vantaggi elettorali al Partito socialista, ormai vicino al 40%, percentuale che lo renderebbe autonomo per la formazione di un governo, in previsione delle elezioni europee del 2019 e politiche del 2020, come anche in realtà agli alleati, Pcp e Bloco de Esquerda, che hanno visto stabilizzarsi il loro monte voti elettorale intorno al 10% ciascuno.
A questo panorama nazionale, corrisponde a Lisbona un’alleanza elettorale tra Partito socialista e Bloco de Esquerda che ha portato alla sindacatura della città il socialista Fernando Medina, quarantenne rampante e pupillo di Costa. Una sindacatura che però non solo non ha impedito la guerra di tutti contro tutti del mercato immobiliare, ma che al contrario ha proseguito lungo le linee tracciate in precedenza, rinunciando a qualunque politica di gestione e di controllo. È solo di pochi mesi fa lo scandalo che ha coinvolto – e costretto alle dimissioni nonostante una strenua difesa da parte del suo partito – il giovane leader del Bloco Ricardo Robles, vereador (assessore) della città, e al centro di un drammatico conflitto di interessi a causa di un palazzo in pieno centro storico venduto dalla sua famiglia sull’onda della speculazione che colpisce la città. Ed è di poche settimane fa anche la notizia della chiusura al pubblico di uno degli storici luoghi di incontro per generazioni di giovani e meno giovani portoghesi, il miradouro di Santa Catarina, meglio conosciuto come Adamastor, per via della statua che lo domina, e che rappresenta la figura mitica raccontata da Camões nei Lusiadi. La causa? Il fastidio provocato dalla presenza di “popolo basso” e di giovani per i clienti di un lussuoso hotel a cinque stelle di recente costruzione. Una causa nascosta con vari slalom verbali dall’amministrazione cittadina, che si nasconde dietro la necessità generica di “recupero dello spazio pubblico”.
Luoghi pubblici interdetti ai cittadini, palazzi storici comprati dal miglior acquirente, anziani – emblematico il caso del quartiere di Castelo – costretti di fatto a spostarsi nell’estrema periferia della città, senza alcun contatto con il mondo in cui sono vissuti per anni. Certo, le città cambiano, e sono sempre cambiate. Cambiano i progetti e le visioni, come testimonia una recente, bella mostra sui “futuri” di Lisbona, ospitata dal Museo della Città e che raccoglie i diversi progetti che nei secoli successivi al grande terremoto del 1755 hanno cambiato il suo volto. Eppure, non sembra un bel futuro quello che si prospetta oggi per la capitale portoghese: manca una visione, che non sia quella di una industria immobiliare privata e turistica che spinge il Pil e sembra così legittimata a permanere come la principale industria del Paese. Questo, mentre tutto l’interno del Portogallo raccontato da Saramago nel suo Viaggio è praticamente abbandonato al suo destino, con paesini al limite del raggiungibile, abitati da (sempre meno) anziani e dove le forme di vita che hanno prodotto tra i migliori vini e formaggi d’Europa, completamente privi di un sostegno statale necessario per poter competere sul mercato internazionale, si vanno rapidamente estinguendo.
Certo, la Lisbona decadente di qualche anno fa, con edifici in rovina e interi quartieri abitati da anziani, non si poteva dire priva di problemi: la piccola e media borghesia portoghese, per prima, si è andata spostando nei quartieri-bene della periferia, lasciando al suo destino il centro della città. Oggi questo centro appare, come appariva Berlino negli anni scorsi, un cantiere a cielo aperto: palazzi puliti, piazze rinnovate, appartamenti comprati, a volte da stranieri, e subito affittati come b&b a volte rinunciando a quel minimo contatto umano tra inquilino e proprietario che passa per la consegna delle chiavi (l’ospite trova le chiavi dentro una cassetta la cui apertura avviene attraverso un codice consegnato via mail), immobili investiti dai capitali di pensionati francesi, italiani, inglesi e tedeschi, attratti spesso solo dalle misure di detassazione previste dal Memorandum della Troika, e poi sempre, pervasiva, incombente, la folla del turismo mordi e fuggi che evita accuratamente di mischiarsi con l’asprezza della città e che distrugge, giorno dopo giorno, quello che era il fascino della capitale portoghese: la quiete, popolata e multiforme, di una collina quasi dimenticata dallo scorrere secolare del suo fiume, il Tago.

La manifestazione di oggi cerca quindi di mettere un punto fermo: un dito sulla piaga di una città che sta perdendo l’anima, e che sembra ormai completamente impotente di fronte all’ultimo maremoto che l’ha travolta (un recente documentario porta, non a caso, il titolo di “Terramotourism”). Si poteva fare diversamente, forse ancora si può, seppure in parte, qualcosa. Perché almeno Lisbona non si consegni definitivamente al destino di tutte le nostre città turistiche: “un guscio vuoto, un fondale di teatro”, come ha scritto recentemente Marco D’Eramo in “Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo” (Feltrinelli, 2017). E sulla stessa linea questo inquietante ospite che invade neppure tanto lentamente la città, simile al Nulla della Storia infinita, è stato diagnosticato da uno degli intellettuali più riconosciuti tra la nuova leva di scrittori portoghesi, Valerio Romão: “Tutto quello che è vivo e libero dev’essere ricondotto alla logica del parco di divertimenti tematico. Sino a che, di intere città, restino solo gli edifici – rinnovati e silenziosi – e una manciata di figuranti pagati per passare come locali”.
È contro questo destino che la manifestazione di oggi, con migliaia di persone in piazza, ha segnato il primo momento di discontinuità, e forse l’inizio di una battaglia tutta portoghese, ma la cui sfida è globale, per il diritto alla città e all’abitare, uno dei diritti più mistificati e disconosciuti dalle politiche economiche di questo primo quarto di secolo.

sabato 4 agosto 2018

In Portogallo, scansando (quando si può) i turisti - Annamaria Testa



Chi, dall’aeroporto di Lisbona, decida di prendere la linea rossa della metropolitana, comodissima perché in una dozzina di minuti porta in centro, può trovarsi a osservare una serie di graziose caricature di portoghesi illustri della recente contemporaneità, e può anche cimentarsi a riconoscerli. La fila della macchinetta dei biglietti comincia giusto davanti a Pessoa.
“Ecco un paese orgoglioso dei suoi esponenti migliori”, penso. E, chissà come mai, mi sento subito all’estero.
Ritrovo frammenti di pensiero di autori portoghesi graffitati sui muri delle città. Trovo José Saramago citato sul dépliant del castello di Marvão (a proposito: quella è una meta meno nota, ma da non perdere). Trovo il filosofo Eduardo Lourenço – “o meu paraíso foram sempre os outros” – citato su una bustina di zucchero del caffè.
Mete classiche e altre meno
Questo è il racconto di un viaggio in auto di nove giorni, in Portogallo, con alcune mete classiche e altre che lo sono un po’ meno. Luoghi visitati: Lisbona, Sintra, Mafra, Alcobaça, Batalha, Coimbra, Aveiro, Porto, Lamego, Castelo de Vide, Marvão, Guarda, Alter, Évora. Per poi tornare a Lisbona.
Si può fare: le distanze sono più che ragionevoli, le strade più che buone e (a parte l’uscita da Lisbona) semideserte. Bastano un po’ di pianificazione preliminare (io ho usato la guida del Tci e quella del National Geographic, integrate con qualche ricerca in rete per aggiornamenti e curiosità). E poi: voglia di fare deviazioni estemporanee e voglia di camminare. Qui racconto alcuni dettagli che non necessariamente si trovano sulle guide.
Appunto: camminare sull’ondosa, irregolare, lustra e decorata calçada portuguesa, il tipico lastricato composto di tessere di marmo, è imperativo. E poi in auto è difficile spostarsi e, ancora più, posteggiare.
Le città maggiori (Lisbona, Porto) sono piene di turisti, che si arrampicano o si calano volonterosi per strade e scalinate così ripide che San Francisco, a confronto, è una passeggiata in pianura. Meglio essere preparati: in una singola giornata a Lisbona mi sono fatta, secondo il telefono cellulare, un dislivello corrispondente a 37 piani di scale.
Se l’obiettivo è evitare la ressa dei turisti, meglio stare alla larga da Sintra, almeno in alta stagione: sì, l’area è stata dichiarata Patrimonio dell’umanità. Sì, i palazzi, i vertiginosi bastioni del Castelo dos Mouros e le ville novecentesche sono affascinanti, ma la folla è tale che sembra di essere in autobus, chilometri di auto parcheggiate ingombrano il saliscendi delle stradine che conducono da un luogo all’altro e l’incanto che aveva sedotto Andersen e Byron è, se non svanito, assai appannato.
Da non perdere
Altri luoghi Unesco tocca proprio vederli: per esempio, a Lisbona, il magnifico Monastero de Jerónimos e il suo chiostro (ahimé, lunga coda anche lì). Ma ci si può consolare facendo colazione nella pasticceria di Belem, poco distante, assaggiando gli indimenticabili pasteis e ricordando che le origini del luogo sono intrecciate con la storia nazionale: nel 1834 gli ordini religiosi furono sciolti e i beni monastici confiscati. Così, per mantenersi, alcuni fuoriusciti del monastero cominciarono a confezionare dolci squisiti, guadagnandosi un successo che dura ancora oggi.
Un vantaggio del muoversi a piedi è che si possono scegliere percorsi secondari, che conservano intatto lo spirito dei luoghi. E che si possono guardare e leggere i muri.
Sui muri di Lisbona si trovano bellissimi graffiti, brani e citazioni di autori portoghesi, poetiche dichiarazioni d’amore e messaggi creativi che, da noi, solo nel ’77. A Coimbra, poco distante dall’università, leggo “crediamo nell’utopia, perché la realtà sembra impossibile”. Oppure, “il tempo e la religione mettono ansia”.
Certo, bisogna visitare i due indimenticabili monasteri di Alcobaça e Batalha, e guai a trascurarli, anche se c’è un bel po’ di gente. Arrivandoci da Lisbona, però, si può fare una sosta nel gigantesco convento-palazzo reale di Mafra, assai meno frequentato: corridoi sterminati, arredi di gusto discutibile, bella biblioteca. A preservare i volumi dai tarli che mangiano la carta c’è una colonia di minuscoli pipistrelli. La stessa cosa accade nella magnifica biblioteca Joanina che si trova all’università di Coimbra (coda per entrare, bisogna rassegnarsi. Attorno all’università, tra i turisti e nonostante il caldo, diversi studenti nell’abito nero tradizionale).
A Mafra, due ulteriori interni notevoli: nella parte reale, la stanza della caccia, interamente arredata di corna, dai lampadari ai tavoli, ai sofà. Nella parte conventuale, l’infermeria settecentesca: tetri lettini isolati da cortine ai due lati e in fondo un altare, a ricordarci le incertezze della medicina dell’epoca.
Procedendo da Coimbra per Porto, si può deviare verso la costa e verso Aveiro. Dove ci si imbatte in una disperante barriera di brutti palazzoni moderni, superata la quale c’è un vecchio, grazioso quartiere di pescatori affacciato sui canali (case e barche dipinte di colori vivaci). Qui ho gustato il miglior pranzo di pesce dell’intero viaggio (ristorante O Bairro, 40 euro in due con calice di vino. Il posto è piccolo ed è meglio prenotare).
Poco più a nord c’è Ovar, che definisce se stessa “città degli azulejos” per via delle molte case decorate di piastrelle, con la coloratissima Igreja Paroquial de Válega. La chiesa è antica ma il rivestimento è recente: per questo non è citato sulle guide. Ma il colpo d’occhio non è male.
Ancora a proposito di libri: se a Lisbona, al numero 73 della bella rua Garrett, c’è la Livraria Bertrand, la più antica del mondo, a Porto c’è la libreria Lello e Irmão, i cui interni hanno ispirato alcune ambientazioni dei libri e dei film di Harry Potter.
La ressa dei visitatori è tale da aver convinto i proprietari a far pagare un biglietto d’ingresso, e da persuadermi a ripiegare verso il vicino museo della fotografia, collocato in un antico carcere settecentesco (semideserto, ampia mostra di macchine fotografiche d’epoca e impressionanti grate alle finestre).
Un altro luogo non troppo visitato di Porto, e assai paradossale, è l’Igreja de São Francisco. È una chiesa francescana con severo esterno gotico e opulenti interni barocchi, interamente coperti di foglia d’oro (oltre 200 chili d’oro, si stima) dai ricchi mercanti dell’impero coloniale. Uno sfarzo che ricorda quello che si può trovare in un tempio birmano.
Visitata Porto, il dilemma è tra procedere verso nord o piegare a est verso la valle del Douro, la più antica regione vinicola al mondo. Chi sceglie la seconda opzione e viaggia per strade secondarie deve sapere che l’accesso non è all’altezza delle attese, e si procede tra paesini agricoli non troppo dissimili dai nostri della Brianza o dell’Appennino emiliano. Ma non appena si imbocca la Route 222 tutto cambia.
C’è meno gente di quanto ci si possa aspettare e i paesaggi tolgono il fiato per ampiezza, bellezza, sapienza, armonia e vertigine. In estate, tra i filari spuntano i cappelli delle donne che eliminano tralci per dar più sole e forza ai grappoli.
Dicevo. Il disegno delle vigne, che segue il profilo erto e irregolare delle alture intrecciando i filari come in una trina, è incantevole. Ma conviene non lasciarsi prendere dall’entusiasmo e non affidarsi mai alla funzione “percorso più breve” del navigatore. Facendo così mi sono ritrovata a percorrere uno scosceso tratturo che finiva nel nulla, dissestato e stretto tra due filari. Retromarcia troppo accidentata per risultare divertente.
Scendendo verso sud la campagna è bellissima. Ci si può fermare a Guarda, la città più alta del Portogallo, bastione (da qui il nome) contro le invasioni arabe attorno all’anno 1100. Superata la consueta barriera di palazzoni si trova un centro storico intatto e praticamente deserto, con una magnifica cattedrale, e arrampicandosi sul tetto ci si può concedere un momento suggestivo, in probabile assoluta solitudine.
Appena fuori del centro storico ci si può fermare al ristorante Bola de Prata. Il pranzo a prezzo fisso costa sette euro a testa. Menu del giorno: pane e olive, ottima minestra tipica di verdure, saporito rotolo di carni con abbondante contorno, dolce, caffè, acqua minerale. Chi prova a parlare in inglese viene serenamente ignorato. Meglio lo spagnolo, l’italiano, i gesti.
Castelo de Vide è assai graziosa e non troppo affollata. Da lì, l’altra tappa meritevole è, come dicevo, l’arroccata Marvão: tutto quello che si può immaginare di una cittadina portoghese, appena un po’ ripulito, con un panorama incredibile, una storia che risale al sesto secolo avanti Cristo, un fascino pressoché intatto e una pressione turistica per ora limitata. Ma occhio: il sito è candidato a entrare nel patrimonio Unesco, e tra un po’ potrebbe non essere più così.
Procedendo verso sud, se si sceglie la strada secondaria, si intercetta un’infilata di paesini sonnacchiosi, deserti e intatti. Sono Alter, con un piccolo castello che sembra tratto da un libro di fiabe (dalla torre tonda potrebbe scendere la treccia di Raperonzolo), Fronteira e Sousel: vie deserte, spigoli delle case mano a mano più colorati, qualche vecchietto sulle panchine.
E infine ecco Évora. È Patrimonio Unesco, ma c’è molta meno gente che sulla costa, e il fatto che le auto non possano sostare nel centro storico aiuta. Le cose da vedere sono su qualsiasi guida, ma il piacere massimo è camminare per le belle strade e le piazze ariose fino ad arrivare alla pregevole fontana da Porta de Moura. Sta lì da 500 anni e lo strusciare secolare dei sederi ha scavato confortevoli conche di varia misura nel marmo rosa dei bordi. Uno si accomoda lì, osserva la grande sfera centrale di marmo, l’acqua che scorre, il tempo che passa. E, per un momento, può scordarsi di essere un turista.

martedì 15 maggio 2018

L'ENI a trivellare Algarve, fra i mari piu' belli del Portogallo




Fa male al cuore, e fa vergogna all'Italia. 

Queste che descriviamo sono azioni fatte, per il 30%, in nome di noi tutti, 
cittadini d'Italia, e titolari di un terzo di questa ditta di morte chiamata ENI.  

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Si chiama Algarve, ed e' la regione piu a sud del Portogallo. Ci sono qui spiagge e villaggi di pescatori dipinti di bianco, ci sono scogliere, ci sono ville, ci sono pescatori, ci sono surfisti. 

E' una delle zone piu' belle del turismo di Portogallo.

Ed e' anche una delle ultime mire dell'ENI. 

Partiamo dall'inizio. Le ditte che vogliono qui trivellare sono la benefattrice dell'umanita' ENI e la sua collega portoghese GALP.

Hanno firmato degli accordi per l'assegnazione delle concessioni circa dieci anni fa.  A quel tempo, nel 2007, le concessioni furono date dal governo di Lisbona alla Petrogal, una sussidiaria della GALP.

Nel 2014 arriva l'ENI, che firma un accordo con la Petrogal/GALP per sfruttare il giacimento
Sulla terraferma il parco naturale detto Costa Vicentina.

L'accordo e' che di questo consorzio, il 70% e' dell'ENI e il restante della GALP. La concessione occupa circa 9,100 chilometri quadrati. 

Finalmente, nel Marzo del 2016 il consorzio ENI e GALP annunciano il loro intento di trivellare, con tutti i dettagli del caso, il mare offshore nei pressi della localita' Aljezur. Nel concreto si trattava di un pozzo esplorativo in acque profonde, e dunque di piu' difficile accesso, a 80 chilometri dalla citta' di Sines.

L'obiettivo era di trivellare i mari atlantici di Algarve entro Maggio 2018, cioe' ... cioe' adesso, con un investimento del costo di 100 milioni di dollari. La nave di appoggio dovrebbe essere la SAIPEM 12000.

A suo tempo, il portavoce dell'ENI, tale Franco Conticini, disse che le trivelle esplorative sarebbero durate per 45 giorni durante i quali recuperare campioni di petrolio da analizzare. Se il petrolio fosse stato buono e commercializzabile, sarebbe potuto arrivare il pozzo vero.

O i pozzi veri, perche' i di estrazione potrebbero essere molteplici, senza considerare anche i pozzi di reiniezione, dove appunto seppellire tutto il materiale di scarto ad alta pressione.
Sono poi subentrati ritardi, come spesso accade nel petrol-mondo, dove non si possono prevedere sempre andamento dei prezzi, venti politici ed altri accadimenti geo-politici-economici mondiali, e le trivelle non sono ancora veramente arrivate questo Maggio.

Non ancora. 

Perche' nell'ambiente dei trivellatori si parla di buone prospettive per l'estrazione dall'Algarve, preoccupando un po tutti i residenti e i turisti. 

L'area come detto sopra e' meta di pellegrinaggi di surifisti e di amanti del mare, nonche' di pescatori. 

Ma le cose non sono cosi lineari.

A dicembre 2017 al consorzio ENI- GULP era stato richiesto di presentare uno studio di impatto ambientale, ma l'ENI mise in dicussione tale necessita', come anche la garanzia di 20 milioni di euro,
per la precisione 20,375,500 euro, e una speciale polizza assicurativa, in caso le cose andassero storto.

Ohhh, nooo. Giammai.

Le cose non vanno mai storte, no? Mai a nessuno, e men che meno all'ENI!
Perche' presentare studi, assicurazioni, garanzie?

Ovviamente le associazioni ambientaliste del Portogallo gia' in subbuglio, lo sono state ancora di piu'. Hanno raccolto 42,000 firme contro le trivelle ENI, e sono arrivati veti e divieti da varie localita' di Algarve.

Ma niente, il governo centrale non ci sente e le concessioni sono ancora li.

E non solo le concessioni sono ancora li, all'ENI e alla GULP sono state concesse pure delle estensioni per Lavagante, Santola e Gamba, a causa di "esigenze legali ed amministrative" e di "pubblico interesse" come ha detto il segretario dell'energia del Portogallo, Jorge Seguro Sanches.

Perche' c'e' il pubblico interesse? Non si sa, ma forse e' bene ricordare che il governo di Portogallo ha tirato su 76 milioni di euro con le concessioni petrolifere dell'Algarve nel corso di questi 10 anni e che quindi e' bene tenersi buoni i trivellatori. Alla fine, l'oceano non parla e non paga, i petrolieri si.

La vicenda e' del tutto simile a quelle italiche: con l'ENI che fa comunella con i politici, i ministri dell'energia, dell'ambiente, del mare, con la GALP e con varie agenzie governative, che rassicura sul tuttapposto, e che in fine dei conti si prende gioco della democrazia.

Esempio? Come racconta il gruppo ASMAA, associazione di attivisti contro i mostri ENI, c'e' stata una fase di consultazione pubblica gestita dall'ENI e durata per un mese e mezzo, dal 5 Marzo al 16 Aprile 2018, e che e' stata definita una "farsa" dall'ASMAA. Mmh.

Mi ricorda tanto le nostre consultazioni pubbliche, se e quando si siano mai fatte!  Dove si parla, parla, si promette, si rassicura ma poi alla fine ENI e compari fanno quel che vogliono e ignorano le richieste di buonsenso dei residenti e degli amanti di mare e natura.

La cosa interessante e' che in Portogallo come in Italia del resto, i politici fanno proclami a destra e a manca contro i cambiamenti climatici, ma poi quando si tratta di trivelle e di agire e di fermarle, non ci vedono e non ci sentono.

Il profumo dei soldi che rende profumate anche le trivelle, eh? 

E infatti anche qui il primo ministro António Costa nel 2016 annuncio' alla conferenza del clima a Marrakesh che il Portogallo sarebbe diventato carbon neutral entro il 2050. E poi due anni dopo .... estendono le concessioni petrolifere. Un controsenso no?

All'ENI non posso che ribadire tutto il mio schifo verso di loro, schifo che non e' dimunuito di un milligrammo in questi dieci anni del mio avere a che fare con loro. Ho voglia di dirlo a tutto il mondo in Portogallo e a chiunque voglia sentire e leggere, che non sono che una ditta di morte, di bugie, di scarsa trasparenza, di persone piccole piccole di vedute, di responsabilita', di amore, e che dovrebbero solo vergognarsi. 

Come vorrei avere il potere di fermarli.  


venerdì 11 novembre 2016

Depenalizzazione uso droga, meno morti e malati di Hiv: il 'modello portoghese' funziona – Alessandro Oppes

Il 'modello portoghese' funziona. Quindici anni fa, la decisione del Parlamento di Lisbona (governavano i socialisti con maggioranza assoluta, premier Antonio Guterres, oggi segretario generale dell'Onu) di depenalizzare l'uso delle droghe provocò sconcerto nel mondo. Il consumo andrà alle stelle, profetizzavano gli scettici, la tossicodipendenza diventerà un fenomeno fuori controllo. E invece, niente di tutto questo.

"A batalha foi ganha", la battaglia è stata vinta, esulta ora il quotidiano Público, facendo il bilancio di un'esperienza che in molti altri Paesi viene studiata con attenzione. Non solo non c'è stato un incremento dei consumatori, non solo è stato fugato il timore che Lisbona potesse trasformarsi nella capitale mondiale dei tossicodipendenti provenienti dai cinque continenti, ma i benefici sono stati nettamente superiori al temuto effetto negativo della nuova legge.

Ad esempio il numero di morti per overdose: 22 nel 2013 (un migliaio in Germania, duemila nel Regno Unito), contro i 94 del 2008, mentre per il periodo precedente non esistono statistiche certe, ma la cifra era sicuramente superiore. E poi i dati sulle infezioni da Hiv associate alla tossicodipendenza: dalle 18.500 del 1983 alle 40 del 2014.

Se inoltre, in linea con quanto avviene nel resto d'Europa, è aumentato il numero di consumatori di ecstasy e di altre droghe sintetiche, si è invece ridotta notevolmente - di circa il 70 per cento - la cifra dei dipendenti da eroina, che all'epoca dell'entrata in vigore della nuova norma era il peggiore flagello che colpisse il Portogallo. È il successo della politica di "riduzione dei danni e di reinserimento sociale", come la definisce João Goulão, direttore del Sicad, l'istituzione pubblica che lotta contro le tossicodipendenze.

Al di là dei numeri, comunque confortanti, quello che conta è che i consumatori passano a essere considerati, da potenziali delinquenti, a persone che necessitano di essere trattate come malati. Il fatto che la legge depenalizzi l'uso e il possesso di dosi per consumo personale fino a un massimo di dieci giorni (15 grammi nel caso di cocaina o eroina, 20 grammi di cannabis), ha indotto molti tossicodipendenti - soprattutto gli eroinomani - a richiedere l'assistenza dei centri di riabilitazione. Per loro, una maggiore serenità nel presentarsi alle istituzioni specializzate senza il timore di subire misure repressive della polizia, per la società un passo avanti verso migliori condizioni per garantire la salute pubblica.

Ovviamente, è caduta in picchiata anche la percentuale di popolazione carceraria condannata per reati legati alle droghe: dal 41 per cento del 2001 al 19 per cento del 2014. La maggior parte degli attuali detenuti deve rispondere di accuse di narcotraffico.

domenica 13 maggio 2012

onda



...Al centro, minuscolo, tanto che si percepisce appena, c'è un essere umano, Garrett McNamara, 44 anni. Un omino che in quel mondo gigantesco sa starci e muoversi senza paura e anzi ci va apposta, si diverte. È la sua sapienza che conta. In verità, l'omino si vede soltanto facendovi attenzione. Ma non c'è bisogno. C'è qualcos'altro che fa capire che quello è un essere umano e cosa sta facendo: non è tanto la concentrazione su di lui, ma la scia che ha lasciato ancora impressa sull'onda. È la scia l'impronta di quell'uomo, della sua vittoria sulla Natura...
da qui