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venerdì 29 aprile 2022

L’energia del vento arriva a Taranto – Marina Forti

 


Ci sono voluti quattordici anni, ma infine giovedì 21 aprile 2022 è stato inaugurato a Taranto il primo impianto eolico off shore realizzato nel Mediterraneo. Comprende dieci aerogeneratori (gli ultimi due per la verità ancora da completare): un impianto relativamente piccolo, 30 megawatt di potenza nominale. È un segnale importante, nei pressi di una città più nota per le sue acciaierie fonte di inquinamento, crisi sanitaria e infiniti conflitti.

E però è anche un caso emblematico del lento sviluppo delle energie rinnovabili in Italia, ostacolato da lungaggini procedurali, opposizioni e ricorsi. Eppure, il ministero della transizione ecologica annuncia che il prossimo Piano nazionale energetico (Pniec) prevede di installare in Italia  114 gigawatt di capacità produttiva da fonti rinnovabili al 2030 (contro i 56 GW al 2020) e un taglio delle emissioni di gas serra del 51% rispetto al 1990. Per farlo, bisognerà realizzare impianti per altri 58 gigawatt di potenza, cioè 6,3 gigawatt all’anno per i prossimi nove anni. Insomma, bisognerà accelerare. Anche per questo, bisogna sperare che l’impianto di Taranto sia il preludio a una svolta.

Ho visitato Taranto durante la costruzione dell’impianto eolico: il reportage completo è uscito su L’Essenziale il 26 marzo 2022, sotto il titolo: “L’energia del vento che arriva dal mare”, con le foto di Piero Percoco.

 

Le prime pale eoliche piantate nella rada di Taranto si notano appena, seminascoste dalle gigantesche gru di un molo per container. Bisogna avvicinarsi per capire le dimensioni di quelle torri d’acciaio bianco contro il blu del mare.

Siamo al limite estremo del porto, nella rada esterna, sul molo chiamato “polisettoriale” in concessione alla società turca di logistica e container Yilport. Le prime torri eoliche sono ormai in posizione, prossime alla costa; le altre sorgeranno a ridosso della diga foranea che protegge il molo, a due chilometri e mezzo dalla costa: dieci torri eoliche in tutto. “Dobbiamo sfruttare le finestre di bel tempo e di alta marea”, spiega l’ingegner Paolo Sammartino, direttore operativo di Renexia, la società che sta costruendo l’impianto: “Contiamo di terminare entro marzo”.

Quello di Taranto è il primo parco eolico off shore che arriva a realizzazione in Italia, anzi in tutto il Mediterraneo. È un impianto relativamente piccolo, 30 megawatt di potenza nominale. Nei pressi di una città più nota per le sue acciaierie fonte di inquinamento, crisi sanitaria e infiniti conflitti, molti ci vedono un simbolico contrappasso: qui si produrrà energia elettrica “pulita” sfruttando il vento, un’alternativa ai combustibili fossili.

È anche un segnale importante, in tempi di crisi energetica, guerra in Ucraina, ritorsioni sulle forniture di gas metano dalla Russia. Molti osservano che se l’Italia avesse investito in modo più deciso sulle energie rinnovabili, oggi sarebbe meno dipendente dalle importazioni di gas.

Il parco eolico di Taranto però ha una storia contrastata, che illustra bene i paradossi della transizione energetica in Italia.

Un paradosso è che ci sono voluti ben quattordici anni per passare dal progetto alla realizzazione. La prima proposta infatti risale al 2008. L’autorizzazione definitiva è arrivata dopo cinque anni, nel 2013: “Le procedure per progetti di energia rinnovabile, tra verifiche e valutazione di impatto ambientale, richiedono purtroppo questi tempi”, osserva l’ingegner Luigi Severini, autore del progetto e oggi direttore dei lavori.

Una storia contrastata

Poi è cominciata una vicenda travagliata. Il progetto ha avuto contro la regione Puglia, che aveva già dato un parere sfavorevole citando possibili danni ambientali e paesaggistici. Con le stesse motivazioni il Comune di Taranto è ricorso al Tribunale amministrativo regionale per bloccare l’impianto. Ha perso il ricorso e anche il successivo appello al Consiglio di Stato, ma intanto siamo arrivati al 2016: “Così abbiamo dovuto rinunciare alla prima asta per la produzione di energia rinnovabile, perché non saremmo stati pronti a produrre nei tempi richiesti”, ricorda Severini.

Nel frattempo è cambiato l’assetto societario. Alla piccola azienda tarantina che aveva ottenuto l’autorizzazione, Societ Energy Spa, è subentrata una società francese di investimenti, la Belenergia. Infine il progetto, ribattezzato Beleolico, è passato al Gruppo Toto di Chieti, a cui appartiene la società Renexia che lo sta costruendo. “Intanto la ditta tedesca che doveva fornire le turbine è fallita”, spiega Severini: “Non è stato facile trovare un altro fornitore perché servivano turbine con le stesse caratteristiche tecniche del progetto approvato nel 2013, e invece l’innovazione tecnologica corre. Alla fine le abbiamo trovate in Cina”.

Fattostà che la costruzione effettiva è cominciata nel settembre del 2021, ben otto anni dopo la prima autorizzazione.

Sulla banchina del molo polisettoriale di Taranto, Paolo Sammartino descrive una logistica complessa. Per montare gli aerogeneratori è arrivata una speciale nave-cantiere della società olandese Van Oord (in Italia non esistono imbarcazioni simili). Primo, ha piantato le fondazioni monopalo che reggono le torri: sono cilindri d’acciaio fatti di un pezzo unico, quasi 5 metri di diametro e lunghi fino a 50 metri, conficcati nel fondale per trenta metri da una sorta di gigantesco martello a percussione.

Su queste fondazioni vengono assemblate le torri. Davanti a noi la nave-cantiere si sposta lentamente vicino al troncone giallo di un monopalo, a cercare la posizione giusta dove ancorarsi; poi farà scivolare sul fondale dei grandi piloni d’acciaio che la sollevano dall’acqua, trasformandola in una piattaforma. Ora può cominciare a montare i tre segmenti cilindrici della torre, diametro 4 metri. Poi sarà fissata la navicella che contiene il generatore, infine il rotore con le tre pale – di cui una è dipinta di nero, spiega il responsabile dei lavori, per una prescrizione ambientale: quando gira risulta più visibile agli uccelli in volo.

L’ultima fase sarà posare i cavi che collegano ogni turbina a una sottostazione elettrica a terra, dove l’energia viene trasformata e immessa nella rete di Terna, il gestore nazionale.

L’investimento complessivo per il parco Beleolico ammonta a 82 milioni di euro. La navicella con il rotore si trova a 90 metri d’altezza; l’apertura delle pale fa 130 metri di diametro. Ogni aerogeneratore ha una potenza di 3 megawatt: l’impianto ha dunque 30 megawatt di potenza totale e potrà produrre circa 58 mila megawattora (Mwh) annui, abbastanza per alimentare l’equivalente di  21 mila abitazioni con 60 mila persone. In termini di cambiamento climatico, nei 25 anni di vita dell’impianto saranno risparmiate circa 730 mila tonnellate di anidride carbonica.

Si tratta di un piccolo impianto, riconosce l’autore del progetto. “Quando l’abbiamo pensato, nel 2008, il termine di confronto erano i parchi eolici esistenti sulla terraferma, che andavano da 20 a massimo 45 megawatt”, spiega Luigi Severini. “Certo, oggi turbine di dimensioni analoghe potrebbero avere quattro megawatt di potenza invece che tre. Ma resterebbe un piccolo impianto e non potrebbe essere altrimenti, in un ambito portuale e così vicino alla costa. Del resto, il nostro progetto è stato approvato proprio per questo: il ministero dei beni culturali ha riconosciuto che ha le giuste proporzioni in rapporto alla morfologia del territorio”.

Tonnellate di acciaio, ma non di Taranto

A lavoro finito, le pale eoliche danno un’impressione di leggerezza. Perfino là adagiate sul molo, insieme agli altri componenti in attesa di assemblaggio, quelle pale lunghe una sessantina di metri appaiono sottili, agili. Eppure stiamo parlando di grandi quantità d’acciaio. Ogni fondazione monopalo da sola fa circa 400 tonnellate; si aggiungano torri, pale e tutto il resto: l’energia eolica è un grande lavoro di siderurgia. Poiché siamo a Taranto si potrebbe pensare che tutto quell’acciaio venga dallo stabilimento Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, di cui da questo molo si scorgono le ciminiere. Invece no: e questo è un altro paradosso.

“Abbiamo fatto di tutto perché il progetto restasse made in Italy”, spiega Luigi Severini: ma non è stato possibile. Perché? Per quanto riguarda l’acciaio, quando sono stati definiti i contratti di forniture l’Ilva era in pieno passaggio di proprietà, l’esito della vendita e perfino la sorte dello stabilimento erano incerti: non avrebbe potuto prendere una commessa che richiedeva il lavoro di un anno e una linea di produzione apposita. Ma c’è un problema più generale, aggiunge Severini: “L’offerta delle imprese italiane non reggeva la competizione di aziende del nord Europa, che in questo settore hanno più esperienza e possono fare offerte più convenienti”.

Così il monopalo è stato fabbricato in Spagna, le pale e le turbine vengono dalla Cina (dalla Ming Yang Smart Energy). Il contributo “fatto in Italia” è limitato ad alcune lavorazioni meccaniche affidate a aziende tarantine, o la posa dei cavi che correranno sul fondale e poi a terra per trasferire l’energia al trasformatore. Oltre a vari servizi, come le barche che trasporteranno i tecnici per la manutenzione continua dell’impianto.

Anche la squadra di lavoro è mista. La costruzione del parco Beleolico occupa circa 250 persone, di cui un centinaio lavora sulla nave-cantiere. “È un team molto specializzato”, spiega Sammartino: ci sono i tecnici venuti dal nord Europa con la nave-cantiere, quelli arrivati dalla Cina con le turbine; gli addetti al complicato assemblaggio o alla posa dei cavi vengono per lo più da Taranto o dalla Campania.

“In termini di occupazione, le ricadute sul territorio di Taranto non sono molte”, osserva Giuseppe Romano, segretario della Federazione dei lavoratori metalmeccanici della Cgil nella città pugliese: “La fabbricazione è avvenuta altrove e anche il montaggio richiede un lavoro molto specializzato, con qualifiche che qui non sono presenti”. Il segretario della Fiom però vede con favore lo sviluppo dell’industria eolica. “È un segnale importante e un passo verso la transizione a energie rinnovabili. In linea di principio servirà anche a sostenere la nostra siderurgia, se investiremo per produrre qui l’acciaio”. Anche se, aggiunge, “restano molte diffidenze”.

Un paesaggio industriale

Da Taranto le pale eoliche non si vedono. Né dalla città vecchia, né da quella nuova con il lungomare che guarda verso il largo. Dal belvedere di piazza Marinai d’Italia si possono osservare le navi ferme nella rada, un piccolo peschereccio che rientra in porto, le gru sui moli più vicini, i camini delle Acciaierie d’Italia sempre sullo sfondo. Da certi punti si scorge la raffineria dell’Eni. Ma non gli aerogeneratori: sono a meno di dieci chilometri in linea d’aria, ma si trovano oltre punta Rondinella, dove la costa curva e il golfo jonico si allarga.

Il progetto eolico però è stato accolto con diffidenze nella città pugliese, quando non opposizioni attive e ricorsi legali, spesso motivati citando un danno al paesaggio. Come se la città non si fidasse più di nulla, e si capisce: Taranto ha i nervi scoperti. Sono passati dieci anni da quando la magistratura ha messo sotto sequestro l’area a caldo dell’ex Ilva, cioè altiforni e cokerie, ovvero il cuore di un’acciaieria, facendo precipitare la crisi (anche se l’azienda ha mantenuto la “facoltà d’uso” degli impianti ed è rimasta in attività). Era l’agosto 2012: da allora l’impianto industriale è passato attraverso una gestione commissariale, la vendita al gruppo Arcelor Mittal, infine l’ingresso in società di Invitalia, cioè lo stato. Sono arrivate nuove prescrizioni ambientali. C’è stato un processo ai dirigenti del gruppo Riva che ha gestito lo stabilimento tra il 1995 e il 2013, concluso da condanne per “disastro ambientale”. Intanto le indagini epidemiologiche hanno descritto i danni dell’inquinamento sulla salute dei tarantini. E però la crisi resta aperta.

Certo: insieme alle ciminiere, oggi nel panorama urbano ci sono anche i giganteschi capannoni che coprono finalmente i “parchi minerari” dello stabilimento: sono i depositi di ferro e di carbone a cielo aperto che disperdevano polveri tossiche, tanto che nei giorni di vento bisognava chiudere le scuole del vicino quartiere Tamburi. Ora le polveri in aria sono diminuite (non eliminate, perché i capannoni sono aperti di lato). Ma nel terreno e nelle falde idriche, o nei fondali del Mar Piccolo, restano le sostanze tossiche accumulate in decenni: metalli pesanti, diossine, pcb, idrocarburi policiclici aromatici. Delle bonifiche promesse ben poco è stato fatto.

Resta aperto anche l’interrogativo di fondo: si può riconvertire lo stabilimento, “decarbonizzare” la produzione di acciaio? La nuova società Acciaierie d’Italia in dicembre ha annunciato, per bocca del suo amministratore delegato Franco Bernabè, che gli altoforni lasceranno il posto a forni elettrici con un piano graduale da attuare in dieci anni, passando dal carbone al gas e poi all’idrogeno. “Ma è un annuncio ancora vago, nulla di scritto”, osserva Giuseppe Romano: con quale energia si alimenterà lo stabilimento, quanti lavoratori occuperà? “Stiamo aspettando un vero e proprio piano industriale”.

Secondo gli accordi sottoscritti nel dicembre 2020 con Arcelor Mittal, in maggio Invitalia dovrebbe versare altri 680 milioni di euro nel capitale della società, diventando così l’azionista di maggioranza con il 60% della proprietà (oggi i due soci sono al 50 per cento). Ma già si parla di un rinvio. E la ragione sarebbe che sullo stabilimento gravano ancora diversi sequestri penali: avere gli impianti liberi da pendenze legali era una delle condizioni dell’accordo, insieme alla revisione dei piani industriali e delle prescrizioni ambientali. Il futuro delle acciaierie dunque resta sospeso. “Continua a mancare una strategia industriale a lungo termine”, insiste il segretario della Fiom: “E la cosa peggiore è l’incertezza”.

L’energia che galleggia

È difficile ignorare tutto questo, a Taranto. Così anche il progetto eolico, che pure è energia rinnovabile, è stato guardato con scetticismo. “Dopo tante promesse non mantenute, capisco che la città sia diffidente”, dice Lunetta Franco, presidente di Legambiente a Taranto: “Ma il parco eolico è un passo nella direzione giusta. Quelle pale in mare sono un segno di cambiamento”. (…)

https://www.terraterraonline.org/blog/lenergia-del-vento-arriva-a-taranto/

mercoledì 23 giugno 2021

Taranto e Portoscuso, i metalli pesanti inquinano i bambini. Nel silenzio - Gruppo d’Intervento Giuridico

 

Più piombo nel sangue uguale meno intelligenza.

Non è una novità assoluta, ma si tratta di un’autorevole conferma.

Più alto è il livello di piombo nel sangue durante l’età infantileminore è il quoziente intellettivo e, conseguentemente, minore è la possibilità di successo in età adulta.

Ora lo afferma anche “The effects of the exposure to neurotoxic elements on Italian schoolchildren behavior”, autorevole ricerca coordinata da Stefano Renzetti e pubblicata su Scientific Reports di Nature (maggio 2021).

Nulla di nuovo, però.

Per ogni aumento di 5 microgrammi (mcg) di piombo per decilitro di sangue si perdono 1,5 punti di quoziente intellettivo.

Così hanno affermato i dati raccolti in una ricerca svolta da un’equipe della Duke University (U.S.A.) e pubblicati nel 2017 sul Journal of American Medical Association (Association of Childhood Blood Lead Levels With Cognitive Function and Socioeconomic Status at Age 38 Years and With IQ Change and Socioeconomic Mobility Between Childhood and AdulthoodAaron Reuben,Avshalom Caspi, Daniel W. Belsky, e altri, 28 marzo 2017) condotta su un campione di 565 neozelandesi.

Ma già nel 2008 l’Università degli Studi di Cagliari (Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro) nel corso di una ricerca (Plinio Carta, Costantino Flore) affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro (vds. “Environmental exposure to inorganic lead and neurobehaviour altests among adolescents living in the Sulcis-Iglesiente, Sardinia” in Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 15 aprile 2008, in http://www.biowebspin.com/pubadvanced/article/18409826/#sthash.kjkUGkfA.dpuf).

La letteratura medica, infatti, ha finora indicato un’associazione inversa statisticamente significativa tra concentrazione di piombo ematico e riduzione di quoziente intellettivo, corrispondente a 1.29 punti di QI totale per ogni aumento di 1 µg/dl di piomboemia (sulla tossicità del piombo vds. http://www.phyles.ge.cnr.it/htmlita/tossicitadelpiombo.html).

Ora, molto probabilmente, sarà necessario rivedere al ribasso le stime: 5 microgrammi, infatti, corrispondono a 0,005 milligrammi.

Portoscuso come a Taranto il piombo nel sangue è una realtà.

Finora solo la recente sentenza di primo grado della Corte d’assise di Taranto del 31 maggio 2021, solo poche sentenze della Corte d’appello di Cagliari e della Corte di cassazione per Portoscuso.

E’ una realtà sostanzialmente impunita, nonostante reiterate denunce ecologiste.

Ed è una realtà che non fa vergognare amministratori pubblici assenti e industriali inquinatori.

Che i responsabili consapevoli siano maledetti, almeno.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

 

da Il Fatto Quotidiano19 giugno 2021

 

 A Taranto la combinazione tra piombo e arsenico ha effetti deleteri sul quoziente intellettivo dei bambini che vivono a ridosso dell’ex Ilva.

È la conclusione che si legge nello studio italiano pubblicato su Scientific Reports di Nature il 10 maggio scorso e mai reso noto finora nel nostro Paese. Tra gli autori c’è il professor Roberto Lucchini, che a ilfattoquotidiano.it spiega: “Questo lavoro evidenzia come le aree svantaggiate siano ad aumentato rischio di problemi neurocomportamentali oltre al rischio di minori capacità neurocognitive”(Marco Carta, Valentina Petrini)

“L’interazione sinergica fra piombo e arsenico provoca effetti ancora più marcati su varie funzioni del neurosviluppo nei bambini rispetto a quelli che si possono individuare con l’analisi ‘tradizionale’ che considera i singoli elementi tossici separatamente”. Roberto Lucchini è docente di Medicina del Lavoro. Si divide tra Brescia e la Florida International University di Miami, dove insegna. Al telefono risponde da Brasilia. C’è stata da poco la sentenza Ambiente Svenduto: in primo grado la Corte d’Assise ha stabilito che quello provocato dalla gestione privata della famiglia Riva tra il 1995 e il 2012 è stato un disastro ambientale. Ora gli occhi sono puntati sul Consiglio di Stato che a giorni dovrebbe pronunciarsi in merito all’ordinanza di chiusura dell’aria a caldo emessa dal Comune di Taranto e che invece fotografa l’emergenza ambientale e sanitaria dal 2012 ad oggi.

Non solo. Pochi giorni fa Il Fatto Quotidiano ha pubblicato la notizia che è stata consegnata al ministero della Transizione Ecologica guidato da Roberto Cingolani la nuova VDS, Valutazione del Danno Sanitario che attesta che a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio “permane un rischio sanitario non accettabile”. 6 milioni di tonnellate di acciaio è esattamente la quantità che vuole produrre la fabbrica nella sua nuova veste di “Acciaierie d’Italia”, joint venture tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano attraverso Invitalia. E mentre è in atto questa discussione sul futuro della produzione di acciaio a Taranto, lo studio Lucchini arriva come un fulmine a ciel sereno. Riguarda un tema importantissimo: i disturbi del neurosviluppo nei bambini dai metalli pesanti, noti per essere neurotossici. Taranto è un territorio fortemente interessato dalla presenza di metalli pesanti. Per questo anche le virgole di questo studio sono importanti per tutela la salute dei più deboli.

Scusi professor Lucchini ma dove è uscito questo suo nuovo studio?
“Su Scientific Reports di Nature, il 10 maggio scorso”.

Ah recentissimo.
Per un contesto come quello di Taranto questa scoperta è fondamentale, perché lì abbiamo una ‘mistura’ di elementi nocivi nelle emissioni industriali e attraverso questo tipo di studi riusciamo a valutare le conseguenze sulla salute non solo dei singoli inquinanti, ma anche nell’interazione fra loro.

Professore ma questo studio è solo in inglese, perché la ricerca non è stata ancora tradotta in italiano?
Siamo ancora impegnati sull’analisi dei dati, per questo non c’è stata una comunicazione ufficiale.

Lo studio è anche firmato anche dal Dipartimento Salute della ASL di Taranto, che ha cofinanziato il progetto. Non crede sia necessario renderlo pubblico anche alla popolazione locale?
Ha ragione. La responsabilità è anche di noi ricercatori, che siamo immersi nei numeri e posticipiamo spesso la comunicazione, che invece è fondamentale tanto quanto i risultati dei nostri calcoli.

Non è la prima volta che uno studio fondamentale per la salute pubblica dei tarantini rimane non divulgato. Tra l’altro in un momento così delicato in cui vanno prese decisioni importanti per il territorio, sarebbe stato giusto darne adeguata diffusione. Veniamo alla ricerca. In pratica avete scoperto che se prendiamo il piombo e l’arsenico singolarmente osserviamo alcuni dei loro effetti nocivi, se però li valutiamo nella loro interazione ne spuntano molti altri. È così?
Esattamente. Tra l’altro i valori limite di esposizione di questi metalli si basano sui componenti individuali di una esposizione multipla. Si può quindi essere al di sotto di un certo livello protettivo di esposizione per un singolo componente, ma anche a quel livello ‘basso’ quel componente può produrre effetti nocivi se in compresenza ed in interazione con altro componente.

Traduco. Le emissioni di piombo e arsenico possono essere entro i limiti consentiti dalla legge, ma se sono presenti entrambi insieme fanno male comunque, anzi di più.
Si. Entrambi possono essere a livello ‘basso’ di esposizione ma la loro interazione sinergica può provocare effetti.

Insomma professore, non è propriamente un aggiornamento migliorativo della situazione sanitaria a Taranto.
Già! Si può essere al di sotto di un certo livello protettivo di esposizione per un singolo componente, ma anche a quel livello ‘basso’ quella sostanza può produrre effetti nocivi se è in compresenza ed in interazione con un altra.

La ricerca pubblicata su Scientific Reports di Nature il 10 maggio 2021 è un aggiornamento di analisi che lei conduce su Taranto dal 2012.
Esatto. Nel 2012 siamo partiti concentrandoci in particolare sugli effetti dell’esposizione ai metalli con proprietà neurotossiche sui bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni.

 

Avete diviso i bimbi in tre fasce: quelli che vivono a ridosso dell’Iilva, quelli ad una distanza media e infine quelli più lontani. In ciascun gruppo rientravano 4 scuole. Cosa è emerso?
Una differenza di 13 punti tra il quoziente d’intelligenza dei bimbi più vicini al siderurgico rispetto a quelli più lontani. Non solo, chi vive più a ridosso della fabbrica aveva una concentrazione di cadmio e arsenico nelle urine e di manganese nei capelli superiore a chi risiede lontano. La differenza di 13 punti di QI va intesa come ‘normalizzata’ per livello socioeconomico e intellettivo della madre, cioè a parità di questi fattori fra una zona e l’altra. Quindi dovuta solo al fatto di essere a breve distanza dalla emissione.

Quindi per dirla brutalmente, un bambino del quartiere Tamburi ha un quoziente intellettivo più basso di circa 13 punti rispetto a un coetaneo di Talsano (località distante dallo stabilimento siderurgico). Parliamo di bambini sani, non ammalati che però sulla base di test neuropsicologici per calcolare memoria, attenzione, ragionamento e concentrazione, mostrarono molte differenze.
Sì.

I risultati di questo primo studio iniziato nel 2012 però sono arrivati nel 2016. Poi nel 2019 siete tornati ad approfondire l’impatto neurocognitivo dovuto all’esposizione ai metalli sempre nei bambini tra 6 e 12 anni. Le scuole, 12 in totale, sono sempre le stesse. E cosa è emerso a distanza di sette anni dalla prima ricerca?
Se nel primo studio ci eravamo focalizzati sulle funzioni neuropsicologiche, quindi quoziente intellettivo, ma anche tendenza all’autismo, deficit di attenzione e altre forme di patologie infantili, successivamente abbiamo sviluppato meglio l’interazione tra fattori ambientali e socioeconomici, dimostrando che questi due, insieme, peggiorano ulteriormente le funzioni neurologiche.

Cioè in pratica se sei povero e contemporaneamente vivi in un quartiere inquinato, come Tamburi, sei ancora più esposto ad effetti nocivi delle emissioni.
Sì. Se nella prima ricerca era stata registrata una diminuzione di 13 punti del quoziente intellettivo nelle aree di Tamburi, rispetto a Talsano, nell’aggiornamento del 2019, la diminuzione cresce fino a 16 punti, questo perché nel corso degli anni si sono raffinati gli strumenti di analisi. Quindi questo studio evidenzia come le aree svantaggiate siano ad aumentato rischio di problemi neurocomportamentali oltre al rischio di minori capacità neurocognitive.

 

Nella ricerca voi scrivete: “L’area di studio è la città di Taranto, nel sud Italia, dove opera da molti decenni un vasto polo industriale che comprende uno dei più grandi produttori di acciaio in Europa, causando l’emissione di elementi tossici e molti altri composti chimici in un’ampia area circostante”. Però poi parlate sempre genericamente di “fonte di emissione”.
Abbiamo sempre suggerito la necessità di approfondire. Dovremmo essere il triplo e avere il triplo dei fondi. Non riusciamo a far tutto.

 

L’inquinamento da metalli riscontrato nel sangue dei bambini a quando risale?
Quello che gli indicatori di sangue mostrano è un dato relativo, perché riflette il livello di inquinamento attuale. Quando questi bambini sono nati è probabile è che i livelli di esposizione fossero più alti. Non sappiamo quale fosse l’inquinamento, ad esempio, quando si trovavano nella vita fetale, che rappresenta uno dei momenti di maggiore vulnerabilità. Anche per questo nel corso del tempo abbiamo iniziato a raccogliere i denti da latte e speriamo al più presto di poter fare uno studio specifico. I denti sono come gli alberi. Se fai una sezione laser trovi i cerchi concentrici. Andando a fare una microsezione dei denti da latte possiamo individuare i livelli di esposizione del passato. Il dente da latte inizia a crescere nelle prime settimane di vita intrauterina. È l’unico campione biologico che ci consente di andare indietro nel tempo.

La speranza è siano studi e ricerche utili a chi deve prendere decisioni e che non vengano invece ignorati e chiusi in un cassetto. Nella pubblicazione di Nature edizione 2021 i ricercatori valutano l’effetto neurocomportamentale dell’esposizione a oligoelementi tra cui piombo, mercurio, cadmio, manganese, arsenico e selenio e le loro interazioni. Il campione scelto è composto da 299 scolari residenti nell’area fortemente inquinata di Taranto. Le analisi sono state condotte su sangue intero, urina e capelli. Dei 6 metalli considerati, piombo e arsenico sono quelli che hanno dato spunti di riflessione più importanti. Il piombo nel sangue ha influenzato principalmente i problemi sociali, il comportamento aggressivo, l’esternalizzazione e i problemi comportamentali totali. L’arsenico nelle urine ha mostrato un impatto su ansia e depressione, problemi somatici, problemi di attenzione e comportamenti di violazione delle regole oltre a un’associazione significativa a diversi tratti psicologici riconducibili all’autismo. Si tratta di indicazioni precoci che non costituiscono la malattia ma sono importanti per fare prevenzione in fase precoce ed evitare la patologia. L’esatto meccanismo neurotossicologico attraverso il quale una miscela di metalli può portare a problemi comportamentali non è ancora chiaro e sono necessarie ulteriori indagini e prove su come le miscele di metalli e le interazioni tra le sostanze chimiche possono influenzare comportamento. Aumentata iperattività e tratti psicopatologici, compromissione del comportamento sociale e maggior rischio di autismo sono stati rilevati nei quartieri di Tamburi e Paolo VI, che si trovano a distanza ravvicinata rispetto alla fonte emissiva industriale.

 

da qui