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lunedì 5 ottobre 2026

L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci

 

Settantamila biglietti gratuiti per chi al Metropolitan Opera non ha ancora mai messo piede. Si chiama Opera for All, lo hanno annunciato il sindaco Zohran Mamdani, la vicesindaca per la giustizia economica Julie Su e la commissaria del Dipartimento degli Affari Culturali Diya Vij, ed è la punta di una collaborazione di lungo periodo tra il Comune di New York e uno dei più famosi teatri della città. Da questo mese il Met mette a disposizione 10 mila biglietti al mese per tutta la stagione 2026/2027 (circa il dieci per cento di tutti quelli in vendita) sorteggiati volta per volta tra chi si iscrive attraverso il sito del Comune o attraverso l’app del teatro. Vale ogni settore della sala (tranne per i posti in piedi) e può partecipare qualsiasi newyorkese che non abbia comprato un biglietto per il Met dal 2019 a oggi.

L’iniziativa del sindaco parte dalla convinzione che l’opera sia una delle più grandi forme d’arte e che proprio per questo non debba restare riservata soltanto a chi può permettersi di pagare un biglietto: nell’idea di Mamdani, ogni newyorkese dovrebbe potersi sedere su quelle poltrone a prescindere da quanto ci sia sul suo conto in banca. Il precedente che cita per dimostrare la bontà della sua tesi è quello Fiorello La Guardia, sindaco di New York dal 1934 al 1945, e che nel 1943 contribuì a fondare il New York City Center e farne il centro di quella che definiva «l’opera del popolo», un centro di arte e cultura in cui si poteva entrare pagando un biglietto che costava al massimo due dollari (il biglietto che costava di meno era invece quello da 75 centesimi).

Tornando al presente e a Opera for All: a distribuire i biglietti ci penserà il Comune, che promuove la lotteria attraverso i servizi sociali, le case popolari della NYCHA (New York City House Authority), le scuole pubbliche, le biblioteche di Brooklyn e Queens, la City University of New York, il Department for the Aging e il Situation Project (un’organizzazioe non profit che, tra le altre cose, fornisce agli studenti delle scuole pubbliche accesso gratuiti a eventi artistici e culturali), con altri canali in arrivo nei prossimi mesi. È la seconda mossa del genere dell’amministrazione: all’inizio dell’estate, con il Theater Development Fund, Mamdani aveva messo a disposizione degli studenti delle scuole superiori di New York migliaia di biglietti gratuiti o scontati per spettacoli di Broadway e off Broadway, oltre ad abbonamenti gratuiti a più di venti istituzioni culturali della città.

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domenica 4 ottobre 2026

El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo


          

Vaste distese di terra che di solito sono aride si sono ricoperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, dopo le forti piogge che hanno cambiato l’aspetto del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. È un fenomeno chiamato “deserto fiorito”: sotto il suolo dell’Atacama i semi e i bulbi di circa duecento specie diverse restano in letargo per lunghi periodi, in attesa delle condizioni giuste per germogliare, e le forti piogge causate da El Niño hanno permesso a molti di questi di semi di diventare fiori. In alcune zone sono caduti più di 180 millimetri di pioggia, una quantità che «non era mai stata registrata prima», ha detto all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama alla Corporazione Forestale Nazionale (Conaf) del Cile. L’acqua è penetrata nella sabbia più in profondità del solito e ha fatto comparire la vegetazione nella riserva naturale, che si trova a circa 800 chilometri a nord di Santiago. La Conaf prevede che lo spettacolo raggiungerà il suo apice a ottobre e stima che i fiori possano arrivare a coprire un’area vasta 15 ettari. Intanto, la zona si è già riempita di curiosi, giunti sul posto per fotografare uno degli eventi naturali più affascinanti del mondo.

Come scrive Euronews, alla base c’è El Niño, il fenomeno climatico ciclico caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, che può alterare i regimi dei venti e delle precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatenare eventi meteorologici estremi. L’episodio in corso potrebbe essere il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, cioè da quarant’anni, e lunedì (21 settembre) ha superato la temperatura media più alta mai registrata durante un El Niño, diversi mesi prima del picco (previsto intorno a novembre). Il caldo è talmente superiore a quello degli episodi precedenti che gli scienziati lo hanno ribattezzato con il sensazionalistico nomignolo Godzilla, a indicare la portata potenzialmente catastrofica di questo evento. Gli El Niño sono fenomeni naturali, ma il riscaldamento globale ne sta aumentando la portata e l’intensità. In Cile lo stesso meccanismo che ha fatto fiorire l’Atacama ha già fatto enormi danni: le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4 mila case.

Il conto più grande arriverà entro i prossimi sei mesi. Come scrive il Guardian, secondo le stime dei climatologi, entro febbraio più di 450 mila persone potrebbero morire per il caldo portato dal Super El Niño, e il bilancio si somma alle morti in eccesso già causate dalle ondate di caldo degli scorsi mesi. I Paesi più colpiti nei prossimi sei mesi saranno quelli tropicali, su tutti Nigeria, Indonesia, Sudan, India e Brasile, con il Sahel e il Sud est asiatico tra le regioni che pagheranno il conto più pesante. Gli Stati Uniti figurano tra i primi venti Paesi di questa inquietante classifica, con una previsione di tremilacinquecento decessi in più dovuti a eventi climatici estremi. Altri morti sono attesi per le siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che El Niño porta con sé, direttamente e indirettamente. Le proiezioni sono state calcolate su base regionale proprio per individuare le zone in cui è più urgente intervenire, costruendo nuovi centri di refrigerazione in cui ripararsi, dare più personale agli ospedali nei periodi più caldi e fornire maggiori protezioni a chi lavora all’aperto. I ricercatori chiamano lo scenario che questo Super El Niño sta portando una “cartolina dal futuro”, perché porta le temperature al livello che, secondo le previsioni, la crisi climatica ci faarà raggiungere tra vent’anni.

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lunedì 28 settembre 2026

Sally Rooney è riuscita a far cancellare la costruzione di un data center in Irlanda

 

 

Una buona notizia, per una volta: è stato revocato il permesso di costruzione a un data center nell’ovest dell’Irlanda perché viola la politica climatica nazionale irlandese. L’impianto, che aveva ottenuto il permesso di costruzione l’anno scorso nonostante l’opposizione dei residenti locali, doveva essere realizzato a Killala, nella contea di Mayo, da Mayo Data Hub Ltd, parte della società statunitense Avaio Digital. A rendere questa storia ancora più gratificante è il coinvolgimento di Sally Rooney: la scrittrice originaria proprio della contea di Mayo aveva presentato un’obiezione al progetto del data center già a gennaio, scrivendo al Mayo County Council che il permesso per l’impianto avrebbe aumentato le emissioni di carbonio e creato il rischio di blackout, e che «il cambiamento climatico rappresenta una minaccia immediata e senza precedenti per il nostro modo di vivere qui nel Mayo e per il futuro della vita umana in tutto il mondo».

Nel novembre 2024, Rooney aveva pubblicato sull’Irish Times un appello diventato virale in cui presentava la questione senza mezzi termini e già nella prima riga dell’articolo: «Se i combustibili fossili continuano a bruciare ai ritmi attuali, siamo destinati a un collasso apocalittico della civiltà». Come ha sottolineato Literary Hub riportando la notizia, i data center rappresentano oggi in Irlanda quasi un quarto dell’elettricità consumata nel paese, contro appena il 5% del 2015, e l’attuale governo irlandese sta spingendo in modo molto aggressivo un’immagine dell’Irlanda come “la Silicon Valley d’Europa”.

Ancora una volta Sally Rooney ci ha ricordato che la capacità di scrivere romanzi amatissimi e di successo come Intermezzo, Dove sei, mondo bello?, Persone normali e Parlarne tra amici non è la sua unica qualità. La scrittrice ha sempre dedicato moltissime energie alla politica e questo suo schierarsi apertamente contro i data center è solo la più recente manifestazione di un attivismo che porta avanti da molti anni. Già da prima del 2023, infatti, Rooney si era affermata come una delle voci più autorevoli del mondo letterario a favore dei diritti dei palestinesi. Dopo l’inizio del genocidio ha condiviso il suo sostegno a Palestine Action in tanti modi (tra cui la donazione dei proventi degli adattamenti Bbc dei suoi romanzi) arrivando a rischiare anche l’arresto, visto che nel Regno Unito il gruppo è stato dichiarato organizzazione terroristica.

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lunedì 20 novembre 2023

Perché ci siamo rassegnati alla scomparsa delle edicole? - Michele Lupi

 

Ne sono rimaste poche e quelle ancora in attività faticano a trovare la propria identità nello spazio che occupano. Garantirne l’esistenza significa ripensare il mercato editoriale e ragionare in termini di prossimità, attribuendo una rinnovata rilevanza ai quartieri.


Mi sono sempre chiesto perché, in tutti questi anni, ci siano state così poche idee indirizzate a rivoluzionare o almeno a dare un futuro a quei chioschi (roventi d’estate, gelidi d’inverno) chiamati edicole. Quando facevo il direttore di riviste, un tentativo di pensare a cosa sarebbero diventate le edicole, una volta che la crisi della carta stampata avrebbe strangolato la distribuzione dei giornali, l’avevo innescato. Ricordo ancora un editoriale d’apertura di Rolling Stone Italia, scritto forse nel 2011, in cui segnalavo il progetto di una società svedese che proponeva di trasformare le edicole degli aeroporti in distributori automatici on demand, in grado cioè di stampare sul momento il giornale scelto dal cliente: niente più catena distributiva, ma un semplice invio di file digitali da parte dell’editore a un sistema automatizzato che avrebbe “sputato” la copia stampata, al momento e nelle mani del lettore. Niente più tirature, niente più distribuzione.

Quell’editoriale ricordo che provocò la reazione del rappresentante italiano degli edicolanti, che mi scrisse una lettera di fuoco (ma devo dire anche cordiale) per accusarmi di essere un sabotatore degli edicolanti: in pratica stavo – seppur involontariamente – alimentando con idee nuove la crisi di un mestiere antico. È sempre così: la tecnologia semina il panico, e viene accusata di mangiarsi i posti di lavoro – basta guardare cosa sta accadendo oggi con le polemiche su ChatGPT e sull’Intelligenza Artificiale. Il problema, però, non è la tecnologia in sé, ma l’evoluzione della società e dei costumi, che chi si occupa di tecnologia cerca di cavalcare e alla quale vuole anche dare risposte.

Allora ne nacque un acceso scambio epistolare, dove la controparte “edicolanti” muoveva critiche legittime: «Voi giornalisti, ma soprattutto i vostri editori, non venite mai a parlare con noi, che rappresentiamo la parte finale della vostra filiera e siamo gli unici davvero a contatto con i vostri lettori: conosciamo tutti i loro gusti, conosciamo le lamentele, sappiamo cosa vogliono. Eppure, con noi, nessuno parla». Avevano ragione. Come sono andate le cose lo sappiamo: i grandi editori hanno fatto un’immensa fatica a capire e ad adattarsi ai cambiamenti, il modello di business tradizionale non ha retto e ora – nel mondo della carta stampata – quelli che erano i titoli più autorevoli faticano molto e le uniche cose davvero interessanti e vivaci – perché fatte con passione e cuore – sono i prodotti della stampa indipendente.

Se guardiamo agli Stati Uniti, il mercato delle riviste di carta è florido per quelle indipendenti (che hanno strutture leggere, nate oggi) e drammatico per gli editori tradizionali, i vecchi dinosauri. Il problema distributivo resta: se la stampa indipendente vive di un circuito proprio – che non sfrutta il sistema delle edicole – tutto il resto della stampa tradizionale boccheggia da anni. L’emorragia di edicole sul territorio italiano è evidente: a leggere i dati, si apprende che il 25 per cento dei Comuni italiani non ha più un’edicola in attività. Oltre a questo, un altro 30 per cento (l’equivalente di circa 2500 Comuni) possiede una sola edicola aperta.

In base alla ricerca condotta dal Sindacato Nazionale Autonomi Giornalai, aderente alla Confcommercio, in Italia a oggi ci sono poco meno di dodici mila edicole in attività (il numero esatto – al momento della ricerca – dice che erano 11.904), con ben 844 punti vendita chiusi nel 2021. Solo a Roma, sono ben 54 le edicole che hanno cessato l’attività nello stesso anno, ma il numero sale a 77 se si considera l’intera provincia. Un dato interessante è questo: circa il 40 per cento delle edicole sono imprese femminili. Per fortuna non ci sono solo chiusure: tra subentri e nuove imprese, il numero delle aperture è di circa 500: più di un quarto di queste, hanno come titolare un under 40.


E qui arriviamo alla mia esperienza personale: nonostante siamo ben oltre i quaranta anni di età, con quattro amici (Martina, Alioscia, Paolo e Alessandro) ho deciso di comprare un’edicola. Non è proprio un acquisto: tecnicamente si tratta di rilevare una licenza da edicolante, perché il suolo sul quale poggia l’edicola non si può comprare, essendo del Comune di Milano, che lo dà in concessione. Il tema è simile a quello delle spiagge – con tutti i problemi e le polemiche legate alla direttiva Bolkestein relativa ai servizi nel mercato europeo – ma in sostanza la cosa più importante è che un’edicola non può cambiare destinazione d’uso, e quindi deve continuare con la sua attività di vendita giornali e non può essere trasformata in qualche cosa d’altro, tipo baretto, chiringuito o altro. Ampliando la licenza si possono vendere anche altri beni di consumo, ma non si può fare mescita: per intendersi, si può vendere un succo di frutta chiuso, sigillato, ma non lo si può servire in un bicchiere. Per capirci, non si può fare concorrenza ai bar.

Quando abbiamo visto che l’edicola del nostro quartiere (a Milano, Lambrate, in via Conte Rosso) aveva definitivamente tirato giù le saracinesche cessando l’attività, abbiamo deciso di intervenire rilevandola. Quindi non per trasformare il chiosco in un negozietto di souvenir o in un chiringuito, ma semplicemente per cercare di salvare e ridare slancio al ruolo sociale dell’edicola all’interno della nostra comunità: per immaginare sul campo, soprattutto, cosa possono diventare le edicole oggi. Ci siamo subito infatti accorti di quanto l’edicola di via Conte Rosso mancasse a tanti residenti: agli anziani – che, non utilizzando i supporti digitali, con la chiusura non potevano più leggere un quotidiano – ma anche ai bambini, che in quell’edicola compravano riviste per l’infanzia, i libri e qualche giocattolo. Da sempre le edicole hanno un ruolo importante come punto d’incontro dei quartieri, ma anche come punto d’ascolto. Noi siamo infatti partiti dal concetto di lettura, non solo della carta stampata, ma anche del territorio. L’edicola della quale oggi siamo proprietari è una bella struttura longilinea, adagiata sulle mattonelle rosa che delimitano l’angolo tra viale delle Rimembranze di Lambrate e via Conte Rosso. Quando abbiamo notato il cartello «Vendesi», era da tempo che stavamo cercando un progetto da sviluppare insieme, qualcosa che ci permettesse di essere utili al quartiere, e che potesse darci la possibilità anche di divertirci.

Nelle prime riunioni, a casa di Alioscia, frontman dei Casino Royale e gestore di Elita Bar in zona Navigli, eravamo davvero a zero: abbiamo cercato di capire quale potesse essere la via giusta, trovando un equilibrio tra l’attività di vendita di riviste e giornali e un’attività culturale di più ampio respiro. Abbiamo studiato, incontrato i responsabili del Comune di Milano che ci hanno spiegato. Il nostro obiettivo era, soprattutto, l’evitare che quel chiosco diventasse «un residuato del passato, come una sorta di cabina telefonica nell’epoca dei cellulari» (la frase è di Andrea Innocenti, del Sindacato dei Giornalai). Adesso non ci resta che partire.

https://www.rivistastudio.com/edicole-crisi/