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lunedì 1 giugno 2026

Il calice dell’occupazione. L’industria dei vini nei territori dei coloni israeliani - Marta Vidal

 

La viticoltura in Cisgiordania e sulle alture del Golan genera profitti e toglie terre ai coltivatori palestinesi. I vini dell’occupazione sono venduti anche in Europa

 

Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci. Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto. «Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –. Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più terra».

Lungo le colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso, riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti uccidendo un padre e suo figlio.

 

L’inchiesta in breve

·         In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato

·         Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale. Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua alle coltivazioni dei coloni

·         Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari. Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala un aumento delle espropriazioni di terreni 

·         I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea, principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro. Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh «è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete»

·         Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei

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Terra occupata, risorse sottratte ai palestinesi 

Negli ultimi due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle loro terre.

Il complesso di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre. Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei coloni nei terreni agricoli circostanti.

In primo luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.

A Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo israeliano.

C’è stata una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».

Durante la seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima, durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti, la maggior parte dei quali erano agricoltori.

 

Il peso del settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione

In tutta la Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti vigneti.

La regione di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni confiscati ai palestinesi.

L’Amministrazione civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.

Oltre all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole. 

I dati del ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel 1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz, viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.

In Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto più difficile. Le regioni vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania, Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati della Cisgiordania.

Dror Etkes, ricercatore israeliano che da oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa 1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo e ripiantate con viti.

La cantina Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel 2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno». Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà viene esportata.

Un centro visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia, ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.

 

Trarre profitto dalle terre occupate illegalmente

Oggi esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45 milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande, assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.

È difficile determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati. Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con varie strategie.

Nel 2011 il centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne l’origine.

Nel luglio 2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig) ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali. Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.

La guerra contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio – e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di 600mila euro.

«Le esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».

L’Ue, il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel 2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito dell’accordo commerciale Ue-Israele.

Questo approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019, stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono essere commercializzati come “Made in Israel”.

 

Il ruolo del boicottaggio commerciale in Sudafrica nella fine dell’apartheid

 

Per molti esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson, professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –. Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a salvare le apparenze».

Data l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.

Eppure Israele continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale. «Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo palestinese».

Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il commercio e l’agricoltura.

Le bottiglie della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel” riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento preferenziale.

L’Ue e le autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non hanno risposto alle richieste di commento.

Un rapporto pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la perdita delle esenzioni doganali.

Nel settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.

La proposta, ad oggi, non è mai andata avanti.

 

Tra politica, messianesimo e business

L’importanza dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico. Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione di Israele a concorsi enologici internazionali.

In un episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.

«Se hai l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina. Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terreno confiscato al villaggio palestinese di As-Sawiya.

Nell’ottobre 2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le donne e i bambini palestinesi».

Nonostante si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus, e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre palestinesi.

In un articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.

Contattato per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».

In risposta a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot, Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della destra radicale israeliana.

 

Il vino israeliano: una storia coloniale

Le radici coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità economiche per i coloni ebrei.

I ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati esteri.

«Israele non era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino, spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come “l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».

Il vino ha svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana: vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.

 

Una storia secolare

I viticoltori coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche. Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno divino.

La produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra l’esilio e il ritorno sionista».

Gli agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve bibliche di Israele».

Mentre i vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo, a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».

Le difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –. Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».

Nonostante queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –. Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli da noi».

da qui

mercoledì 4 marzo 2026

Palermo ha scelto il turismo di massa - Pierluigi Bizzini


Nel capoluogo siciliano, la politica spinge il settore e compie scelte sorde alle esigenze degli abitanti, mettendo così a rischio conquiste sociali e comunitarie dal basso

Vista dall’alto, via Maqueda scorre lineare lungo il centro storico di Palermo come un canale artificiale per circa un chilometro e mezzo. In una giornata estiva, partendo dall’ingresso monumentale che si affaccia su corso Tukory, a pochi passi dalla stazione centrale, la strada ribolle dell’irrequietezza che si riversa dal limitrofo mercato di Ballarò. Gorghi di voci da ogni dove — Sri Lanka, Capo Verde, Gambia, Tunisia — accompagnano lo sfrecciare dei motorini elettrici guidati da giovanissimi.

A pochi passi dal cinema Orfeo, l’ultimo cinema a luci rosse della città, un gruppo di bambini tamil gioca a pallone. Proseguendo, ci si affaccia sulla cinquecentesca Fontana Pretoria e il Palazzo delle Aquile, sede del Comune. L’aria è pregna delle zaffate di orina dei cavalli parcheggiati a bordo strada e agghindati con cappellini e ninnoli, in attesa di spingere a trotto la carrozza per i turisti lungo la città.

Infine, i Quattro Canti, ovvero l’incrocio tra via Vittorio Emanuele, che dalle montagne scende a mare, e via Maqueda: centro vorticoso della città dove i più si fermano a fotografare le allegorie monumentali delle quattro stagioni.

E più in là ancora, la strada prosegue fino al Teatro Massimo, dove la carreggiata si restringe sempre più, e una strabordante distesa di corpi, perlopiù turisti, faticano a camminare tra tavoli, gazebi, chioschetti, gli inviti insistenti dei buttadentro. Una volta arrivati a piazza Verdi, pare di riprendere il fiato dopo aver passato svariati minuti in apnea.

Un murale con la frase Tourism kills the city (“Il turismo uccide la città”) lungo il Foro Italico © Bruna Casas

Carretto per turisti in Via Roma. L’utilizzo delle carrozze per turisti è fonte di polemiche in città per via delle condizioni di sfruttamento dei cavalli che operano in condizioni estreme, specie in estate con le alte temperature © Bruna Casas

Prima del 2015, una passeggiata del genere sarebbe stata pressoché impossibile, in quanto il centro storico era in ostaggio del traffico automobilistico. Il 3 luglio del 2016, a Bonn, il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco ha dichiarato l’itinerario arabo normanno “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Una superficie di ben 6.235 ettari, dove già nel 2013 era stato previsto, in merito al Piano di gestione per la candidatura presentata dall’allora amministrazione di Leoluca Orlando, il raddoppio delle aree pedonali nel centro cittadino.

Una rivoluzione per una città il cui centro storico è sempre stato un’anomalia rispetto ad altre città italiane: lungamente abitato dalle comunità più povere sin dal secondo dopoguerra, protagonista di battaglie politiche e di speculazioni che ne hanno cambiato le funzioni e la fisionomia.    

In breve

·         Nel 2024, per la festa della città, uno striscione spicca in centro a Palermo: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?», dice, riferendosi alla patrona del capoluogo siciliano

·         Otto anni prima, l’itinerario arabo normanno, in centro città, era diventato Patrimonio mondiale dell’umanità Unesco e, da allora, i turisti sono fortemente cresciuti: da 560mila arrivi del 2016 a 860mila nel 2024

·         Gli affitti brevi sono aumentati in molti quartieri, garantendo un reddito aggiuntivo ad alcuni abitanti e spingendone molti di più fuori dal centro, per i prezzi in salita degli affitti a lungo termine

·         Intanto, le scelte politiche del Comune mettono a rischio le conquiste sociali dal basso, che hanno sempre caratterizzato il centro della città, storicamente abitato dalle comunità più povere di Palermo 

·         È il caso dell’ex convento di San Basilio, occupato per fini sociali, e del mercato dell’usato dell’Albergheria. Entrambi potrebbero sparire, a causa di politiche di “rigenerazione urbana” pensate più per i turisti che per gli abitanti

·         Ma gli effetti del turismo si ripercuotono anche nelle aree rurali fuori Palermo. A Borgo Parrini, la cooperativa sociale Noe, che da decenni promuove progetti agricoli ed educativi, rischia la chiusura a causa di un parcheggio per bus turistici

Palermo si è aperta dunque al mondo come una rinnovata capitale del Mediterraneo ma, in poco tempo, un modello, che avrebbe dovuto restituire dignità alla città e ai suoi abitanti, ha invece innescato nuove conflittualità e pressioni sociali.

Dopo che nel 2022 Orlando ha concluso i suoi due ultimi mandati da sindaco sostenuto da partiti e movimenti di centro-sinistra ed è stato sostituito da Roberto Lagalla del centro-destra, oggi, ad agire sulla città è il turismo di massa.

«Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?»

Il 14 luglio del 2024, durante la sfilata verso il mare del carro di Santa Rosalia, la patrona di Palermo che nel 1625 salvò la città dalla peste, tra due palazzi di via Vittorio Emanuele svettava uno striscione che recitava: «La turistificazione è la nuova peste. Santa Rosalia, dov’è finita casa mia?». 

A reclamare l’azione è stata l’Assemblea permanente resistenza over tourism (Apro), di cui il ricercatore indipendente Federico Prestileo è un attivista.

Nato e cresciuto a Palermo, Prestileo vive con la compagna alla Kalsa, quartiere alle prese con un incontrollato aumento repentino di locali e ristoranti. «Stiamo cercando una nuova sistemazione fuori dal centro storico perché la vita nel quartiere è diventata insostenibile. Sotto casa si è aperto l’ennesimo locale. Se apro le finestre mi ritrovo la gente a casa».

Questa è una delle due storie dedicate a due comunità mediterranee che stanno affrontando il fenomeno dell’overtourism, realizzate nell’ambito del progetto collaborativo Senza Segnale, che coinvolge giornalisti di Malta e Italia. Il capitolo maltese, curato da Amphora Media e scritto in collaborazione con il media maltese Newsbook, si concentra sulla città di Swieqi, un centro suburbano che ha poco da offrire ai turisti ma che è comunque profondamente segnato dall’impatto del turismo.

Prestileo racconta che i primi incontri pubblici di Apro si sono tenuti ad inizio 2020 e hanno avuto «un riscontro enorme», sintomo che la frustrazione nei confronti della turistificazione in città fosse già ampia.

«Durante le assemblee cominciamo a capire che la questione del turismo si lega inestricabilmente alla questione della casa e dei servizi», spiega. «L’inserimento sempre più massivo di popolazioni temporanee modifica il mercato degli alloggi e dei servizi, orientandosi a fasce sempre più alte. Viene incoraggiato così il turismo di qualità: ma cos’è il turismo di qualità se non una barriera economica all’accesso?», si chiede. Un primo segnale d’allarme è stato il rincaro degli affitti nel centro storico.

I cittadini puntano il dito contro la diffusione sempre più capillare degli alloggi brevi per turisti: minore possibilità di scelta associata a un’impennata dei costi d’affitto. I dati Idealista confermano che nel gennaio 2020 il costo di affitto a metro quadro dei vani nel centro storico si aggirava intorno agli 8,2 euro mentre nel dicembre del 2025 va sui 12,1 euro, un rincaro del 47,6 per cento.

Un aumento insostenibile in una città dove quasi un terzo dei contribuenti palermitani ha un reddito lordo inferiore a diecimila euro. Il centro storico si fa più inaccessibile e sposta il mercato degli affitti più in periferia, dove il sistema di servizi e trasporti è meno efficiente.

La città che cambia

In questi ultimi anni, il mercato degli affitti brevi a uso turistico è diventato parte strutturale dell’economia urbana di Palermo. Analizzando i dati di Inside Airbnb, emerge come tra 2020 e 2025 le inserzioni su Airbnb per Palermo sono cresciute da 5.700 a circa settemila. Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di interi appartamenti, segnale di una progressiva sottrazione di abitazioni al mercato residenziale tradizionale. 

I quartieri della prima circoscrizione mantengono una posizione dominante, concentrando circa il 45 per cento dell’offerta sia nel 2020 che nel 2025. Accanto a questa stabilità, però, si registrano aree della città che, nel giro di pochi anni, raddoppiano la propria presenza sul mercato turistico.

È il caso dei quartieri Cuba-Calatafimi e Zisa, dove zone come Danisinni e l’area dei Cantieri Culturali emergono come nuovi poli di attrazione per turisti e smart worker. Cresce anche Settecannoli, spinta dalle aspettative legate ai progetti di trasformazione del futuro waterfront, che incentivano gli investimenti immobiliari anticipandone la riqualificazione.

Uno sguardo va poi al quartiere Arenella-Vergine Maria, che durante la pandemia beneficia di politiche di valorizzazione del patrimonio edilizio e di una posizione strategica, sospesa tra il centro storico e la baia di Mondello, diventando una delle zone più ricercate sul mercato turistico.

Accanto alla diffusione territoriale degli annunci, un ulteriore elemento di trasformazione riguarda la crescita delle imprese specializzate nella gestione degli affitti brevi.

Fino al 2020, Wonderful Italy — la più grande azienda per la gestione di affitti brevi in Italia — era l’unica realtà presente a Palermo con oltre cento alloggi gestiti; nel 2025 le sue unità superano le duecento e il mercato si popola di nuovi operatori. Tra questi, GuestHost, secondo con circa cento inserzioni a giugno 2025.

«Il valore medio annuo lordo generato da un alloggio turistico si aggira intorno ai 18mila euro», spiega Maurizio Giambalvo, direttore Social Impact e Special Projects di Wonderful Italy. «A quella cifra, vanno sottratti i costi di gestione, manutenzione, utenze e periodi di vuoto. Per questa ragione, in molti casi, l’affitto breve costituisce una forma di integrazione del reddito familiare piuttosto che una rendita speculativa». 

Sebbene la stragrande maggioranza degli annunci non sia gestita da aziende professionali, i margini di guadagno per tali aziende sono comunque consistenti.

Nel 2023, Wonderful Sicily (controllata locale di Wonderful Italy) ha fatturato circa 620mila euro, nel 2024 i ricavi sono saliti invece del 33 per cento con un fatturato di circa 830mila euro e un utile di poco sopra i 210mila euro.

La ridistribuzione economica legata alla «febbre» del turismo allarga dunque le distanze tra cittadini, tra chi è proprietario di immobili e tenta di capitalizzarne i frutti con gli affitti brevi e chi invece si ritrova costretto ad annaspare tra affitti sempre più cari, trovando soluzioni fuori dal centro...

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venerdì 15 dicembre 2023

Boom di resort in Libia, anche con soldi delle milizie - Giovanni Corzani

 

A est di Tripoli, le stesse coste da cui partono i migranti sono diventate negli ultimi anni anche una meta turistica. Il caso del Royal Dyar resort, gestito da uomini legati al capo milizia Bashir Khalaf Allah, detto Al-Baqara

La bianca e lussuosa terrazza del bar si affaccia su una piscina vista mare. Di fronte, una spiaggia di sabbia e il Mediterraneo; alle spalle, una lunga serie di edifici residenziali bianchi. Il Royal Dyar resort hotel si trova in Libia, a est della capitale Tripoli. Dall’alto, appare come una fila di quadretti bianchi punteggiati di verde, parallela alla quale ne corrono altre, identiche. Sono altre strutture turistiche. Le stesse coste da cui partono i migranti sperando di attraversare vivi il Mediterraneo sono diventate negli ultimi anni anche una meta di villeggiatura, come testimoniano le immagini satellitari degli ultimi nove anni, elaborate da PlaceMarks per IrpiMedia. Dal 2014 ad oggi, nel tratto di terra che si estende tra Tajoura e Garabulli, nell’arco di soli sette chilometri sono state costruite oltre 60 strutture, tra resort, alberghi e complessi turistici.

 

Di chi sono i soldi investiti per la costa dei resort della Libia? Almeno in un caso, sono i proventi delle scorribande di una milizia. Tre fonti libiche, infatti, confermano che il Royal Dyar resort hotel è gestito da uomini che rispondono a Bashir Khalaf Allah, uno dei signori di Tajoura, un miliziano che da anni si contende il predominio del territorio con altri clan rivali e che gestirebbe anche un centro di detenzione per migranti. Khalaf Allah è originario della città di Misurata ed è noto anche con il soprannome di “Al-Baqara” (la mucca, in italiano). È il leader di una milizia che porta il suo soprannome, anche nota come 33esima Brigata, oppure come Rahbat al-Duru, dal nome di una base militare di Tajoura, secondo quanto riporta uno studio del febbraio 2022 della Divisione dell’informazione, della documentazione e della ricerca (Didr) dell’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi. La brigata è alleata al Governo di unità nazionale guidato dal premier riconosciuto dalle Nazioni Unite Abdul Hamid Debaiba, nonostante negli anni sia stata anche in contrasto con il governo tripolino in carica. «Da queste parti è un fatto noto» che il Royal Dyar sia suo, spiega Jalel Harchaoui, un ricercatore specializzato in Nord Africa, con un focus specifico sulla Libia.

Non esistendo un registro imprese online non è possibile verificare chi sia il titolare effettivo dell’impresa. Le fonti di IrpiMedia convergono però sul fatto che il resort sia intestato a Mahmoud Elmasharta, un uomo d’affari originario di Suq al-Jumaa, un distretto dell’area metropolitana di Tripoli, anch’essa a est dalla capitale. Elmasharta, in origine, era vicino alle temute Forze speciali del ministero dell’interno libico RADA, cui forniva servizi strategici di viaggio, ma, a seguito di una rottura dei rapporti con il dicastero, è stato arrestato per alcuni mesi. Quindi, una volta rilasciato, si è alleato con i rivali delle Forze speciali, tra cui Khalaf Allah. IrpiMedia ha cercato di raggiungere via email e social network la brigata di Al-Baqara ma non è stato possibile entrare in contatto.

L’ascesa di “Al-Baqara”, la mucca

Khalaf Allah è divenuto noto dopo la prima guerra civile libica del 2011, cominciata in seguito alla caduta di Gheddafi. Era tra coloro che combattevano per il controllo della capitale Tripoli. Al tempo non era ancora un leader, ma uno dei giovani il cui ruolo era dirigere operazioni specifiche come il comando di un gruppo armato per partecipare a conflitti, assalti o rapimenti.

Negli anni seguenti, Al-Baqara è emerso come uno dei capi di milizia più importanti che hanno lavorato con il Gna, il Government of National Accord, il governo provvisorio libico di Fayez al Sarraj che si è formato nel 2015 e che, prima di sciogliersi nel 2021, ha firmato nel 2017 il Memorandum of Understanding con l’Italia per la gestione dei flussi migratori dalla Libia e il rafforzamento della Guardia costiera libica.

Khalaf Allah è considerato vicino al mondo politico islamista, in particolare al Gran Mufti Sadiq al-Ghariani, che risiede proprio nella regione di Tajoura. Nel 2017, a seguito di una crisi diplomatica tra Qatar, da un lato, e, dall’altro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrain, questi ultimi Stati hanno stilato una lista di persone e istituzioni che hanno finanziato organizzazioni terroristiche e ricevuto sostegno proprio dal Qatar. Tra i nomi, appare anche quello di Sadiq al-Ghariani, a causa delle sue attività in Libia che avrebbero comportato la diffusione di propaganda islamista radicale e incitato alla violenza. Secondo il Libya Herald, un quotidiano in lingua inglese con sede a Tripoli, al-Ghariani sarebbe coinvolto nell’operato di numerose organizzazioni qatariote e avrebbe anche un permesso di soggiorno del Qatar.

Mentre Khalaf Allah si afferma come leader e tesse le sue relazioni, la Libia vive anni decisamente complicati, durante i quali però si creano le condizioni per la crescita del settore turistico cui anche lo stesso Al-Baqara ha preso parte. Il boom di investimenti sulla costa fuori Tripoli è iniziato nel 2014, in concomitanza con la seconda guerra civile libica, che ha visto contrapporsi il governo internazionalmente riconosciuto della capitale Tripoli a quello della città orientale di Tobruk, sostenuto militarmente dal generale Khalifa Haftar.

Il conflitto, che è proseguito fino al 2020, ha fortemente limitato e a volte bloccato gli spostamenti dei cittadini libici, anche nei Paesi vicini come Tunisia o Egitto. Quest’ultimo, in particolare, per l’ingresso dalla Libia, ha introdotto dei visti molto difficili da ottenere. Per le classi particolarmente abbienti, quindi, è diventato complicato anche andare in vacanza e così alcuni imprenditori locali hanno avuto l’idea di costruire un primo resort ad est di Tripoli. La risposta è stata positiva, le richieste elevate e così altri businessmen e alcuni uomini delle milizie hanno iniziato a investire nell’offerta turistica locale, utilizzando in nero anche i fondi fatti durante la guerra…

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lunedì 4 dicembre 2023

Cocaina dappertutto. L’espansione della produzione fuori dalle Ande


Jonny Wrate,David Espino,Jody García,Angélica Medinilla, Enrique García, Víctor Méndez, Arthur Debruyne, Yelle Tieleman, Brecht Castel, Juanita Vélez

 

Con la fine del controllo esercitato da FARC e paramilitari, la produzione della cocaina arriva fino in America Centrale. E anche l’Europa si riempie di laboratori di raffinazione della polvere bianca

Lo scorso febbraio, la polizia colombiana intercetta la sorprendente telefonata di un narcotrafficante di Bogotà con un cliente messicano. Il colombiano, infatti, invece di parlare come al solito dell’organizzazione di viaggi, porti e carichi di copertura, si vanta che «c’è un sacco di prodotto disponibile, già pronto a Denver, Miami o nei Caraibi». Solo dieci anni fa, una logistica del genere sarebbe stata impensabile. La cocaina, questo il prodotto di cui parla il narcos al telefono, avrebbe dovuto arrivare dalla Colombia, maggiore produttore mondiale, o dalle uniche altre regioni in cui è sempre cresciuta la foglia di coca, quelle andine fra Perù e Bolivia.

I tempi però sono cambiati. La cocaina, dice il trafficante al telefono, è stata infatti prodotta in Guatemala, un paese oltre duemila chilometri a nord della Colombia, fino a oggi sempre stato solo un punto di passaggio lungo le rotte per il Nord America. La coca piantata lì, invece, ha «dato buoni risultati» spiega l’uomo intercettato al suo socio. «Cento scatole di scarpe bianche di lusso», dice, riferendosi al nome in codice dei chili di cocaina, «e i “cuochi” sono pronti a iniziare a raffinarla in Guatemala e Messico».

Questa conversazione, recuperata nel leak della procura colombiana alla base del progetto #NarcoFiles, offre un esempio di un fenomeno importante, e ancora relativamente poco noto: la delocalizzazione della produzione di cocaina fuori dal suo alveo tradizionale, la regione andina del Sud America, verso i Paesi dell’America Centrale. 

L'inchiesta in breve

·         La coltivazione delle piante di coca si sta spostando dalle regioni tradizionali verso l’America Centrale, sostituendo sia le coltivazioni legali che quelle illegali di marijuana e oppio

·         Le informazioni raccolte dal team di #NarcoFiles mostrano che soprattutto Messico, Guatemala e Honduras sono i Paesi più colpiti da questo fenomeno

·         I narcotrafficanti colombiani stessi stanno spingendo per questa espansione, sia nelle Americhe che oltreoceano. In Europa infatti cominciano a comparire decine di laboratori per la raffinazione della cocaina, spesso gestiti da “cuochi” colombiani

·         Con il moltiplicarsi dei produttori e dei compratori, il mercato internazionale della cocaina si complica, con nuove rotte, nuove tecniche di trasporto e nuovi gruppi di criminalità organizzata che guadagnano potere e influenza

Di tentativi del genere, fatti da gruppi di trafficanti, si parla già da anni. Poter coltivare la coca più vicino ai luoghi dove si vende, infatti, ha grandi vantaggi economici e logistici, ma fino agli ultimi anni la delocalizzazione non aveva veramente preso piede. Oggi però il mercato è cambiato: dopo lo scioglimento, almeno formale, dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e l’accordo di pace del 2016 fra i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano, le decine di piccoli gruppi che producevano cocaina “sotto contratto” per una di queste due grandi organizzazioni sono diventati improvvisamente freelance. Questo significa non solo che sono liberi di vendere a chi vogliono, ma soprattutto che possono mettere in pratica tutte le idee a cui evidentemente pensavano da anni, e che però andavano contro il regime di “oligopolio” che ha dominato il narcotraffico colombiano per anni.

Proprio l’intercettazione in cui si parla di cocaina coltivata in Guatemala fa parte di un’indagine su una cellula criminale fuoriuscita dalle FARC.

Oltre alla coltivazione delle piante, anche la raffinazione della cocaina sembra spostarsi sempre di più fuori dalla Colombia. Addirittura oltreoceano, e specialmente in Europa, dove sono state trovate dozzine di laboratori.

NarcoFiles: il nuovo ordine criminale

NarcoFiles è la più vasta inchiesta giornalistica sul narcotraffico mai realizzata. Inizia con l’accesso a un leak di e-mail senza precedenti dall’Ufficio della Procura Generale della Colombia. I dati sono stati consegnati dagli hacker ai centri di giornalismo e media Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), Centro Latinoamericano de Investigación Periodística (CLIP), Vorágine e Cerosetenta / 070. All’inchiesta hanno lavorato più di 40 media e giornalisti di 23 Paesi in America Latina, Europa e Stati Uniti. A partire dagli indizi trovati all’interno del leak, e sviluppando i temi incrociando i dati con ricerche indipendenti, i giornalisti del consorzio hanno portato avanti decine di inchieste che rivelano i diversi modi in cui i gruppi di criminalità organizzata si evolvono, si espandono e sperimentano nel mondo di oggi, mietendo nuove vittime lungo il percorso

Per comprendere meglio questa evoluzione, i giornalisti del progetto #NarcoFiles hanno incrociato le informazioni provenienti dal leak con documenti giudiziari da diversi Paesi del Centro e Sud America, nonché con fonti anche interne al mondo dei trafficanti. Nonostante parte della produzione e della raffinazione si stia spostando fuori dalla Colombia, i narcos colombiani rimangono fondamentali per il traffico di cocaina, grazie alla loro expertise tecnica e chimica.

E più i laboratori si spostano oltreoceano, più cresce il ricorso a complesse tecniche di trasporto – come quella (già utilizzata in passato) di impregnare prodotti tessili con cocaina liquida da estrarre a fine trasporto – che rendono i carichi ancora più difficili da tracciare…

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venerdì 24 novembre 2023

Allevatori di sussidi: l’Abruzzo preda delle mafie - Giovanni Soini, Stefano Chianese, Filippo Zingone

 

Le organizzazioni criminali puntano all’accaparramento dei fondi Ue destinati all’agricoltura. Proviamo a fare luce sulle dinamiche predatorie e sui legami imprenditoriali della mafia dei pascoli

«C’è un assalto al territorio. Se non stai al gioco, ti fanno fuori da tutto». Sono le parole che un pastore, rimasto anonimo, riferisce a Lina Calandra, professoressa di geografia presso il Dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, nel corso di uno studio condotto sul campo tra il 2017 e il 2020. La ricerca era partita in modo semplice: insieme al gruppo di lavoro del Laboratorio Cartolab del Dipartimento di scienze umane, la professoressa e i suoi collaboratori hanno intervistato più di 1.000 persone, tra figure istituzionali, pastori e professionisti. La domanda dei ricercatori è semplice: «Come va sul territorio per chi vi opera e per chi lo vive quotidianamente?». Una domanda che ha scoperchiato un vaso di Pandora e che ha portato Lina Calandra e i suoi collaboratori a imbattersi in una situazione che fino a quel momento non immaginavano.

Da quello che gli intervistati raccontano, sembrerebbe che la gestione dei terreni da pascolo sull’Appennino abruzzese sia spesso direttamente legata a imprenditori provenienti da fuori regione, che si appropriano di terreni minacciando e intimidendo i pastori locali. Diversi intervistati hanno raccontato di mezzi agricoli bruciati, animali uccisi e abbandonati, ma anche di minacce personali. L’obiettivo però, non è fare estorsione, né l’appropriazione in sé dei terreni. Secondo le testimonianze di molti intervistati, sarebbe piuttosto l’appropriazione dei fondi europei previsti dalla Pac, il Piano agricolo comune, una politica agraria comune a tutti i Paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata con risorse del bilancio dell’Ue.

 

L'inchiesta in breve

·         In Abruzzo c’è una presenza criminale che punta all’accaparramento dei fondi europei destinati all’agricoltura. Una delle prime persone a denunciarlo pubblicamente è stata la professoressa Lina Calandra dell’Università dell’Aquila in una ricerca condotta tra il 2017 e il 2020

·         La professoressa ha parlato con diversi pastori che le hanno riferito di furti di bestiame, incendi e minacce. Questo la porta a individuare un sistema organizzato finalizzato all’accaparramento dei terreni e dei relativi sussidi europei che lega aziende del nord, sud e centro del Paese

·         Anche la consigliera De Felicis, del comune di Lucoli (Aq), ha notato delle irregolarità sul territorio riguardo la concessione dei terreni e l’uso improprio che di questi terreni viene fatto da imprenditori di fuori regione

·         Nel settembre del 2023 scatta l’operazione Transumanza. Condotta dalla Guardia di finanza di Pescara e diretta dalla DDA dell’Aquila, coinvolge 75 soggetti ed enti che avrebbero simulato il possesso dei requisiti necessari per ottenere la disponibilità di terreni e di corrispondenti titoli Pac, rilasciati gratuitamente dalla Riserva nazionale dei titoli ai nuovi giovani imprenditori agricoli

·         Già nel 2022 erano state emesse interdittive antimafia nei confronti di quattro aziende zootecniche abruzzesi, che avevano rivelato gli interessi di alcune consorterie criminali campane e pugliesi

·         Dall’analisi di IrpiMedia risulta, a partire dalle interdittive, l’esistenza di una struttura complessa e ramificata su scala nazionale che lega imprenditori attivi in diverse parti d’italia che, con diverse società, riescono ad aggiudicarsi l’uso di enormi quantità di terreni da pascolo tramite i quali incassare i fondi europei

Di truffe piccole e grandi sui fondi Pac ce ne sono state molte, nessuno però, in Abruzzo, immaginava che dietro queste truffe si nascondesse un sistema collaudato e organizzato.

«Diverse storie a livello giornalistico sono state scritte sulla situazione dei nostri pascoli, ma tutte con un taglio che minimizza il problema: qualche furbetto che intasca i fondi Pac» ma quello che lo studio in questione ha evidenziato «è un sistema organizzato a livello nazionale, altro che singoli furbetti», afferma la professoressa.

Dalla riforma della Pac del 2003 l’accesso ai sussidi ha sempre creato degli spazi grigi che lasciano la possibilità di appropriarsi in modo illecito degli aiuti europei al reparto agropastorale. Ma le interviste condotte tra il 2017 e il 2020 hanno rivelato un fenomeno ben più grave. «C’è mafia sul pascolo. I pascoli vengono presi da ditte prestanome, ma non puoi metterti di traverso perché ci passi i guai», afferma un intervistato. C’è mafia sul pascolo. Queste parole non potevano passare inosservate, soprattutto quando più di 200 intervistati fanno riferimento a un sistema mafioso e ad atti intimidatori e violenti. Ma in che senso «c’è la mafia»? Questa è la domanda alla quale la professoressa Calandra ha provato a dare risposta andando oltre il suo ruolo accademico…

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