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martedì 26 settembre 2023

Poste Italiane: La denuncia dell’ex postino Carmine Pascale - Natale Salvo

 

« Poste Italiane? Sfruttamento vergognoso e inaccettabile ». Lo dichiara Carmine Pascale, uno dei tanti postini, portalettere sfruttati e, in sostanza, ricattati, da Poste Italiane con contratti a tempo determinato. Contratti che si rinnovano di mese in mese ( ma al massimo per 12 mesi, poi basta! ) se … stai zitto e lavori. E così nascono anche gli « straordinari fantasma ».

E’ meglio però raccontare la storia di Carmine Pascale dalla fine.

L’ex postino chiude infatti il suo sfogo con un’importante considerazione: « il contratto a tempo determinato è l’elemento chiave della scena. Il ricatto sociale del lavoro precario schiaccia i diritti dei lavoratori ».

La storia.

La denuncia dell’ex postino: lavoro non pagato, consegne sotto la pioggia

Poste Italiane si è da tempo amazonizzata, ma non è una novità.

Consegna posta e pacchi fino a tardi. I contratti tra il gigante americano del commercio online e l’azienda italiana consentono probabilmente margini minimi e a farne le spese sono i lavoratori a cui sembra vengano di fatto richieste prestazioni di lavoro straordinario non pagato e, soprattutto, lavoro in precarie condizioni di sicurezza.

Carmine Pascale è stato un giovane portalettere di Pistoia. Un giovane come pochi: con una dignità e con un coraggio che lo hanno portato a denunciare, prima all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, e oggi pubblicamente alla stampa, l’illegittimo modo di operare di Poste Italiane.

Una battaglia, quella di Carmine Pascale, che, scrive in un comunicato, dovrà servire ad « incoraggiare le persone a tutelare i propri diritti » perché « nel mio ufficio non ero certo l’unico a lavorare oltre l’orario ordinario senza ricevere alcuna retribuzione ».

Carmine Pascale racconta la sua storia di portalettere, di postino: una storia fatta di avvertimenti ( « Non chiedete permessi, nemmeno per donare il sangue! » ) e di veri e propri soprusi ( « Le ferie non godute verranno pagate alla fine! I portalettere CTD (Contratti a Tempo Determinato) sono assunti proprio per far andare in ferie i fissi! » ).

L’essere assunti solo per sostituire il personale “di ruolo” assente per ferie o malattia, comporta « continui spostamenti dei portalettere da una zona di consegna all’altra e senza preavviso », racconta ancora.

« A prescindere dal turno lavorativo, ci viene richiesto di effettuare le consegne con qualsiasi condizione atmosferica, anche fitta pioggia ad esempio, in motorino! Ciò comporta l’esposizione a un rischio elevato, soprattutto nei mesi invernali », continua.

Poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso: « Non si rispetta mai l’orario di lavoro sotto pressione dei responsabili per consegnare quanta più posta possibile e solitamente si rientra in ufficio solo al completamento delle consegne affidate, lavorando due o tre ore non pagati ogni giorno. Lo straordinario, infatti, non è retribuito poiché non scatta in automatico bensì è a “discrezione” dei datori! Considerando lo straordinario “fantasma”, le 36 ore settimanali previste dal contratto superano in media le 48 ore! ».

Questa volta Poste Italiane è stata vinta, ma negli altri casi?

Questa volta Carmine Pascale ha agito: si è rivolto all’Ispettorato del Lavoro di Prato-Pistoia, che, nei due mesi di lavoro del giovane, ha accertato 77 ore di lavoro straordinario “fantasma”, non registrate sul libro unico del lavoro e non dichiarate all’INPS, e condannato Poste Italiane e versarle al lavoratore.

La condanna di Poste Italiane è giunta lo scorso 15 marzo.

 

Nella sua lettera aperta alla Direzione Nazionale di Poste Italiane Carmine Pascale chiede un cambio di rotta dell’azienda.

Ma in un’azienda “privata”, che opera sul “libero mercato” ciò non è consentito.

Serve la nazionalizzazione di Poste Italiane, come di tutte le aziende ( Alitalia, Tirrenia, Ferrovie dello Stato, Enel, Eni, etc ) privatizzate dalla follia liberista targata Destra ( da Partito Democratico fino a Fratelli d’Italia, attraverso le fila di Lega Nord, +Europa e Forza Italia ).

Serve, soprattutto, raggiungere la consapevolezza che questo sistema capitalista e liberista non rappresenta il “mondo migliore” possibile.

da qui

giovedì 26 novembre 2020

Esportare rifiuti conviene, ma a chi?

 

Tunisia: l’Italia coinvolta nello “scandalo dei rifiuti” - Piera Laurenza

 

Un’azienda di rifiuti italiana è coinvolta in uno scandalo che ha suscitato l’interesse dell’opinione pubblica tunisina, dopo che un’emittente televisiva privata ha denunciato un traffico di rifiuti, ritenuto illegale, pari a circa 120 tonnellate.

In particolare, nella sera del 2 novembre, il canale “El-Hiwar Ettounsi”, nel corso del programma televisivo “Le quattro verità”, ha rivelato l’esistenza di un contratto tra un’azienda tunisina ed una società italiana, che prevede il trasferimento di 120 tonnellate di rifiuti l’anno dall’Italia alla Tunisia, in cambio di circa 48 euro per ogni tonnellata importata. I rifiuti in questione sono di varia natura, ma includono altresì rifiuti ospedalieri, il che viola le norme vigenti in Tunisia, sia nazionali sia internazionali. È stato un sito di informazione tunisino a rivelare che la ditta italiana coinvolta potrebbe essere di origine campana. In particolare, si tratterebbe della SRA Campania, con sede a Napoli. La parte tunisina coinvolta, invece, a detta della fonte, potrebbe essere Soreplast.

A seguito del servizio dell’emittente tunisina, il Ministero degli Affari locali e dell’Ambiente ha annunciato di aver disposto l’apertura di un’inchiesta, volta ad indagare sul contratto stipulato tra la parte italiana e tunisina, autorizzando altresì una “missione di monitoraggio”. Stando a quanto riferito da fonti tunisine, dall’Italia sarebbero state esportate in Tunisia 70 container con circa 120 tonnellate di rifiuti, mentre più di altri 200 container sono stati depositati presso il porto di Sousse, in attesa di essere smistati. Il Ministero tunisino non ha smentito l’esistenza del contratto denunciato, ma ha riferito di non aver concesso nessun tipo di licenza o autorizzazione alla società tunisina coinvolta e che adotterà le misure necessarie per far fronte a tale tipo di traffico. Parallelamente, il direttore delle Dogane tunisine, Haytem Zaned, ha dichiarato che i 70 container sono stati sigillati ed è probabile che verranno rispediti in Italia, mentre gli altri 212 si trovano ancora a Sousse.

L’affare era stato scoperto nel mese di luglio scorso dalle autorità doganali tunisine. Tuttavia, è soltanto dopo il servizio del 2 novembre che il caso ha ottenuto l’attenzione della società e del governo tunisini. In Tunisia, le attività di raccolta, trasporto e gestione dei rifiuti sono regolate da una serie di convenzioni internazionali, firmate dal Paese nordafricano, oltre a misure nazionali. In particolare, gli imprenditori e le aziende interessate devono ottenere l’approvazione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti, sviluppare uno “studio di impatto ambientale” e presentarlo all’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPE). Tali agenzie, collegate al Ministero dell’Ambiente, sono responsabili dell’approvazione dei fascicoli presentati.

Per quanto riguarda gli accordi internazionali, la Tunisia ha firmato la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento, adottata a Basilea il 22 marzo 1989 e la Convenzione di Bamako sul divieto di importazione in Africa di rifiuti pericolosi e sul controllo dei movimenti transfrontalieri e la gestione dei rifiuti pericolosi nel continente. Infine, Tunisi ha anche firmato i codici europei dei rifiuti.

da qui

 

 

La "migrazione" dei rifiuti dall'Italia alla Tunisia - Ferruccio Bellicini

 

Si allarga a macchia d’olio l’indignazione per la notizia, svelata durante la serata del 2 novembre dal canale televisivo privato “El-Hiwar Ettounsi” nel corso del programma “Le quattro verità”, di tonnellate di rifiuti, forse anche ospedalieri, arrivati sulle sponde del Paese nord africano, con partenza dall’Italia.

Mentre continua il tira e molla, con contatti di livello pressoché giornalieri fra il governo italiano e le autorità tunisine (l’ultimo un colloquio telefonico fra il Presidente tunisino Kaïs Saïed e Giuseppe Conte), per trovare soluzioni che possano arginare le partenze clandestine di esseri umani verso l’Italia, si é chiuso un occhio, e forse tutti e due, per un fenomeno che, quasi certamente, si protrae da tempo: il trasporto di rifiuti italiani verso la Tunisia.

Sulla legalità di questo business se ne stanno occupando il governo e la magistratura tunisini. Saranno questi ultimi a determinare se il tutto si é svolto nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali relative alla circolazione di rifiuti, sia urbani che tossici.

Come ha scritto in un articolo apparso il 5 novembre il sito sicurezzainternazionale.luis “in Tunisia, le attività di raccolta, trasporto e gestione dei rifiuti sono regolate da una serie di convenzioni internazionali, firmate dal Paese nordafricano, oltre a misure nazionali. In particolare, gli imprenditori e le aziende interessate devono ottenere l’approvazione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti (ANGED), sviluppare uno “studio di impatto ambientale” e presentarlo all’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPE). Tali agenzie, collegate al Ministero dell’Ambiente, sono responsabili dell’approvazione dei fascicoli presentati. Per quanto riguarda gli accordi internazionali, la Tunisia ha firmato la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento, adottata il 22 marzo 1989 e la Convenzione di Bamako sul divieto di importazione in Africa di rifiuti pericolosi e sul controllo dei movimenti transfrontalieri e la gestione dei rifiuti pericolosi nel continente. Infine, Tunisi ha anche firmato i codici europei dei rifiuti”.

Dal momento in cui la notizia é diventata di dominio pubblico in novembre, pur essendo il fatto stato segnalato dalla dogana tunisina lo scorso luglio, a causa di una discordanza fra quanto dichiarato dall’importatore, materiale plastico riciclabile, e il reale contenuto dei containers, si sono susseguiti in ordine sparso ma incessante, interrogazioni parlamentari, dichiarazioni di politici, ambientalisti, giornalisti, magistrati, e chi più ne ha più ne metta. Senza parlare dei social nei quali, fra l’altro, sono filtrate valutazioni pesudo-sociologiche, scomodando il colonizzatore (l’Italia) che avrebbe invaso di rifiuti il colonizzato (la Tunisia) o di una Tunisia diventata “ il bidone della spazzatura dell’Italia”.

Sabato 7 novembre le organizzazioni della società civile di Sousse hanno indetto una marcia di protesta in città per denunciare lo scandalo sull'introduzione di rifiuti dall'Italia in Tunisia. Condannando questa situazione, che avrebbe “trasformato la Tunisia in una discarica dei Paesi europei”, i manifestanti hanno gridato forte che “la colpa é della politica dei vari governi che, impegnandosi con continui prestiti contratti all'estero, hanno affogato il Paese in un mare di debiti, costringendolo ad accettare ogni compromesso.”

Fermo restando il diritto alla libertà di pensiero e parola rimangono i fatti: un affare privato, fra una società italiana ed una tunisina, del quale pero’ devono essere definiti i contorni per valutarne la legalità operativa. Le due società coinvolte sarebbero una italiana con sede a Napoli e una tunisina con sede a Sousse (Tunisia centro). Alcuni organi di stampa ne hanno anticipato i nomi, ma per ora si tratta di illazioni, non essendoci conferme ufficiali. Da alcune indiscrezioni si é saputo che la  società privata tunisina avrebbe chiuso i battenti nel 2012 per riprendere i suoi servizi solo di recente.

Secondo il portavoce del tribunale di primo grado di Sousse, a tal fine è stata aperta un'indagine giudiziaria. Parlando all’antenna radio Mosaic FM, ha detto che “questa indagine è stata aperta in seguito alla raccolta di alcuni dati: sono recentemente arrivati ​​in Tunisia 70 container di rifiuti dall'Italia, che ne trasportano 120 tonnellate. Più altri 200 container che sono bloccati da luglio nel porto di Sousse.”

Contemporaneamente, il direttore delle Dogane tunisine, Haytem Zaned, ha confermato che “i 70 container sono stati sigillati ed è probabile che verranno rispediti in Italia, mentre gli altri 212 si trovano ancora a Sousse.” Il 3 novembre il Ministero degli Affari Locali e dell'Ambiente ha annunciato l'apertura di un'indagine senza nominare le aziende coinvolte. Ha detto di “non aver concesso alcuna autorizzazione alla società tunisina e che "non esiterà a prendere tutte le misure legali appropriate di fronte a questo tipo di operazioni". L'azienda tunisina riceverebbe 48 euro per ogni tonnellata di rifiuti importata.

Secondo quanto pubblicato dalla testata online Webdo il 9 novembre, “il Presidente della commissione per la riforma amministrativa e la lotta alla corruzione, Badreddine Gammoudi, si è dichiarato non convinto dalle spiegazioni del Ministro dell'Ambiente e degli Affari Locali in materia di importazione di rifiuti dall'Italia. Il Ministro ha cercato di presentare un 'capro espiatorio' senza destare sospetti all'interno del suo dipartimento", ha detto dopo un'audizione. Gammoudi ha ribadito “la presenza di sconfinamenti nelle più alte strutture del Ministero dell'Ambiente, sottolineando che il caso è ormai un reato di corruzione e non un sospetto”. Secondo il deputato, “gli alti funzionari del suddetto ministero sono implicati in questo "crimine" per frode, complicità e coinvolgimento diretto nel processo.”

Anche gli ambientalisti tunisini hanno fatto sentire, forte, la loro voce. Adel Hentati, consigliere di molte ONG e specialista della protezione ambientale tunisina, ha confermato che “tra i rifiuti filmati ci sono scarti ospedalieri, la cui raccolta è regolata da normative specifiche vista la pericolosità che rappresentano.”

L'esperto non ha mancato di ricordare che “la maggior parte delle discariche in Tunisia sono controllate da aziende italiane” affermando che “il nostro Paese ha vissuto solo di recente queste pratiche scioccanti e denunciando il blackout operato dal Ministero dell'Ambiente.” “E’ un crimine ambientale punito dalla legge” ha ribadito, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa AFP. Abdelmajid Dabbar, Presidente e fondatore della ONG “Tunisie ecologie”, strenuo difensore della flora e della fauna tunisine, da noi contattato, ci ha rilasciato la seguente dichiarazione: ” la nostra assciazione si é unita con un collettivo di oltre trenta altre associazioni iniziando una campagna mediatica per chiede alle autorità competenti di vietare che ogni tipo di rifiuto possa entrare in Tunisia.”

In un comunicato da loro diffuso, molto duro, si legge: “ chiediamo di perseguire le società implicate e i suoi rappresentanti in tribunale sulla base del diritto penale tunisino. Infatti, in base all'articolo 14 della legge n. 2015-26 del 7 agosto 2015, relativo alla lotta al terrorismo, questo gruppo di ONG resta fermo di fronte alla questione dell'importazione di rifiuti. Chiunque danneggi l'ambiente, in modo tale da compromettere l'equilibrio dei sistemi alimentari e ambientali, o delle risorse naturali, o da mettere in pericolo la vita degli abitanti o la loro salute, è colpevole di un reato di tipo terroristico”.

Certamente “l’affaire” non terminerà qui.

da qui

 

 

Rifiuti italiani clandestinamente seppelliti in Tunisia - Natale Salvo

 

Un traffico clandestino ed illegale di rifiuti, provenienti dall’Italia e, in particolare dalla Campania, e che include rifiuti speciali pericolosi quali quelli ospedalieri, è stato scoperto in Tunisia.

282 containers pieni di rifiuti italiani sono stati bloccati e sequestrati nel porto di Sousse, dalla Dogana tunisina. Sui documenti di trasporto appariva, falsamente, che i containers contenessero « rifiuti di plastica riciclabile ».

Il portavoce della Dogana tunisina, Haythem Zannad, ha dichiarato che « grazie alla sua organizzazione che i rifiuti non sono stati sepolti in Tunisia ».

A darne per prima notizia, lo scorso 2 novembre, l’emittente televisiva “El-Hiwar Ettounsi”, per come ha riportato l’indomani il giornale online francofono Kapitalis.

La Convenzione di Bamako vieta di spedire rifiuti in Africa: ma l’Italia ci prova lo stesso!

« Un’azienda tunisina [la Soreplast, secondo quando riportato dalla stampa, NdR] importava ogni anno dall’Italia quasi 120.000 tonnellate di rifiuti, violando la legislazione nazionale e internazionale, come la Convenzione di Bamako, che vieta l’importazione di rifiuti in Africa », spiega l’inchiesta giornalistica.

« In cambio – spiega la fonte -, la società tunisina avrebbe ricevuto 48 euro a tonnellata » dall’azienda italiana coinvolta.

In proposito, il “Forum tunisino per i diritti economici e sociali” (FTDES) ha richiesto, alle autorità competenti, di « obbligare il partner italiano [cioè la società SRA Campania] ad accettare la riesportazione di questi rifiuti ».

La scoperta sarebbe avvenuta grazie alla solerzia della Dogana tunisina, che ha voluto vederci chiaro sui documenti di trasporto e sull’effettivo contenuto dei containers. Evidentemente la stessa cura non sarebbe stata impegnata alle frontiere italiane.

A prima vista potrebbe apparire una notizia di normale criminalità. Ma in Tunisia non la pensano così.

Sembra infatti che la Dogana tunisina « sarebbe stata oggetto di pressioni da parte di politici e funzionari, che si dicevano vicini al proprietario della società tunisini ».

Scandalo in Tunisia, silenzio sulla stampa di regime italiana

La deputata Nesrine Laâmari (Réforme nationale) ha sostenuto chiaramente – per come riporta sempre Kapitalis – che la ditta campana « era stata incaricata dal governo italiano di smaltire questi rifiuti ».

Tra le prime reazioni politiche, a seguito del sollevarsi dell’indignazione generale, ancora Kapitalis precisa che « il Ministero degli Affari Locali e dell’Ambiente ha annunciato, giovedì 12 novembre 2020, che il capo del governo, Hichem Mechichi, ha deciso di licenziare Fayçal Bedhiafi, Direttore Generale dell’Agenzia Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (Anged) ».

La stampa di regime italiana non ha dato notizia dei fatti. Per ritrovarla sui nostri notiziari, occorre scomodare siti web minori come Unimondo, grazie ad un post di Ferruccio Bellicini, e MeteoWeek, con un articolo di Chiara Ferrara.

Dal traffico illecito di rifiuti, l’Italia “fattura” 20 miliardi annui

Ivan Cimmarusti su “Il Sole 24 ore”, comunque, già lo scorso giugno, in un’inchiesta, scriveva di « un business criminale che solo in Italia vale 20 miliardi di euro annui per smaltite nelle megadiscariche senza regole dell’area sub-sahariana”.

Il giornalista, nell’articolo, spiegava: « Camorra, mafie estere, faccendieri italiani e spedizionieri magrebini senza scrupoli hanno fiutato l’affare miliardario. Perché nei fatti il ciclo illecito dei rifiuti ha un vantaggio per l’impresa che non intende sostenere spese cospicue. Facciamo un esempio. Una tonnellata di plastiche e gomme per essere regolarmente smaltita può costare tra 200-250 euro. Seguendo la via illegale la spesa non supera 100-150 euro ».

L’assurdità di tali avvenimenti verterebbe sul fatto che le società italiane che commerciano illegalmente i rifiuti sarebbero regolarmente autorizzate. Sarebbero sufficienti, quindi, effettivi controlli incrociati, anche finanziari, tra i dati di chi produce i rifiuti, di chi li trasporta e si chi li smaltisce per giungere a scoprire gli illeciti.

Ma, probabilmente, fa comodo anche all’Italia, ed ai politici italiani, che continui il traffico clandestino di rifiuti con l’Africa.

da qui

 

 

Italia-Tunisia, lo scandalo dei rifiuti che non esiste

 

L'Italia è sotto i riflettori in Tunisia, dopo che nei giorni scorsi l’emittente “Al Hiwar al Tunisi” ha trasmesso un reportage sull'importazione di rifiuti italiani da parte di una società tunisina. Il programma “Le quattro verità”, nella puntata dello scorso 2 novembre, ha "denunciato" l'esistenza di un contratto tra un’azienda tunisina ed una società italiana che, secondo l'emittente, includerebbe il trasferimento di 120 tonnellate di rifiuti l’anno dal nostro Paese alla Tunisia. Il caso ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica tunisina e ha spinto a parlare di scandalo dei rifiuti tra i due Paesi. I dati complessivi sull'importazione e l'esportazione dei rifiuti raccontano però una storia molto più complessa. Non è un segreto che l'Italia sia costretta a portare fuori dal Paese una mole importante di rifiuti. Ma non si tratta di un'abitudine soltanto italiana. Secondo quanto riporta uno studio dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Eea) sull'economia circolare pubblicato nell'ottobre del 2019, solo "dall’inizio dello scorso anno, l’Ue ha esportato circa 150 mila tonnellate di rifiuti di plastica al mese".

Invece, prendendo come riferimento i rifiuti speciali (cioè quelli prodotti soprattutto da industrie e aziende), scopriamo che l'Italia nel 2018 ne ha esportati per un volume pari a circa 3,5 milioni di tonnellate. Secondo il rapporto Ispra 2020 sui rifiuti speciali, i maggiori quantitativi di questi ultimi nel 2017-2018 sono stati destinati alla Germania, complessivamente 957mila tonnellate (il 27,5 per cento del totale). A seguire troviamo Austria (322mila tonnellate) e Francia (267mila tonnellate). L'Italia però è anche un Paese che importa un'elevata quantità di rifiuti speciali, per un volume che nel 2017-2018 è stato pari a 7,3 milioni di tonnellate. Si tratta soprattutto per il 78,7 per cento di rifiuti metallici, spiega l'Ispra. Proprio dalla Germania, nel 2017-2018, abbiamo importato oltre 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. A seguire troviamo la Svizzera (1,07 milioni) e la Francia (un milione circa di tonnellate di rifiuti). Tra i Paesi da cui importiamo rifiuti speciali troviamo la stessa Tunisia (4.913 tonnellate).

C'è poi tutta la problematica dei rifiuti urbani. Solo per fare un esempio rilevante, quelli prodotti nella Regione Lazio nel 2017 sono stati pari a 2,97 milioni di tonnellate (oltre 50mila tonnellate in meno rispetto all'indagine di Ispra relativa all’anno 2016). Si tratta di una parte significativa dei rifiuti urbani nazionali, dal momento che quelli prodotti nel Lazio costituiscono circa la metà di quelli prodotti al Centro Italia (46 per cento) e il 10 per cento di quelli prodotti sull’intero territorio nazionale. Nel 2017, oltre l’80 per cento dei rifiuti indifferenziati nel Lazio (circa 1,3 milioni di tonnellate) è stata inviata a impianti di trattamento meccanico-biologico regionali, che con processi meccanici e biologici modificano i rifiuti, generando prodotti che in seguito devono trovare una collocazione definitiva. Circa 174 mila tonnellate delle rimanenti sono state trattate, sempre all’interno della Regione, in impianti a trattamento meccanico, mentre circa 90 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati sono poi state inviate in parte fuori Regione, in parte all’estero. In Austria, ad esempio, sono state mandate 50 mila tonnellate di rifiuti, tutte dal Comune di Roma, tutte legalmente...

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mercoledì 29 maggio 2019

Dopo lo Sciopero per il Clima e le Europee: ricominciamo dalla … carne - Natale Salvo




Il risultato, quello nazionale almeno, delle elezioni europee disegna un’Italia distante dai temi ambientali e, sopratutto del cambiamento climatico. E’ inutile scoraggiarsi. Bisogna solo comprendere che non dobbiamo attenderci nulla dai partiti di massa e dai mezzi di comunicazione confindustriali che li sostengono. Loro guardano all’oggi, non al futuro come invece fa la nostra Greta Thunberg.
Dobbiamo comprendere, in definitiva, che, se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo rimboccarci le maniche e attivarci in prima persona. L’ampia partecipazione, lo scorso marzo e poi il 24 maggio, ai cortei per la difesa del Clima evidenzia che non siamo poi così in pochi.
Che fare quindi? Dobbiamo, semplicemente, impegnarci tutti quanti, singolarmente, ad attivare quei percorsi virtuosi che servono a difendere l’ambiente. Dobbiamo farlo noi, non aspettare che giunga un improbabile leggina del governo che ce l’imponga.
Ridurre i consumi di energia a casa, per esempio. Usare i mezzi pubblici piuttosto che l’auto privata. Ridurre i consumi di carne. Comprare a “chilometro zero”. Ridurre, più in generale, i consumi (che vuol dire poi creare rifiuti, da differenziare o meno).
Occorre realizzare un bilancio delle nostre attuale spese, della nostra “impronta ecologica”, darsi un obiettivo di riduzione (10-20%?) e monitorarlo mensilmente.
Cambiare stile di alimentazione: un bene per la salute e il clima
Il numero febbraio-marzo del magazine edito dall’Ordine dei Biologi (Bio’s), nella rubrica Atlante (pag. 4), riporta la sintesi di un interessante rapporto pubblicato dalla rivista inglese The Lancet: “Food in the Anthropocene”, Cibo nell’antropocene. Si tratta del risultato di uno studio che ha coinvolto una trentina di scienziati di sedici Paesi.
Secondo gli studiosi, «raddoppiando il consumo di noci, frutta, verdura e legumi e dimezzando quello di carne e zuccheriogni anno sarebbe possibile prevenire milioni di morti prematuri, ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra e proteggere la biodiversità ambientale». Non a caso loro hanno chiamato questa dieta “planetary health”, la salute del pianeta: «altrimenti nutrire 10 miliardi di persone entro il 2050 con una dieta sana e sostenibile sarà impossibile», sostengono.
Nulla di nuovo. Una brochure della LAV, la Lega antivivisezione, precisa come «gli allevamenti intensivi siano responsabili dell’emissione in atmosfera di ben il 51% dei gas serra (GHG)soprattutto di anidride carbonica, metano e protossido d’azoto e quindi possano essere annoverati tra i maggiori responsabili del riscaldamento globale». La LAV fa riferimento ad un rapporto FAO del 2006, poi aggiornato.
In particolare, la LAV riporta come «nel caso del metano: il 72 % del metano totale derivante da attività umane emesso in atmosfera proviene sia direttamente dai processi digestivi dei ruminanti (bovini, ovini, caprini) che dall’evaporazione dei composti presenti nel letame […] L’evaporazione dei composti azotati dai fertilizzanti e dal letame, che ne è la seconda fonte, è responsabile della formazione di monossido di azoto, il più potente dei tre GHG per effetto riscaldante».
In definitiva, spiega la LAV, «sostituire 1 kg di carne a settimana fa risparmiare 1872 CO2 equivalenti in un anno, mentre sostituire una lampadina da 60 W con una a basso consumo 26».
Non consumare carne (e quindi anche salumi), o comunque consumarla solo una volta la settimana, propagandare tale stile di vita ai nostri amici e parenti, è un’azione concreta che possiamo fare per difendere il Clima del nostro Pianeta.
Al di là di cosa faccia e decida chi sta a Palazzo Chigi.