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venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

giovedì 8 luglio 2021

Gli elefanti senza zanne - Matteo Lai

 

L’intervento umano è un fattore esterno che può condizionare la selezione genetica: capiamo il perché da una ricerca sugli elefanti nel parco nazionale di Gorongosa, in Mozambico

 

La ricercatrice tedesca Joyce Poole, fondatrice dell’associazione no profit Elephant Voices, ha condotto una ricerca sugli elefanti nel parco nazionale di Gorongosa, in Mozambico, dove evidenzia che la popolazione dei pachidermi sta manifestando un curioso processo evoluzionistico: nascono con zanne più piccole del consueto o addirittura assenti. I dati raccolti dalla ricercatrice mostrano che un terzo degli esemplari femmina nati dopo il 1992 non ha mai sviluppato le zanne: una percentuale davvero alta rispetto alla norma, che si attesta intorno al 2-4%. Anche gli esemplari maschi presentano delle anomalie: i nuovi nati hanno zanne che in media sono un quinto più piccole rispetto alle misure di qualche decennio fa.

Il 1992 non è un anno casuale per il Mozambico: è la data che segna la fine di una sanguinosa guerra civile durata ben quindici anni, durante la quale è stato ucciso il 90% degli elefanti allo scopo di nutrire i combattenti con la carne e vendere le loro preziose zanne per acquistare nuove armi. Gli esemplari maschi, dotati di zanne più grandi, sono stati decimati sistematicamente e, una volta diventati rarissimi, anche le femmine hanno subito lo stesso destino. Chi si salvò dallo sterminio? Naturalmente gli esemplari già privi di zanne. Così quasi la metà delle femmine del parco con più di 35 anni stanno passando il gene alla loro prole.

In altri paesi dell’Africa, tipo Tanzania, Kenya, Zambia, Uganda e Sudafrica, tutti afflitti dalla piaga del bracconaggio, si riscontrano dati simili, il che ha portato alcuni studiosi ad affermare che si può elaborare una teoria per cui vi sia un modello evolutivo innescato dall’attività dei bracconieri le cui conseguenze sono ancora tutte da scoprire. Addirittura, nel parco nazionale Asso Elephant in Sudafrica, delle oltre 300 femmine, meno del 10% mantiene le zanne. Questo ha permesso al parco di liberarsi del bracconaggio perché uccidere un elefante senza zanne, oltre ad essere costoso e pericoloso, non produce alcun beneficio in termini economici: si stima che il bracconaggio massacri circa 20.000 esemplari all’anno solo in Africa.

Ma questa anomalia anatomica può costituire un problema perché le zanne, che non sono altro che gli incisivi superiori allungati, hanno molteplici funzioni. Gli elefanti le utilizzano per scavare il terreno in cerca di acqua e minerali, oppure per togliere la corteccia degli alberi allo scopo di procurarsi cibo fibroso, per competere e combattere durante l’accoppiamento, per impressionare le femmine ed essere in grado di riprodursi.

Anche gli esemplari femmine, le matriarche, le utilizzano. Ed è bene ricordare che in questa specie dominano le femmine, che solitamente guidano la mandria in cerca di acqua.

L’assenza o la riduzione di questi denti potrebbe avere due conseguenze. La prima: gli elefanti potrebbero allargare la loro zona d’azione per cercare nuove possibilità di sostentamento. La seconda coinvolge tutti gli equilibri ecosistemici che ruotano intorno alle abitudini dei pachidermi, da cui dipendono molte creature più piccole e la salute degli habitat che frequentano. Se le future generazioni di elefanti dovessero nascere senza zanne, vi saranno conseguenze inaspettate sull’intero ecosistema e non solo sulle popolazioni degli elefanti coinvolti nella mutazione.

Per cercare una spiegazione “romantica”, si è parlato di evoluzione degli elefanti per sopravvivere ai bracconieri: hanno capito che senza zanne vivono di più. Ma questa spiegazione non ha alcuna logica scientifica.

La risposta potrebbe essere molto più complessa e tragica del previsto e ritrovarsi nella genetica. Gli elefanti maschi caratterizzati da grandi zanne che arrivano a sfiorare il suolo, quelli che vengono definiti “tusker”, i più ricercati dai bracconieri, sono praticamente scomparsi e con loro i geni che determinavano lo sviluppo di zanne di enormi dimensioni. Si definisce deriva genetica: in pratica, se una popolazione è numerosa vi è una grande variabilità genetica. Quando questa variabilità viene ridotta quasi a zero, i caratteri genetici disponibili saranno trasmessi alle generazioni future, in questo caso l’assenza di zanne.

Tutto per l’avorio, l’oro bianco: un materiale estremamente compatto e resistente dal colore bianco crema e dall’aspetto traslucido, considerato molto pregiato, che veniva lavorato per produrre oggetti di vario uso quali gioielli, arredi e oggettistica varia. Il mercato internazionale dell’avorio fu chiuso nel 1989 e dal 2017 la Cina, che deteneva il triste primato del più grande mercato del mondo, ha vietato la trasformazione e la vendita di prodotti di avorio, subito sostituita dal Vietnam.

Purtroppo, l’Asia intera rimane ancora un mercato in cui l’avorio è ricercatissimo perché ritenuto indispensabile per la cura di molte malattie, ma anche per aumentare la forza, la virilità e la fertilità.

Le leggi europee in merito al commercio dell’avorio, frammentate ed inefficaci, stabiliscono che quello lavorato acquistato prima del 1947 possa essere comprato e venduto all’interno dell’Unione europea senza restrizioni. Quello prodotto tra il 1947 e il 1990 può essere scambiato solo se accompagnato da certificazioni. Ma definire l’età esatta di un oggetto comporta un test costoso e quasi mai realizzato, per cui i trafficanti mettono in atto vari metodi per alterare il dato ed evitare i divieti: fatta la legge, trovato l’inganno!

Numerose Ong e associazioni internazionali, da tempo, chiedono un bando totale del commercio dell’avorio e la rapida introduzione di una legislazione vincolante, completa e permanente in merito come unica soluzione per salvare gli elefanti dall’estinzione.

È davvero allarmante pensare che l’uomo con i suoi assurdi comportamenti è in grado di influenzare e modificare la genetica degli animali fino al punto di farla somigliare a una sorta di evoluzione della specie, un meccanismo che in natura ha bisogno di migliaia di anni: siamo capaci anche di questo!

da qui

mercoledì 7 aprile 2021

Mozambico: la lunga Via Crucis di un popolo - Luca Bussotti


L' estrema povertà, le storiche tensioni politiche e le lotte etniche per aggiudicarsi le risorse naturali innalzano il malcontento della gente in cui si innesta il radicalismo islamico. Il progetto di Total, Exxon e Eni é solo il coronamento di un conflitto aperto. L'appello di padre Alex Zanotelli 

 

Dal 5 ottobre 2017, giorno del primo attacco a Mocimboa da Praia, le notizie sulle incursioni di presunti terroristi islamici estremisti contro istituzioni dello Stato mozambicano e, in seguito, contro popolazioni inermi, ci giungono in tutta la loro puntualità e drammaticità.

In un primo momento, tutti gli analisti hanno mostrato stupore per la caduta di un “mito” appositamente costruito dalla propaganda governativa mozambicana col pieno appoggio della comunità internazionale: il mito secondo cui il Mozambico sarebbe un’eccezione nel contesto africano. Un caso a parte dove i conflitti religiosi ed etnici non esisterebbero e dove regnerebbe sovrana la pace. Un film che vorrebbe nascondere le ragioni profonde (endogene, oltre che esogene, legate alla guerra fredda) di una guerra civile durata 16 anni (1976-1992) e conclusasi con un accordo di pace firmato a Roma grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio e dello Stato italiano. Accordo che in realtà non ha mai risolto le tensioni politiche, sociali ed economiche di questo paese.

Dal 1992 al 2013 il Mozambico ha vissuto una ventina d’anni di pace o, meglio, di assenza di guerra. I due protagonisti di questo periodo relativamente tranquillo (e con una crescita economica media annua di oltre il 7%) sono stati Joaquim Chissano, presidente del paese dal 1986 al 2004, nonché leader del partito di governo, il FRELIMO, e Alfonso Dhlakama, leader del principale partito di opposizione, la RENAMO, morto a maggio del 2018.

Con l’entrata di Guebuza alla presidenza della repubblica, nel 2004, la situazione ha iniziato rapidamente a deteriorarsi: concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi, di preferenza legati alla famiglia del presidente, un po’ sul modello angolano dei Dos Santos, grandi investimenti legati alla terra, dal carbone di Tete al programma ProSavana (programma di triangolazione per lo sviluppo dell’agricoltura nelle savane tropicali del Mozambico) nel Corridoio di Nacala, alla silvicoltura nel Centro del paese, fino ai rubini di Montepuez, a Cabo Delgado, con spostamenti forzati della popolazione e grandi manifestazioni contro tali programmi, a volte portando a successi insperati (vedi la chiusura definitiva del programma ProSavana, nel 2020). Poi é arrivato il taglio degli aiuti finanziari stranieri, soprattutto dei paesi occidentali, che sostenevano il bilancio dello Stato mediante il Budget Support, il che ha aperto una voragine nella fragile economia mozambicana. Tale decisione è stata assunta in seguito alla scoperta di uno schema di frode internazionale realizzato negli ultimi anni del governo-Guebuza per l’ammontare di 2,2 miliardi di dollari, chiamando in causa i servizi segreti locali, i cui vertici sono stati tutti arrestati insieme a uno dei figli dell’ex-presidente e all’ex-ministro delle Finanze, Manuel Chang, ancora in Sudafrica, in attesa di giudizio (o di estradizione).

Questa polveriera sociale e politica era sotto gli occhi di tutti, ma il “modello mozambicano” andava comunque sostenuto, a dispetto delle evidenze. Le maggiori ingiustizie, poi, erano concentrate nel Nord del paese, assai lontano dai centri di potere di Maputo. I rubini di Montepuez, nella regione di Cabo Delgado, gestiti dalla Montepuez Ruby Mining, una società controllata in maggioranza dalla britannica Gemsfield insieme alla locale Mwiriti Limitata, guidata dal generale makonde Pachinuapa, hanno dato vita a uno dei più terribili episodi di violazione dei diritti umani delle popolazioni locali. La società ha infatti accettato di pagare, presso il tribunale di Londra, nel 2018, 7.25 milioni di euro di risarcimenti per la morte, la tortura o le gravi violazioni fisiche inflitte a 273 persone da parte delle guardie private della stessa compagnia e della polizia di stato mozambicana. Uno schema, questo, che è diventato ormai la regola in Mozambico: il governo, a partire dalle forze di polizia, “protegge” i grandi investimenti stranieri, schierandosi sistematicamente contro le popolazioni locali.

Le “vittime” di questi programmi, nel Nord del Mozambico, sono state le popolazioni locali di etnia e lingua Makhuwa e Kimwani: i primi largamente prevalenti non soltanto a Nampula, ma anche a Cabo Delgado (secondo i dati ufficiali del governo mozambicano). Qui, su una popolazione di circa 2 milioni di abitanti, 1,2 milioni sono Makhuwa, mentre i Makonde costituiscono la terza etnia, in termini numerici, dopo i Kimwani. Questi ultimi sono concentrati sulla costa e sono quasi tutti musulmani. I Makonde, invece, sono stati da tempo cristianizzati, e da sempre, grazie al loro contributo alla lotta di indipendenza dal Portogallo, si sono spartiti il potere economico e politico con i popoli del sud del paese, i Ronga-Changana, secondo un processo ad excludendum  rispetto alle altre popolazioni, prime fra tutte Makhuwa, Kimany e Ndau (questi ultimi non a caso, hanno costituito a suo tempo il fulcro dell’appoggio militare alla guerra civile della Renamo).

Se, a livello nazionale, soprattutto con la presidenza-Guebuza e poi con l’attuale di Nyusi (rappresentante dei Makonde e primo presidente di questa etnia, dopo che tutti i suoi predecessori erano invece appartenenti a quella meridionale dei Ronga-Changana), la distribuzione delle ricchezze è stata diseguale, a Cabo Delgado (e Nampula) la situazione si è rivelata essere anche peggiore. Qui, i Makonde hanno avuto accesso facilitato a tutte le più importanti risorse, a scapito delle altre due etnie numericamente maggioritarie. Con la scoperta di ricchezze sempre più cospicue, vi è stata un accelerazione del malcontento che da tempo serpeggiava fra le popolazioni escluse. Il livello di maturità civica e politica di queste popolazioni ha fatto il resto: nessun riferimento ideologico, nessuna appartenenza politica, se non una generica avversione al governo centrale “dei Makonde”, una appartenenza religiosa islamica “debole”, ma comunque presente. È stata proprio questa identità “debole”, insieme all’odio verso i Makonde e il governo centrale, che ha costituito la leva principale a cui aggrapparsi per inscenare una protesta continua e disperata contro le istituzioni locali. Il tutto è stato favorito dalla presenza di predicatori radicali locali che hanno cercato di imporre un islam più ortodosso rispetto alle pratiche sufi molto tolleranti e mischiate con le confraternite tradizionali africane presenti a Nampula e Cabo Delgado, nonché da giovani mozambicani formatisi all’estero, in paesi come Egitto, Arabia Saudita o Sudan, da cui sono tornati con una idea di islam ben più intollerante rispetto a quello normalmente praticato nel Nord del Mozambico. In questo contesto erano presenti anche stranieri, entrati illegalmente nel paese da Nord, di origine somala, tanzaniana e congolese, che si sono ben presto uniti a questo movimento di giovani (appunto, Al-Shabaab), trovando nell’Islam radicale l’unica forma di riscatto nei confronti di uno Stato che li aveva dimenticati o che intendeva sfruttarli con lavori semi-servili…

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sabato 31 agosto 2019

Un villaggio inghiottito dal carbone in Mozambico. E una campagna per “il diritto a dire di no” - Marina Forti



Il carbone ha cambiato in modo drastico la vita di Moatize, distretto rurale nella valle del fiume Zambesi, nel Mozambico settentrionale. La miniera infatti ha costretto migliaia di persone a lasciare tutto e andarsene. Duzeria, una degli sfollati, ricorda: «Il governo ha detto che non potevamo restare là perché eravamo seduti su una montagna di soldi».
Al posto delle vecchie case infatti ora c’è una gigantesca miniera a cielo aperto, una delle più grandi al mondo. Il Moatize Coal Project è un buon esempio di cosa significa “economia estrattiva”, almeno per chi ci vive accanto. Il sito è in concessione alla Vale Moçambique, sussidiaria del gruppo brasiliano Vale SA, e occupa 23 mila ettari di territorio. Nel 2008 la compagnia ha cominciato a costruire gli impianti; nel 2011 ha avviato l’estrazione. È allora che, per fare spazio alla miniera, oltre 1.300 famiglie sono state trasferite 36 chilometri più lontano. La compagnia aveva promesso risarcimenti, 2 ettari di terra per famiglia e aiuti alimentari per i primi anni, dice Duzeria. Ma nel nuovo villaggio gli sfollati hanno trovato solo file di case sulla terra polverosa: «Erano già piene di crepe, perché non hanno le fondamenta».
Non che la vita prima fosse florida nei villaggi di Moatize. La comunità viveva di agricoltura e pesca in una economia di sussistenza: ma poteva vendere i prodotti al mercato del capoluogo, il più grande dei dintorni, ed era vicino all’ufficio postale, la scuola, il fiume. La nuova sistemazione invece è isolata, la terra inadatta all’agricoltura, il fiume non c’è, il mercato è lontano. Gli oleiros, fabbricanti di mattoni di argilla, hanno perso la materia prima e quindi la loro attività.
«Le prime volte che abbiamo visitato la comunità sfollata, la polizia impediva perfino l’ingresso agli estranei», spiega Erika Mendes, attivista di Justiça ambiental, gruppo mozambicano affiliato alla coalizione internazionale Friends of the Earth. In seguito la compagnia ha offerto di ridipingere le case e mettere tetti di zinco. Ci sono state proteste, represse duramente. Il governo ha offerto aiuti per ricostruire: «Ci hanno dato 300 meticais [circa 12 dollari] per stanza», continua Duzeria: «Ma non bastano, solo trasportare la sabbia e i mattoni fino al nuovo villaggio costa di più».
La miniera intanto è cresciuta: al primo scavo se n’è aggiunto un secondo, ancora più grande. La miniera impiega oltre 11 mila persone. La produzione è salita a 25mila tonnellate al giorno. Una miniera a cielo aperto è un grande buco in cui lavorano ruspe, uomini, nastri trasportatori, via vai di camion; intorno crescono montagne di carbone che poi verrà caricato su convogli di treni, la polvere nera vola ovunque.
«Non ci avevano detto che avrebbero dato a Vale la terra agricola migliore», aggiunge Fatima, che viene da uno dei villaggi di Moatize rimasti accanto alla miniera, in attesa forse di essere risistemati più lontano. Spiega che le esplosioni di dinamite fanno tremare le loro case col rischio di crollare; che la sua comunità respira polvere di carbone; che «non possiamo più usare la strada e non sappiamo come andare a raccogliere la legna».
Così, quando la compagnia ha fatto preparativi per aprire una terza miniera accanto alle prime due, la protesta è riesplosa. Il 4 ottobre scorso gli abitanti di Bagamoyo, villaggio adiacente agli scavi, hanno invaso la miniera bloccando il lavoro (ma senza danneggiare i macchinari, precisa Fatima). L’invasione si è ripetute in novembre; gli abitanti hanno bloccato la ferrovia per impedire il passaggio dei convogli di carbone. La polizia ha risposto con lacrimogeni, proiettili di gomma e anche veri. Ci sono stati parecchi feriti. La compagnia ha dovuto in parte sospendere le attività. Nel tentativo di far rientrare le proteste, i dirigenti della compagnia hanno promesso di annaffiare il carbone nei depositi perché voli meno polvere, o di aggiustare le case. Ma ormai agli abitanti non basta. «Invece di difenderci, il governo manda la polizia a picchiarci», dice Fatima. «La compagnia parla solo con il governo, dice che ha già versato i risarcimenti: ma noi non vediamo nulla. Basta, vogliamo che la compagnia tratti direttamente con noi». L’estrazione è ripresa solo alla fine di novembre, dopo la visita a Moatize di una commissione parlamentare, che ha riconosciuto le ragioni degli abitanti. Ma una soluzione resta lontana.
L’occasione per incontrare Duzeria, Fatima e alcune attiviste per la giustizia ambientale in Mozambico sono due eventi tenuti a novembre a Johannesburg, in Sudafrica: una sessione del Tribunale internazionale per i diritti dei popoli sul potere delle compagnie multinazionali, terzo e ultimo atto di una serie sull’industria estrattiva nella regione dell’Africa meridionale, e un “Social forum tematico” sulle miniere e l’industria estrattiva – a cui hanno partecipato centinaia di delegati venuti dall’Africa, dalle Americhe e dall’Asia: rappresentanti di movimenti popolari, organizzazioni per la giustizia ambientale, sindacati rurali, chiese, rappresentanti di popoli indigeni.
Il caso della miniera di carbone di Vale Moçambique infatti non è isolato. L’Africa meridionale è disseminata di conflitti: comunità sfollate per fare posto a progetti minerari, abitanti in rivolta. Spesso le forze di sicurezza rispondono con violenza.
«Assistiamo a una nuova corsa ad accaparrarsi le risorse dell’Africa, accompagnata da ogni sorta di violazione dei diritti fondamentali», osserva Brian Ashley, direttore del Alternative Information and Development Centre (Aidc, una delle forze sociali sudafricane che ha organizzato il Social Forum). In questa corsa sono lanciate compagnie minerarie occidentali (Europa e Usa restano complessivamente i primi investitori in Africa), ma ormai anche cinesi, brasiliane, indiane, o sudafricane: i Brics, i paesi definiti “emergenti”. In questa competizione, gli stati fanno a gara a offrire le condizioni migliori alle compagnie minerarie, mentre i costi sociali sono scaricati sulle comunità, continua Ashley: «Gli stati africani badano più proteggere gli investimenti che a garantire i diritti dei cittadini»
Una campagna globale per “il diritto di dire di no” a miniere e progetti di estrazione delle risorse naturali è stata lanciata a conclusione del “Social forum tematico” sulle miniere e l’economia estrattiva. Nella dichiarazione finale il Forum parla di “un sistematico attacco” ai  territori che, “attraverso l’espulsione dalla terra e la dislocazione forzata, la deforestazione, l’inquinamento e la contaminazione delle risorse idriche, minaccia di distruggere la vita delle comunità locali”. La campagna per “il diritto a dire di no” è uno strumento per collegare e rafforzare movimenti sociali dove esistono, e per rivendicare che le legislazioni nazionali e i trattati internazionali riconoscano alle comunità direttamente coinvolte da miniere e grandi opere il diritto a scegliere modelli diversi di sviluppo, e impongano limiti al potere delle grandi aziende multinazionali. Per questo il Forum sostiene anche la campagna perché le Nazioni unite approvino un Trattato su “Business e diritti umani”, che detti norme di condotta vincolanti alle imprese multinazionali.

(questo articolo è uscito in versione più ampia su Altreconomia del dicembre 2018)


giovedì 13 ottobre 2016

sprecando sprecando


Ogni anno, in Italia, il valore dello spreco alimentare è di «12 miliardi di euro che, se sommiamo tutti gli altri anelli della filiera agroalimentare, arrivano a 15 miliardi, quasi un punto di Pil. Considerando tutta la filiera campo-tavola, nei nostri piatti lo spreco rappresenta la metà di quello che produciamo. A questo valore economico bisogna aggiungere il costo di smaltire rifiuti, e risorse naturali utilizzate per produrre cibo». A dare i numeri è l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market, citando i nuovi dati del report Waste Watcher e Fusions (Last Minute Market / Swg / UnIbo). L’occasione per incontrarlo è l’happening “In the name of Africa”, copromosso da Cefa Onlus e dalla campagna “Spreco Zero” di Last Minute Market, che ha riempito Piazza Duomo con 10mila piatti vuoti, bianchi e blu, e palloncini gialli, in attesa del World Food Day, la Giornata Mondiale dell’Alimentazione (domenica 16 ottobre, giornata in cui ad essere “invasa” sarà Piazza Maggiore a Bologna), per sensibilizzare sul tema del recupero degli sprechi alimentari e della fame, in particolare in Mozambico.
«La questione dello spreco alimentare è strettamente connessa alla malnutrizione e alla fame nel mondo», sottolinea Segrè, confrontando i dati nazionali con quelli mondiali: «Il valore economico del cibo sprecato a livello globale si aggira intorno ai mille miliardi di dollari all’anno, ma sale a circa 2600 miliardi di dollari se si considerano i costi “nascosti” legati all’acqua e all’impatto ambientale. I Paesi membri dell’Unione Europea, invece, sprecano ogni anno 143 miliardi di euro: vuol dire che ciascun cittadino europeo butta via 173 chilogrammi di cibo». Anche i nuovi dati sulla fame nel mondo confermano un pianeta diviso a metà, in cui una parte di popolazione butta ciò che mangia, e l’altra muore di fame o soffre di malnutrizione. Una persona su nove, sul nostro pianeta, non ha abbastanza cibo: parliamo di 795 milioni di individui. La regione con la più alta incidenza (percentuale della popolazione) della fame è l’Africa Sub-sahariana, dove ad essere sottoalimentata è una persona su 4. Quasi un milione di bambini in Africa soffre di malnutrizione grave.
Cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, per ridurre gli sprechi? Segrè consiglia di «riprendere i consigli delle nonne: fare la lista della spesa, imparare ad usare il frigorifero, riutilizzare ciò che non mangiamo, in modo che, oltre a dimagrire un po’ noi, dimagrisca anche il secchio della spazzatura». In questo la Lombardia risulta particolarmente virtuosa: secondo il report, sei lombardi su 10 predispongono sistematicamente una lista della spesa per evitare acquisti inconsulti (il 59%, a fronte del dato nazionale del 50%), il 62% dichiara di non gettare ‘quasi mai’ il cibo ancora buono (il dato nazionale è del 50%) e il 9% di farlo una o due volte alla settimana (in linea con il resto d’Italia). Sulle cause dello spreco alimentare, il 52% dei lombardi dichiara di aver acquistato troppo cibo (contro il 48% dato nazionale) e il 25% di non averlo conservato adeguatamente.
Durante tutta la giornata “In the name of Africa” ogni spettatore può riempire un piatto vuoto con spighe e palloncini gialli fino a comporre il disegno di un campo di grano, con papaveri e fili d’erba, simbolo della vittoria sulla fame. Per farlo dovrà dare un contributo di 7 euro, il cui ricavato sosterrà il progetto  AfricHandProject, una filiera lattiero-casearia, in grado di generare cibo e lavoro per le comunità rurali nel distretto di Beira, in Mozambico.