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sabato 7 marzo 2020

I nemici del popolo e la speculazione a Roma - Christian Raimo



In Un nemico del popolo di Henrik Ibsen (che proprio in questi giorni è in scena al teatro Argentina di Roma) il protagonista, il dottor Tomas Stockmann, un medico integerrimo e brillante, scopre che le acque della sua cittadina, sviluppatasi intorno a una florida stazione termale, sono contaminate da sostanze nocive. Per depurare le acque, bonificare le terme, occorrerà un monte di soldi e la chiusura temporanea delle terme. A osteggiarlo è il sindaco della città, Peter Stockmann, che è anche suo fratello: un uomo altrettanto intelligente ma con pochi scrupoli, che si è arricchito grazie al turismo delle terme, e che non ha nessuna intenzione di dar retta a Tomas né di lasciar divulgare il suo allarme.
Il dottore allora si rivolge all’editore Hovstad e al tipografo Asklasen, responsabili del giornale locale, La voce del popolo: ha in mano le analisi delle acque che possono urlare la verità che il fratello sindaco vuole occultare. Hovstad e Asklasen prima sono entusiasti dell’occasione, poi tentennano e alla fine ci ripensano.
Il fatto è che la proprietà del giornale è dell’unione inquilini della città, la cui fortuna e il cui benessere dipendono totalmente dall’economia delle terme. Dare l’allarme rischia di portare alla rovina tutti quelli che sono diventati benestanti da quando c’è il turismo. Tomas non si dà per vinto, ma la sua battaglia per la verità gli farà guadagnare l’ostilità di tutti gli abitanti, trasformandolo da medico rispettato e benvoluto in nemico del popolo.

Fotografia del mondo contemporaneo
Un nemico del popolo è un capolavoro drammaturgico di quasi centoquarant’anni fa, e le plateali analogie con il contesto contemporaneo che hanno contribuito alla fortuna delle messe in scena recenti, compresa quella di Massimo Popolizio (Ubu per lo spettacolo, Ubu per la migliore attrice Maria Paiato, che interpreta Peter Stockmann), sono riconosciute soprattutto per quello che riguarda i meccanismi della folla che prima esalta e poi ostracizza leader che diventano capri espiatori, nella più clinica fotografia del populismo.
Ma c’è un altro meccanismo svelato da Ibsen che risulta ancora più interessante nel racconto del mondo attuale. La denuncia di Stockmann trova il suo ostacolo più grande nelle paure dell’unione inquilini, i piccoli proprietari di case diventati borghesi attraverso la valorizzazione degli immobili.
Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici
Uno dei saggi più interessanti usciti nel 2019 in Italia l’ha scritto Sarah Gainsforth per DeriveApprodi e racconta in parte la stessa trama, scrivendo la storia della nascita e dello sviluppo di Airbnb e del modo in cui sta modificando le città contemporanee. Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale ricostruisce e decostruisce l’aura mitizzante intorno alla nascita dell’azienda fondata da tre poco più che ragazzi, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, nel 2007; e poi esamina come casi studio l’impatto di Airbnb in varie città del mondo, da San Francisco a Parigi, da New York a Venezia.
I due capitoli dedicati a Roma sono particolarmente avvincenti perché disegnano la vicenda recente della resa dell’amministrazione e della politica a un processo collettivo di speculazione. Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici come la cittadina di Un nemico del popolo, per la smania di profitto di una folla di inquilini che – con addosso ancora la paura della povertà – diventano invece i veri unici padroni della città e della sua nuova rappresentazione.
Già, la crisi, la paura della povertà: “La proliferazione di Airbnb è avvenuta in un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale”, scrive Gainsforth. Airbnb è riuscita a monetizzare l’interesse degli affittuari, dei microspeculatori, di chiunque si trovasse senza lavoro e magari volesse fare cassa con il suo ultimo bene disponibile. L’azienda è riuscita a estrarre valore dalle strategie di cooperazione, poi è riuscita a mettere a frutto anche le strategie di marketing con le campagne copiate ai movimenti, mobilitando in suo favore gruppi di elettori-consumatori. “E quando Airbnb non riesce a cambiare le regole, fa causa alle città che approvano norme a tutela del diritto all’abitare”.

Il sacco di Roma
Quale dottor Stockman potrà contrapporsi? Il risultato evidente è la distruzione della comunità. I sistemi di rating permettono ai partecipanti allo scambio di non sentirsi in dovere di continuare a interagire dopo la transazione economica. La sfera privata divora quella pubblica. L’imprevedibilità, il conflitto, che sono l’anima della vita urbana sono cancellate. E al tempo stesso si scrivono nuove norme di fatto che regolano l’uso delle città, esautorando l’amministrazione pubblica dal loro governo.
Secondo i sostenitori delle piattaforme digitali come Airbnb i sistemi di rating online giustificherebbero una totale deregolamentazione del settore in nome dell’innovazione. ‘Il motivo principale per regolamentare gli alloggi brevi turistici è la protezione dei consumatori, e i sistemi di reputazione potrebbero svolgere questo compito molto meglio dei governi delle città’, ha dichiarato Chesky, svelando la vera natura dello scambio che la piattaforma intermedia.
Roma è una dimostrazione plastica di questa strategia:
Quaranta milioni di turisti visitano ogni anno il centro storico di Roma, patrimonio Unesco dal 1980. Con una permanenza media di sole 48/72 ore, i flussi in crescita del turismo stanno rimodellando la città. Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19 per cento degli appartamenti è in affitto su Airbnb. A Roma il numero di alloggi su Airbnb ha toccato quota 29.436. Di questi oltre la metà sono interi appartamenti: si tratta di quasi 19mila case sottratte al mercato ordinario degli affitti. Oltre la metà degli annunci su Airbnb è concentrata nel centro storico – nel primo municipio sono 10.497 le case affittate a turisti di passaggio.
La capitale è sempre stata la preda preferita di palazzinari e speculatori; ma da quando la popolazione non aumenta e il mercato immobiliare è in crisi, l’unico modo di saccheggiare una città sempre più povera è quello di garantirsi un posto migliore al banchetto della spoliazione.
In pochi anni la presenza di Airbnb a Roma ha permesso a pochi intermediari di gestire centinaia di appartamenti. Gli host con più di una inserzione, ovvero il 22 per cento del totale, ripartiscono la quota maggiore del mercato generato dall’affitto su Airbnb: il 58,8 per cento complessivamente. Chi governa la città?
Da un lato la retorica della condivisione scompare di fronte alla realtà di una distribuzione estremamente diseguale dei ricavi. Dall’altro la saturazione dell’offerta di case su Airbnb ha completamente sfasciato il mercato degli affitti. Host che gestiscono fino a quattromila alloggi, la percentuale di appartamenti interi aumentata al 76 per cento, Airbnb diventa il terzo locatore della città dopo i due pubblici:
A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000, l’Azienda Territoriale che gestisce le case popolari della Regione. Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000, tanto per farne capire il peso specifico.
Roma diventa una città in affitto per turisti mordi e fuggi. Spariscono le attività commerciali non legate al turismo, salgono i prezzi delle case per chi è residente, e questo processo diventa irreversibile. Se nell’era del lavoro precario la casa è l’unica forma di sicurezza economica, Airbnb funziona da divaricatore sociale, impedendo l’accesso alla casa a chi non ce l’ha e cerca un affitto.
C’è qualche forma di resistenza a questa involuzione? È utile accanto al libro di Gainsforth leggersi un altro libro uscito da poco da Donzelli, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana dell’urbanista Carlo Cellamare. Anche il suo racconto è globale, ma poi si concentra su casi studio, e Roma è un osservatorio privilegiato nella progressiva privatizzazione delle città.
Non soltanto la politica ma le stesse istituzioni risultano progressivamente più distanti dai territori, tanto da interrogare sulla reale e piena cittadinanza degli abitanti di molte periferie urbane. Essi non trovano più ascolto, e non hanno neanche più un interlocutore riconoscibile che risponda alle loro esigenze, compito ordinario del ‘soggetto pubblico’ all’interno della democrazia. Da qui una profonda sfiducia, oltre che disillusione, nei confronti dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni in genere, acuita dai ripetuti comportamenti corrotti e corruttivi che di volta in volta vengono rivelati, e che sarà assolutamente difficile recuperare. D’altronde è proprio il senso delle istituzioni dentro un modello neoliberista che è oggi messo in discussione.
Cellamare ci mostra che abbiamo di fronte due alternative di modelli urbani.
Da un lato una città senza legge, in mano ad attori privati e predatori, rappresentata simbolicamente dai tavolini che occupano le strade dei centri storici. Anche Cellamare sottolinea il carattere “estrattivista” del capitale nelle politiche urbane, che sussume tutte le attività sociali e umane, le mette a valore, le sfrutta, se ne appropria, le rende funzionali agli interessi di mercato. La gentrificazione che cos’è se non ridurre la socialità a merce?
Dall’altro lato c’è una città sociale, resistente, informale, partecipata. La diffusione di controculture e alternative sociali, fortemente caratterizzate da un punto di vista politico, hanno dato vita a conflitti importanti: i centri sociali di ieri, le occupazioni di oggi. A Roma questo fenomeno comincia a essere storicizzato: il Teatro Valle Occupato, il cinema America, Oxigene, la scuola Di Donato e la sua associazione di genitori, il Nuovo cinema palazzo a San Lorenzo, le esperienze di agricoltura periurbana, il condominio solidale alla Collina dei Barbagianni.
Questa seconda città resiste, ma soffre, combattuta e spesso sconfitta dall’aggressione speculativa: gli sgomberi, la trasformazione di spazi autorganizzati in privati, la retorica della legalità che si impone a distruggere sistematicamente l’informalità sociale.
Ma le pagine più importanti sono quelle in cui Cellamare ci tiene a ribadire una verità che non sembra più ovvia: senza una città formale, senza una politica, la città informale, la città fai-da-te non allarga lo spazio pubblico ma diventa il luogo dello scarto. L’arte dell’arrangiarsi non riesce a essere nemmeno una strategia di sopravvivenza.
Se dalla partecipazione dal basso non si passa a una fase costituente il rischio non è solo quello di disperdere l’energia politica, ma di abdicare ancora di più a una gestione apolitica della città, di arrendersi alla città anomica, senza regole né senso comunitario.

domenica 3 febbraio 2019

A scuola con ragazze e ragazzi che dormono poco - Christian Raimo


Qualche anno fa ho avuto uno studente che dormiva in classe. Aveva vent’anni – era stato bocciato due volte – si faceva almeno due, tre ore di sonno pieno con la faccia sul banco. Non dormiva per noia – o insomma, credo, non solo. Era il sonno di chi arrivava a scuola distrutto, dopo una nottata in bianco. Non era l’unico.
Ogni volta che chiedo ai miei studenti – tra i 15 e i 19 anni – quanto dormono, ricevo una risposta abbastanza preoccupante: più della metà meno di sette ore; ma c’è chi mi dice che dorme anche cinque o tre ore. Le mie classi non sono un osservatorio privilegiato, né in positivo né in negativo. È l’impressione che hanno anche quei professori e quei genitori che osservano con attenzione ragazze e ragazzi, anche se questo interesse spesso manca.
Nelle molte interviste che ho fatto in varie scuole superiori, ho capito che della questione non si parla quasi mai.
Le parole di ragazze e ragazzi
Milena, una ragazza di sedici anni di un liceo di Avezzano, ci teneva a farlo e mi ha richiamato diverse volte nelle settimane successive: mi ha spiegato che dorme in media quattro ore e che la sua vita è completamente influenzata dall’insonnia: “Mi addormento verso le cinque del mattino. Quando mi sveglio bevo tanto caffè, anche tre o quattro tazze, mi preparo in fretta, vado a scuola, e rimugino sulle cose tutto il giorno, fino a rimettermi nel letto senza riuscire ad addormentarmi”, dice.
Carlo, al primo anno di università a Bologna, mi ha detto che dorme sei ore, ma molti dei suoi compagni non arrivano a quattro: “Giocano alla play, anche fino alle cinque del mattino, si sfondano”.
Sara, diciott’anni, frequenta un istituto professionale a Ponticelli, nella periferia di Napoli. Mi ha raccontato che dorme al massimo due o tre ore per notte e che neanche lei si spiega il perché. Si addormenta alle quattro, si sveglia alle sei, alle volte fa la lunga, come mi dice: non chiude nemmeno occhio. Da due anni è così: “Durante il giorno fatico a reggermi in piedi, a scuola non riesco a seguire, sono sempre distratta”.
Insonnie che nascono da disagi psicologici o da stati d’ansia non gestiti come si deve, ore di sonno sottratte per giocare e portare avanti relazioni sociali esili ma spesso uniche. I motivi per cui una ragazza o un ragazzo non dorme sono tanti. A chi si rivolgono per parlarne e affrontarli? Nella maggior parte dei casi a nessuno. Molto spesso non riescono nemmeno a riconoscere che sia un problema.
Studi ed esperimenti
Ogni caso è un caso a sé, ma ci sono sicuramente delle costanti che negli ultimi anni sono diventate evidenti, e socialmente importanti.
In Adolescenti, una storia naturale, David Bainbridge parla delle fasi della crescita attraversate dagli esseri umani. Nell’età cruciale dello sviluppo – tra i 13 e i 15 anni per le ragazze, tra i 15 e i 17 per i ragazzi, secondo Bainbridge – il cervello ha bisogno di una quantità importante di ore di sonno, e sarebbe questa una delle ragioni principali per cui normalmente a quell’età si dorme tanto. Superata questa fase si acquisisce una resistenza fisica tale da riuscire a stare svegli fino a tardissimo o a soffrire meno la stanchezza. Ma abituarsi a dormire meno di sette o di cinque ore al giorno fa male, dicono gli esperti.
Ci sono molti studi che indicano in modo chiaro che la ripetuta mancanza di sonno provoca effetti negativi sullo sviluppo cerebrale. In un articolo del 2016 l’équipe guidata da Chiara Cirelli – direttrice del dipartimento del Wisconsin institute for sleep and consciousness – si legge che, nonostante ci sia bisogno di ulteriori studi su questo aspetto, “la cronica diminuzione del sonno nella prima adolescenza può influire sulla connettività cerebrale (cioè le vie di comunicazione tra neuroni, ndr) dell’adulto”.
New Scientist ha raccontato un progetto in corso in alcune scuole di Seattle per cercare di affrontare il problema:
Rimandare l’orario di inizio delle lezioni non solo migliora la qualità del sonno degli studenti, ma aumenta anche la frequenza in classe e le prestazioni scolastiche (…) Gli adolescenti sono naturalmente portati a fare tardi la notte e a farsi belle dormite la mattina per via delle modifiche all’orologio biologico che si verificano durante la pubertà. ‘Praticamente si taglia l’ultima fase di sonno di cui hanno bisogno’, dice Horacio de la Iglesia dell’università di Washington. Per risolvere questo problema, dalla metà del 2016 le scuole di Seattle hanno deciso di spostare l’orario di inizio dalle 7:50 alle 8:45 (…) La durata media del loro sonno è passata da 6 ore e 50 minuti a 7 ore e 24 minuti, ma questo non è ancora abbastanza, dice Gideon Dunster all’università di Washington, coautore dello studio. ‘Gli studenti dormono di più, ma non stanno ancora dormendo la media di nove ore a notte raccomandata’.
In un altro articolo della rivista, Russel Foster fa un esempio che rende bene l’idea: “Per un adolescente, svegliarsi alle 7 è come svegliarsi alle 5 per una persona sui cinquant’anni”.
L’iperconnessione
Davide, 18 anni, frequenta un istituto tecnico a Roma. Mi racconta perché va a letto tardi, o tardissimo: “Gioco alla play”. Spesso lo fa su internet, con i compagni. Oppure chatta. Oppure manda video e foto agli amici fino all’una o alle due di notte.
L’iperconnessione per gli adolescenti (e non solo per gli adolescenti) non è un’eccezione, è la norma. Come scrive Jean M. Twenge nel libro Iperconnessi, a proposito degli adolescenti:
Quasi tutti dormivano con il telefono accanto: sotto il cuscino, sul materasso o comunque a portata di mano. Controllavano i social e guardavano video subito prima di andare a letto, e agguantavano il telefono appena aprivano gli occhi. Il telefono era l’ultima cosa che vedevano la sera e la prima al mattino. Se si svegliavano nel cuore della notte, finivano per dare uno sguardo al cellulare.
La quantità di tempo che ragazze e ragazzi passano online è cresciuto esponenzialmente negli ultimi dieci anni: se a metà degli anni duemila era un’ora al giorno, i dati che Twenge cita dall’inchiesta Monitoring the future dicono che oggi le ore sono almeno sei, passate su internet, sui social network, a spedirsi messaggi, a giocare. Anche in Italia, le varie statistiche – per esempio quella contenuta in Generazioni connesse, uno studio del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca – indica più o meno la stessa media.
La correlazione tra dipendenza da internet e riduzione del sonno è al centro di molti studi. Alcuni hanno lavorato su ampi campioni di studenti, in contesti geografici e sociali estremamente diversi, dalla Turchia all’Iran, dalla Corea del Sud a Taiwan.
I ricercatori spiegano che la luce blu degli smartphone e dei tablet influenzerebbe negativamente il sonno, e mettono in guardia da possibili danni fisiologici, da quelli agli occhi a quelli neurologici.
Uno dei motivi che spinge ragazze e ragazzi a non staccarsi dal telefono sarebbe la cosiddetta Fomo (fear of missing out), ovvero l’ansia di perdersi quello che fanno gli altri e la paura di esserne tagliati fuori.
Immaginate che la gran parte della vita sociale dei vostri amici si svolga online – nelle chat di gruppo o durante partite con altri – e immaginate che una parte importante avvenga la sera tardissimo, quando la giornata è finita e si è tutti a letto. Se voi vi addormentate alle undici, vuol dire che vi perderete ore di chiacchiere e giochi con i vostri amici.
Gli svantaggi della mancanza di sonno non sono pochi. Scrivono Marije Nije Bijvank, Geertje H. Tonnaer e Jelle Jones:
Cambiare le abitudini che precedono il sonno ha conseguenze sui risultati ottenuti a scuola (…) Rimandare il momento in cui ci si addormenta porterebbe a un minore autocontrollo, a posticipare le cose da fare e a gestire male il proprio tempo.
Sostanze eccitanti
E tutto questo senza considerare gli effetti del caffè, degli energy drink e di droghe come la cocaina. Matteo, vent’anni, al primo anno di scienze politiche a Roma, mi dice che per lui è normale studiare con le bevande energetiche: ha cominciato quando era al liceo e doveva prepararsi per le interrogazioni.
Anche lui non è un’eccezione. Uno studio condotto dall’equipe guidata dalla professoressa Sabrina Molinaro, coordinatrice dell’European school survey on alcohol and other drugs, mostra che il loro consumo è considerato normale dagli adolescenti; mentre la consapevolezza dei rischi per la salute – che altri studi segnalano – è praticamente inesistente. Una ricerca dell’European food safety authority fornisce dei dati preoccupanti:
Circa il 68 per cento degli adolescenti intervistati erano consumatori di bevande ‘energetiche’. In circa il 12 per cento di questi, il consumo era ‘elevato e cronico’ con una media di sette litri in un mese, e nel 12 per cento il consumo è ‘elevato e acuto’. Circa il 18 per cento dei bambini intervistati erano consumatori di bevande ‘energetiche’. In circa il 16 per cento di questi, il consumo era ‘elevato e cronico’ con una media di 0,95 litri alla settimana (quasi quattro litri in un mese).
Giampaolo, quattordici anni, frequenta un liceo dell’Aquila e mi dice che lui consuma una bevanda energetica prima di andare in palestra, di pomeriggio, così riesce a studiare anche fino all’una o le due di notte. Sara, di un istituto tecnico di Roma, mi conferma che tutti i suoi compagni ogni tanto bevono una di queste bevande.
Come reagiscono le scuole rispetto al consumo degli energy drink? In Italia non esiste nessun dibattito che si interroghi sul loro consumo tra gli adolescenti. Nel Regno Unito si discute se proibirle ai minorenni. Mentre in Lettonia e in Lituaniasono vietati già da due anni a chi ha meno di 18 anni.
Federico Tonioni, psicologo e psichiatra che coordina il centro sulle dipendenze giovanili dell’ospedale Gemelli a Roma, mi tranquillizza su ciò che sembra allarmante, e mi allarma rispetto a ciò che invece può sembrare meno preoccupante. Lo fa provando a spostare il centro del dibattito non solo sugli aspetti patologici e di rischio:
Il nostro profilo cognitivo sta cambiando, influenzato dall’uso degli smartphone. Pensiamo che siano solo degli strumenti, ma hanno invece una funzione relazionale ed emotiva. Pensiamo sempre che il problema sia il telefono, quando invece sono le relazioni. I giochi online fatti di notte, soprattutto per chi ha problemi relazionali, sono gli unici possibili per chi non riesce a stabilire altri contatti: per alcuni, le persone conosciute in quei contesti, sono gli unici amici. Non è che i ragazzi si divertano ad avere solo relazioni nate solo su telefoni o tablet, è che spesso non hanno alternative. E per poter mantenere queste relazioni, magari si addormentano alle due di notte.
Il rapporto tra la riduzione del sonno e l’uso dei telefoni riguarda anche il modo di concepire, far nascere e mantenere le relazioni tra le nuove generazioni, e quindi richiede un’offerta pedagogica più strutturata e creativa del semplice interrogativo su come facciamo a far andare i nostri figli a letto prima o a fargli posare il telefono.
È una sfida, non può essere solo un auspicio, o una buona prassi delle famiglie o delle scuole. Occorre tenere a mente esperimenti come quelli realizzati a Seattle, certo. Ma occorre ancora di più una vera inchiesta del ministero dell’istruzione sulle abitudini del sonno delle ragazze e dei ragazzi in Italia, così da mettere in campo dei progetti concreti, prima che il problema assuma proporzioni più ampie e meno gestibili di oggi.
da qui