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venerdì 15 marzo 2024

L’assalto della finanza sulla casa - Marco Bersani

 

Il “Piano Casa Salvini” e il nuovo Piano strategico del Comune di Milano sulle politiche abitative preparano l’assalto finale dei grandi interessi finanziari al patrimonio immobiliare pubblico e a quel che resta del diritto all’abitare

 

“Cos’è la destra, cos’è la sinistra?” cantava l’indimenticabile Giorgio Gaber e, se analizziamo le politiche abitative, non possiamo che dare ragioni ai dubbi del compianto autore.

Partiamo dai dati: calcolando le famiglie che hanno già subito uno sfratto con la forza pubblica, quelle che si ritrovano in mano una sentenza di sfratto e quelle che si apprestano a riceverlo, in Italia si supera la cifra di 450mila. Un’emergenza reale, vera e drammatica, che richiederebbe misure urgenti in direzione del diritto all’abitare.

Prontamente il ministro Salvini ha aperto un tavolo con l’obiettivo di varare un Piano Casa nazionale da rendere operativo nel 2025: peccato che gli invitati al parterre contemplino grandi banche e assicurazioni, fondazioni e agenzie di mediatori d’affari, grandi costruttori e fondi immobiliari e nessun sindacato degli inquilini, né tanto meno alcun movimento per il diritto all’abitare. Cosa dovrebbe produrre questo tavolo e soprattutto in quale direzione? Domanda retorica, visti i protagonisti, e risposta semplice: la valorizzazione del patrimonio pubblico esistente, che, tradotto, significa consegnare gli immobili inutilizzati ad affaristi del mattone e avvoltoi della finanza affinché li recuperino e li mettano a reddito (il loro, of course), con conseguente smantellamento degli enti gestori dell’edilizia popolare e la messa sul mercato della stessa. Ma questo è Salvini, lo sappiamo.

E allora facciamo un giro a Milano, seconda metropoli del Paese, da tempo governata dal centro-sinistra, che ha appena costituito Società Casa, un piano strategico con i seguenti obiettivi: a) incrementare il numero degli spazi abitativi pubblici passando da 22mila a 25mila unità; b) ampliare l’offerta, attivando 10mila nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale; c) ottimizzare le manutenzioni ordinarie, la gestione sociale del patrimonio e la gestione dei pagamenti e conseguenti morosità.

Finalmente, verrebbe da dire. Ma come si prevede di realizzare tutto questo? Attraverso la consegna strategica di tutto il patrimonio abitativo pubblico a Invimit Sgr (Investimenti Immobiliari Italiani), società per azioni con capitale interamente detenuto dal MEF, il cui compito storico, è quello di “valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico, in particolare tramite le cessioni, permettendo al MEF di ridurre il debito pubblico”. Più specificamente e da statuto, la società “(..) opera in ottica e con logiche di mercato per cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, attraverso l’istituzione e la gestione di fondi comuni di investimento chiusi immobiliari”. Se non fosse sufficientemente chiara la direzione, basti riportare alcune frasi tratte da interventi dell’Amministratrice Delegata della società: “Invimit Sgr ha radicalmente cambiato pelle. È l’unica Sgr pubblica sul mercato. Alla società mancava il contatto con il mercato. La nostra missione è la valorizzazione e la dismissione” oppure “Occorre avere uno Stato che diventi giocatore e non sia più solo spettatore. Questa è una narrativa che a livello internazionale è molto importante e viene recepita bene dagli investitori. Più in generale, dobbiamo saper vendere la nazione per colmare il gap con il resto d’Europa…”.

Cosa tutto questo abbia a che fare con gli obiettivi sopra dichiarati dal Comune di Milano resta un mistero. Ciò che è invece assolutamente evidente, tanto a livello locale (Società Casa di Milano) quanto a livello nazionale (Piano Casa di Salvini) è che siamo all’assalto finale dei grandi interessi finanziari sul patrimonio immobiliare pubblico e alla definitiva negazione del diritto all’abitare. Quanto ci manchi, Giorgio Gaber.


*Pubblicato su il manifesto del 9 marzo 2024 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica

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martedì 5 marzo 2024

Sotto la banca il clima crepa - Marco Bersani

 

Nei sette anni dalla firma dell’Accordo di Parigi, le banche con sede nell’Unione Europea hanno erogato 327,15 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni a favore di combustibili fossili (239,63 mld) e attività agricole industriali nel Sud globale (87,42 mld). Con una media annuale, fra il 2016 e il 2022, di 46,74 miliardi di dollari a fronte dei soli 11,26 miliardi di dollari (meno di un quarto) destinati alla mitigazione della crisi climatica.

Di fatto, mentre spergiurano in ogni spot pubblicitario di essere determinate nell’affrontare la crisi climatica, condannano le comunità di Africa, Asia e America Latina alla mancanza di terra, alla deforestazione, all’inquinamento dell’acqua e alla privazione dei diritti umani fondamentali.

In questa classifica-killer troviamo al primo posto BPN Paribas (49,55 mld di dollari), seguita da Société Générale (41,7 mld), Crédit Agricole (37,57 mld) e ING Group (21,14 mld). Vengono subito dopo le “nostre” Unicredit (18,40 mld) e Intesa San Paolo (11,95 mld).

È cosi che proliferano nel mondo le cosiddette “carbon bombs”, ovvero quei progetti di estrazione di gas, petrolio e carbone che, se avviati, comporterebbero un aumento di gas serra superiore al miliardo di tonnellate di CO2 equivalente (per capirci: tre volte le emissioni prodotte dall’Italia in un intero anno).

Attualmente, secondo una ricerca dell’Università di Leeds, pubblicata sulla rivista Energy Police, esistono nel mondo 425 di questi progetti. Solo Deutsche Bank ne sta finanziando, direttamente o indirettamente, ben 83, mentre 59 ricevono fondi da BPN Paribas.

Se da chi finanzia passiamo a chi è finanziato, il primato di chi riceve più risorse economiche dalle banche europee è della italianissima ENI, controllata dal MEF, sia direttamente, sia attraverso la quota di Cassa Depositi e Prestiti.

Dal 2016 al 2022, ENI ha ricevuto da UniCredit 4,01 miliardi di dollari, da Intesa Sanpaolo 3,45 miliardi di dollari, 3,19 mld da BNP Paribas e 3,03 mld da Crédit Agricole.

Nonostante ripeta compulsivamente di voler trasformare la propria attività per raggiungere la “carbon neutrality entro il 2050”, in realtà ENI continua a dare priorità agli investimenti in petrolio e gas e nel 2023 è stata uno dei maggiori produttori al mondo, alla guida di un’ulteriore “corsa al gas” in tutto il continente africano e in particolare in Egitto, Mozambico, Angola e Libia.

Se questo è il quadro, varrebbe forse la pena di sospendere tutte le infinite diatribe sui gruppi di attiviste/i che con un po’ di vernice (lavabile) cercano di richiamare l’attenzione sulla drammaticità della crisi climatica in atto, e porre finalmente al centro della discussione politica e culturale una semplice verità: per decarbonizzare la nostra economia è fondamentale ridurre le emissioni drasticamente; per ridurre le emissioni a sufficienza da scongiurare il superamento degli 1,5 gradi è fondamentale mantenere sottoterra almeno il 60% del gas e del petrolio esistenti e il 90% del carbone; per mantenere sottoterra questa quota di combustibili fossili, le aziende del comparto dovranno rinunciare a miliardi di dollari di profitti; perché ciò avvenga bisogna impedire alle banche di continuare a rifocillarle.

Non sembra così difficile da capire. Né per le banche, né per le imprese, tanto meno per i governi.Toccherà farglielo presente, smettendo di delegare il compito ai gruppi di attiviste/i di cui sopra.

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sabato 6 agosto 2022

Quanto ci costa vivere male - Marco Bersani

 

Giovedì 28 luglio è stato l’Earth Overshoot Day 2022, ovvero il giorno dell’anno in cui la popolazione globale esaurisce tutte le risorse che la Terra riesce a generare. Cade ben 156 giorni prima della fine dell’anno, il che vuol dire che a fine dicembre avremo utilizzato il 74% in più di quanto gli ecosistemi riescono a rigenerare.

Il dato, tremendo in sé, assume caratteristiche ancor più drammatiche se lo consideriamo nelle sue disparità interne: paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Russia hanno iniziato l’anno già in debito ecologico, mentre il nostro Paese ha raggiunto l’apice il 15 maggio scorso (che ne dice, ministro Cingolani?). E, naturalmente, il dato per Paese omette di leggere le stratificazioni interne, dalle quali ormai sappiamo con certezza matematica come il debito ecologico sia causato in gran parte dalla classe dei ricchi e ricchissimi (“Climate change & the global inequality of carbon emissions, 1990-2020”).

Quindi viviamo male e mettiamo a repentaglio la sopravvivenza della vita umana sul pianeta quasi solo per permettere ad una infima fascia di persone di spendere, spandere e naturalmente comandare. Il paradosso è che tutto questo ci costa infinitamente di più, sottraendo ricchezza collettiva che potrebbe essere destinata alla giustizia sociale e climatica.

Sono gli stessi analisti finanziari a dirlo a chiare lettere. Secondo il “Global Turning Point Report 2022”, studio effettuato dalla società di consulenza finanziaria Deloitte, l’inazione contro il cambiamento climatico potrebbe costare all’economia globale 178 trilioni di dollari da qui al 2070. Risultati analoghi riscontriamo dagli indicatori dell’”Osservatorio Climate Finance, School of Management” del Politecnico di Milano, secondo i quali, analizzando le attività di un 1,1 milioni di imprese in termini di operatività in relazione ai cambiamenti climatici, si è rilevata una diretta rispondenza fra l’aumento di un grado della temperatura e il crollo a -5,8% del fatturato e a -3,4% della redditività. Ma già nel 2019 (ben prima di pandemia, guerra e crisi climatica attuale), il rapporto “The Lancet Countdown” lanciava l’allarme e prevedeva, per quanto riguarda l’Italia, un calo dell’8,5% del Pil nei prossimi decenni, con una perdita di produttività del 13,3% nel settore agricolo e dell’11,5 per cento del settore industriale.

Parliamo di conti perché la politica pare interessata solo a quelli, ma si tratta di vite, persone, affetti, comunità, relazioni sociali e psicologiche.

Il fatto è che nell’economia liberista i costi globali non sono un fattore da tenere in conto, essendo la narrazione tutta basata sull’individuo indipendente, autonomo e tutto d’un pezzo, sull’imprenditore di se stesso artefice del proprio destino, sull’uomo ‘che non deve chiedere mai’, meglio se ‘maschio-bianco-proprietario’.

Per un sistema siffatto, non esistono costi globali che non siano scaricabili sulla collettività, siano questi le risorse naturali, delle quali si presuppone la disponibilità e la predazione, siano questi gli effetti sanitari e sociali di un modello di vita e di produzione.

In queste giornate, una nuova generazione ecologista di migliaia di ragazze e di ragazzi è riunita a Torino: reclamano il diritto al futuro e chiedono un’inversione radicale di rotta prima che sia troppo tardi. Affermano un noi contro l’ipertrofia dell’io.

Può darsi che vi troviate imbottigliati sull’asfalto perché, per farsi sentire, hanno bloccato l’autostrada. Non è detto che le urgenze delle vostre vite vi consentano di condividere quello che stanno facendo. Basterebbe sapeste che loro non sono il problema, semmai la soluzione.

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lunedì 18 luglio 2022

Esplode il land grabbing - Marco Bersani

 

Si definisce land grabbing (accaparramento di terre) un fenomeno esploso con la crisi dei prezzi dei beni alimentari nel 2007-2008 e con la crescente produzione di biocarburanti da materie prime rinnovabili.

Il combinato disposto di questi due fattori ha dato vita a un gigantesco flusso di investimenti e di capitali provenienti dagli Stati più ricchi, finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo.

Gli obiettivi principali dell’acquisto di terreni nei paesi in via di sviluppo da parte di privati –aziende, banche, fondi finanziari- sono l’investimento e il guadagno finanziario atteso.

L’utilizzo dei terreni oggetto di queste transazioni si concentra solitamente sui prodotti agricoli di qualità destinati all’esportazione e non sulla produzione di alimenti di base. Il land grabbing da parte dei governi avviene invece in base ad altre motivazioni. I terreni vengono acquistati all’estero allo scopo di soddisfare i bisogni alimentari della propria popolazione.

Stati e investitori privati investono su terreni considerati ‘inutilizzati’, ma che tali in realtà non sono, essendo da decenni usufruiti da contadini e da comunità locali che godono di titoli di usufrutto tradizionali ma di tipo informale rispetto alla legislazione di riferimento.

Sono comunità che vengono espropriate, a cui si negano i mezzi per la sussistenza e che finiscono quindi per ingrossare le fila degli abitanti marginali dei grandi contesti urbani.

Secondo la V edizione del rapporto “I padroni della terra”, presentato recentemente da Focsiv, al primo posto dei paesi colpiti dal land grabbing troviamo il Perù, con oltre 16 milioni di ettari coinvolti su un totale globale di 91,7 milioni di ettari di terre accaparrate.

Seguono a distanza altri Stati latinoamericani (Brasile e Argentina), asiatici (Indonesia e Papua Nuova Guinea soprattutto), dell’Europa orientale (Ucraina) ed africani (Sud Sudan, Mozambico, Liberia e Madagascar).

I principali accaparratori sono soprattutto i Paesi «occidentali» più ricchi: dal Canada (quasi 11 milioni di ettari) alla Gran Bretagna, passando per gli Stati Uniti (quasi 9 milioni di ettari), la Svizzera e il Giappone. Seguono le nuove grandi economie come la Cina (5,2 milioni di ettari) e l’India, assieme alla Malesia e alle sede di imprese multinazionali come Singapore.

Si tratta di un fenomeno in espansione, destinato ad aumentare esponenzialmente a fronte della crisi alimentare prodotta dalla guerra in Ucraina e degli effetti sempre più drammaticamente evidenti del cambiamento climatico.

E si tratta del più lampante effetto di una cultura del cibo tesa all’espansione e stabilizzazione dell’accumulazione capitalistica invece che alla soddisfazione di un diritto fondamentale delle persone.

Un ciclo sempre più lontano dalla fisicità di campi, semi, attrezzi, contadine e contadini che li lavorano, e sempre più prossimo al mondo dei prodotti finanziari, futures e derivati.

Il rapporto dedica un capitolo anche all’Italia, dove non si registrano dinamiche di accaparramento, ma un crescente consumo del suolo agricolo, con una copertura artificiale di suolo utile salita al 9,15% rispetto ad una media del 4,2% in Unione Europea e una conseguente perdita di prodotti agricoli pari a 4,1 milioni di tonnellate tra il 2012 e il 2020, nonché di servizi ecosistemici, in particolare di capacità di regolazione del ciclo idrogeologico, di biodiversità, di stoccaggio di CO2.

Sembra sempre più urgente la necessità di stravolgere il paradigma dell’accumulazione per intraprendere la strada della sovranità alimentare e dell’agro-ecologia.

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domenica 19 giugno 2022

Se ne va un “Po”della nostra vita - Marco Bersani

 

«Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo fiume avvelenato, vi renderete conto che non si può mangiare il denaro». Cosi disse nel 1876 Toro Seduto, capo tribù dei nativi americani Sioux Hunkpapa, qualche mese prima della leggendaria battaglia del Little Bighorn.

Toro seduto non era uno scienziato dell’Ipcc dell’Onu, ma la sua sintesi meriterebbe di essere scritta in tutti gli edifici pubblici del Paese, in questo inizio estate che ci costringerà a fare davvero i conti con la profondità della crisi eco-climatica.

Paradigmatica è la situazione del Po, il più grande fiume italiano, il cui bacino attraversa la pianura padana e l’intera Italia del Nord. Sono le regioni in cui si sono storicamente concentrate un’agricoltura e un allevamento intensivi, una massiccia industrializzazione, la grande industria energetica, nonché grandi concentrati di popolazione urbana e metropolitana.

Tutte figlie del medesimo paradigma, che è la cifra del modello capitalistico: l’idea della crescita economica come termometro del benessere della società, accompagnata dall’uso di beni comuni presenti in natura dei quali si presuppone l’illimitata disponibilità.

Una situazione accelerata dal modello liberista e dal preponderante ruolo assunto dalla finanza, che ha visto il progressivo ritiro delle istituzioni pubbliche tanto dall’intervento diretto in campo economico, quanto da qualunque idea di programmazione e pianificazione dello stesso, delegate alla ‘autoregolazione dei mercati’.

Peccato che esista una contraddizione strutturale fra come la vita delle persone si organizza nello spazio e nel tempo rispetto a come si declina l’economia di mercato.

La vita delle persone si svolge dentro uno spazio limitato, la comunità di riferimento, e si dipana dentro un tempo lungo che attraversa l’intera esistenza.

Al contrario del mercato che si organizza in uno spazio potenzialmente infinito, l’intero pianeta, ma declina le proprie scelte dentro un tempo estremamente ridotto, l’indice di Borsa del giorno successivo. E’ questa differenza a far sì che gli interessi di mercato siano quasi sempre in diretto contrasto con i bisogni della vita delle persone.

L’economia della pianura padana lasciata al mercato, oltre ad aver prodotto pesanti livelli di inquinamento complessivo che hanno trasformato il serio problema sanitario prodotto dalla pandemia da Covid19 in una tragedia di massa, ha messo in campo un’idea di agricoltura, allevamento, industria e produzione energetica vocate al massimo rendimento nel minimo arco temporale.

Una relazione predatoria nei confronti del suolo, dell’aria, dell’acqua, dell’energia e della salute delle persone che ha prodotto grandi risultati di fatturato per le industrie dell’agro-business e di utili in Borsa per le multiutility dell’acqua e dell’energia.

Permettendo alle stesse di comportarsi come quell’uomo del film “L’odio” che, cadendo da un palazzo di 50 piani, man mano che passa da un piano all’altro continua ripetersi «fino a qui, tutto bene», misurando il ‘qui ed ora’ della caduta e non l’esito dell’atterraggio.

Esito che nella pianura padana è arrivato con la più grave crisi idrica degli ultimi 70 anni e il Po ridotto a un rigagnolo circondato da distese di sabbia.

Prima che gli interessi delle grandi lobby scendano in campo per far ricadere la crisi ancora una volta sulle spalle degli abitanti, è il momento che le comunità locali insorgano per prendersi cura del ramo su cui siamo seduti contro chi continua a segarlo.

Magari rivendicando che i soldi del Pnrr vadano alla cura e alla manutenzione dei territori invece che a nuove basi militari dentro parchi naturali.

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lunedì 2 maggio 2022

L’ultimo assalto alla natura - Marco Bersani

 

Si chiama NAC (Natural Asset Company). Con essa la Borsa di New York ha svelato il piano più radicale e potenzialmente più distruttivo per finanziarizzare tutta la natura e la vita nella stessa.

Che la relazione fra il capitalismo e la natura sia basata sulla mercificazione di quest’ultima per estrarre profitti non è sicuramente una novità, ma questa volta siamo ad un ulteriore drammatico salto di qualità. La creazione di questa nuova classe di attivi finanziari metterà infatti in vendita non solo le risorse naturali, ma gli stessi processi alla base della vita.

Funzionerà infatti così: una NAC individua un bene naturale (ad esempio, una foresta pluviale o un lago), ne stima il valore e decide chi ne detiene i diritti di sfruttamento, gestione, conservazione. Tramite un’offerta pubblica iniziale, la NAC viene quotata in Borsa. A quel punto investitori privati e istituzionali, fondi sovrani o speculativi diventano proprietari sia delle risorse sia dei relativi processi naturali.

La quotazione in Borsa della NAC ne determinerà il valore. Gli azionisti della NAC diventeranno dunque proprietari non solo del bene naturale ma anche dei servizi che questi ecosistemi producono a beneficio della vita e delle persone: dalla produzione alimentare all’acqua pulita, dalla biodiversità al sequestro del carbonio legato alla crescita delle piante e via discorrendo.

Nella narrazione proposta dai promotori, tutto questo dovrebbe servire a far diventare economicamente conveniente la conservazione della natura; nella realtà concreta, si tratta della definitiva privatizzazione dei beni comuni che, da beni accessibili a tutti, diventeranno asset finanziari per i profitti di pochi, mentre sarà il mercato a decidere cosa nella natura ha valore e cosa non ne ha.

D’altronde, basta dare un’occhiata a chi sono i promotori di questo assalto finanziario alla vita. Il primo è il fondo privato di investimento BlackRock, che, con la gestione di 9,5 miliardi di dollari, è oggi la terza potenza finanziaria mondiale, dopo Usa e Cina, e che ha proposto di trasformare, entro il 2030, il 30% del pianeta in “zone naturali protette” (dai capitali finanziari, of course).

Un altro dei promotori è il gruppo IEG (Intrinsic Exchange Group), che vede al suo interno la Fondazione Rockefeller e l’affiliata per l’America Latina della Banca Mondiale, e che così annuncia sul proprio sito: “Abbiamo creato una nuova classe di attività basata sulla natura e sui benefici che la natura fornisce (..) questo consentirà la conversione delle risorse naturali in capitale finanziario (..) permettendo una soluzione di trasformazione in base alla quale, gli ecosistemi naturali non sono semplicemente un costo da gestire, ma piuttosto, una fonte di ricchezza per i governi e i suoi cittadini”.

Siamo all’atto finale. Il modello capitalistico nella sua fase della finanziarizzazione spinta ha la necessità di sottoporre a valorizzazione finanziaria ogni aspetto della vita con una pervasività direttamente proporzionale al castello di carta su cui si regge.

Valorizzare i processi della vita apre un campo sterminato di possibilità di profitto, valutate dallo studio McKinsey in 4000 trilioni di dollari (per avere un’idea, si tenga conto che il Pil annuo del pianeta vale oggi 125 trilioni di dollari).

Tutto questo avviene nel totale silenzio di governi e parlamenti che hanno da tempo interiorizzato la primazia della finanza sulla società. L’antagonismo fra la Borsa e la vita questa volta non è una metafora.

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sabato 31 ottobre 2020

Speculare fino all’ultima goccia - Marco Bersani

Ci sono due modi di leggere gli insegnamenti della pandemia da Covid 19. Il primo è quello di comprendere finalmente la fragilità dell’esistenza e l’interdipendenza tra vita umana e natura, assumendo il limite come elemento fondativo dei beni comuni e come antagonismo all’appropriazione privata degli stessi. Da qui la stringente necessità di rivoluzionare l’economia del profitto per costruire la società della cura, che è cura di sé, dell’altr*, del pianeta e delle generazioni future.

Ma se ci poniamo dal punto di vista delle imprese multinazionali e delle grandi lobby finanziarie otteniamo una lettura opposta: la limitatezza dei beni a disposizione dell’umanità diviene in questo caso una nuova enorme possibilità di mercificazione, soprattutto se riguarda l’acqua, un bene essenziale e, come tale, a domanda rigida (tutt* abbiamo bisogno dell’acqua, tutti i giorni e per sempre) e business garantito.

È esattamente dentro questo conflitto – che vede l’1% di ricchi contrapporsi al 99% del resto delle persone – che si possono infrangere tutte le regole democratiche che governano una società: così, se nel 2011 la maggioranza assoluta del popolo italiano aveva votato per considerare l’acqua come bene comune e per escludere dal mercato la gestione del servizio idrico, quasi dieci anni dopo non solo quella decisione sovrana non è stata attuata e la finanziarizzazione dell’acqua prosegue imperterrita, ma addirittura il nostro Paese si candida ad ospitare l’edizione 2024 del World Water Forum, l’incontro triennale in cui le multinazionali dell’acqua danno gli ordini ai governi su come favorire la privatizzazione.

E c’è una nuova frontiera della mercificazione dell’acqua, che ci arriva da una recentissima notizia: Cme Group, gruppo finanziario leader mondiale dei contratti derivati, ha annunciato che, nel quarto trimestre di quest’anno, quoterà un contratto finanziario derivato – future, in termine tecnico – sul prezzo dell’acqua.

Pensato per gli enti pubblici e le imprese bisognose di gestire i rischi relativi alla scarsità di acqua in California, il nuovo contratto dipenderà dal Nasdaq Veles California Water Index, un indicatore dei prezzi idrici lanciato nel 2018 nello stato federato americano, con un mercato che già oggi vale almeno 1,1 miliardi di dollari.

Ogni future regolerà le transazioni di 10 piedi acri (oltre 12.334 metri cubi) di acqua e sarà regolato in base all’indice di riferimento.

Ogni settimana, il Nasdaq Veles California Water Index (NQH20) stabilirà un prezzo per i diritti di sfruttamento dell’acqua, calcolato sulla media ponderata dei prezzi e in base al volume degli scambi nei cinque maggiori mercati idrici dello stato federato americano.

Il nuovo future non si fermerà ovviamente al solo mercato californiano. Come ha chiaramente detto Tim McCourt, dirigente di Gme Group: “Con quasi due terzi della popolazione mondiale che dovrebbe affrontare la scarsità d’acqua entro il 2025, questa rappresenta un rischio crescente per le imprese e le comunità di tutto il mondo”. ‘

E un grandissimo business per noi’ ha lasciato sottindere.

D’altronde, se vale il dogma liberista che “tutto ciò che è scarso ha un prezzo”, quale miglior occasione dei drammatici cambiamenti climatici in corso – già oggi 2 miliardi di persone vivono in Paesi sottoposti a “forte stress idrico”- per mettere in piedi un mercato con business garantito e duraturo?

Senza contare come la quotazione di future basati sul prezzo dell’acqua, metterebbe quest’ultima immediatamente nelle mani degli speculatori finanziari, come già oggi avviene per mercati degli alimenti di base, tipo il grano.

 

Quanti sanno che le primavere arabe, alimentate certamente dal bisogno collettivo di democrazia, hanno avuto la loro scintilla da un improvvisa escalation del prezzo del grano provocata da un’ondata di speculazioni sui mercati finanziari?

La battaglia per l’acqua assume dunque un valore ancora più fondamentale: a un capitalismo in pluri-crisi sistemica, che, per sopravvivere, ha deciso di approfondire la finanziarizzazione e la mercificazione della società, della vita e della natura, occorre contrapporre da subito un altro modello sociale, che abbia la cura collettiva come elemento fondativo.

Ci sono future a beneficio dei pochi, soliti noti e c’è un futuro collettivo da conquistare.

A ciascun* decidere da che parte stare.

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lunedì 28 settembre 2020

Non piove, governo ladro - Marco Bersani

 

É stato pubblicato recentemente il rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia”, realizzato dalla Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici). Si tratta della prima analisi integrata del rischio climatico in Italia.

Che cosa prevede? I diversi modelli climatici sono concordi nel valutare un aumento della temperatura fino a 2°C nel periodo 2021-2050 (rispetto a 1981-2010) e, nello scenario peggiore, un aumento che può raggiungere i 5°C.

Con quali conseguenze? Un  significativo aggravamento della situazione già ora complessa relativa al rischio geo-idrogeologico; una drastica riduzione della disponibilità di risorsa idrica rinnovabile, sia superficiale che sotterranea, con periodi prolungati di siccità ed eventi metereologici estremi; pesanti conseguenze quali-quantitative sui sistemi agricoli;

forte peggioramento della qualità della vita nelle città, dovuta al legame tra l’innalzamento della temperatura in ambiente urbano (isole di calore) e le concentrazioni di ozono (O3) e di polveri sottili (PM10), con particolari ripercussioni sulla salute delle fasce più fragili della popolazione

Con quali costi economici per la collettività? Lo studio rileva una proporzionalità diretta tra aumento della temperatura climatica e aumento dei costi economico-finanziari, con valori compresi tra lo 0,5% e l’8% del Pil a fine secolo.

I cambiamenti climatici aumenteranno la disuguaglianza economica tra le regioni e tutti i settori dell’economia italiana risulteranno impattati negativamente, mentre le perdite maggiori si andranno a determinare nelle reti e nella dotazione infrastrutturale del Paese, nell’agricoltura e nel settore turistico nei segmenti sia estivo che invernale.

Essendo il primo studio che affronta le conseguenze del cambiamento climatico non solo da un punto di vista globale, ma nello specifico della situazione italiana, sarebbe logico che divenisse la base sulla quale i governi formulassero le proprie strategie d’intervento.

Di cosa parlano invece le linee guida del governo italiano per il Recovery Plan, ovvero l’insieme di progetti e interventi per accedere agli oltre 200 miliardi previsti dal Recovery Fund europeo?

L’obiettivo sembra essere la riduzione dell’impatto economico provocato dalla pandemia, attraverso il raddoppio del tasso di crescita e un aumento di 10 punti del tasso di occupazione.

Non si parla di conversione ecologica come strategia tanto radicale quanto assolutamente necessaria, ma semplicemente come opportunità per realizzare gli obiettivi economici sopra richiamati.

Data la premessa, sembra ovvia la conseguenza: l’insieme dei progetti di investimento che accompagnano le linee guida sono un ammasso informe di centinaia di iniziative, senza capo né coda e spesso contraddittorie tra loro, concepite con l’unico obiettivo di spendere per “far girare l’economia”.

Salvo concludersi con l’usuale monito che il tutto dovrà essere accompagnato dalla riduzione del rapporto debito/Pil attraverso un significativo aumento del saldo primario (leggi: drastica riduzione della spesa sociale).

Possiamo immaginare due anni di spese folli dettate dai diktat di Confindustria e dalle lobby finanziarie con l’obiettivo del rilancio dell’economia (che poi è da sempre l’econo-loro) e poi la riedizione dell’austerità, basata sulla trappola del debito, sul patto di stabilità e sul pareggio di bilancio?

“Uscire dall’economia del profitto, costruire la società della cura” è l’obiettivo di un percorso di convergenza che centinaia di realtà sociali, reti associative e di movimento hanno avviato dentro la pandemia e dopo il lockdown e sul quale chiamano tutt* alla partecipazione e alla mobilitazione sociale.

Sarà di questo che dovranno parlare le strade dell’autunno che comincia.

https://comune-info.net/linsostenibile-leggerezza-politica/

lunedì 18 maggio 2020

Salviamo i Comuni dal default - Marco Bersani



I Comuni sono tutti a rischio default, tanto quelli che, prima della pandemia, si trovavano in stato di disavanzo, quanto quelli che, pur disponendo di risorse libere dall’avanzo di amministrazione, le stanno velocemente prosciugando per rispondere all’emergenza sanitaria, economica e sociale.
Sembra in tutt’altre faccende affaccendato il governo, il cui recentissimo decreto, che mette a disposizione 55 miliardi, pare unicamente direzionato a favorire le imprese e a rispondere ai diktat di una Confindustria che, nella guerra per le risorse, non intende fare prigionieri.
Paradigmatico in questa direzione è il provvedimento con cui si abbona alle imprese il saldo 2019 e l’acconto 2020 dell’Irap, privando, in piena emergenza, il servizio sanitario di un’entrata certa (prodromico alla richiesta governativa di accesso al Mes?).
Speculare a questa accondiscendenza verso il mondo delle imprese è l’indifferenza alle sorti dei Comuni, luoghi primari della democrazia di prossimità, che si ritrovano tra la moltiplicazione dei bisogni cui devono urgentemente rispondere e le casse tragicamente vuote.
Su questo punto, si è alzata forte la voce dell’Anci, ma, ancora una volta, con il pesante handicap di limitarsi a chiedere risorse, invece di affrontare i problemi strutturali che negli ultimi venti anni hanno progressivamente depauperato i Comuni, e impoverito e frammentato le comunità territoriali.
Perché tutti i Comuni non rivendicano la sospensione del patto di stabilità interno e del pareggio di bilancio, analogamente a quanto è stato deciso per gli Stati a livello europeo?
Perché tutti i Comuni non aprono un conflitto sugli interessi dei mutui accesi con le banche e con Cassa Depositi e Prestiti, per i quali pagano tassi del 4-5% quando il costo del denaro è vicino allo zero? Perché non chiedono allo Stato di farsene carico, come stabilisce l’art. 39 della Legge 8/2020, della quale non è stato approvato il decreto attuativo? Perché non pretendono, così come è stato fatto per le imprese, di poter accedere a finanziamenti a tasso zero per il prossimo biennio?
Perché, infine, non rivendicano che la loro missione precipua è garantire il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere delle loro comunità, e che, per poterlo realizzare, necessitano di risorse certe e incomprimibili?
Su tutti questi punti, dopo l’approvazione di una delibera specifica da parte della città di Napoli, Attac Italia sta inoltrando a tutti i Consigli Comunali un ordine del giorno, chiedendo che gli enti locali si schierino fuori da ogni ambiguità (per chi è interessato, il materiale si trova qui).
Si tratta di un nodo dirimente: o le comunità territoriali e gli enti locali prendono parola per affermarsi come fulcro di un nuovo modello di società socialmente ed ecologicamente orientata, o saranno gli interessi finanziari e della rendita a completare la definitiva espropriazione di territorio, beni comuni e diritti sociali.
In questo percorso, un’importante e storica novità arriva dalla recentissima sentenza (n.8770) della Cassazione sui contratti derivati, che, dando ragione al Comune di Cattolica (RN) nel contenzioso con la  Banca Nazionale del Lavoro, ha dichiarato nulli tutti i derivati sottoscritti dai Comuni senza essere stati approvati da apposita delibera di Consiglio Comunale. É una sentenza che fa giurisprudenza e permette a tutti i Comuni, finiti nella gabbia delle banche, di liberare risorse da destinare finalmente alle collettività locali.
“Niente sarà più come prima” è il mantra che attraversa la penisola: ma mentre i molti lo dicono come impegno/speranza verso una società diversa, i soliti noti lo stanno agitando come minaccia per approfondire il disciplinamento della società. Dobbiamo impedirglielo.

martedì 14 maggio 2019

Beni comuni fuori dal mercato - Marco Bersani



L'evanescenza dell'antinomia fra Unione Europea e Stato nazionale è dimostrata dal progressivo affermarsi, nelle pratiche di lotta dei movimenti sociali e nella teorizzazione intellettuale alternativa, del paradigma dei beni comuni.
Se corrispondesse a realtà l'interpretazione di chi pensa che siamo di fronte ad un attacco ai diritti del lavoro, ai diritti sociali e ai servizi pubblici, portato avanti dal grande capitale finanziario e dall'oligarchia che governa l'Ue (parte vera), a cui si contrappongono gli Stati nazionali, quali luoghi di contrasto e garanti della protezione sociale (parte illusoria), non si comprenderebbe l'enfasi posta in modo sempre più marcato da parte dei movimenti sociali sul tema dei beni comuni.
Sarebbe sufficiente ricorrere alle antiche categorie di 'pubblico' e 'privato' o di 'Stato' e 'mercato' per comprendere i termini del conflitto, gli schieramenti e decidere la propria collocazione.
Ma che la situazione sia notevolmente differente, lo dimostra il fatto che, nell'ipotesi sovranista, quelle che vengono messe in acerrima contrapposizione sono due istituzioni pubbliche, Unione Europea e Stato nazionale.
Come non concordare sul fatto che l'Unione Europea, concepita in modo a-democratico, sia di fatto un potere oligarchico al servizio dei grandi interessi finanziari?
Ciò che tuttavia stupisce è la mancanza di 'consecutio logica' nel ragionamento: se l'Unione Europea è stata voluta dagli Stati nazionali, i quali hanno contribuito a scrivere, approvare e ratificare tutti i trattati, che ne hanno determinato il percorso, perché ciò che vale per l'Unione Europea non è altrettanto applicabile agli Stati nazionali?
Il motivo, a mio avviso, sta nel continuo attardarsi, da parte dei sovranisti, sulla nostalgia dei 'Trenta gloriosi' e dello stato sociale keynesiano; una sorta di remake di  'Good Bye Lenin' 1 in salsa europea, che non permette di comprendere le profonde modificazioni intercorse nella fisionomia e funzione degli Stati dentro il capitalismo iper-finanziarizzato.
Ma, per fortuna di tutti, è la realtà a produrre le accelerazioni necessarie.
L'esperienza dei movimenti sociali alternativi, praticata negli ultimi due decenni, contro l'invadenza del mercato e contro la messa a valore finanziario dell'intera società, ha evidenziato come, non solo le istituzioni pubbliche ai diversi livelli non abbiano costituito alcun argine alla stessa, bensì come si siano progressivamente poste al servizio dell'espansione dei grandi interessi finanziari nella mercificazione della vita e della natura.
Sottoposte alla doppia tenaglia del mercato e di un pubblico trasformato in braccio armato dello stesso, le pratiche sociali dei movimenti hanno messo sotto attacco non solo l'appropriazione privata dei beni e della ricchezza collettiva, bensì il concetto stesso di 'proprietà', in quanto pernicioso in sé del diritto all'accessibilità e alla fruizione dei beni.
Nasce da queste considerazioni l'introduzione, nella teoria e nella pratica politica dei movimenti, del concetto di 'beni comuni', come qualcosa che rappresenta l'opposto dei 'beni privati', ma che va molto oltre quello di 'beni pubblici'. Così come la necessità di contrastare le privatizzazioni, non ricorrendo al vecchio e inefficace concetto di 'nazionalizzazione', bensì introducendo la categoria della 'socializzazione'.
E, a completamento -ancora parziale- dell'innovazione teorica, la riflessione sul 'comune', come altro dal 'privato' e dal 'pubblico'.
Ciò a cui stiamo assistendo, nella teoria e nella pratica delle lotte, è il superamento della logica binaria -proprietà pubblica o privata- che ha dominato negli ultimi due secoli la riflessione occidentale, con la ricerca di una nuova forma di razionalità, capace di incarnare i profondi cambiamenti intervenuti, che investono la dimensione economica, sociale, culturale e politica.
E che implicano una diversa considerazione della cittadinanza, per il rapporto che si istituisce fra le persone, i loro bisogni, i beni che possono soddisfarli, modificando la configurazione stessa dei diritti e delle modalità del loro esercizio.
Quando si parla di beni comuni, ci si riferisce a beni e servizi, fisici o immateriali, naturali o sociali, concreti o cognitivi, situati o eterei, locali o globali che, in quanto necessari alla sopravvivenza in  vita delle persone e/o alla dignità e qualità della stessa, appartengono alle comunità viventi nei loro diversi insiemi.
Sono quindi beni che non possono, in alcun caso, essere gestiti secondo logiche di mercato, perché non mercificabili, ma che, al contempo, vanno sottratti anche alla potestà delle istituzioni pubblico-amministrative, perché nessuno può averne titolarità esclusiva.
Come ha scritto Stefano Rodotà: “I beni comuni tendono a configurarsi come l'opposto della sovranità, non solo della proprietà” 2.
Il paradigma dei beni comuni porta con sé una tale radicalità che può risultare ostico a chi continua, anche a sinistra, a pensare allo Stato o alle istituzioni pubbliche come autorità neutrali di garanzia, con il risultato di non coglierne la portata rivoluzionaria, ma di considerarli come un ritorno nostalgico a forme di proprietà arcaica. Ma come scrive ancora Rodotà: “Non è tanto il ritorno a 'un altro modo di possedere', ma la necessaria costruzione dell''opposto della proprietà'”.3
I beni comuni rimettono in campo concetti totalmente rimossi dalla dottrina e dalla pratica neoliberale, riscoprendo il 'legame sociale' della condivisione, a fronte della solitudine competitiva; il 'diritto al futuro', a fronte dello sguardo rivolto all'indice di Borsa del giorno successivo; 'l'uguaglianza sostanziale' dei diritti, a fronte delle gerarchie piramidali basate sull'accentramento delle ricchezze; e 'la democrazia' come partecipazione, a fronte della dittatura del pensiero unico del mercato.
Proprio in questa direzione, i beni comuni non vanno considerati come 'cose' a sé stanti e separate dalle relazioni sociali tra le persone, né come 'fattori' della produzione, in qualche modo spendibili. Come ha scritto David Bollier: “I 'commons' non sono una definizione giuridica per 'l'interesse pubblico', quanto una sorta di filosofia politica dotata di specifici approcci operativi e con effetti a lungo termine, perché ci coinvolge pienamente in quanto esseri umani”.4 
Ne consegue che i beni comuni non sono qualcosa di statico, classificabile una volta per tutte, ma un repertorio di pratiche di lotta e di cittadinanza, di mutualismo e di autogoverno, da parte di gruppi e comunità che li condividono e che, di volta in volta, attraverso le pratiche sociali, ne estendono il campo. Basti pensare alla recente tematica dei beni comuni urbani e del neomunicipalismo, che identifica l'intera città come sistema-bene comune.
Così come abbiamo visto per la ricchezza sociale prodotta, la riappropriazione sociale dei beni comuni diviene la base per la costruzione di un'alternativa di società, che rimetta il mercato al posto che gli compete, quello di luogo di compravendita paritaria di beni fra persone, e restituisca alla gestione partecipativa delle comunità locali, beni comuni naturali e sociali, il cui accesso, fruizione e gestione partecipativa rendono la democrazia un'esperienza reale e non una vuota formalità.
[1]  Good Bye Lenin, esilarante film tedesco del 2003, ispirato al fenomeno post-riunificazione dell'Ostalgie; regia di Wolfgang Becker, casa di produzione X-Filme Creative Pool.
[2] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Bari 2012
[3] Ibid.
[4] D. Bollier, La rinascita dei commons. Successi e potenzialità del movimento globale a tutela dei beni comuni, Stampa alternativa, Viterbo 2015

domenica 13 gennaio 2019

Quando la banca chiama - Marco Bersani


 La “prima volta” è arrivata anche per il governo del cambiamento. Al termine di un Consiglio dei Ministri convocato con urgenza lunedì scorso, la maggioranza gialloverde, a dispetto di tutti i proclami contro i governi precedenti, giudicati “al soldo delle banche”, ha approvato il suo primo decreto salva-banche.
Questa volta riguarda la Cassa di Risparmio di Genova (Carige), le cui difficoltà finanziarie sono facilmente riassumibili, scorrendo le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Genova ha condannato l’ex Presidente Berneschi e il suo braccio destro Ferdinando Menconi, ex capo del settore assicurativo, rispettivamente a 8 e 7 anni di reclusione.
Vi si legge infatti: “ (..) Il maggiore gruppo bancario ligure è stato condotto al progressivo depauperamento attraverso un minuzioso e costante disegno truffaldino, architettato da un comitato d’affari occulto, che come obiettivo aveva unicamente l’arricchimento personale. Un vero e proprio gruppo criminale che sfruttava le proprie posizioni apicali, aveva appoggi internazionali e si appoggiava sistematicamente su paradisi fiscali e banche offshore”.
Il disastro che è seguito, argomentano i magistrati, era già scritto nella concentrazione di potere nelle mani del padre-padrone, depositario di un potere che, secondo Bankitalia, “raramente si è visto nelle mani di un amministratore, ed è stato esercitato con modalità disinvolte e spregiudicate”.
 E quando il disastro si realizza, chi deve porvi rimedio se non la collettività?
Il decreto approvato rispecchia lo schema di quanto messo in atto dal governo Gentiloni in merito alla vicenda delle banche Popolari Venete e del Monte dei Paschi di Siena, prevedendo garanzie pubbliche sui titoli emessi dalla banca fino all’ipotesi di una sua ricapitalizzazione da parte dello Stato. E, come ogni altra volta nella quale il pubblico si è precipitato in soccorso di una banca, anche questa volta dai guardiani dell’Ue è prontamente arrivato il nulla osta a procedere.
Solo per dare un’idea di cosa si stia parlando, vale la pena ricordare come, secondo i dati ufficiali della Commissione europea, dallo scoppio della crisi ad oggi gli Stati membri dell’Unione Europea abbiano stanziato 1.400 miliardi di euro solo per ricapitalizzare le banche in crisi e coprirne le perdite, una cifra pari a 10 anni del bilancio con cui l’Ue finanzia tutti i suoi programmi comunitari.

La rivista Valori (https://valori.it/ ) ha provato a ipotizzare cinque esempi di come si sarebbero potuti utilizzare quei soldi:
a) garantire 1000 euro al mese per un anno a tutti i cittadini europei a rischio povertà (117,5 milioni di persone).
b) assicurare per 20 anni i fondi necessari per raggiungere i Millennium Development Goals ONU (la Banca mondiale stima in 40-60 miliardi di dollari i fondi aggiuntivi necessari come aiuti esteri).
c) assicurare per 14 anni, i 100 miliardi necessari per salvare il mondo dalla catastrofe climatica
d) garantire assistenza a tutti i rifugiati e richiedenti asilo europei per 30 anni (attualmente l’Europa ospita 2,3 milioni di rifugiati cui si sommano 1,26 milioni che hanno fatto richiesta di asilo).
e) aumentare di 66 volte il piano Juncker per gli investimenti strategici (il capitale dello European Fund for Strategic Investments è di 21 miliardi) che secondo i calcoli della Commissione europea, avrebbe prodotto, già con la dotazione attuale, 750mila posti di lavoro e incrementato il Pil europeo dello 0,6%.
Ma oltre a tutto quanto detto sopra, resta una considerazione di fondo: quando si inizierà ad accompagnare ai salvataggi con soldi pubblici delle banche private, una strategia politica che rimetta  il sistema bancario e finanziario dentro l’interesse generale e il controllo democratico e popolare?
Quando si metterà finalmente mano a Cassa Depositi e Prestiti per riportare i 250 miliardi di risparmio postale dei cittadini alla vocazione originaria di leva per il finanziamento agevolato degli investimenti dei Comuni e delle collettività locali in direzione di un altro modello di città e di territorio?