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mercoledì 3 dicembre 2025

Cop 30: la fine delle illusioni - Giorgio Ferrari

Si riuscirà a discutere dei risultati della Conferenza sul clima conclusasi a Belem senza limitarsi ad addossarne il fallimento ai soliti noti?

Gli argomenti per farlo, a mio modo di vedere, non mancano e spero che nell’elencarli non vado ad urtare la suscettibilità di qualcuno.

E’ opinione corrente che la crisi climatica sia la conseguenza più evidente, anche se non la sola, di un modello di sviluppo. Questo modello, basato su produzione e consumo di merci senza limiti, è entrato in crisi già da molti anni anche perché i pilastri su cui si regge sono a loro volta pericolanti: liberismo e democrazia.

Il sistema mondo dominante, uscito dalla seconda guerra mondiale e consolidatosi dopo il crollo dell’Unione sovietica, è fondamentalmente basato su di una conclamata superiorità occidentale, ma questa peculiarità, di cui si sono fatte vanto le classi dirigenti, gli intellettuali e gli scienziati dell’Occidente tutto, è entrata a sua volta in crisi e non credo ci siano dubbi nel ritenere che l’universalismo dei valori occidentali è definitivamente sepolto sotto le macerie di Gaza.

E’ possibile dunque, riflettere sui risultati della Cop 30, senza tener conto delle diverse e convergenti crisi che attraversano questa fase storica, chiamandole per quello che sono?

Crisi di un modello di sviluppo come crisi del capitalismo.

Crisi della democrazia tout court, in quanto alveo naturale del capitalismo più moderno e cassa di compensazione di quel liberismo che non è più in grado di funzionare senza violare le sue stesse regole, dato che nonostante abbia coniugato “la mano invisibile del mercato” con le regole del WTO (organizzazione mondiale del commercio), oggi è tornato a praticare il più vieto protezionismo (i dazi applicati da Stati Uniti ed Europa), rispolverando perfino la “politica delle cannoniere” (Venezuela, Iran). Di qui il conflitto tra liberismo e democrazia, da cui non si esce se non con una ulteriore scadimento di quest’ultima, cosa peraltro avvertibile con le politiche securitarie statunitensi ed europee oltre che dall’attacco al welfare che sta investendo l’Unione europea.

Crisi di identità dell’Occidente, che essendo liberista e capitalista è trascinato dalle loro rispettive criticità, verso scenari di guerra contro nemici inesistenti che attenterebbero alla sua presunta superiorità.

Basta tutto ciò ad illustrare il nesso con l’ennesimo fallimento della conferenza sul clima? Col rischio di risultare pedante, lo ripropongo da un’altra angolatura.

Sono anni ormai che la transizione energetica è stata individuata come unica risposta alla crisi climatica essendo essa entrata a far parte dell’agenda politica, sia degli stati partecipanti alle conferenze sul clima, sia dei movimenti ambientalisti, con la differenza che questi ultimi ne sostenevano e ne sostengono una versione più radicale che sinteticamente rivendica più rinnovabili, messa al bando dei combustibili fossili, giustizia climatica.

Pur volendo trascurare la contraddizione rappresentata dall’aumento esponenziale dell’estrattivismo che essa porta con sé, la transizione energetica – tanto più nella sua versione radicale – non potrà realizzarsi perché i presupposti su cui si è basata fin dall’inizio si stanno rivelando infondati.

L’abbandono dei fossili presuppone uno sviluppo enorme delle rinnovabili che a loro volta presuppongono una quantità di materiali strategici (terre rare e non solo) che – come ho ripetutamente scritto – non è nelle disponibilità di quei paesi e di quei settori industriali che più di altri hanno puntato sulla transizione energetica, comparto politico industriale europeo in primis.

Questo aspetto altro non è che l’ennesima crisi, precisamente crisi da materie prime, che va ad integrarsi con le altre sopra descritte, da cui l’occidente capitalista non riesce a venir fuori a meno di andarsi a prendere queste risorse con la forza.

E’ questo che vogliono i movimenti ambientalisti? Certamente no, ma allora facciamola una riflessione sulla consistenza di questa rivendicazione, di come concettualmente è stata presentata all’opinione pubblica mondiale questa transizione energetica.

In principio fu il verbo degli scienziati, con in testa l’IPCC, a dirci che se non si abbattevano le emissioni il nostro futuro e quello del pianeta sarebbe stato compromesso, al punto che l’IPCC fornì addirittura una condizione limite al riscaldamento globale, peraltro risultata impraticabile (non superare 1,5°C rispetto ai livelli pre industriali). Di qui la scelta di agire esclusivamente sulle emissioni in atmosfera legate al ciclo di produzione e consumo di merci e servizi, senza prendere in alcuna considerazione qualsiasi ipotesi che potesse incidere sul volume e/o quantità di queste attività.

A parte isolate voci, che qualche domanda in proposito se la ponevano, c’è stato tra i movimenti ambientalisti chi abbia messo in discussione l’automobile elettrica? Qualcuno che abbia sollevato il problema del trasporto su gomma (oltre il 90% del totale), che abbia posto l’accento sulla sovrapproduzione di merci in genere o che abbia adombrato -per esempio- l’idea di eliminare/ridimensionare l’uso della plastica? Per carità non metto in dubbio che qualcuno si sia speso in tal senso o che singole prese di posizione siano avvenute, ma il messaggio globale dei movimenti di massa è stato ed è ristretto alla fuoriuscita dal fossile, cioè a dire che con l’esclusione dei combustibili fossili, tutte le altre pratiche che caratterizzano questo modello di sviluppo non venivano messe in discussione.

A compimento della Cop 30 capita di leggere sulla stampa di sinistra o anche ambientalista che le petromonarchie avrebbero imposto il loro punto di vista e di conseguenza se la transizione è abortita (perché poi di questo si tratta) è colpa dei soliti noti. Come dire che una parte del capitalismo tiene in ostaggio il mondo intero vanificando le buone intenzioni di un’altra parte del capitalismo (quello che ha scommesso sulla transizione).

Ma la crisi delle materie prime c’è o non c’è? E quella dell’auto elettrica? La lievitazione dei costi di costruzione/installazione delle rinnovabili in Europa e la concorrenza cinese in questi settori esiste oppure no, e in che misura incide?

Non ci si può esimere dal prendersi carico di questi aspetti se fin dall’inizio si è avanzata una richiesta che tacitamente li comprendeva tutti, perché questo è successo: si è chiesto al capitalismo di fare una scelta senza mettere in discussione il suo modo di essere, dato che, in fin dei conti, la transizione energetica – persistendo determinate condizioni di mercato – si presentava come una grande opportunità economica ed ora che queste condizioni sono saltate, nonostante i cospicui contributi statali, pretenderemmo che i padroni continuino ad investire nella transizione energetica anche a costo di rimetterci? Vero è che i padroni tendono a mentire sui bilanci delle loro imprese, ma questo era vero anche quando ci si è limitati a chiedere che per risolvere la crisi climatica cambiassero solo il modo di sfruttamento dell’energia, lasciando inalterato il modo di produzione capitalista

Le crisi di cui ho accennato sopra non sono di quelle che consentono una lettura in chiaro scuro della fase attuale, essendo che i margini di manovra per uscirne senza ricorrere alla guerra, si fanno sempre più ristretti per tutti, capitale compreso. Questo è particolarmente vero per quell’ambientalismo che ha sempre preteso di rigettare certi frutti del capitalismo senza metterne in discussione l’esistenza.

Sarebbe tempo di prenderne atto e di chiamare le cose con il loro nome senza aver paura delle parole. La crisi climatica va denunciata senza mezzi termini come conseguenza del sistema capitalista e non addebitata al comportamento di un indistinto “uomo” come fa l’Antropocene o ad un’altra altrettanto indefinita industrializzazione. Quanto alla sopravvivenza del pianeta e dell’umanità, questa non si persegue con la fuoriuscita dal fossile, ma convincendo la gente che ciò da cui bisogna uscire è il capitalismo e nello stesso tempo impegnarsi non per un’altro generico “mondo possibile”, ma per una società che senza troppi giri di parole, non può che chiamarsi socialista.

Se poi c’è ancora qualcuno che ha paura di questa parola o che la ritiene desueta o fuori luogo, si chieda come mai nella città che per antonomasia è simbolo del capitalismo, ha vinto il candidato che si è dichiarato socialista e con un programma che prevede il salario minimo a 30 dollari/ora; trasporti gratis e affitti calmierati per le classi meno abbienti e tasse maggiorate per i ricchi.

da qui

sabato 29 novembre 2025

Allora del clima non ve ne frega niente - Andrea Barolini

Ciascuno per sé. Non c’è altro modo di descrivere la trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite che si è conclusa sabato 22 novembre a Belém, in Brasile. La Cop30 è stata, diciamolo, surreale e caotica da tanti punti di vista. 

Tentiamo una difficilissima sintesi. Nei primi giorni ci siamo, di fatto, tutti illusi. La presidenza brasiliana aveva infatti pubblicato dei testi provvisori che presentavano anche alcune opzioni decisamente ambiziose, in particolare su quello che era stato declamato come l’obiettivo principale della Cop30: adottare una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili. È quell’anche che molti hanno sottovalutato.

Alle Cop30 nessun risultato sulle fonti fossili né sulla deforestazione

A fronte di quelle opzioni ambiziose ce n’erano troppe che non lo erano affatto. E soprattutto troppi ipotesi di «no text», che indicavano che qualche governo chiedeva di saltare a piè pari le questioni. Così, a due giorni dalla fine della conferenza è arrivata la doccia fredda. Qualsivoglia ipotesi di dare corpo dalla locuzione anodina e vaga (ma a due anni di distanza, occorre dire, benedetta) uscita dalla Cop28 di Dubai – transitioning away from fossil fuels – è stata abbandonata. Le parole fossil fuels non figuravano più in nessun passaggio della bozza. 

Raggelante, rispetto ai primi giorni di negoziati, nel corso dei quali il dinamismo della presidenza brasiliana – pronta anche a rompere i protocolli pur di arrivare “a dama” – aveva davvero fatto sperare in un risultato positivo. Leggendo quella bozza così piatta e svuotata di contenuti, molti hanno perfino pensato a una tattica: «Che la presidenza lo abbia fatto per sparigliare?». Tanto è stato lo stupore che si è cercato di leggerci, appunto, una strategia. 

E invece no. La realtà era ed è, semplicemente, che nel mondo non c’è accordo. La necessità di superare la dipendenza da carbone, petrolio e gas non è condivisa da tutti. Soprattutto, non lo è dai Paesi che bruciano la stragrande maggioranza di quelle fonti fossili. Stati Uniti, Cina, India e Russia. E sì, certamente: sulla Cina andrebbe fatto un discorso diverso, poiché la posizione di Pechino non è quella di Washington, non c’è alcun dubbio. Ma di fatto, la realtà che occorre dirsi è che «basterebbe un G2 per risolvere il problema dei cambiamenti climatici» (almeno dal punto di vista della mitigazione), come suggerito a Belém da Tommaso Perrone, uno dei giornalisti più esperti di Cop e di negoziati.

I risultati raggiunti alla Cop30 di cui non possiamo accontentarci

È questo il “ciascuno per sé”. Sul superamento delle fonti fossili a dire di no sono i Paesi che le estraggono, le vendono e/o ne sono fortemente dipendenti. Sui trasferimenti di fondi e tecnologia a favore dei Paesi in via di sviluppo a dire di no sono coloro che hanno prosperato per quasi due secoli devastando il Pianeta. Sugli indennizzi per perdite e danni subiti dalle nazioni più vulnerabili della Terra, idem. 

Neppure sulla deforestazione si è riusciti a raggiungere un risultato, nonostante fosse la prima Cop «alle porte dell’Amazzonia». E di certo non ci si può – di più: non di ci deve! – accontentare del fatto che il testo finale indica una “chiamata” (che non è un imperativo) per triplicare i fondi per l’adattamento al 2035 (cinque anni più tardi rispetto alla bozza precedente). Né del fatto che si lanci un Global Implementation Accelerator (Acceleratore globale per l’implementazione, in italiano), senza spiegare né cosa sia né come funzionerà, ma precisando a chiarissime lettere che sarà a carattere volontario. 

O forse si dovrebbe esultare perché è stato timidamente chiesto ai governi di rivedere le loro promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, perché quelle attuali ci porteranno, se va bene, a 2,3-2,5 gradi di riscaldamento globale? O perché è stata lanciata la “Belém Mission to 1.5°C”, anche qui senza spiegare di cosa si tratterà e indicando che comunque se ne riparlerà alla Cop31? O perché, con fatica, si è accettata l’idea di istituire un Just transition mechanism per rafforzare la cooperazione internazionale per una transizione equa? O che l’Unione europea è stata piuttosto collaborativa sulla mitigazione (meno su altri temi)? Sarebbe come accontentarsi perché a un malato di cancro in stadio avanzato è stato concesso un decimo di ciclo di chemioterapia.

All’ultima plenaria a Belém sono volati stracci

Sinceramente, scherziamo? Per giudicare qualcosa è sempre bene fare un paio di passi indietro e osservare la “big picture”. Alla Cop30 si è perfino dovuto tirare un sospiro di sollievo perché è stato citato l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura media globale a un massimo di 1,5 gradi centigradi! Obiettivo che era ormai apparso come assodato in passato, anche dopo che l’Ipcc aveva spiegato (nello Special Report 1.5, nell’ottobre del 2018!) che la differenza tra 1,5 e 2 gradi è passare da una crisi a una catastrofe. 

Ciascuno per sé, dicevamo. Ed è così, di fatto, da un decennio (a partire dalla Cop22 di Marrakech). Un egoismo di fondo che finora era stato – non sempre, ma spesso – mascherato dai compromessi e dal bon ton. Che è mancato clamorosamente durante l’ultima plenaria alla Cop30, con alcune nazioni che hanno letteralmente sbattuto i pugni sul tavolo, con accuse reciproche e dita puntate addosso. Come in una riunione di famiglia obbligata nella quale a un certo punto, improvvisamente, tutti i rancori esplodono in modo dirompente. E sì, anche questo in fondo è multilateralismo. Ma intanto il tempo corre, e a furia di accontentarsi di andare a passo d’uomo ci risveglieremo che è troppo tardi (come se non fosse già troppo tardi).

L’elefante nella stanza alla Cop30 di cui non si parla mai

Ma c’era un elefante nella stanza, in quella plenaria, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Perché quel “ciascuno per sé” ha una matrice culturale chiara, rintracciabile indiscutibilmente nel nostro modello di sviluppo. La Cop30 non è stata altro se non lo specchio di un sistema predatorio, colonialista, individualista e orientato al solo obiettivo di massimizzare i profitti, i guadagni personali, gli interessi di parte. Interessi diversi, a volte contrapposti, ma ai quali nessuno vuole rinunciare. È l’economia capitalista e ultra-liberista a spingere in quella direzione: ciascuna nazione ha il mandato, di fatto, di fare ciò che credono sia “meglio” per il loro microcosmo di periferia. 

E no, non è massimalismo, non è estremismo additare il sistema economico. Gli estremisti sono quelli che preferiscono distruggere gli equilibri del Pianeta pur di non rinunciare ai propri privilegi. Unica cosa che interessa davvero. Finché non cambieremo questo sistema di valori, non ne usciremo.

È per questo che arrovellarsi su riforme delle Cop per superare le impasse, forse, è un esercizio inutile, senza una riflessione culturale più ampia. Senza la quale non possiamo far altro che accodarci agli stracci che sono volati alla plenaria conclusiva di Belém e dircelo chiaramente, una volta per tutte: del clima, a troppi governi – perdonate il linguaggio rozzo – non frega davvero niente. 

da qui


L’Onu avverte: siamo sulla traiettoria dei 2,5 gradi di riscaldamento climatico - Andrea Barolini

Gli sforzi e le promesse dei governi di tutto il mondo in materia di lotta ai cambiamenti climatici sono ancora insufficienti. A confermarlo è l’ultima edizione dell’Emissions Gap Report, documento pubblicato ogni anno dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). I calcoli degli esperti dell’Onu indicano che, stanti le promesse fin qui avanzate – contenute nelle Nationally determined contributions (Ndc), si prevede una crescita della temperatura media globale compresa tra 2,3 e 2,5 gradi centigradi, alla fine del secolo rispetto ai livelli pre-industriali. 

Si tratta di una stima che appare migliorata soltanto di poco rispetto a quella di un anno fa, quando lo stesso Unep aveva ipotizzato una forchetta compresa tra 2,6 e 2,8 gradi. Soprattutto, parliamo di una quota di riscaldamento climatico nettamente al di là delle soglie ipotizzate dalla comunità internazionale nell’Accordo di Parigi. Quest’ultimo, infatti, indica che occorre limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, e rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. 

Mezzo grado rappresenta la differenza tra crisi e catastrofe climatica

Nel corso del tempo, le stesse Nazioni Unite hanno d’altra parte spiegato che quel mezzo grado può rappresentare la differenza tra una situazione di crisi e una di catastrofe climatica.

Non solo: le stime dell’Unep si basano come detto sulle Ndc. Ovvero su impegni assunti dai singoli governi, che non è detto vengano rispettati (in tutto o in parte). L’esempio più evidente arriva dagli Stati Uniti, che hanno avanzato in passato delle (timide) promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, ma hanno per due volte sconfessato loro stessi, uscendo dapprima nel 2017 dall’Accordo di Parigi, quindi ripetendo la stessa decisione all’inizio di quest’anno (in entrambi i casi le decisioni sono arrivate da Donald Trump).

Le promesse dei governi sono insufficienti

La politica ha dunque un peso enorme sull’azione concreta di contrasto al riscaldamento climatico. «Gli scienziati ci indicano che un superamento temporaneo di 1,5 gradi è ormai inevitabile, a partire, al più tardi, dai primi anni Trenta. E il percorso verso un futuro vivibile diventa ogni giorno più difficile», ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. «Ciò non rappresenta un motivo per arrendersi. È un motivo per intensificare e accelerare gli sforzi. L’obiettivo di 1,5 gradi entro la fine del secolo rimane la nostra stella polare. E la scienza è chiara: è ancora alla nostra portata. Ma solo se aumentiamo in modo significativo le nostre ambizioni».

Commentando invece le nuove Ndc presentate dai governi, Inter Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, ha ricordato che «le nazioni hanno sprecato tre tentativi per mantenere le promesse fatte nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Sebbene i piani climatici nazionali abbiano portato alcuni progressi, questi non sono affatto sufficienti. Esistono soluzioni comprovate: dalla rapida crescita delle energie rinnovabili a basso costo alla lotta alle emissioni di metano. Sappiamo cosa bisogna fare. Ora è il momento che i Paesi si impegnino a fondo e investano nel loro futuro con azioni climatiche ambiziose, che garantiscano una crescita economica più rapida, tutelino la salute umana, creino più posti di lavoro, sicurezza energetica e resilienza».

da qui