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martedì 11 giugno 2024

Il tempo del bastone - Anna Lombroso


Per chi non l’avesse capito è finito il tempo della carota.

Adesso è il tempo del bastone e ce lo siamo meritato.

Avete fatto male a credere che l’austerità, lo stato di emergenza perenne,  l’imposizione di permessi di esistere avessero soltanto un significato economico o repressivo o tutti e due, possiedono  anche una severa qualità morale e  punitiva che contribuisce tra l’altro a determinare una selezione manichea tra buoni meritevoli e cattivi da discriminare, criminalizzare e mettere ai margini, anche perché macchiano la reputazione del Paese la cui sovranità è stata già delocalizzata e che, per colpa loro, rischia di non essere assorbito nell’impero in declino,  nemmeno come espressione geografica.

Il manutengolo europeo mandato a completare il golpe, peraltro  avviato da anni,  grazie alla provvidenziale  pandemia, e la cui indole multitasking, da mozzo del Britannia a liquidatore fallimentare fino a becchino, viene  quotidianamente esaltata per legittimare l’occupazione in regime di esclusiva  di tutte le alte cariche dello Stato, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e dunque anche  del Csm, si è incaricato generosamente anche di svolgere quello di Gran Maestro, in tutti i sensi, aspirando a diventare il vertice della loggia dell’Occidente carolingio  morente, come si augurano quelli che lo candidano per la successione della cancelliera,  ma anche con una funzione educativa spietata come è giusto  che sia per guidare una popolazione sventata e dissipata, cinica e corrotta.

E difatti i suoi ragazzi ponpon esultano sui media e in rete quando fa il castigamatti degli inessenziali, degli indolenti, degli improduttivi e dei miserabili attentatori del decoro e del prestigio della Nazione che ostacolano la sua missione con attitudini e comportamenti deplorevoli.

Dopo averci restituito, in veste di maggiordomo dei 19 che contano, la  credibilità di inservienti, affittacamere, osti, e anche le mezze stagioni, oltre al  lustro ai corpi intermedi, partiti promossi a ago della bilancia della governabilità, sindacati perseguitati da vili antagonisti che possono far finta di voler recuperare ruolo e mandato, adesso si prodiga per  valorizzare il mandato morale della cultura di impresa, della missione etica e responsabile di chi traina lo sviluppo e che deve contrastare l’indole parassitaria dei lavoratori che pretendono troppo, dei cittadini che hanno voluto troppo, degli italiani che imbrogliano troppo con i mezzucci vergognosi, le astuzie miserabili e a disonestà cialtrona che hanno nel codice genetico.

Che pacchia per la stampa ufficiale col Sole 24 Ore in testa denunciare   gli ultimi scandali che dovrebbero far impallidire i dati sull’evasione fiscale, lo smantellamento della rete di controlli sulla rintracciabilità delle operazioni bancarie sospette, le nuove frontiere della semplificazione applicate al sistema degli appalti, la manutenzione di strade e autostrade, la collusione di enti di controllo e vigilanza con imprese criminali, gli assassinii in fabbrica, il mantenimento surrettizio di norme che garantiscono immunità e impunità anche in forma retroattiva per una gamma estesa di reati di soggetti eccellenti, con qualche incursione nelle malefatte più pittoresche di amministratori infedeli, con l’esclusione di governatori e assessori alla Sanità, doverosamente risparmiati da governo centrale e media.

Eccoli in solluchero a somministrarci i numeri delle vergogne popolari. Tra il primo maggio e il 17 ottobre indagini a   tappeto condotte dai Carabinieri del Comando Interregionale “Ogaden”, con giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro (dirottato su questa trincea più spettacolare delle inadempienze dei titani delle piattaforme, dei controlli sui requisiti di sicurezza nei cantieri, o sul caporalato) hanno rivelato oltre 4.839 irregolarità a carico del  Mondo di Mezzo del reddito di cittadinanza, popolato di nullatenenti con Ferrari, vacanzieri che se la spassavano in barca, proprietari di più appartamenti, “ma anche la titolare di un autonoleggio con 27 auto e il proprietario di una scuola di ballo… e c’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli risultati inesistenti”.

Così siamo stati informati che il nemico in casa ha rubato dalla cassetta dell’elemosina di Stato,  con un danno per  l’erario  di quasi 20 milioni di euro “indebitamente percepiti”.

Ma non basta, dopo un anno dalla piena operatività della piattaforma per la cessione dei crediti e degli sconti in fattura dei bonus edilizi, “alle Entrate si è accesa la spia del rischio frodi”,  tanto che l’Agenzia in poco tempo ha fatto emergere “800 milioni di crediti inesistenti”, a dimostrazione, che come constata amaramente il Direttore delle Entrate, Ruffini, “quando lo Stato stanzia risorse ingenti, in forma diretta o meno, c’è sempre chi cerca di approfittarne”.

E come dargli torto a pensare ai casi illustri dalla Fiat, all’Ilva, dall’Alitalia, alle banche, dal Mose alla Metro di Roma, quando le risorse pubbliche hanno coperto falle, riempito voragini scavate dal malaffare, cementando insieme al disonore, all’incapacità, alle frodi anche la memoria di cittadini e funzionari onesti che “se l’erano cercata”.

In anni passati quando la sociologia era una disciplina approssimativa e arbitraria almeno quanto la statistica, ma faceva ancora uso dell’indagine storica per diagnosticare i mali presenti, qualche esperto della materia spiegò come soprattutto nel Mezzogiorno, il familismo e il clientelismo, fino ad arrivare ai fenomeni di abusivismo, avessero un connotato difensivo. Ceti marginali rispetto agli standard di crescita e di partecipazione del Paese, ricorrevano a espedienti illeciti per ottenere quello cui avrebbero avuto diritto: accesso a graduatorie per i posti di lavoro, per un tetto, autorizzazioni negate che si ottenevano in cambio di favori o mazzette, di qualche pollo o di qualche fiasco di vino.

Cerchie di amministratori e notabili erano diventate un corpo intermedio che negoziava, trattava, con il voto di scambio o il traffico di favori, permessi, finanziamenti, trasferimenti di impiegati pubblici e militari, alcuni restando nei paesi d’origine, altri diventando la dirigenza della pubblica amministrazione, dei ministeri, dei corpi dello Stato nella Capitale, accreditando una lettura che trova ancora dei seguaci in chi si preoccupa che nell’Esecutivo attuale si sia formata una cosca lucana influente e inviolabile.

È perfino banale dire che per estensione la stessa lettura si può dare della nascita e del consolidamento del fenomeno mafioso, del suo dominio determinato non solo dal regime della paura, dell’intimidazione  del ricatto, ma anche dal sistema di “protezione” e ascolto messo in atto, come unico referente per i bisogni della povera gente. E in ragione di ciò mai davvero contrastato dai regimi e dai poteri forti interni ed esterni,  interessati a questa funzione di mediazione che dirottava malessere e dissenso in aree del Paese condannate a un’emarginazione compensata da assistenzialismo arbitrario e briciole discrezionali distribuite come elemosine nell’ambito di grandi operazioni speculative, e da una tolleranza elargita per comportamenti illegali considerati un effetto fisiologico della inferiorità antropologica, sociale e culturale di una intera geografia della nazione.

Si vede proprio che aveva ragione quel comandante dei carabinieri che in occasione di una indagine sull’infiltrazione della ‘ndrangheta profetizzò che quello che non era Calabria, Calabria sarebbe diventato.

Ma la colpa non è delle ‘ndrine che battono la concorrenza con le imprese legali insinuandosi nei settori cruciali, che anticipano le tendenze del business indisturbate, che si appropriano di aziende e comparti sofferenti imponendo le loro leggi di mercato indistinguibili da quelle dettate da esecutivi che hanno aggirato il Parlamento e che hanno l’intento dichiarato di rimuovere lacci lacciuoli, demolire le rete dei controlli, cancellare la possibilità di esercitare il controllo e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

La colpa è di chi ha fatto diventare tutto il Paese la Calabria dell’Europa, una propaggine pigra e indolente dei territori parassitari del Mediterraneo, da criminalizzare  punire per il suo superstite e deviato istinto di sopravvivenza, per la sua ribellione a leggi tante severe, indebite e ingiuste da istigare all’inosservanza e a un sviluppo così iniquo e disuguale da ispirare trasgressione e ribellione.

da qui

venerdì 10 marzo 2023

Istruzioni per assassinare una città - Anna Lombroso


La Lista di Spagna a Venezia è il “rio interrato” dove un tempo risiedeva, in un palazzo oggi diventato hotel, la delegazione diplomatica spagnola. Nei giorni scorsi (lo testimoniano i filmati in rete) è stata teatro di un incidente che ha replicato un’acqua granda con allagamento di atri, negozi, cantine, esercizi: una tubatura si è rotta per scarsa o nulla manutenzione a dimostrazione che ci vuol poco a infliggere una ferita mortale a una città.

In realtà sono poche le istruzioni per assassinare una città.
Si comincia dalla sospensione di ogni pratica di sorveglianza e manutenzione dei servizi essenziali e del territorio affidati a imprese subappaltate a costi ridotti oppure più verosimilmente nella loro qualità di sedi clientelari dove alimentare scambi di voti.
Si prosegue allestendole in veste di location per eventi eccezionali che richiedono misure speciali, commissariamenti, autorità investite di poteri straordinari o per opere di “pubblica utilità” che si rivelano ben presto macchine mangiasoldi e fabbriche di speculazioni e malaffare.
Se si tratta di città d’arte, ma va bene anche la chiesetta romita, la si converte in albergo diffuso, percorso da file di pellegrini, località da annoverare tra quelle irrinunciabili del turismo di massa, che invece i privilegiati possono godere di relais e accoglienza esclusiva.Al tempo stesso per quelli che non possono o non vogliono approfittare delle opportunità del low cost ecco pronte le imitazioni, a Las Vegas come in Cina, intere Venezia ricostruite con rii, ponticelli, palazzi in miniatura o a altezza reale così perfetti da appagare i visitatori veri o virtuali.

La si affida a cattivi amministratori – ed è evidente la responsabilità diretta o indiretta dei cittadini. Basta guardare agli ultimi sindaci della Serenissima. Di Cacciari sappiamo che è ricco di famiglia e non gli serve rubare. Peggio ancora, allora è per intima convinzione che ha voluto lasciare un’impronta con un ponte della più prestigiosa archistar del tutto superfluo e che continua a mungere denaro, che ha dato un avvio prodigioso alla privatizzazione del patrimonio pubblico: Fondaco dei Tedeschi, isole da convertire in relais, albergoni con licenza di espansione come il Santa Lucia. A Cacciari, quello che in occasione di acque alte di particolare gravità consigliava agli amministrati di comprarsi gli stivali, è seguito il grigio Orsoni coinvolto nel leggendario scandalo delle tangenti per il Mose e scomparso anche dalla memoria collettiva, né più né meno di più di più influenti criminali interessati dalle inchieste.

Oggi la città è governata da Brugnaro un uomo della terraferma, un imprenditore che vuole fare della città d’arte il jukebox da cui mungere quattrini per nutrire, valorizzare e “implementare” Mestre, il cui profilo si dovrebbe arricchire di quei grattacieli che non piacciono più nemmeno a Dubai, che pensa di poter rifilare il Mose a quei copioni dei cinesi che magari sono disposti a pagare caro il know-how della prodigiosa opera ingegneristica.
Meglio ancora se ricorrentemente la città è investita da tremende catastrofi “naturali”, imprevedibili e incontrastabili che impongono fondi a disposizione di entità allestite da hoc, enti locali inefficienti, imprese private che si prestano generosamente. Terremoti, inondazioni, frane diventano opportunità, occasione irrinunciabile per una oliata macchina dell’emergenza che scavalca l’interesse generale per imporre quello privato. A Venezia nella notte del 12 novembre 2019 è stata sommersa da 187 cm di acqua che per tre giorni hanno allagato tutto il territorio, mettendo in ginocchio attività, esercizi, tirando fuori la povera gente dai piani più bassi e incrementando il senso di abbandono dei residenti che soffrivano mentre là, come un Moloch crudele si vedeva il profilo della formidabile opera che era già costata alla collettività oltre 5.493 milioni di euro.
Ci vuol poco a assassinare una città. Basta avere paura del suo passato e dunque del suo futuro, dei suoi cittadini: e ce ne sarà ancora qualcuno che lotta per la sua identità e dignità, anche se ormai ammontano a 49.625. SE queste città come si è solito dire sono patrimonio comune, comune è la responsabilità di difenderle.

da qui

sabato 4 febbraio 2023

L’Italia torna al turismo delle rovine - Anna Lombroso

 

Si sa che l’uomo medio contemporaneo, promosso ormai ad animale metropolitano, immagina il resto del mondo, al di là del suo rione, come una arcadia, un paesaggio confezionato in forma di location per le sue gite fuori porta, le soap e punteggiato di tanti Rio Bo: tre casettine dai tetti aguzzi, popolati di gente affabile destinata a mettersi al servizio del turista in veste di affittacamere, locandiere e oste, pronto a prodigarsi con i piatti nel solco della tradizione ma già piegati all’innovazione.
In realtà chiunque davvero poi attraversi questo Paese troppo lungo si accorge che soprattutto nel mezzogiorno sono tanti i paeselli fantasma, le “casettine” in rovina, gli esercizi chiusi o con le serrande tirate giù e davanti due o tre vecchi seduti al tavolino traballante, non c’è la scuola, non c’è la farmacia, non c’è il pronto soccorso, resiste qualche botteguccia che imita su scala un supermercato, di giovani non se ne vedono. Sono ben pochi quelli beneficati da tenzoni televisive intese a selezionare i borghi più belli, anche se quasi tutti i paeselli italiani possono esibire un santo, una chiesetta con affresco e pala d’altare, un sito archeologico di qualche civiltà sepolta.

Sono questi quelli “meritevoli” di valorizzazione, tanto che per l’inossidabile ex ministro Franceschini la conversione di uno dei paesaggi più belli e leggendari del mondo in albergo diffuso, la cancellazione dell’identità culturale del paese che ha “inventato” il museo, la destinazione d’uso della Sicilia, né più né meno di Briatore, in una stesa di campi da golf con i paeselli intorno condannati a casa vacanza e dei residenti rimasti a inservienti, facchini, baristi, era diventata un’ossessione.
Dobbiamo a lui – un anno fa – l’iniziativa per finanziare con un 1 miliardo 250 borghi, attraverso due linee di azione con 420 milioni di euro a 21 borghi individuati da Regioni e Province autonome e 580 milioni di euro destinati ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni per consentire l’accesso alle risorse del Piano Nazionale Borghi previsto dal PNRR.
La prima direttrice di azione con uno stanziamento di 420 milioni prevedeva la realizzazione di un numero limitato di interventi di carattere esemplare, uno per ciascuna Regione o Provincia Autonoma per un totale di 21, “grazie all’insediamento di nuove funzioni, infrastrutture e servizi nel campo della cultura, del turismo, del sociale o della ricerca: scuole o accademia di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (RSA) dove sviluppare anche programmi a matrice culturale, residenze per famiglie con lavoratori in smart working e “nomadi digitali” (sic)”.
La seconda linea d’intervento mirava alla realizzazione di progetti locali di rigenerazione culturale di almeno 229 borghi storici. In particolare, 380 milioni dovevano “sostenere le proposte presentate dai Comuni” mentre 200 milioni di euro dovevano essere indirizzati “quale regime di aiuto a micro, piccole e medie imprese localizzate o che intendono insediarsi nei borghi selezionati”.

Si dice che arrivarono prima della scadenza del marzo 2022, 1800 proposte tutte intese a promuovere la rigenerazione in chiave “culturale e turistica”, come unica via per favorire socializzazione, ripopolamento, coesione. Basta guardare ai 21 Rio Bo selezionati: c’è Sirolo che vuole rilanciare un teatro sorto nelle vecchia cave dismesse, c’è Cunziria, una frazione abbandonata di Vizzini, in provincia di Catania, dove gli unici esseri viventi sono una cagna e i suoi cuccioli, tra case abbandonate e macerie, resti di «un mirabile esempio dell’architettura rurale della Sicilia orientale, nonché testimonianza dell’archeologia industriale del secolo XIX dove, sino agli anni Sessanta del secolo scorso, si operava, grazie ad un ingegnoso sistema di utilizzazione delle acque, la lavorazione delle pelli».
Il fatto è che per spendere i quattrini conquistati, servirebbero idee, competenze, organizzazione, non come a Livemmo, un comune della Valsabbia, in provincia di Brescia, dove i residenti vorrebbero realizzare “nuove piste ciclopedonali, ristrutturare edifici pericolanti e farli diventare alloggi per i turisti, creare una rete wi-fi libera, convertire alcuni capannoni abbandonati e trasformarli in luoghi di lavoro per artigiani del legno e produttori di formaggio”, ma l’unica risorse professionale incaricata dei progetti è un funzionario che gestisce l’ufficio comunale, guida lo scuolabus, disbriga le pratiche, gestisce l’amministrazione.
Non rincuora vedere come si è espressa la creatività delle amministrazioni, largamente condivisa dalla popolazione. Ci si trova tutta la paccottiglia imperante e i canoni vigenti, iniziative green, ospitalità e accoglienza con la conversione di un paesaggio in location, il mito della digitalizzazione in posti leggendariamente esclusi dalla rete. E possiamo aggiungere quelle iniziative care al norcino di regime, il Farinetti, con i finti laboratori artigianali che producono cioccolata Venchi, con le latterie che confezionano le crescenze della Coop e i lavoratori ormai trasformati in figuranti, pronti al selfie col turista.

da qui