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venerdì 6 ottobre 2023

Le mani in pasta - Sara Manisera

 

5Episodi

IN PROGRESS

Dai semi della Mesopotamia all’agricoltura industriale: un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta.

Il grano è uno degli alimenti più antichi e più commercializzati al mondo, insieme a zucchero, mais e soia. A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, questa materia prima, insieme a molte altre, è stata progressivamente trasformata in merce globale. In gergo, commodity: prodotti standardizzati, facili da immagazzinare, conservabili nel tempo e privi di differenze qualitative, indipendentemente da chi li produce. 

 

A controllare la produzione, la commercializzazione e la distribuzione delle commodities come il grano sono una manciata di grandi aziende che plasmano i mercati e la ricerca in modo da perseguire l’obiettivo finale della massimizzazione del profitto degli azionisti, e non del bene pubblico.

 

Partendo dai semi, Bayer-Monsanto, DowDupont-Corteva, ChemChina-Syngenta e BASF, dominano il 60% del mercato mondiale delle sementi e il 75% del mercato globale dei pesticidi. Quattro società, Archer Daniels Midland, (ADM), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company, note come “gruppo ABCD”, a cui si aggiunge la cinese Cofco, controllano tra il  70 e il 90% del commercio globale di cereali.

 

Questa straordinaria concentrazione di potere e denaro nel commercio alimentare globale la si trova anche nell’industria della pasta. Le quattro maggiori aziende dell’industria della pasta sono Barilla Holding, la svizzera Nestlé, De Cecco e la russa Makfa. Partendo dai semi, passando per la commercializzazione e la logistica fino ad arrivare all’industria della pasta, sono pochi i gruppi a controllare l’intera filiera del grano.

 

 

Ma quali sono le conseguenze per i cittadini, per la salute e per l’ecosistema?

Si può ancora parlare di libero mercato in un mercato controllato da quattro, cinque grandi conglomerati?

Questo sistema agroindustriale basato su filiere di approvvigionamento globale sfama il mondo? 

Se è vero che l’attuale sistema avvantaggia chi fa economie di scala, è altresì vero che questa agricoltura ha impatti sociali e ambientali che raramente vengono calcolati nel prezzo di vendita del cibo ma sono scaricati come esternalità negative interamente sulle comunità e sull’ambiente. Sono dunque costi d’impresa pagati da altri. 

 

Le mani in pasta è un viaggio che inizia con i semi in Mesopotamia, la terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove l’uomo ha iniziato a domesticare il frumento e i cereali dando vita alla prima civiltà, e si chiude con l’agricoltura industriale e i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta, quali sono le conseguenze sulla salute e l’ambiente e quali le possibili soluzioni per ripensare a un’altra agricoltura – ed economia – non guidata da logiche di crescita infinita e massimizzazione del profitto ma rispettosa delle comunità e dell’ecosistema. 

 

CREDITI

Questo lavoro è stato ideato e realizzato da Sara Manisera, Bertha Foundation Fellow 2023, con il sostegno di Bertha Foundation e prodotto da Slow News. 

Illustrazioni di: Vito Manolo Roma

 

 

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sabato 31 luglio 2021

Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani

 

Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani è frutto di un lavoro collettivo, a cento mani, avviato durante il "Mietitour" dell'estate 2019, l'appuntamento organizzato dal Forno Brisa presso i campi di cereali di Nocciano (PE), continuato a Cheese 2019 e quindi al SIGEP di Rimini nel gennaio del 2020.

Racchiude in dieci punti i valori e gli obiettivi dei PAU, disegnando il ruolo del panificatore come attore all'interno di una filiera complessa, che riunisce in un prodotto semplice (il pane è un impasto di acqua, cereali e sale) tanti soggetti - contadini, titolari di mulini, rivenditori - e manda un messaggio anche ai consumatori. Il testo definivo è stato discusso e approvato durante l'assemblea che si è tenuta a Bologna domenica 18 ottobre 2020.  

 

1.      Fare il pane è un atto agricolo
La materia prima del nostro lavoro quotidiano è il cereale trasformato in farina. Ogni impasto esprime il nostro legame con la terra.
 

2.      Il panificatore è un paesaggista
Il pane dà forma all'ambiente in cui viviamo, la scelta delle materie prime determina il paesaggio. Promuoviamo modelli agricoli sostenibili e resilienti: siamo pianificatori e non solo panificatori.
 

3.      Il pane ha nome e cognome
Il pane è fatto di persone: i contadini che coltivano i cereali, i mugnai che li trasformano in farine, gli artigiani che le panificano, i consumatori che se ne cibano. Ogni pane è unico e identificabile eracchiude una moltitudine di elementi che garantisce caratteristiche singolari, come il carattere dei semi, dei luoghi e delle annate. Il nostro compito è far emergere la ricchezza di questa biodiversità.
 

4.      I laboratori dei panificatori hanno pareti trasparenti
Cooperiamo condividendo ricette, consigli e fornitori. Crediamo che la rivoluzione del Pane Agricolo Urbano sia di tutti, per questo accogliamo nelle nostre botteghe chiunque scelga di intraprendere la strada del pane. Il dono e la generosità sono per noi valori essenziali. Un movimento forte e radicato, capace di nutrirsi dello scambio, è una garanzia per la prosperità e la sostenibilità di ognuno.
 

5.      Crediamo in un futuro artigiano
Ci definiamo artigiani del pane e, nel farlo, associamo un significato specifico a questo concetto, ovvero la capacità di visione e la conoscenza diretta di tutta la filiera, a prescindere dalle dimensioni produttive dell'azienda. Nel lavoro artigiano mente e mano sono collegate e anche la tecnologia è al servizio della filiera.
 

6.      Il panificatore è un soggetto dinamico
Ognuno di noi all'interno del proprio laboratorio fa ricerca. Lavoriamo farine agricole, ogni giorno ci adattiamo a una materia prima diversa mettendo in discussione quanto fatto fino a quel momento. La volontà e la capacità di innovare si esprimono in termini di creatività e di apertura. Precondizione per l'innovazione è l'assenza assoluta di dogmi.
 

7.      Le nostre botteghe sono presidio di gentilezza
Una rivoluzione è in corso e vogliamo raccontarla. Per questo è fondamentale il ruolo di chi ogni giorno si prende cura del pubblico. Le nostre botteghe e i nostri laboratori sono spazi accoglienti, ambienti permeabili e aperti allo scambio immateriale.
 

8.      Il pane è nutrimento
Mangiare il pane deve far bene e deve essere un piacere. La ricerca della qualità riguarda le materie prime e i processi di trasformazione, per garantire salubrità e integrità nutrizionale. Il prezzo del pane prodotto ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto sull'ambiente, sul paesaggio e sulla società.
 

9.      Il pane è relazione
Siamo amici, un gruppo di persone che vive con piacere lo stare insieme. Crediamo che la rete rappresenti un'opportunità per crescere condividendo riflessioni, idee e il nostro tempo. Ci siamo dati un compito ambizioso: ricordare alle comunità la centralità del pane.
 

10.  Siamo espressione della biodiversità
Come in un organismo agricolo, la forza dei Panificatori Agricoli Urbani è data dalla capacità di adattarsi e co-evolvere. Crediamo in un ambiente capace di accogliere nuovi stimoli, nuove spighe, e lo stiamo costruendo insieme.

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PAU, i Panificatori Agricoli Urbani presidio di biodiversità - Isabella Ceccarini

 

Nel 2018 Davide Longoni (Panificio Davide Longoni di Milano), Matteo Piffer (Panificio Moderno di Isera in provincia di Trento) e Pasquale Polito (Forno Brisa di Bologna) hanno creato il gruppo PAU-Panificatori Agricoli Urbani. Si sono presentati a Terra Madre con il claim “Bread for Change. Il mondo del pane cambia. Il pane cambia il mondo”: una volontà di fare rete a cui hanno risposto 82 fornai da tutta Italia.

Per i Panificatori Agricoli Urbani il pane rappresenta il veicolo ideale per trasmettere il sapere artigiano e valorizzare le filiere agricole, un elemento irrinunciabile nella nostra dieta che si caratterizza a seconda del territorio. Molto bello il rapporto che si crea tra panificatori che lavorano nella stessa area, ad esempio nello stesso comune: non c’è rivalità né concorrenza, ma il sano rapporto di collaborazione di chi condivide lo stesso obiettivo. 

Far parte dei Panificatori Agricoli Urbani è una scelta precisa, che prescinde dall’importanza o dalla fama del proprio forno: tra di loro ce ne sono di famosi, come Gabriele Bonci di Roma. Un fornaio PAU si considera un artigiano ed è un convinto assertore della salubrità di un alimento come il pane, pertanto crede nella biodiversità, nella protezione del suolo, nel bisogno di creare un prodotto sano e di alta qualità; per questo è attento ai cereali utilizzati – solo di alta qualità – da cui ricavare le farine da trasformare in un pane che non sia solo buono, ma che porti con sé anche valori sociali e ambientali.

Nel Manifesto il ruolo sociale dei panificatori

Un fornaio PAU va alla ricerca di grani antichi ormai quasi scomparsi ma carichi di storia, digeribili e saporiti. Sembra superfluo dire che i Panificatori Agricoli Urbani hanno una visione della filiera che deve essere trasparente dal campo alla tavola, come è scritto nel Manifesto in 10 punti che hanno sottoscritto lo scorso ottobre. Riassumiamo brevemente i punti cardine che costituiscono la filosofia dei Panificatori Agricoli Urbani:

·         fare il pane è un atto agricolo (ogni impasto esprime un legame con la terra);

·         il panificatore è un paesaggista perché la scelta delle materie prime determina il paesaggio;

·         il pane ha nome e cognome, cioè è fatto di persone e di caratteristiche singolari. Anche questa è biodiversità;

·         i laboratori dei panificatori hanno pareti trasparenti;

·         crediamo in un futuro artigiano dove mente e mano sono collegate e la tecnologia è al servizio della filiera;

·         il panificatore è un soggetto dinamico, sperimenta, ricerca, innova;

·         le nostre botteghe sono presidio di gentilezza dove il fornaio si prende cura dei consumatori in spazi accoglienti;

·         il pane è nutrimento, deve essere fatto con materie prime scelte. Il prezzo ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto sull’ambiente, sul paesaggio e sulla società;

·         il pane è relazione, essere in rete permette di scambiare idee ed esperienze;

·         siamo espressione della biodiversità, capaci di adattarsi e co-evolvere, e pronti ad accogliere nuovi stimoli.

La tradizione del pane incrocia l’innovazione delle startup

Fare il pane è inteso come un prendersi cura del suolo, coltivare relazioni e trasformare la società. «Gli appuntamenti in cui abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci negli ultimi due anni hanno rafforzato la sensazione che il pane abbia la necessità di assumere una nuova veste, un nuovo ruolo. Vedere oggi il Manifesto firmato da oltre ottanta persone, con un’età media intorno ai trent’anni è conferma: la filiera del pane ci aiuta a costruire un mondo più equo» ha dichiarato Matteo Piffer. Allora qual è il pane del futuro secondo i Panificatori Agricoli Urbani? Quello fatto con farine non raffinate e cereali della tradizione. Un vero e proprio manifesto di buone pratiche.

Tradizione tanta, e altrettanta innovazione. Il Forno Brisa, che dal pane si è allargato al caffè e al cioccolato,è anche una palestra di creatività e di innovazione dove si fa formazione e si aiuta chi ha un’idea da trasformare in impresa, purché sia compatibile con le linee guida del gruppo, tanto che ha… sfornato un libro, Ricette rubate per artigiani, sognatori e startupper, pieno di consigli per chi ha un’idea da realizzare e di valori per realizzarla con lo sguardo puntato sull’etica.

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martedì 17 novembre 2020

La prima volta del pane Ogm - Silvia Ribeiro

Il 9 ottobre 2020 l’Argentina ha approvato la commercializzazione di una varietà di grano transgenico per la semina e per il consumo. Si tratta di un tipo di grano che i suoi promotori presentano come resistente alla siccità (una condizione non dimostrata), evitando di dire che è anche resistente all’erbicida glufosinato di ammonio, ancora più tossico del ben noto glifosato che l’OMS ha dichiarato cancerogeno.[1]

In tutto il pianeta, è la prima volta che si approva la commercializzazione di grano transgenico, uno dei tre cereali di base per l’alimentazione della popolazione mondiale. Alla luce del fatto che l’Argentina è un grande produttore ed esportatore di grano e che le multinazionali presenti in Argentina hanno agito come un rullo compressore per imporre coltivazioni transgeniche in maniera legale o illegale, questa decisione ha implicazioni per tutte e per tutti, non solo in questo paese, e richiede la nostra urgente e massiccia opposizione (si veda “¡Con nuestro pan NO!”.

La semina e il consumo di questo grano significa una fase nuova e brutale di ingresso nell’alimentazione umana, dal momento che finora la stragrande maggioranza delle colture transgeniche è stata utilizzata come mangime e per usi industriali. Purtroppo ci arrivano comunque come ingredienti di molti cibi industriali trasformati, sotto forma di derivati della soia, sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, olio di colza, tortillas a base di mais importato, e così via. Ma il grano transgenico è rivolto direttamente all’alimentazione umana attraverso il consumo quotidiano di pane, pasta, biscotti e farine. Nessun livello di consumo di transgenici né di agrotossici è accettabile, ma in questo caso si tratta addirittura di invadere una gran quantità di prodotti alimentari di alto consumo quotidiano con una percentuale molto più elevata di transgenici e di residui di un agrotossico che è considerato genotossico, neurotossico e teratogeno (in grado di produrre deformazioni nel feto) (si veda Lajmanovich et al., “Induction of micronuclei and nuclear abnormalities”).


Monsanto ha tentato la semina commerciale di grano transgenico nel 2004, ma di fronte alla forte reazione negativa di produttori canadesi e statunitensi, che ritenevano che avrebbe danneggiato i loro mercati, ha dovuto ritirarsi. Ha cercato di avviare la semina in Sudafrica, ma anche qui, grazie all’opposizione di varie organizzazioni sociali, c’è stato un rifiuto. Tuttavia le imprese sono riuscite a procedere con semine sperimentali nell’America del Nord, per cui tra il 2013 e il 2019 sono stati rilevati diversi casi di contaminazione transgenica del grano convenzionale, il che ha indotto paesi come il Giappone a vietare temporaneamente le importazioni. Questi fatti smentiscono la falsa affermazione dell’industria secondo cui, poiché il grano si auto-feconda, non ci sarebbe contaminazione transgenica in campo aperto. Si ritiene che la contaminazione potrebbe andare dall’1 al 14%. Nonostante questo, tra il 2011 e il 2018 il Messico ha autorizzato il CIMMYT [International Maize and Wheat Improvement Center] a impiantare aree sperimentali di grano transgenico nei suoi campi a Tlaltizapán (Morelos).

Il tipo di grano ora autorizzato in Argentina, chiamato HB4 (grano IND-00412-7) era coltivato a livello sperimentale in questo paese e in Uruguay. Era stato in parte sviluppato da ricercatori universitari che l’avevano brevettato, ma subito l’avevano dato in concessione all’impresa privata argentina Bioceres, della quale Monsanto (oggi Bayer) è azionista e che ha legami con Syngenta/ChemChina e con Dow (oggi Corteva).
Questa controversa decisione è stata presa in prima istanza dalla Conabia [Comisión Nacional Asesora de Biotecnología Agropecuaria], un organismo che in Argentina delibera sui transgenici. Chi ne facesse parte era stato tenuto segreto, fino a quando non è venuta alla luce la predominanza di imprese e di multinazionali del settore delle biotecnologie agricole. Come ha segnalato il giornalista Dario Aranda, dal momento che i giudici sono nello stesso tempo anche la parte in causa, le decisioni favoriscono sempre le imprese agroalimentari di transgenici e agrotossici (si veda Aranda, “De ambos lados del mostrador”).

Nonostante questo, a causa della resistenza dei comparti argentini dell’esportazione, il Ministero dell’Agricoltura ha subordinato la risoluzione all’accettazione di questo grano transgenico in Brasile, il principale importatore. In entrambi i paesi ci sono settori industriali della distribuzione e della trasformazione del grano che si oppongono al grano transgenico, perché sanno che la contaminazione raggiungerà le altre varietà di grano e i prodotti trasformati, minacciando i mercati di esportazione/importazione e provocando il rifiuto dei consumatori (si veda “Fuerte rechazo de la industria molinera de Brasil” e “Medo de rejeição do consumidor faz indústria recusar trigo transgênico”).

Le molte incertezze sull’ingegneria genetica del grano e il notevole aumento dell’esposizione al glufosinato in paesi la cui popolazione è già fortemente colpita dai gravi impatti dell’uso massiccio di agrotossici che accompagnano la coltivazione di transgenici, ha spinto scienziati esperti di Argentina, Brasile ed Uruguay ad esporre quali sono i rischi di questo nuovo scenario, in base alle loro ricerche, nel corso di una Conferenza dell’Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura dell’America Latina (UCCSNAL, 21/10/20; il video della conferenza è online).

Organizzazioni contadine, reti, movimenti sociali, accademici e collettivi socio-ambientali della regione hanno avviato una campagna contro il rilascio di grano transgenico, esponendo in modo chiaro e sintetico 20 motivi per cui dobbiamo fermare questa risoluzione. È importante per tutto il continente che si sostenga questa petizione, che si può leggere e firmare qui).


Fonte: “No al pan transgénico”, in La Jornada, 24/10/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

 

[1] Ndt – Definito “probabile cancerogeno” (classe 2A) dall’Agenzia internazionale per la Ricerca sul cancro (IARC).

 

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giovedì 26 settembre 2019

Il pane è una cosa seria


ecco il decalogo per riconoscere quello di qualità - a cura di ELEONORA COZZELLA

Scontato: in fondo si dice "buono come il pane". Ma siamo sicuri che quello che compriamo dal fornaio e -  sempre più - al supermercato risponda ai canoni di qualità, gusto e salute che meriterebbe il prodotto e meriterebbero i consumatori? Se spesso si rimane delusi da consistenze strane (baguette morbide all'acquisto e già dure come sassi dopo poche ore in dispensa o panini dalla crosta croccante che diventano mollicci in un batter d'occhio), molliche che denotano lievitazioni affrettate e sapori ben diversi da quelli registrati nella memoria palatale, si capisce che ormai il buon pane è merce rara.

Ma non disperiamo: negli ultimi tempi un vero e proprio boom di professionisti di grande mestiere stanno cercando di restituire a questa icona dello stile italiano a tavola la sua importanza, spesso in collaborazione con mulini che promuovono progetti ad hoc, tra cui le tappe de "Il Pane con la P maiuscola", una serie di incontri e seminari organizzati dal Molino Pasini per diffondere la cultura di questo prodotto.
In particolare, durante un incontro che si è svolto a Milano in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi,  con numerosi professionisti del settore, si è fatto il punto sui parametri che rendono un pane un autentico capolavoro, sia dal punto di vista del gusto che da quello della salute. 


In seguito a una sessione di degustazione presso l’Accademia del panino italiano di Milano, guidata da Christian Fabrizio, divulgatore enogastronomico, fondatore di Autoctono.it, e Matteo Cunsolo, presidente dei Panificatori milanesi e finalista al Mondial du Pain, è nato un decalogo alla cui stesura hanno partecipato alcuni tra i migliori panificatori italiani, affiancati dal professor Piergiorgio Pietta, nutrizionista, e dalla dottoressa Elena Dogliotti, biologa specialista in scienze dell’alimentazione e supervisore scientifico per Fondazione Umberto Veronesi, che affianca il molino di Cesole negli aspetti del progetto legati alla nutrizione.

Protagonista la ciabatta, analizzata nelle sue ottimali caratteristiche organolettiche ma anche  dal punto di vista dei nutrienti, lontani dal luogo comune del pane come alimento che fa ingrassare o addirittura è nocivo per la salute.

Ecco allora un vademecum prezioso per tutti coloro che desiderano riportare in tavola un pane artigianale e prezioso, come sottolinea Christian Fabrizio: "Abbiamo cercato di fornire degli strumenti di valutazione semplici e accessibili che aiutino il consumatore ad individuare le categorie di qualità del prodotto. La differenza tra esperti e non esperti non è la soglia di percezione ma la capacità di classificare, che deriva dalla pratica. Anche nell’assaggio dobbiamo guidare il consumatore per far riconoscere e abbinare le sensazioni che l’assaggiatore comune prova agli aspetti della creazione di quel prodotto, per creare un legame tra le sensazioni e la creazione”.


VALUTAZIONE VISIVA
1.   Attrattività/Seduzione
Aspetto, finitura e pezzatura sono variabili determinanti: l’analisi visiva serve per l’attrattiva, è l’elemento seduttivo per il consumatore e crea aspettativa. A seconda della tipologia di pane, l’alveolatura può essere più o meno uniforme, ma deve sempre essere in equilibrio con la massa della mollica. La crosta, fondamentale nel trasferire la percezione di una corretta cottura, deve essere ben salda con la pasta, di circa 2,5 mm con una colorazione bruno-dorata e senza bruciature.

VALUTAZIONE OLFATTIVA
2.   Fragranza/Freschezza
Va valutata come prima cosa la fragranza del lievito, che deve presentare uno spettro aromatico ampio, ma mai pungente. Molta attenzione va posta poi nel profumo di cereale, che deve sempre essere presente ed evidente. Chiedersi se si sta sentendo un profumo naturale e verosimile è sempre un buon indice di qualità.

3.  Genuinità/Franchezza
Ricerca del meglio di ogni singolo ingrediente: la qualità delle materie prime va conosciuta a monte per essere apprezzata, anche se nel caso del pane esse sono davvero poche. Leggere le etichette è indispensabile per scoprire la genuinità degli ingredienti. La data di scadenza è un altro indicatore determinante: più la scadenza è breve, più siamo sicuri che il pane sia preparato senza conservanti.

4.   Eleganza/Finezza
Nel pane, come in altri alimenti più complessi, la finezza aromatica deriva non solo dalla totale assenza di difetti, ma anche da un’armonia complessiva di tutte le sue sfumature. Particolare attenzione va posta nella percezione della nota tostata che si libera dalla crosta: essa non deve mai essere prevaricante e deve avere un timbro più biscottato che bruciato.

5.   Ricchezza/Complessità
Avere una significativa numerosità delle componenti sensoriali (presenti nel lievito madre) dà una rotondità notevole. Più i tempi di lavorazione sono lunghi, più si sviluppano gli aromi terziari. Il rispetto dei tempi di riposo dona equilibrio e idratazione all’impasto, facilitando la diffusione degli aromi all’interno della massa.

VALUTAZIONE TATTILE
6.   Tessitura/Vaporosità
La sofficità e la leggerezza della mollica danno la conferma dell’ottima qualità delle farine, di una buona lavorazione e di una giusta lievitazione.

7.   Croccantezza/friabilità
Qui si gioca tanto dell’irresistibile seduzione del pane e qui si vede la capacità di controllo delle temperature e dei tempi di cottura da parte di chi lo produce. Un buon pane deve presentare un gradiente di consistenza equilibrato, in un crescendo di cedevolezza dalla crosta al cuore della mollica.

VALUTAZIONE GUSTATIVA
8.   Equilibrio/Armonia
Il rapporto tra i gusti è fondamentale: la dolcezza della mollica apportata dagli amidi della farina, la nota acida dovuta alla fermentazione dei lieviti, la sfumatura amara dovuta alla caramellizzazione della crosta e l’accenno sapido del sale aggiunto, devono essere in perfetto equilibrio. La parte tattile coinvolge anche il palato: se la crosta è croccante e friabile e la struttura interna si scioglie in bocca, il boccone diventa omogeneo pur restando dinamico, e si possono comprendere alcuni aspetti della produzione. Per esempio le farine di qualità e la loro capacità di tenere insieme l’impasto.

VALUTAZIONE ESPERIENZIALE
9.   Coerenza generale
Valutiamo infine l’esperienza nel suo complesso. La perfetta corrispondenza tra ciò che vedo, sento al naso, tocco e gusto è un indicatore infallibile di un prodotto di qualità, che mantiene le promesse dall’inizio alla fine.

10.  Memorabilità
Il perfetto equilibrio tra i sapori e la coerenza complessiva aumentano la memorabilità dell’assaggio e ci spingeranno in futuro a cercare la stessa piacevole esperienza. Questa sensazione sarà il parametro per una futura scelta consapevole.


Fondazione Umberto Veronesi aggiunge al decalogo di valutazione del pane ulteriori 5 punti che declinano il valore che questo prodotto può assumere nell’ambito di una dieta sana ed equilibrata:
- Il pane può essere contemplato quotidianamente in un’alimentazione di tipo preventivo come quella mediterranea: la dieta mediterranea è uno dei regimi alimentari maggiormente abbinati ad una riduzione del rischio per malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumore. Prevede per ogni pasto principale il consumo di 1, 2 porzioni di cereali preferibilmente integrali o derivati, tra cui naturalmente il pane per il quale la porzione, secondo linee guida, equivale a 50g.
- Il pane non fa ingrassare, se nelle giuste quantità: il pane è fonte di fibra che aiuta la regolarità intestinale, il controllo del peso corporeo (dando maggiore senso di sazietà), la salute del microbiota intestinale
- Il pane ci dà energia: le linee guida della Società Italiana di Nutrizione prevedono che l’energia quotidiana debba derivare per il 45-60% dai carboidrati (principalmente complessi) ed il pane ne è buona fonte.
- Il pane è parte integrante di un pasto sano: secondo gli esperti di nutrizione della Harvard T.H. Chan School of Public Health un piatto salutare e bilanciato è composto per metà da verdura e frutta (2/3 e 1/3), per un quarto da fonti proteiche, di preferenza pesce o legumi, per un quarto da cereali di preferenza integrali o da derivati tra cui il pane è un ottimo esempio.
- Il pane, per far bene, deve essere ben fatto: un pane è tanto più salutare quanto lo sono gli ingredienti che lo compongono ovvero farina, lievito acqua e sale (e eventuali altre aggiunte che ne possono arricchire il valore nutrizionale es. frutta secca o semi). La qualità della farina è l’elemento fondamentale, valore aggiunto sarà l’utilizzo del lievito madre e quello di una bassa quantità di sale, in accordo con le linee guida internazionali che esortano ad un consumo di sale inferiore ai 5g al giorno.

venerdì 5 gennaio 2018

Il pane non è una merce - Domenico Dalba


Domenica, ore 10, sole ammiccante che invita allo struscio sul corso, dominato dalla gigantesca statua di Eraclio, dove emise i primi vagiti e combinò le prime impertinenze, il pittore impressionista Giuseppe De Nittis. Un corteo di macchine, sbuffanti per le centinaia di chilometri percorse, imbocca la bretella della Statale 16 bis e plana, dopo la Caserma dei Vigili del Fuoco, davanti al panificio “Il Fornaio dei Mulini Vecchi” nella zona industriale di Barletta. Ne scende un nutrito gruppo di panificatori, provenienti dall’Abruzzo, dalla Campania e dalla Calabria. Volti sinceri, radiosi ed allegri, nelle cui rughe si nascondono le fatiche di una penosa vita di sacrifici e le profonde inquietudini per il futuro dell’azienda, dei consumatori, della propria persona, delle mogli e dei figli.
Va loro incontro festoso, a braccia spalancate con la spalla e la testa leggermente arretrate, Vincenzo Paolillo, viso bonario dall’immancabile velo di barba tendente al bianco che gli conferisce più anni di quelli che la sua carta di identità realmente segna. Non si contano abbracci, baci, pacche sulle spalle, battute a tutto spiano. Un’atmosfera di cordialità che riscalda i cuori di chi tiene in grande considerazione il valore dell’empatia e dell’ascolto attivo tra le persone.
A guidare la pacifica calata degli ospiti, è Vinceslao Ruccolo, proveniente dalle montagne dell’Abruzzo, vicepresidente Nazionale di Fiesa (Federazione Italiana Esercenti Specialisti dell’Alimentazione), che fa parte della Confesercenti. Da tanto tempo è alle prese con gli impasti, le lievitazioni e le infornate, dall’epoca in cui indossava calzoncini corti. Più di quaranta anni di tenace e faticoso lavoro gravano ora sulla sua groppa, che ne evidenzia alcuni di più, nonostante la sua bella presenza fisica e la simpatia che trasmette.
Tra l’abruzzese e il barlettano la scintilla dell’amicizia sincera era scoccata una ventina di anni fa in un convegno di categoria tenutosi a Bari. Da allora, i due si sono sentiti e confrontati a più riprese in incontri professionali, in occasioni conviviali, e il sodalizio amicale si è consolidato.
Vinceslao apprezza la professionalità di Vincenzo, acquisita presso l’Accademia della Panificazione di Verona e nell’esercizio trentennale. Ne ammira la generosità, testimoniata dai volti grati e sorridenti dei tanti che vanno a bussare alla porta del suo cuore. Rimane stupito della feconda attività artistica delle sue mani, dalle quali scaturiscono statue, realizzate con pasta ottenuta mescolando acqua, farina e lievito. Loda ai quattro venti l’ingegnosità e la lungimiranza imprenditoriale.
Da alcuni anni Vincenzo Paolillo si è dotato di un mulino a pietra, che gli permette di ottenere farine, fresche di giornata, capaci di generare pane, taralli, biscotti e pasta di alto livello nutrizionale, salutistico ed organolettico. Ad alimentarlo sua maestà, il sole.
Nei mulini a cilindri metallici, la parte vitale del grano, il germe, ricco di enzimi, sali minerali e vitamine viene sacrificato. Immondamente. Di conseguenza, le farine risultano depauperate delle loro vitali proprietà e delle caratteristiche organolettiche, colore, sapore, profumo, tocco, digeribilità.
Il grano viene acquistato direttamente dai piccoli produttori del territorio. Che amano la terra degli avi e se ne prendono cura, valorizzandola, per donarla ai figli. Partendo dalla convinzione dei Pellirosse americani che sulla Terra siamo solo inquilini.
I contraenti, galantuomini, generano con una semplice stretta di mano un patto economico ed etico che mette al centro dei propri orizzonti, la salute dei consumatori… la legalità, il lavoro dignitoso, il consumo consapevole, la solidarietà, il rispetto e valorizzazione dell’ambiente e garantisce congiuntamente un’equa remunerazione. Perché i valori non sono merci.
Si intravede, perciò, in forme pacate, in questa civile e lungimirante operazione, l’insubordinazione al ritmo, al conflitto ed all’ingordigia della disumanizzante competizione neoliberista mirante esclusivamente al mero profitto.
“Per noi, l’iniziativa imprenditoriale di Vincenzo Paolillo è un modello artigianale da esportare nelle proprie regioni ed in tutto il resto dell’Italia – dice il semplice e brillante Vinceslao – Siamo gente laboriosa ed umile, e non nutriamo sentimenti di gelosia, anzi siamo orgogliosi che il collega abbia aperto una prospettiva imprenditoriale nuova”. Aggiunge Vinceslao: “La Fiesa Confesercenti, ha aperto un tavolo di trattative con il governo per inserire la panificazione tra le attività usuranti. Perché? D’estate gli operatori crepano per il caldo che si genera all’interno del laboratorio ed all’aria aperta. D’inverno, il corpo viene stressato dal netto contrasto tra la temperatura dell’ambiente di lavoro e quella esterna. L’umidità e lo sfarfallio di farina penalizzano pesantemente la salute. Infine, alterato il ciclo sonno-veglia, per l’atavica tradizione di lavorare durante la notte, l’orologio biologico interno ne risente e si scatenano sfracelli nella fisiologia, nella psiche e nel comportamento”.
Pausa confortevole sotto il bellissimo gazebo dalle massicce panche di legno che invitano ad accomodarsi e a inebriarsi della fragranza agrumata di arance, mandarini e pompelmi. Abbandonando l’alienante e delirante frenesia quotidiana.
Riprende a parlare, il gentile orso d’Abruzzo: “Dall’infanzia i bambini devono essere educati a seguire una dieta corretta e bilanciata, assumendo prodotti nutrienti, gustosi e genuini. A casa ed a scuola. Perciò, è intento della Fiesa proporre al governo l’inserimento della tematica dell’alimentazione nei programmi scolastici”. Insomma, basta con l’obesità che affligge tre milioni di cittadini! Stop al sovrappeso, che mina la salute di sette milioni di consumatori. Alt alle malattie metaboliche, impennatesi paurosamente. Una boccata di ossigeno per il sistema sanitario nazionale!
Molte perplessità vengono manifestate nei confronti del Ceta, la diabolica intesa commerciale tra l’UE e il Canada. Che autorizza a introdurre in Italia grano abbeverato di agrotossici e seccato con il glifosato, pericoloso erbicida responsabile del cancro. Che danneggia l’economia del territorio. Che favorisce, per il basso prezzo, le grandi industrie molitorie e quelle della pasta.
Esistono, conclude Vinceslao, grani antichi ed autoctoni, come il farro, l’avena, l’orzo, le varietà di frumento “senatore Cappelli”, “Saragolla” e tanti altri. Che lussureggiano nelle nostre contrade. Che non hanno bisogno di trasporti transoceanici. Che danno lavoro ai meravigliosi “cafoni” del Sud. Che vanno apprezzati per la loro genuinità e sapore. A loro devono andare tutte le nostre tutele, preferenze ed attenzioni! Perché il pane non è una merce. Un passo per cambiare l’ordine delle cose.
https://comune-info.net/2017/12/pane-non-merce-panificare-futuro/

mercoledì 20 dicembre 2017

Gli 11 punti del «Manifesto Futurista del Pane»


Il Manifesto Futurista del Pane, ideato dal fornaio economista Antonio Cera e da un gruipo di agricoltori e imprenditori, è stato presentato a San Marco in Lamis sul Gargano in Puglia lunedì 19 giugno. E’ articolato in 11 punti che potete trovare a continuazione.
CREARE LA CULTURA DEL PANE
L’obiettivo primario è creare una cultura del pane in chiave sia gustativa che nutrizionale. Una scelta al servizio della sinergica relazione tra piacere e salute, da promuovere nel mondo agricolo, della panificazione italiana e dei consumatori.
COME COLTIVARE E TRATTARE I TERRENI
La cura, il rispetto e la tutela delle caratteristiche vitali dei terreni agricoli, dove tutelare e sviluppare le diverse varietà, rappresentano il primo indispensabile fondamento della panificazione ideale. Per ottenere un pane “pulito”, vivo e vitale le tecniche di coltivazione consigliate partono dal livello minimo corrispondente all’agricoltura biologica, per raggiungere l’optimum con l’agricoltura biodinamica e la permacoltura.
QUALI GRANI USARE
Per le sementi e le varietà, la cui molteplice diversità è patrimonio peculiare e valoriale del territorio italiano, il ricorso ai grani italiani autoctoni, meglio se da antica semente e quindi caratterizzati da un minore tenore glutinico, garantisce un impatto meno aggressivo sulla salute dei consumatori con particolare riferimento alla maggiore tolleranza immunitaria orale ai cereali e alla migliore qualità digestiva. L’utilizzo di farine derivate da questi “grani futuri” assicura inoltre un alto valore di palatabilità, sapore e profilo nutrizionale. Favorisce, infine, il recupero delle memorie sapienziali di lavorazione e dei riferimenti culturali territoriali.
MOLITURA
Si consigliano le tecniche basate sul ricorso alla pietra naturale evitando pietre sintetiche e limitando il ricorso ai cilindri che potrebbero rilasciare composti tossici dannosi per la salute.
TIPOLOGIA DELLE FARINE
Indispensabile il ricorso a farine con caratteristiche integrali o semintegrali (dalla tipo 1 alla integrale) che garantiscono il mantenimento di valide quantità di germe in grado di assicurare un alto contenuto di fibre insolubili (cellulosa, etc.) e solubili, vitamine del gruppo B ed E, oligoelementi e minerali, acidi grassi polinsaturi omega3 e omega6, etc. Con l’obiettivo di garantire al consumatore sicuri fattori di promozione del benessere e della longevità quali alta densità nutrizionale, efficienza digestiva, corretta evacuazione, tutela della salute del microbiota intestinale. Un contributo alla prevenzione dell’insorgenza di patologie croniche.
IMPASTO
Nessun utilizzo di miglioratori da parte di chi impasta, e avendo cura di scegliere farine che ne siano prive. Raccomandato l’impasto con ingredienti tradizionali: farina o semola, acqua, lievito e sale, grassi di origine animale oppure olio esclusivamente extravergine. Nessun utilizzo di prodotti per rendere l’impasto lavorabile più facilmente, oppure che diano durabilità al pane e digeribilità. Caratteristiche che si possono ottenere naturalmente, senza aggiunte, semplicemente con una corretta panificazione.
LIEVITAZIONE
Fortemente raccomandato l’utilizzo del lievito madre fresco in grado di ridurre parzialmente il contenuto glutinico e di conferire maggior digeribilità al pane. E’ di fondamentale importanza il contesto di lievitazione, ovvero la disponibilità di spazi adeguati e temperature idonee. In alternativa, si segnala la lavorazione senza lieviti aggiunti.
LAVORAZIONE
Raccomandata la lavorazione manuale dell’impasto oppure il ricorso a mezzi meccanici che limitino al minimo la cessione di calore all’impasto. Consigliata la sosta delle forme su tessuti naturali di stoffa grezza o teli di canapa, affinché il pane possa respirare.
COTTURA
Raccomandata una cottura con forno a platea, cioè base riscaldata, che sia a legna, a gaso elettrico.
CONSERVAZIONE
Si suggerisce di utilizzare tessuti naturali di stoffa grezza o teli di canapa.
CONCLUSIONI
Per ottenere un pane buono per la salute e buono da mangiare occorre sommare una serie di condizioni che, una volta utilizzate in continuità, conferiscano al percorso di panificazione il valore di un vero atto “magico”.

domenica 6 agosto 2017

Carta da musica – Giovanni Gusai

Il pane carasau è un pane della mia terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.
Provengo da un’isola, nella quale forte si fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia, una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.
Provengo da una terra in cui si parla un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace di barbarie imperdonabili.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e brutta.
Provengo direttamente dalla bellezza. Il mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole, l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi. La mia è una terra di colori.
Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.
Provengo da un luogo in cui tutto sembra dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.
Tutto da me è come il pane carasau. Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.
Questo è per gli esuli, per chi ha ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse. Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica.

venerdì 29 aprile 2016

Giuseppe Li Rosi in difesa del grano (no ogm)







(a Cagliari, nel novembre 2010, lo so perché ero nel pubblico)


qui un articolo interessante

inizia così:
TORNANO i grani antichi in Sicilia. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi, arricchiscono la biodiversità di un'agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il frumento dell'isola che fu uno dei granai dell'Impero romano. Ufficialmente sono solo 500 ettari, ma c'è chi parla di 3.000. I contadini che stanno passando al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, mettono in piedi filiere alimentari e fanno cultura, oltre che coltura.

"Ho convertito 100 ettari dell'azienda familiare a grano locale" confessa Giuseppe Li Rosi, uno dei più convinti sostenitori del ritorno all'antico in agricoltura, "e sono il custode di tre varietà locali, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz". I custodi seminano queste rarità botaniche, dedicando almeno 10 ettari a ogni coltura, si impegnano nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. Li Rosi, contadino da generazioni, è anche il presidente dell'associazione Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine, che mette insieme settanta produttori "ma altri cento sono pronti a entrare", assicura Giuseppe. La sperimentazione, oltre alla conservazione, è all'ordine del giorno nella Cumpagnia: si coltivano campi anche con miscugli di sementi, un procedimento diametralmente opposto alla tecnica moderna, che ricerca l'uniformità, lo standard in nome della quantità...

mercoledì 19 agosto 2015

Future Farmers

Nell’anno dell’Expo, Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015 ospita la residenza artistica di Future Farmers, collettivo statunitense che sarà a Cagliari dal 18 al 29 agosto con un progetto che a partire dall’idea di forno pubblico esplora le tradizioni della panificazione mediterranea e le tecniche costruttive della terra cruda.
Il forno pubblico, epicentro del progetto, è stimolo a creare uno spazio di relazione dove sostare e condividere esperienze, riflettere sul patrimonio culturale dell’agroalimentare e riattivare tradizioni legate al cibo e alle tecnologie costruttive con una chiave contemporanea.
Il cibo come pratica relazionale, come esperienza performativa e riflessione sulla creazione di nuove economie, contribuirà alla “tessitura” di territori non solo urbani ma anche extra-urbani prefigurando e tracciando le relazioni culturali della nuova area metropolitana. Il progetto dei Future Farmers, nell’anno dell’Expo, arriva dal mare, approdando nella nostra città e saldando insieme esperienze e luoghi, tradizioni antiche e vivaci sperimentazioni.
In un calendario ricco di appuntamenti, il progetto dei Future Farmers si articola in una serie di incontri, momenti di partecipazione, visita ai territori dell’hinterland e ai centri culturali di Cagliari, tavole rotonde, laboratori, spettacoli e performance.
Da martedì 18 a giovedì 20 agosto al Lazzaretto verrà costruito un forno pubblico mobile in terra cruda con la collaborazione di gruppi di designer locali scelti dagli stessi Future Farmers (Progetto Barega e Révolver) e attraverso un processo di costruzione partecipata attraverso un laboratorio tenuto dall’artigiano Rodolfo Ciucciomei.
Il 20 e 21 agosto, sempre al Lazzaretto, saranno i giorni dedicati alla terra cruda che, con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Città della Terra Cruda, del Comune di Samassi, Università di Cagliari (Prof.ssa Maddalena Achenza), Jean-Marie Le Tiec dal CRAterre di Grenoble, Comune di Nuraminis, ospiteranno dibattiti scientifici, la mostra fotografica e la presentazione degli itinerari della terra cruda (Samassi, Settimo San Pietro, Nuraminis), laboratori.
Dopo una tappa di incontro con i produttori del GAL Sole Grano Terra all’interno del progetto Geografie Sommerse (24 agosto), martedì 25 agosto il progetto si sposta a Settimo San Pietro per una giornata di incontro e visita alla filiera corta, con laboratori sul pane, teatro di figura di Is Mascareddas in una nuova e inedita creazione dedicata al tema della panificazione, performance dei Future Farmers, degustazione dei prodotti locali a cura di Coldiretti.
Future Farmers incontra i centri culturali di Cagliari in una logica di legacy e condivisione dei percorsi, con una prima fase di laboratori di mercoledì 26 agosto presso l’Exma all’interno della mostra “Pani e Madri”: uno condotto dall’antico Panificio Porta introdotto da Alessandra Guigoni e una dimostrazione di Gabriela Pitzianti, della costruzione e la cultura di Sa Pippia de karesima.
I laboratori continuano il 28 agosto al Lazzaretto di Sant’Elia, esplorando le differenti tecniche: dall’artistico pane degli sposi a cura del Comune di Settimo San Pietro alle panadas di Assemini, dai pani del Mediterraneo alla tradizione di Su frammentu.
Venerdì 28 agosto presso il Lazzaretto Sant’Elia si terrà un grande evento conclusivo con la performance finale di Future Farmers, l’accensione del forno mobile e la sua restituzione alla città; e ancora momenti di incontro e scambio di esperienze tra il collettivo e realtà locali (Ass. Donne del Maghreb, India ed Etiopia, Panificatrici di Settimo San Pietro, Slow Food). Per l’occasione verrà presentato il primo dei progetti di Cagliari 2015 Terra mobile, che partirà a settembre nato dalle esperienze di rete della fase di candidatura verso il 2019.
Si terranno inoltre i concerti del Duo perfetto (Clorinda Perfetto, piano e Robert Witt, violoncello) che per l’occasione eseguiranno brani di repertorio classico sul tema del pane, reading letterari, teatro di figura (Is Mascareddas) e quattrolaboratori: il pane degli sposi a cura del Comune di Settimo San Pietro, le panadas di Assemini, le tecniche di panificazione del Mediterraneo a cura dell’Associazione Alpo e la tradizione di Su frammentu.
Il 29 agosto il collettivo Future Farmers e il forno pubblico incontrano la Festa del pesce di Sant’Elia in un momento di convivialità e scambio di culture e tradizioni.
Futurefarmers è un collettivo di artisti, designer, agricoltori e ricercatori specializzato nella realizzazione di progetti site specific. Fondato nel 1995, lo studio diventa una piattaforma di supporto per progetti artistici, residenze artistiche e ricerca in differenti settori. L’obiettivo è quello di dar vita a momenti collettivi di “non conoscenza”. Attraverso progetti partecipati, il collettivo Futurefarmers genera spazi esperienziali dove la logica della situazione in sé scompare e viene destabilizzata, in virtù di una riscrittura collettiva dell’immaginario.
Attraverso pratiche legate al cibo, al trasporto pubblico e al rural farming il collettivo sviluppa nuove narrazioni che mirano a ricostituire e riconfigurare il carattere finora specifico di una data logica: la partecipazione attiva è fondamentale per innescare questi processi di inversione. I lavori di Futurefarmers sono stati esposti presso Whitney Museum of American Art, New York Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim di New York, MAXXI di Roma, New York Hall of Sciences and the Walker Art Center, PAV di Torino.