domenica 5 luglio 2026
venerdì 6 ottobre 2023
Le mani in pasta - Sara Manisera
5Episodi
IN PROGRESS
Dai semi della Mesopotamia all’agricoltura
industriale: un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la
filiera, dal seme fino alla pasta.
Il grano è uno degli alimenti più antichi e più commercializzati al mondo,
insieme a zucchero, mais e soia. A partire dagli anni Novanta
dello scorso secolo, questa materia prima, insieme a molte altre, è stata
progressivamente trasformata in merce globale. In gergo, commodity:
prodotti standardizzati, facili da immagazzinare, conservabili nel tempo e
privi di differenze qualitative, indipendentemente da chi li produce.
A controllare la produzione, la commercializzazione e la distribuzione
delle commodities come il grano sono una manciata di grandi aziende che plasmano
i mercati e la ricerca in modo da perseguire l’obiettivo finale della
massimizzazione del profitto degli azionisti, e non del bene pubblico.
Partendo dai semi, Bayer-Monsanto, DowDupont-Corteva, ChemChina-Syngenta e
BASF, dominano il 60% del mercato
mondiale delle sementi e il 75% del mercato globale dei pesticidi. Quattro società, Archer Daniels
Midland, (ADM), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company, note come “gruppo
ABCD”, a cui si aggiunge la cinese Cofco, controllano tra il 70 e
il 90% del commercio globale di cereali.
Questa straordinaria concentrazione di potere e denaro nel commercio
alimentare globale la si trova anche nell’industria della pasta. Le quattro maggiori
aziende dell’industria
della pasta sono Barilla Holding, la svizzera Nestlé, De Cecco e la russa
Makfa. Partendo dai semi, passando per la commercializzazione e la
logistica fino ad arrivare all’industria della pasta, sono pochi i gruppi a
controllare l’intera filiera del grano.
Ma quali
sono le conseguenze per i cittadini, per la salute e per l’ecosistema?
Si può
ancora parlare di libero mercato in un mercato controllato da quattro, cinque
grandi conglomerati?
Questo
sistema agroindustriale basato su filiere di approvvigionamento globale sfama
il mondo?
Se è vero che l’attuale sistema avvantaggia chi fa
economie di scala, è altresì vero che questa agricoltura ha impatti sociali e
ambientali che raramente vengono calcolati nel prezzo di vendita del cibo ma
sono scaricati come esternalità negative interamente sulle comunità e
sull’ambiente. Sono dunque costi d’impresa pagati da altri.
Le mani in pasta è un viaggio che inizia con i semi in
Mesopotamia, la terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove l’uomo ha iniziato a
domesticare il frumento e i cereali dando vita alla prima civiltà, e si chiude
con l’agricoltura industriale e i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Un
viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino
alla pasta, quali sono le conseguenze sulla salute e l’ambiente e quali le
possibili soluzioni per ripensare a un’altra agricoltura – ed economia – non
guidata da logiche di crescita infinita e massimizzazione del profitto ma
rispettosa delle comunità e dell’ecosistema.
CREDITI
Questo lavoro è stato ideato e realizzato da Sara Manisera, Bertha Foundation Fellow 2023, con il sostegno di Bertha Foundation e prodotto da
Slow News.
Illustrazioni di: Vito Manolo Roma
sabato 31 luglio 2021
Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani
Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani è frutto di un lavoro collettivo, a cento mani, avviato durante il "Mietitour" dell'estate 2019, l'appuntamento organizzato dal Forno Brisa presso i campi di cereali di Nocciano (PE), continuato a Cheese 2019 e quindi al SIGEP di Rimini nel gennaio del 2020.
Racchiude in
dieci punti i valori e gli obiettivi dei PAU, disegnando il ruolo del
panificatore come attore all'interno di una filiera complessa, che riunisce in
un prodotto semplice (il pane è un impasto di acqua, cereali e sale) tanti
soggetti - contadini, titolari di mulini, rivenditori - e manda un messaggio
anche ai consumatori. Il testo definivo è stato discusso e approvato durante
l'assemblea che si è tenuta a Bologna domenica 18 ottobre 2020.
1. Fare il pane è un atto agricolo
La materia prima del nostro lavoro quotidiano è il cereale trasformato in
farina. Ogni impasto esprime il nostro legame con la terra.
2. Il panificatore è un paesaggista
Il pane dà forma all'ambiente in cui viviamo, la scelta delle materie
prime determina il paesaggio. Promuoviamo modelli agricoli sostenibili e
resilienti: siamo pianificatori e non solo panificatori.
3. Il pane ha nome e cognome
Il pane è fatto di persone: i contadini che coltivano i cereali, i mugnai che
li trasformano in farine, gli artigiani che le panificano, i consumatori che se
ne cibano. Ogni pane è unico e identificabile eracchiude una
moltitudine di elementi che garantisce caratteristiche singolari, come il
carattere dei semi, dei luoghi e delle annate. Il nostro compito è far emergere
la ricchezza di questa biodiversità.
4. I laboratori dei panificatori hanno
pareti trasparenti
Cooperiamo condividendo ricette, consigli e fornitori. Crediamo che la
rivoluzione del Pane Agricolo Urbano sia di tutti, per questo accogliamo nelle
nostre botteghe chiunque scelga di intraprendere la strada del pane. Il dono e
la generosità sono per noi valori essenziali. Un movimento forte e radicato,
capace di nutrirsi dello scambio, è una garanzia per la prosperità e la
sostenibilità di ognuno.
5. Crediamo in un futuro artigiano
Ci definiamo artigiani del pane e, nel farlo, associamo un significato
specifico a questo concetto, ovvero la capacità di visione e la conoscenza
diretta di tutta la filiera, a prescindere dalle dimensioni produttive
dell'azienda. Nel lavoro artigiano mente e mano sono collegate e anche la
tecnologia è al servizio della filiera.
6. Il panificatore è un soggetto
dinamico
Ognuno di noi all'interno del proprio laboratorio fa ricerca. Lavoriamo farine
agricole, ogni giorno ci adattiamo a una materia prima diversa mettendo in
discussione quanto fatto fino a quel momento. La volontà e la capacità di
innovare si esprimono in termini di creatività e di apertura. Precondizione per
l'innovazione è l'assenza assoluta di dogmi.
7. Le nostre botteghe
sono presidio di gentilezza
Una rivoluzione è in corso e vogliamo raccontarla. Per questo è fondamentale il
ruolo di chi ogni giorno si prende cura del pubblico. Le nostre botteghe e i
nostri laboratori sono spazi accoglienti, ambienti permeabili e aperti allo
scambio immateriale.
8. Il pane è nutrimento
Mangiare il pane deve far bene e deve essere un piacere. La ricerca della
qualità riguarda le materie prime e i processi di trasformazione, per garantire
salubrità e integrità nutrizionale. Il prezzo del pane
prodotto ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto
sull'ambiente, sul paesaggio e sulla società.
9. Il pane è relazione
Siamo amici, un gruppo di persone che vive con piacere lo stare insieme.
Crediamo che la rete rappresenti un'opportunità per crescere condividendo riflessioni,
idee e il nostro tempo. Ci siamo dati un compito ambizioso: ricordare alle
comunità la centralità del pane.
10. Siamo espressione della biodiversità
Come in un organismo agricolo, la forza dei Panificatori Agricoli Urbani è data
dalla capacità di adattarsi e co-evolvere. Crediamo in un ambiente capace di
accogliere nuovi stimoli, nuove spighe, e lo stiamo costruendo
insieme.
PAU, i Panificatori Agricoli Urbani presidio di
biodiversità - Isabella Ceccarini
Nel 2018 Davide Longoni (Panificio Davide Longoni di
Milano), Matteo Piffer (Panificio Moderno di Isera in
provincia di Trento) e Pasquale Polito (Forno Brisa di
Bologna) hanno creato il gruppo PAU-Panificatori
Agricoli Urbani. Si sono presentati a Terra Madre con il claim “Bread
for Change. Il mondo del pane cambia. Il pane cambia il mondo”: una
volontà di fare rete a cui hanno risposto 82 fornai da tutta Italia.
Per i Panificatori Agricoli Urbani il pane rappresenta il veicolo
ideale per trasmettere il sapere artigiano e valorizzare le filiere agricole,
un elemento irrinunciabile nella nostra dieta che si caratterizza a seconda del
territorio. Molto bello il rapporto che si crea tra panificatori che lavorano
nella stessa area, ad esempio nello stesso comune: non c’è rivalità né
concorrenza, ma il sano rapporto di collaborazione di chi condivide lo stesso
obiettivo.
Far parte dei Panificatori Agricoli Urbani è una scelta precisa, che
prescinde dall’importanza o dalla fama del proprio forno: tra di loro ce ne
sono di famosi, come Gabriele Bonci di Roma. Un fornaio PAU si considera un
artigiano ed è un convinto assertore della salubrità di un alimento
come il pane, pertanto crede nella biodiversità, nella protezione
del suolo, nel bisogno di creare un prodotto sano e di alta qualità;
per questo è attento ai cereali utilizzati – solo di alta qualità – da cui
ricavare le farine da trasformare in un pane che non sia solo buono, ma
che porti con sé anche valori sociali e ambientali.
Nel Manifesto il ruolo sociale dei panificatori
Un fornaio PAU va alla ricerca di grani antichi ormai quasi scomparsi ma carichi
di storia, digeribili e saporiti. Sembra superfluo dire che i Panificatori
Agricoli Urbani hanno una visione della filiera che deve essere
trasparente dal campo alla tavola, come è scritto nel Manifesto in
10 punti che hanno sottoscritto lo scorso ottobre. Riassumiamo
brevemente i punti cardine che costituiscono la filosofia dei Panificatori
Agricoli Urbani:
·
fare il pane è un atto agricolo (ogni impasto
esprime un legame con la terra);
·
il panificatore è un paesaggista perché la scelta
delle materie prime determina il paesaggio;
·
il pane ha nome e cognome, cioè è fatto di
persone e di caratteristiche singolari. Anche questa è biodiversità;
·
i laboratori dei panificatori hanno pareti trasparenti;
·
crediamo in un futuro artigiano dove mente e mano sono collegate e
la tecnologia è al servizio della filiera;
·
il panificatore è un soggetto dinamico, sperimenta, ricerca,
innova;
·
le nostre botteghe sono presidio di gentilezza dove il fornaio
si prende cura dei consumatori in spazi accoglienti;
·
il pane è nutrimento, deve essere fatto con materie prime
scelte. Il prezzo ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto
sull’ambiente, sul paesaggio e sulla società;
·
il pane è relazione, essere in rete permette di scambiare
idee ed esperienze;
·
siamo espressione della biodiversità, capaci di adattarsi e
co-evolvere, e pronti ad accogliere nuovi stimoli.
La tradizione del pane incrocia l’innovazione delle startup
Fare il pane è inteso come un prendersi cura del suolo, coltivare relazioni
e trasformare la società. «Gli appuntamenti in cui abbiamo avuto l’opportunità
di incontrarci negli ultimi due anni hanno rafforzato la sensazione che il pane
abbia la necessità di assumere una nuova veste, un nuovo ruolo. Vedere oggi il
Manifesto firmato da oltre ottanta persone, con un’età media intorno ai
trent’anni è conferma: la filiera del pane ci aiuta a costruire un
mondo più equo» ha dichiarato Matteo Piffer. Allora qual è il pane
del futuro secondo i Panificatori Agricoli Urbani? Quello fatto
con farine non raffinate e cereali della tradizione. Un vero e proprio
manifesto di buone pratiche.
Tradizione tanta, e altrettanta innovazione. Il Forno Brisa, che dal pane si è
allargato al caffè e al cioccolato,è anche una palestra di creatività e
di innovazione dove si fa formazione e si aiuta chi ha un’idea da trasformare
in impresa, purché sia compatibile con le linee guida del gruppo, tanto che
ha… sfornato un libro, Ricette rubate per artigiani, sognatori e
startupper, pieno di consigli per chi ha un’idea da realizzare e di valori
per realizzarla con lo sguardo puntato sull’etica.
martedì 17 novembre 2020
La prima volta del pane Ogm - Silvia Ribeiro
Il 9 ottobre 2020 l’Argentina ha approvato la commercializzazione di una varietà di grano transgenico per la semina e per il consumo. Si tratta di un tipo di grano che i suoi promotori presentano come resistente alla siccità (una condizione non dimostrata), evitando di dire che è anche resistente all’erbicida glufosinato di ammonio, ancora più tossico del ben noto glifosato che l’OMS ha dichiarato cancerogeno.[1]
In tutto il pianeta, è la prima volta che si approva la commercializzazione
di grano transgenico, uno dei tre cereali di base per l’alimentazione della
popolazione mondiale. Alla luce del fatto che l’Argentina è un grande
produttore ed esportatore di grano e che le multinazionali presenti in
Argentina hanno agito come un rullo compressore per imporre coltivazioni
transgeniche in maniera legale o illegale, questa decisione ha implicazioni per
tutte e per tutti, non solo in questo paese, e richiede la nostra urgente e
massiccia opposizione (si veda “¡Con nuestro pan NO!”.
La semina e il consumo di questo grano significa una fase nuova e brutale
di ingresso nell’alimentazione umana, dal momento che finora la stragrande
maggioranza delle colture transgeniche è stata utilizzata come mangime e per
usi industriali. Purtroppo ci arrivano comunque come ingredienti di
molti cibi industriali trasformati, sotto forma di derivati della soia,
sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, olio di colza, tortillas a
base di mais importato, e così via. Ma il grano transgenico è rivolto
direttamente all’alimentazione umana attraverso il consumo quotidiano di pane,
pasta, biscotti e farine. Nessun livello di consumo di transgenici né
di agrotossici è accettabile, ma in questo caso si tratta addirittura di
invadere una gran quantità di prodotti alimentari di alto consumo quotidiano
con una percentuale molto più elevata di transgenici e di residui di un
agrotossico che è considerato genotossico, neurotossico e teratogeno (in grado
di produrre deformazioni nel feto) (si veda Lajmanovich et al., “Induction
of micronuclei and nuclear abnormalities”).
Monsanto ha tentato la semina commerciale di grano transgenico nel 2004, ma
di fronte alla forte reazione negativa di produttori canadesi e
statunitensi, che ritenevano che avrebbe danneggiato i loro
mercati, ha dovuto ritirarsi. Ha cercato di avviare la semina in
Sudafrica, ma anche qui, grazie all’opposizione di varie organizzazioni
sociali, c’è stato un rifiuto. Tuttavia le imprese sono riuscite a procedere
con semine sperimentali nell’America del Nord, per cui tra il 2013 e il
2019 sono stati rilevati diversi casi di contaminazione transgenica del grano
convenzionale, il che ha indotto paesi come il Giappone a vietare temporaneamente
le importazioni. Questi fatti smentiscono la falsa affermazione
dell’industria secondo cui, poiché il grano si auto-feconda, non ci sarebbe
contaminazione transgenica in campo aperto. Si ritiene che la contaminazione
potrebbe andare dall’1 al 14%. Nonostante questo, tra il 2011 e il 2018 il
Messico ha autorizzato il CIMMYT [International Maize and Wheat Improvement
Center] a impiantare aree sperimentali di grano transgenico nei suoi campi
a Tlaltizapán (Morelos).
Il tipo di grano ora autorizzato in Argentina, chiamato HB4 (grano
IND-00412-7) era coltivato a livello sperimentale in questo paese e in
Uruguay. Era stato in parte sviluppato da ricercatori universitari che l’avevano
brevettato, ma subito l’avevano dato in concessione all’impresa privata
argentina Bioceres, della quale Monsanto (oggi Bayer) è azionista e che ha
legami con Syngenta/ChemChina e con Dow (oggi Corteva).
Questa controversa decisione è stata presa in prima istanza dalla Conabia [Comisión
Nacional Asesora de Biotecnología Agropecuaria], un organismo che in
Argentina delibera sui transgenici. Chi ne facesse parte era stato tenuto
segreto, fino a quando non è venuta alla luce la predominanza di imprese e di
multinazionali del settore delle biotecnologie agricole. Come ha segnalato il
giornalista Dario Aranda, dal momento che i giudici sono nello stesso tempo
anche la parte in causa, le decisioni favoriscono sempre le imprese
agroalimentari di transgenici e agrotossici (si veda Aranda, “De ambos lados del mostrador”).
Nonostante questo, a causa della resistenza dei comparti argentini
dell’esportazione, il Ministero dell’Agricoltura ha subordinato la risoluzione
all’accettazione di questo grano transgenico in Brasile, il principale
importatore. In entrambi i paesi ci sono settori industriali della
distribuzione e della trasformazione del grano che si oppongono al grano
transgenico, perché sanno che la contaminazione raggiungerà le altre varietà di
grano e i prodotti trasformati, minacciando i mercati di
esportazione/importazione e provocando il rifiuto dei consumatori (si veda “Fuerte rechazo de la industria molinera de Brasil”
e “Medo de rejeição do consumidor faz indústria recusar trigo transgênico”).
Le molte incertezze sull’ingegneria genetica del grano e il notevole
aumento dell’esposizione al glufosinato in paesi la cui popolazione è già
fortemente colpita dai gravi impatti dell’uso massiccio di agrotossici che
accompagnano la coltivazione di transgenici, ha spinto scienziati esperti di
Argentina, Brasile ed Uruguay ad esporre quali sono i rischi di questo nuovo
scenario, in base alle loro ricerche, nel corso di una Conferenza dell’Unione degli
Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura dell’America Latina
(UCCSNAL, 21/10/20; il video della conferenza è online).
Organizzazioni contadine, reti, movimenti sociali, accademici e collettivi
socio-ambientali della regione hanno avviato una campagna contro il rilascio di
grano transgenico, esponendo in modo chiaro e sintetico 20 motivi per cui dobbiamo fermare
questa risoluzione. È importante per tutto il continente che si sostenga questa
petizione, che si può leggere e firmare qui).
Fonte: “No al pan transgénico”, in La Jornada,
24/10/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
[1] Ndt – Definito “probabile cancerogeno” (classe 2A) dall’Agenzia
internazionale per la Ricerca sul cancro (IARC).
giovedì 26 settembre 2019
Il pane è una cosa seria
Ma non disperiamo: negli ultimi tempi un vero e proprio boom di professionisti di grande mestiere stanno cercando di restituire a questa icona dello stile italiano a tavola la sua importanza, spesso in collaborazione con mulini che promuovono progetti ad hoc, tra cui le tappe de "Il Pane con la P maiuscola", una serie di incontri e seminari organizzati dal Molino Pasini per diffondere la cultura di questo prodotto.
In particolare, durante un incontro che si è svolto a Milano in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi, con numerosi professionisti del settore, si è fatto il punto sui parametri che rendono un pane un autentico capolavoro, sia dal punto di vista del gusto che da quello della salute.
In seguito a una sessione di degustazione presso l’Accademia del panino italiano di Milano, guidata da Christian Fabrizio, divulgatore enogastronomico, fondatore di Autoctono.it, e Matteo Cunsolo, presidente dei Panificatori milanesi e finalista al Mondial du Pain, è nato un decalogo alla cui stesura hanno partecipato alcuni tra i migliori panificatori italiani, affiancati dal professor Piergiorgio Pietta, nutrizionista, e dalla dottoressa Elena Dogliotti, biologa specialista in scienze dell’alimentazione e supervisore scientifico per Fondazione Umberto Veronesi, che affianca il molino di Cesole negli aspetti del progetto legati alla nutrizione.
Protagonista la ciabatta, analizzata nelle sue ottimali caratteristiche organolettiche ma anche dal punto di vista dei nutrienti, lontani dal luogo comune del pane come alimento che fa ingrassare o addirittura è nocivo per la salute.
Ecco allora un vademecum prezioso per tutti coloro che desiderano riportare in tavola un pane artigianale e prezioso, come sottolinea Christian Fabrizio: "Abbiamo cercato di fornire degli strumenti di valutazione semplici e accessibili che aiutino il consumatore ad individuare le categorie di qualità del prodotto. La differenza tra esperti e non esperti non è la soglia di percezione ma la capacità di classificare, che deriva dalla pratica. Anche nell’assaggio dobbiamo guidare il consumatore per far riconoscere e abbinare le sensazioni che l’assaggiatore comune prova agli aspetti della creazione di quel prodotto, per creare un legame tra le sensazioni e la creazione”.
VALUTAZIONE VISIVA
1. Attrattività/Seduzione
Aspetto, finitura e pezzatura sono variabili determinanti: l’analisi visiva serve per l’attrattiva, è l’elemento seduttivo per il consumatore e crea aspettativa. A seconda della tipologia di pane, l’alveolatura può essere più o meno uniforme, ma deve sempre essere in equilibrio con la massa della mollica. La crosta, fondamentale nel trasferire la percezione di una corretta cottura, deve essere ben salda con la pasta, di circa 2,5 mm con una colorazione bruno-dorata e senza bruciature.
VALUTAZIONE OLFATTIVA
2. Fragranza/Freschezza
Va valutata come prima cosa la fragranza del lievito, che deve presentare uno spettro aromatico ampio, ma mai pungente. Molta attenzione va posta poi nel profumo di cereale, che deve sempre essere presente ed evidente. Chiedersi se si sta sentendo un profumo naturale e verosimile è sempre un buon indice di qualità.
3. Genuinità/Franchezza
Ricerca del meglio di ogni singolo ingrediente: la qualità delle materie prime va conosciuta a monte per essere apprezzata, anche se nel caso del pane esse sono davvero poche. Leggere le etichette è indispensabile per scoprire la genuinità degli ingredienti. La data di scadenza è un altro indicatore determinante: più la scadenza è breve, più siamo sicuri che il pane sia preparato senza conservanti.
4. Eleganza/Finezza
Nel pane, come in altri alimenti più complessi, la finezza aromatica deriva non solo dalla totale assenza di difetti, ma anche da un’armonia complessiva di tutte le sue sfumature. Particolare attenzione va posta nella percezione della nota tostata che si libera dalla crosta: essa non deve mai essere prevaricante e deve avere un timbro più biscottato che bruciato.
5. Ricchezza/Complessità
Avere una significativa numerosità delle componenti sensoriali (presenti nel lievito madre) dà una rotondità notevole. Più i tempi di lavorazione sono lunghi, più si sviluppano gli aromi terziari. Il rispetto dei tempi di riposo dona equilibrio e idratazione all’impasto, facilitando la diffusione degli aromi all’interno della massa.
VALUTAZIONE TATTILE
6. Tessitura/Vaporosità
La sofficità e la leggerezza della mollica danno la conferma dell’ottima qualità delle farine, di una buona lavorazione e di una giusta lievitazione.
7. Croccantezza/friabilità
Qui si gioca tanto dell’irresistibile seduzione del pane e qui si vede la capacità di controllo delle temperature e dei tempi di cottura da parte di chi lo produce. Un buon pane deve presentare un gradiente di consistenza equilibrato, in un crescendo di cedevolezza dalla crosta al cuore della mollica.
VALUTAZIONE GUSTATIVA
8. Equilibrio/Armonia
Il rapporto tra i gusti è fondamentale: la dolcezza della mollica apportata dagli amidi della farina, la nota acida dovuta alla fermentazione dei lieviti, la sfumatura amara dovuta alla caramellizzazione della crosta e l’accenno sapido del sale aggiunto, devono essere in perfetto equilibrio. La parte tattile coinvolge anche il palato: se la crosta è croccante e friabile e la struttura interna si scioglie in bocca, il boccone diventa omogeneo pur restando dinamico, e si possono comprendere alcuni aspetti della produzione. Per esempio le farine di qualità e la loro capacità di tenere insieme l’impasto.
VALUTAZIONE ESPERIENZIALE
9. Coerenza generale
Valutiamo infine l’esperienza nel suo complesso. La perfetta corrispondenza tra ciò che vedo, sento al naso, tocco e gusto è un indicatore infallibile di un prodotto di qualità, che mantiene le promesse dall’inizio alla fine.
10. Memorabilità
Il perfetto equilibrio tra i sapori e la coerenza complessiva aumentano la memorabilità dell’assaggio e ci spingeranno in futuro a cercare la stessa piacevole esperienza. Questa sensazione sarà il parametro per una futura scelta consapevole.
Fondazione Umberto Veronesi aggiunge al decalogo di valutazione del pane ulteriori 5 punti che declinano il valore che questo prodotto può assumere nell’ambito di una dieta sana ed equilibrata:
- Il pane può essere contemplato quotidianamente in un’alimentazione di tipo preventivo come quella mediterranea: la dieta mediterranea è uno dei regimi alimentari maggiormente abbinati ad una riduzione del rischio per malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumore. Prevede per ogni pasto principale il consumo di 1, 2 porzioni di cereali preferibilmente integrali o derivati, tra cui naturalmente il pane per il quale la porzione, secondo linee guida, equivale a 50g.
- Il pane non fa ingrassare, se nelle giuste quantità: il pane è fonte di fibra che aiuta la regolarità intestinale, il controllo del peso corporeo (dando maggiore senso di sazietà), la salute del microbiota intestinale
- Il pane ci dà energia: le linee guida della Società Italiana di Nutrizione prevedono che l’energia quotidiana debba derivare per il 45-60% dai carboidrati (principalmente complessi) ed il pane ne è buona fonte.
- Il pane è parte integrante di un pasto sano: secondo gli esperti di nutrizione della Harvard T.H. Chan School of Public Health un piatto salutare e bilanciato è composto per metà da verdura e frutta (2/3 e 1/3), per un quarto da fonti proteiche, di preferenza pesce o legumi, per un quarto da cereali di preferenza integrali o da derivati tra cui il pane è un ottimo esempio.
- Il pane, per far bene, deve essere ben fatto: un pane è tanto più salutare quanto lo sono gli ingredienti che lo compongono ovvero farina, lievito acqua e sale (e eventuali altre aggiunte che ne possono arricchire il valore nutrizionale es. frutta secca o semi). La qualità della farina è l’elemento fondamentale, valore aggiunto sarà l’utilizzo del lievito madre e quello di una bassa quantità di sale, in accordo con le linee guida internazionali che esortano ad un consumo di sale inferiore ai 5g al giorno.
venerdì 5 gennaio 2018
Il pane non è una merce - Domenico Dalba
mercoledì 20 dicembre 2017
Gli 11 punti del «Manifesto Futurista del Pane»
domenica 6 agosto 2017
Carta da musica – Giovanni Gusai
venerdì 29 aprile 2016
Giuseppe Li Rosi in difesa del grano (no ogm)
(a Cagliari, nel novembre 2010, lo so perché ero nel pubblico)
qui un articolo interessante
inizia così:
TORNANO i grani antichi in Sicilia. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi, arricchiscono la biodiversità di un'agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il frumento dell'isola che fu uno dei granai dell'Impero romano. Ufficialmente sono solo 500 ettari, ma c'è chi parla di 3.000. I contadini che stanno passando al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, mettono in piedi filiere alimentari e fanno cultura, oltre che coltura.
"Ho convertito 100 ettari dell'azienda familiare a grano locale" confessa Giuseppe Li Rosi, uno dei più convinti sostenitori del ritorno all'antico in agricoltura, "e sono il custode di tre varietà locali, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz". I custodi seminano queste rarità botaniche, dedicando almeno 10 ettari a ogni coltura, si impegnano nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. Li Rosi, contadino da generazioni, è anche il presidente dell'associazione Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine, che mette insieme settanta produttori "ma altri cento sono pronti a entrare", assicura Giuseppe. La sperimentazione, oltre alla conservazione, è all'ordine del giorno nella Cumpagnia: si coltivano campi anche con miscugli di sementi, un procedimento diametralmente opposto alla tecnica moderna, che ricerca l'uniformità, lo standard in nome della quantità...
mercoledì 19 agosto 2015
Future Farmers
I laboratori continuano il 28 agosto al Lazzaretto di Sant’Elia, esplorando le differenti tecniche: dall’artistico pane degli sposi a cura del Comune di Settimo San Pietro alle panadas di Assemini, dai pani del Mediterraneo alla tradizione di Su frammentu.
Si terranno inoltre i concerti del Duo perfetto (Clorinda Perfetto, piano e Robert Witt, violoncello) che per l’occasione eseguiranno brani di repertorio classico sul tema del pane, reading letterari, teatro di figura (Is Mascareddas) e quattrolaboratori: il pane degli sposi a cura del Comune di Settimo San Pietro, le panadas di Assemini, le tecniche di panificazione del Mediterraneo a cura dell’Associazione Alpo e la tradizione di Su frammentu.
Futurefarmers è un collettivo di artisti, designer, agricoltori e ricercatori specializzato nella realizzazione di progetti site specific. Fondato nel 1995, lo studio diventa una piattaforma di supporto per progetti artistici, residenze artistiche e ricerca in differenti settori. L’obiettivo è quello di dar vita a momenti collettivi di “non conoscenza”. Attraverso progetti partecipati, il collettivo Futurefarmers genera spazi esperienziali dove la logica della situazione in sé scompare e viene destabilizzata, in virtù di una riscrittura collettiva dell’immaginario.
Attraverso pratiche legate al cibo, al trasporto pubblico e al rural farming il collettivo sviluppa nuove narrazioni che mirano a ricostituire e riconfigurare il carattere finora specifico di una data logica: la partecipazione attiva è fondamentale per innescare questi processi di inversione. I lavori di Futurefarmers sono stati esposti presso Whitney Museum of American Art, New York Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim di New York, MAXXI di Roma, New York Hall of Sciences and the Walker Art Center, PAV di Torino.