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sabato 6 aprile 2024

Con il governo Meloni SSN a picco. Gli scienziati: “aumentano le diseguaglianze, non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”

 

“Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”. Ma “oggi i dati dimostrano che è in crisi: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali”. Molto “si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil). Ed è urgente e indispensabile, perché un Ssn che funziona non solo tutela la salute, ma contribuisce anche alla coesione sociale”. E’ l’appello a difesa della sanità pubblica di 14 tra i più importanti scienziati italiani, tra i quali il premio Nobel Giorgio Parisi.

“Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il Ssn in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito”, si legge nel documento che sottolinea come oggi il sistema sia invece in crisi. “Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica hanno reso fortemente sottofinanziato il Ssn, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil (meno di vent’anni fa). Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato”.

Continuare “su questa china, oltre che in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, ci spinge verso il modello Usa – avvertono i firmatari – terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di 6 anni). La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute. E’ dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del Ssn e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema”.

Per i 14 scienziati, il Servizio sanitario nazionale “deve recuperare il suo ruolo di luogo di ricerca e innovazione al servizio della salute. Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni e uno su tre è stato costruito prima del 1940. Ma il grande patrimonio del Ssn è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza”.

E’ evidente che “le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea). Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli”.

Infine, rimarcano i firmatari, “la spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante – delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità, ma anche dei limiti della medicina moderna”. A firmare il documento: Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis.

Fonte: AdnKronos

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martedì 19 ottobre 2021

Il tabù della decrescita - Lorenzo Guadagnucci


Quando Giorgio Parisi nei giorni scorsi ha ottenuto il Nobel per la fisica i grandi media e il mondo politico sono stati giustamente generosi di apprezzamenti e lodi. Un importante e creativo scienziato, attivo in laboratori e atenei italiani, veniva gratificato di un riconoscimento prestigioso, inorgogliendo il paese. Passati pochi giorni, ecco Parisi ospite di un’aula parlamentare: il suo discorso tocca i temi cruciali del nostro tempo, in testa la crisi climatica in corso. Il giudizio di Parisi sullo stato della lotta al riscaldamento globale è tanto chiaro quanto argomentato: i governi – dice in sostanza – non si stanno dimostrando all’altezza, anche per un difetto d’impostazione generale: l’obiettivo di aumentare il Pil, sostiene il neo premio Nobel, è incompatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. In altre parole, un’economia votata alla crescita di produzioni e consumi non può conseguire gli obiettivi indicati dagli studiosi del clima e dagli stessi accordi di Parigi sul contenimento della temperatura terrestre.

Parisi non è un economista e forse proprio per questo riesce a contraddire il discorso corrente: il fisico insignito del Nobel è come il bambino che osa dire ciò che tutti vedono ma tacciono: è la favola del Re nudo. L’intervento di Parisi in parlamento, nemmeno a dirlo, non guadagna né le prime né le pagine interne dei giornali, se non in innocui trafiletti; non fa breccia in radio e telegiornali. Chi pubblica un resoconto, sulla carta stampa, lo affianca – involontaria beffa – alle trionfalistiche dichiarazioni del ministro Renato Brunetta, secondo il quale l’imminente interruzione del telelavoro nelle amministrazioni pubbliche porterà un significativo aumento del Pil. È l’economia dei tramezzini trangugiati in pausa pranzo nella tavola calda sotto l’ufficio e delle code per strada e in cerca di parcheggio sempre sotto l’ufficio. Tutto – per l’appunto – fa Pil, e quanto al resto pazienza.

Quando si parla di cambiamenti climatici, Accordo di Parigi, Cop 26 (e poi 27, 28 e quelle che verranno), quando si parla di transizione ecologica e di sviluppo sostenibile, manca regolarmente uno degli attori principali sulla scena, se non il capocomico: l’ideologia della crescita, ciò che il bambino-Parisi ha indicato nel suo discorso in parlamento sul re-lotta ai cambiamenti climatici. Non è cioè possibile perseguire l’obiettivo indicato dagli scienziati e dagli accordi sul clima – contenere il riscaldamento globale sotto la soglia di +1,5 gradi rispetto all’era pre industriale – perseguendo al tempo stesso l’obiettivo di far crescere il Pil anno dopo anno. Per cambiare rotta e tentare seriamente di frenare la catastrofe climatica in corso occorre abbandonare non solo obsoleti strumenti di misurazione come il Pil, ma la stessa ideologia sviluppista tuttora dominante.

In un articolo uscito su una rivista scientifica e tradotto da Scienza in rete, Alessandro Gimona affronta (qualche settimana prima dell’assegnazione del premio Nobel) proprio la questione evocata da Parisi: la decrescita. Eccolo, il concetto tabù: rifiutato dagli economisti, deriso dal personale di governo d’ogni colore e di conseguenza dal giornalismo mainstream (notoriamente incapace di dettare una propria agenda alla politica). Il ragionamento di Gimona è lineare. Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni, osserva, porterebbero a un aumento della temperatura di 2,7 gradi o forse più, praticamente il doppio dell’obiettivo dichiarato, con effetti disastrosi sugli ecosistemi e le popolazioni.

D’altra parte, gli scenari ipotizzati in sede scientifica e che potrebbero portare al risultato sperato senza rivoluzionare il sistema economico, si basano su soluzioni tecnologiche del tutto ipotetiche (cattura e stoccaggio di anidride carbonica, mitigazioni ambientali, rapidissima transizione energetica), qualcosa – potremmo dire – che si avvicina al pensiero magico, e grosso modo è questa è la strategia politica attualmente prevalente, poiché si ritiene di non poter uscire dal paradigma della crescita di produzioni e consumi per una serie di regioni sociali, politiche, in ultima istanza ideologiche.

Poi c’è lo scenario della decrescita, che l’IPCC – il network di scienziati che sotto l’egida delle Nazioni unite studia i cambiamenti climatici – non ha finora preso in considerazione, come osserva Gimona. Secondo l’autore tale scenario “sarebbe molto meno rischioso dei percorsi che si basano solo sulla rimozione su larga scala dell’anidride carbonica e sulla transizione su larga scala e in tempi brevi verso le fonti rinnovabili”. In aggiunta, dice ancora Gimona, la decrescita sarebbe l’opzione migliore “per affrontare molteplici aspetti della crisi ambientale, rendendo la società più equa“. Gimona non si nasconde che “la decrescita presenta dei problemi: richiedendo una riduzione del Pil, la sua accettabilità e fattibilità politica sono tutt’altro che scontate”, ma osserva – sensatamente – che “nonostante le perplessità e i dubbi sollevati dall’economia mainstream, che non ammette planetary boundaries (confini planetari, cioè limiti fisici) e della crescita esponenziale non può fare a meno, la decrescita è chiaramente un candidato degno di considerazione”.

Eppure, non esiste nemmeno un dibattito sul tema. Il solo termine decrescita suscita irritazioni; ne sa qualcosa Serge Latouche, che ne scrive da decenni e viene considerato grosso modo un pittoresco e anacronistico utopista. È vero – come sa bene chiunque abbia mai affrontato seriamente il tema – che l’opzione della decrescita ha qualcosa di rivoluzionario e comporterebbe una forte trasformazione sociale, con l’abbandono – insieme alla dittatura del Pil – della logica consumistica e il passaggio a un nuovo paradigma tutto da costruire, con nuove nozioni di lavoro e di benessere. Come non si è mai stancato di ripetere proprio Latouche, la decrescita in una società della crescita è la peggiore delle sciagure, ed è proprio questo il punto: si tratta di cambiare approccio, di ridefinire ciò che intendiamo per economia.

Ne abbiamo fatto qualche piccola, dolorosa esperienza, all’inizio della pandemia, per esempio quando si è cominciato a distinguere fra lavori (e quindi consumi) essenziali e no o si è ridotta drasticamente la mobilità delle persone (spesso superflua o evitabile); si tratterebbe stavolta di costruire un progetto di società senza la costrizione del contagio, ma col pensiero – questo sì – del tempo che manca, viste le precarie condizioni di salute del pianeta e anche delle nostre società.

Troppo difficile? Troppo ambizioso? Forse. Ma ormai necessario, se non vogliamo restare chiusi nella bolla dell’eterno rinvio, nel greenwashing permanente, nella finzione della lotta al cambiamento climatico attraverso l’aumento del Pil. Non è impossibile. Dopotutto proprio Giorgio Parisi è stato premiato col Nobel per i suoi studi sul dominio del caos e la semplificazione dei sistemi complessi…

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