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venerdì 22 aprile 2022

Un altro lavoro per un’altra società - Francesco Gesualdi

 

Per imboccare la strada della sostenibilità occorre affrontare il tema di come garantirci da vivere senza il bisogno di alimentare ulteriormente la crescita. Con l’intento di promuovere questo dibattito, il Centro nuovo modello di sviluppo e il Movimento per la decrescita felice hanno elaborato un dossier dedicato al lavoro.

 

Tutto dimostra che se vogliamo ritrovare l’equilibrio con l’ambiente nel rispetto dell’equità, gli opulenti debbono accettare di rivedere in profondità produzione e consumo. E che nessuno si illuda: il problema ambientale non è circoscritto all’eccesso di anidride carbonica e quindi ai cambiamenti climatici. La crisi è molto più profonda coinvolgendo al tempo stesso tutte le risorse e tutti i rifiuti. Sul fronte delle risorse la crisi ha il volto della scarsità, su quello dei rifiuti dell’accumulo. Solo per citare due esempi: ogni anno abbiamo un deficit di terra fertile del 40%, mentre nel Pacifico c’è un’isola di plastica grande come la Francia.

Tutto questo ci dice che per raggiungere il traguardo della sostenibilità non basta passare dalle fonti fossili alle energie rinnovabili, continuando a cullarci allegramente nel sogno della crescita infinita. Contemporaneamente dobbiamo accettare di ridurre produzione e consumi: che non significa un ritorno alla candela ma liberazione dalla schiavitù dell’inutile e del superfluo. Una scelta che si fa ancora più urgente alla luce del fatto che miliardi di persone non hanno ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Né potranno conoscerla finché gli opulenti continueranno a sguazzare nello spreco perché c’è competizione per le risorse scarse.

Molte famiglie riconoscono la necessità di orientarsi verso stili di vita più sobri ma una paura le blocca: se consumiamo di meno, come può “girare” l’economia? E che fine faranno i nostri posti di lavoro? Angoscia derivante dalla consapevolezza che in un sistema di mercato l’occupazione dipende dalla capacità delle aziende di vendere ciò che producono. Così il lavoro salariato finisce per trasformarsi in nemico della sostenibilità. Detta in un altro modo, non riusciremo mai a imboccare la strada della sostenibilità fino a quando non affronteremo il tema del lavoro, ossia come garantirci da vivere senza bisogno di crescita. Ed è proprio con l’intento di promuovere questo tipo di dibattito che il Centro nuovo modello di sviluppo, in collaborazione con il Gruppo economia del Movimento per la decrescita felice, ha appena elaborato il dossier “Un altro lavoro per un’altra società”.

La tesi del dossier è che bisogna cambiare prospettiva: bisogna smettere di dire che l’obiettivo è creare lavoro e affermare, invece, che l’obiettivo è garantire le sicurezze. Il nostro problema non è faticare ma avere di che mangiare, coprirsi, muoversi, studiare, curarsi. Per cui non dobbiamo chiederci come possiamo creare lavoro, ma come possiamo garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente utilizzando meno risorse possibile e producendo meno rifiuti possibile. Ed è chiaro che il modo migliore per garantirci le sicurezze col minor utilizzo di risorse è l’applicazione diretta del lavoro ai bisogni da soddisfare. Chi decide di imbiancare la propria casa da solo, utilizza solo la vernice. Chi decide di servirsi di un imbianchino, deve prima produrre qualcosa da vendere per avere di che pagare l’imbianchino, poi ottiene l’imbiancatura.

La conclusione è che più si ricorre al denaro, più bisogna espandere la produzione e quindi il consumo di risorse e produzione di rifiuti. Ciò che dobbiamo fare è potenziare il lavoro diretto estendendolo all’economia pubblica, in modo da espandere questo settore senza bisogno di crescita. La proposta, insomma è tassare il tempo anziché il reddito, perché il lavoro è la risorsa più abbondante di cui disponiamo. Del resto applicando il lavoro direttamente a ciò che ci serve, possiamo risolvere i nostri problemi essenziali senza far crescere inutilmente l’economia di mercato. A questo riguardo il dossier prospetta scenari suggestivi ipotizzando la copertura gratuita, dalla culla alla tomba, di tutti i bisogni fondamentali in cambio di tempo dato alla collettività in forma organizzata e permanente. E per cominciare a muoverci in questa direzione, si propone di istituire subito un servizio civile obbligatorio valido per tutti i giovani.

Per concludere, Alex Langer diceva che la conversione ecologica si affermerà solo se sarà socialmente desiderabile. Ossia se la gente si convincerà che la vita ispirata all’economia del limite è migliore di quella ispirata all’economia della crescita. E poiché la prima esigenza di ogni famiglia è avere di che vivere, è proprio di questo che dobbiamo parlare gettando il pensiero oltre la siepe. Sapendo, cioè, che quando la barca non avanza perché l’acqua è scesa a tal punto da fare poggiare lo scafo sul fondo, non è continuando a remare che possiamo sperare di rimetterla in movimento. L’unico modo per farla ripartire è inventarci la ruota.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 15 aprile 2022


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sabato 24 aprile 2021

Liberateli dalle catene del debito - Francesco Gesualdi

 

Fra le decisioni assunte dall’ultimo vertice del G20 c’è anche quella di estendere fino al dicembre 2021 la sospensione dei pagamenti sul debito che i Paesi più poveri hanno nei confronti dei governi dei Paesi più ricchi.

Prolungamento di una pratica già deliberata nell’aprile del 2020 per permettere anche alle nazioni maggiormente in affanno di poter disporre di qualche soldo in più per affrontare le spese eccezionali imposte dall’emergenza Covid.

Una situazione che anche i “ricchi” conoscono molto bene, considerato che complessivamente nel 2020 i 36 Paesi dell’Ocse hanno sostenuto una spesa supplementare di quasi 9mila miliardi di dollari per arginare le emergenze sanitarie e sociali dovute alla pandemia.

L’iniziativa assunta dal G20 è offerta solo ai Paesi più poveri, quelli con reddito pro capite inferiore a 1.185 dollari all’anno.

Tali Paesi sono anche detti “Ida” in ragione del fatto che sono ammessi a godere dei prestiti agevolati elargiti dall’agenzia della Banca Mondiale denominata International Development Assistance (Ida, appunto).

In tutto si tratta di 73 nazioni, per oltre la metà localizzate in Africa, che ospitano 1,7 miliardi di persone corrispondenti al 22% della popolazione mondiale.

Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2019, complessivamente i governi dei Paesi Ida detengono un debito di 523 miliardi di dollari, ma solo il 34% è bilaterale, ossia è nei confronti di altri governi. Il resto è verso organismi multilaterali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (46%) o verso banche commerciali e altri soggetti privati (20%).

Pertanto la sospensione si applica solo a un terzo degli importi, quelli riferibili al debito bilaterale che è l’unica parte su cui i governi del G20 hanno potere decisionale.

Quanto al resto, il G20 ha invitato gli altri creditori a fare altrettanto, ma sinora la risposta è stata deludente. Nessun soggetto privato ha risposto positivamente all’appello, mentre gli organismi multilaterali si sono limitati a offrire il proprio supporto tecnico affinché i governi possano perseguire i propri propositi.

Dai conti elaborati da Eurodad, organizzazione europea che si occupa del debito del Sud del mondo, risulta che nel biennio 2020-21 i 73 Paesi più poveri devono versare ai creditori 71 miliardi di dollari come pagamento del servizio del debito, ossia degli interessi e delle rate in scadenza.

Ma solo 27,4 miliardi di dollari fanno parte del perimetro della sospensione: in termini di ripartizione pro capite sugli abitanti dei Paesi Ida, si tratta di un beneficio di 16 dollari a cittadino.

A titolo di confronto, nel solo 2020 i Paesi Ocse hanno arginato la pandemia con un surplus di spesa corrispondente a 7.000 dollari per cittadino.

Il risultato, però, è ancora più scarno considerato che su 73 Paesi che possono aderire all’offerta, solo 43 ne hanno fatto richiesta.

 

Tant’è che fino ad oggi è stata attuata una sospensione complessiva di appena 5,7 miliardi di dollari. Fra i motivi avanzati dagli esperti per spiegare una risposta così poca entusiastica, c’è che le cifre sospese dovranno essere rimborsate fra il 2022 e il 2024. Un periodo molto breve che rischia di creare un sovraccarico di esborsi che a molti fa paura.

Secondo i calcoli di Eurodad, solo per il normale servizio del debito, i 73 Paesi più poveri devono essere pronti a sborsare 115 miliardi di dollari nel biennio 2022-24. Cifra che si appesantirebbe di un ulteriore 23% qualora dovesse essere sovraccaricata di tutta la sospensione che in linea teorica può essere attuata nel biennio 2020-21.

Considerato che una buona metà dei Paesi più poveri è già in stato di insolvenza o è vicina a diventarlo, è abbastanza comprensibile che molti non sottoscrivano patti che saprebbero di non poter onorare.

Del resto mancano informazioni sulle contropartite che i governi debitori dovrebbero dare in cambio delle sospensioni, né si sa quali misure scatterebbero in caso di inadempienze.

Considerato che la consulenza è del Fmi, non ci sarebbe da sorprendersi se l’offerta fosse condizionata al rispetto di regole che in passato si sono rivelate altamente destabilizzanti sul piano sociale e politico.

Da tempo la parte più avanzata della società globale sostiene che l’unica strada da perseguire per liberare i Paesi più poveri dalle catene del bisogno è l’annullamento del loro debito ed è di grande significato che papa Francesco abbia inserito questa indicazione nella lettera inviata l’8 aprile scorso alla Banca Mondiale:

«Lo spirito di solidarietà globale impone di ridurre in maniera significativa il debito delle nazioni più povere, un peso che la pandemia ha ulteriormente esacerbato. Scegliendo di alleggerire il loro debito compiremmo un gesto di grande umanità perché permetteremmo a quelle popolazioni di accedere ai vaccini, alla sanità e all’istruzione».

Per quanto riguarda la parte di debito dovuta ai governi, buona parte dell’annullamento dipende dalla Cina, considerato che detiene il 60% di tutto il debito bilaterale dei 73 Paesi più poveri. Segue il Giappone col 15% mentre Germania e Francia che si collocano attorno al 5%.

Generalmente si invoca il senso di generosità per indurre a comportamenti di rinuncia, ma in questo caso basterebbe appellarsi alla lungimiranza perché l’avarizia non conviene a nessuno in un momento in cui basta un focolaio di non vaccinati per fare divampare di nuovo la pandemia a livello globale

 

Articolo pubblicato sull’Avvenire

 

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lunedì 15 febbraio 2021

L’affaire du siècle per il clima - Francesco Gesualdi

Hanno citato lo stato in giudizio per inazione e hanno vinto. E’ successo in Francia ed ha avuto come protagonisti quattro associazioni: Notre Affaire à Tous, la Fondation Nicolas Hulot pour la Nature et l’Homme, Greenpeace France, Oxfam France.

Motivo del ricorso: danni ad ambiente e  persone provocati dai cambiamenti climatici per il mancato rispetto degli impegni assunti  dal governo.

Tutto comincia nel dicembre 2018 quando le quattro organizzazioni  scrivono al governo francese per elencargli i danni provocati dai cambiamenti climatici sul territorio francese e chiedergli di arginarli  non solo attraverso interventi di tipo riparativo, ma anche preventivo, prendendo tutti i provvedimenti legislativi, fiscali e finanziari  necessari a ridurre le  emissioni di gas serra.

Nel documento le associazioni precisano che la Francia è il paese europeo più colpito dai cambiamenti climatici come mostrano inondazioni, tempeste, siccità, canicole estive sempre più frequenti e devastanti.

Negli ultimi 12 anni i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 25% della loro superficie.  E mentre la Nuova Caledonia e la Polinesia, le isole d’oltre mare che la Francia ha nel Pacifico, rischiano di essere sommerse, un quarto delle coste francesi presentano segni d’erosione.

Il governo stesso stima che il 62% della popolazione francese sia fortemente esposta ai rischi climatici come confermano i 1120 decessi dovuti a questa causa dal 1998 al 2017.

 

Guasti sociali e ambientali che, hanno sottolineato le quattro organizzazioni, chiamano in causa   la corresponsabilità del governo che non ha mantenuto fede agli innumerevoli impegni che si era assunto per limitare le emissioni di gas serra, per attuare la riconversione e l’efficienza energetica, per dotare il paese di servizi pubblici sostenibili capaci di ridurre la circolazione di auto private. Impegni che ora il governo è invitato ad assumere senza ulteriori indugi.

E in attesa di ricevere una risposta, le associazioni decidono di rafforzare la propria posizione organizzando una campagna di raccolta firme che battezzano “L’affaire du siècle”, l’affare del secolo.

Nel paese si alimenta la discussione, ne parlano i media, se ne discute nelle scuole e in breve le firme raccolte raggiungono i due milioni. Il governo non può ignorarle e il 15 febbraio 2019 fa arrivare la propria risposta che però respinge le accuse al mittente.

Dettagliando tutto quello che ha fatto, rigetta l’accusa di inazione e dichiara che se la situazione continua a peggiorare   non è colpa del governo, ma della cittadinanza che non adotta nuovi stili di vita.

Il comitato organizzatore della campagna giudica la risposta inadeguata  e decide di ricorrere alla magistratura affinché sia lei a stabilire se lo stato è colpevole di inazione e in caso affermativo venga obbligato a fare ciò che gli compete.

Il ricorso viene presentato il 14 marzo 2019 ed è indirizzato al Tribunale Amministrativo di Parigi che il 3 febbraio 2021 emette un verdetto totalmente favorevole alle associazioni ricorrenti. In particolare stabilisce tre punti. Primo: l’aumento della temperatura terrestre costituisce un danno ambientale che deve essere riparato.

Secondo: esiste un nesso di casualità fra l’aumento della temperatura terrestre e le manchevolezze dello stato francese.

Terzo:  lo stato deve essere ritenuto responsabile di parte dei danni intervenuti perché non ha rispettato tutti i suoi impegni rispetto alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

Pertanto i giudici hanno ritenuto fondata la richiesta delle associazioni di ordinare allo stato interventi riparativi e non potendoli precisare sul momento, la corte si è presa due mesi di tempo per dettagliarli. 

Infine la corte ha riconosciuto legittima la richiesta di indennizzo morale da parte della associazioni che pertanto riceveranno dallo stato la somma simbolica di un euro ciascuna, come  avevano richiesto esse stesse.

 

Ovviamente siamo solo al primo grado di giudizio e con tutta probabilità lo stato ricorrerà   in appello, dove tutto è possibile.

Ma comunque vada a finire, da questa vicenda si traggono tre insegnamenti. La prima, che di fronte alle situazioni drammatiche  vanno tentate tutte le strade per trovare rimedio. Seconda e terza che la perseveranza premia sempre e che nessuna battaglia può essere vinta senza coinvolgimento popolare.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che la campagna continua la propria attività cercando di creare consenso attorno a sei impegni da imporre allo stato: la trasformazione del settore elettrico verso le rinnovabili, la ristrutturazione degli alloggi verso forme energetiche più efficienti,  l’offerta di un buon servizio di trasporto pubblico per limitare l’uso dell’auto privata, iniziative per permettere a tutti di alimentarsi in maniera sana e sostenibile, soppressione delle sovvenzioni ai combustibili fossili, riforma fiscale in chiave ambientale all’insegna dell’equità.

Un modo per dire che la conversione ecologica o sarà socialmente soddisfacente o non sarà.

Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire

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mercoledì 3 febbraio 2021

Come nella dominazione inglese - Francesco Gesualdi

 

Settimane di colloqui e una sentenza della Corte Suprema non sono bastate a rassicurare gli agricoltori indiani che anzi hanno intensificato le loro proteste fino a prendere d’assedio la capitale proprio il 26 gennaio, anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione indiana.  

Gli scontri violenti hanno lasciato dietro di sé un morto e decine di feriti, ma gli agricoltori indiani non ci stanno a subire passivamente dei provvedimenti che al di là delle motivazioni contingenti legate al Covid hanno come effetto di lunga durata quello di abbattere il sistema di salvaguardia dei prezzi agricoli. Un tema estremamente sensibile in un paese dove la popolazione rurale rappresenta ancora il 65% della popolazione totale: 895 milioni di persone che dipendono dalla generosità della terra.

Ma la generosità da sola non basta se la terra è maldistribuita e i prodotti mal pagati. Due aspetti che in India, come in molti altri paesi del mondo, lasciano molto a desiderare.

Secondo gli ultimi dati Fao, in India solo l’1% degli agricoltori possiede appezzamenti che vanno oltre i dieci ettari di terra, per un’estensione totale pari al 13% di tutta la terra agricola.

Per contro l’81% degli agricoltori possiede meno di due ettari di terra che complessivamente rappresentano il 38% di tutta la terra agricola. Appezzamenti del tutto insufficienti a sostenere nuclei familiari che a volte superano i sette componenti. E i risultati si vedono: in India il 30% della popolazione rurale è sottoalimentata.

Da tempi immemorabili l’India è afflitta dall’iniqua distribuzione delle terre che paradossalmente la rivoluzione verde introdotta negli anni sessanta del secolo scorso ha acuito perché  ha reso l’agricoltura più costosa e quindi sempre più presidiata da proprietari facoltosi.

Distribuire la terra in maniera più equa è una scelta non gradita al potere agrario e i politici difficilmente la compiono. Tuttavia negli anni successivi all’indipendenza, sotto la guida di Jawaharlal Nehru, collaboratore di Gandhi, in India vennero intraprese varie misure molto apprezzate dai piccoli coltivatori. Misure che non ampliavano la quantità di terra a loro disposizione, ma che cercavano di porre rimedio a un’altra piaga che aggravava la loro povertà. Il flagello si chiamava sottomissione ai signori locali, che essendo gli unici a poter acquistare i loro prodotti potevano imporre il prezzo che volevano.

Un potere di ricatto accresciuto dal fatto che oltre ad essere l’unico sbocco di vendita erano anche i banchieri o per meglio dire gli usurai della zona, gli unici ai quali i contadini potevano rivolgersi per ottenere un prestito.

E quando la terra è poca e i raccolti magri e malpagati, il debito è l’unico modo per sopravvivere. Ma se chi presta è anche acquirente esclusivo di ciò che si produce, allora l’assoggettamento al suo potere di ricatto diventa totale. E fu proprio per rompere la spirale di strapotere che risucchiava i contadini negli abissi della miseria, se non della schiavitù,  che vennero  assunte due iniziative di particolare importanza.

La prima: l’istituzione di prezzi minimi da garantire agli agricoltori. La seconda: l’allestimento di mercati regolamentati, in cui svolgere le operazioni di compra vendita in maniera controllata. In India tali strutture sono semplicemente chiamate  mandi, termine hindi che significa mercato.

La loro caratteristica è che sono governati da appositi comitati  che oltre a mantenere l’elenco di tutti i soggetti autorizzati ad operare all’interno dei mercati regolamentati,  hanno il compito di   verificare la loro condotta, di incassare le dovute commissioni e di accertarsi che i produttori riscuotano il loro dovuto il giorno stesso della transazione.

Quanto alle modalità di vendita non sono ammesse trattative dirette, ma solo vendite tramite asta, in modo da evitare condizionamenti e ricatti tipici dei rapporti caratterizzati da asimmetria di potere. 

Gli agricoltori consegnano le loro derrate ad agenti autorizzati che  vendono i quantitativi al migliore offerente a partire da una base d’asta corrispondente al prezzo minimo fissato dal governo.

Ma va tenuto presente che l’India è uno stato federale e ciascuno dei 28 paesi che lo compone ha ampia autonomia decisionale. Per questo anche la legislazione relativa ai mandi ha caratteristiche diverse da uno stato all’altro. In certuni è solo un’opportunità offerta ai produttori. In altri è imposto come canale di vendita obbligatorio.  

In generale gli agricoltori apprezzano i mandi, ma c’è chi li critica aspramente ritenendoli  strutture antiquate e ferraginose sovraccariche di burocrati e intermediari che fanno lievitare  i prezzi al consumatore finale. 

Per di più li accusano di ostacolare il commercio fra i diversi stati della federazione indiana perciò ne chiedono l’eliminazione. Neanche l’attuale governo vede di buon occhio i mandi e prendendo spunto dalla necessità di intensificare i commerci via internet, come misura precauzionale anti-covid,   il settembre scorso ha emanato tre decreti che aprono la strada alla morte dei mandi, non tramite la loro chiusura d’impero, bensì una lenta strategia di corrosione.   

In effetti il triplice scopo dei tre decreti è quello di ridare impulso ai rapporti di compravendita condotti fuori dai circuiti controllati,  di fare tornare i prezzi  a fluttuare secondo il gioco della domanda e dell’offerta, di facilitare gli acquisti diretti fra produttori ed acquirenti appartenenti a stati diversi della federazione indiana.

In sintesi la parola d’ordine è liberalizzare ritenendo che mercato deregolamentato faccia sempre rima con efficienza e quindi arricchimento per tutti. Ma i piccoli contadini del Punjab, del Haryana, dell’Uttar Pradesh, temono che lo smantellamento dei mandi li riporti ai tempi  in cui erano alla totale mercé dei mercanti e ovunque sono scoppiate proteste, sfociate in scontri e blocchi stradali. “Senza controlli si torna a catene peggiori di quelle esistenti al tempo della dominazione inglese” hanno scritto sui loro cartelli.  

Eppure tutti riconoscono che oggi i mercati agricoli non sono più dominati da rozzi signorotti locali che vestono i panni degli usurai.

Tutti sanno che  la scena è dominata da  grandi imprese, addirittura di dimensione multinazionale, guidate da raffinati dirigenti di alta cultura ed alta competenza giuridica. Ma non per questo sono meno insidiose. Per sapere di cosa sono capaci   non è necessario andare in Africa o in Asia: basta interrogare   certi piccoli produttori di casa nostra, terzisti di  imprese alimentari o fornitori di supermercati.

Essi testimoniano di rischi climatici buttati interamente sulle loro spalle, di pagamenti dilazionati a 180 giorni, di pomodori pagati 20 centesimi al chilo rimessi sugli scaffali dei supermercati a due euro al chilo. Con inevitabili conseguenze sui lavoratori: il settore agricolo è fra quelli a più alta incidenza di lavoro nero che permette al caporalato di spadroneggiare. Tutti segnali di come la legge del contenimento dei costi sappia essere spietata quando non è mitigata dalla coscienza.

Iniquità, abusi, prepotenze, sono tanto più probabili quanto più ampie sono le asimmetrie di potere. E poiché le asimmetrie sono presenti ovunque, il dibattito su come contenerle e come impedire che sconfinino nel sopruso dovrebbe aprirsi ovunque.

Per questo ciò che si sta discutendo in India non è un affare solo loro, ma anche nostro. In ballo ci sono le gerarchie di valore, la funzione della legge, il ruolo della collettività. In una parola in ballo c’è il ruolo della politica che  Papa  Francesco esorta costantemente a sapersi liberare dalle sudditanze ideologiche e dagli interessi particolari per mettersi al servizio degli ultimi, della dignità umana, del bene comune.

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sabato 30 gennaio 2021

Quella macchia sugli abiti usati - Francesco Gesualdi


Dopo la limitazione dei consumi, recupero e riciclo sono i comportamenti chiave per ridurre la nostra impronta sull’ambiente, sotto il profilo sia delle risorse sia dei rifiuti.

Ma nel caso degli indumenti usati il recupero è anche un importante canale di solidarietà, perché in molti casi le aziende addette alla gestione dei cassonetti sono cooperative sociali costituite per dare lavoro a persone svantaggiate.

Spesso sono anche espressione di realtà caritative che utilizzano i proventi ottenuti dal riutilizzo per finanziare progetti di solidarietà in Italia come nel Sud del mondo.

Alcune vicende giudiziarie, però, hanno messo in evidenza che la filiera degli indumenti usati è anche affollata da mafiosi e camorristi che utilizzano la facile manovrabilità dei dati per arricchirsi illegalmente tramite la falsificazione dei volumi trattati, l’emissione di fatture contraffatte, la mancata selezione e lo smaltimento clandestino delle frazioni di vestiario non recuperabile.

In effetti già nel 2014 la Direzione nazionale antimafia certificava che «buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti».

I primi ad essere danneggiati da questa situazione di illegalità sono proprio i soggetti solidali che, vedendo il loro nome associato a quello dei malavitosi, rischiano di subire un enorme danno di reputazione e persino una rottura nel rapporto di fiducia con l’opinione pubblica.

Sentendo addosso la responsabilità di queste terribili conseguenze, da vari anni alcuni soggetti dediti alla raccolta di indumenti usati si sono fatti promotori presso gli altri attori sani della filiera di un’iniziativa per difendersi dall’illegalità, mentre ai Comuni, o a chiunque sia demandato a gestire i rifiuti a livello territoriale, è stato chiesto di adottare regole più stringenti per la scelta dei soggetti a cui assegnare il servizio di raccolta.

È iniziato così un confronto, durato un paio di anni, che alla fine ha consentito a Utilitalia, l’associazione di categoria che rappresenta le imprese fornitrici di servizi essenziali, di elaborare delle linee guida per la selezione dei candidati che chiedono di svolgere il servizio di raccolta degli indumenti.

Fra i criteri è stato inserito anche l’obbligo di trasparenza: «La stazione appaltante (Comune o chi per lui) deve poter acquisire le necessarie garanzie che i flussi di rifiuti (abiti usati) raccolti nel proprio territorio siano trattati in impianti idonei dal punto di vista tecnologico e autorizzativo, e completamente tracciati lungo le varie fasi della filiera.

Da tale tracciabilità deve poter emergere con assoluta certezza che detti flussi abbiano trovato adeguata destinazione e valorizzazione nel rispetto dei princìpi della gerarchia europea».

E continua: «A tal fine è importante prevedere nel contratto l’impegno dell’appaltatore a predisporre con cadenza almeno annuale un report che, sulla base dei rifiuti raccolti, informi sulle percentuali delle diverse destinazioni: 1) preparazione per il riutilizzo e cessione (distinti in ‘solidale’ o ‘profit’); 2) riciclo; 3) recupero di altro tipo; 4) smaltimento». Specificando sempre quanto avvenuto in Italia e quanto all’estero. Sembra perfino banale dirlo, ma la segretezza è il terreno fertile della criminalità.

Quando i fatti avvengono nelle tenebre, senza obbligo di rendicontazione, al riparo di qualsiasi verifica, è allora che possono formarsi atteggiamenti deviati: truffe, abusi, prepotenze, corruzione, violazioni.

Quando, al contrario, si è tenuti a dimostrare, documenti alla mano, come ci si comporta, con chi si hanno rapporti, la provenienza dei soldi, il loro utilizzo, le probabilità di violazione della legge si fanno più scarse.

Si può dire che il sotterfugio è inversamente proporzionale al grado di trasparenza. Paradossalmente se ogni capo di vestiario buttato in un cassonetto potesse essere tracciato, potremmo sapere come è stato smaltito e se ha seguito l’iter igienico previsto dalla legge o se è stato messo in vendita senza alcun trattamento.

Se è stato sottoposto a cernita in uno stabilimento legale o clandestino, sia esso italiano o straniero, che rispetta i diritti dei lavoratori o li viola, che paga le tasse o le evade. Potremmo sapere se è stato messo in vendita in modo legale oppure è finito nei circuiti capestro d’Africa, Asia o dell’Italia stessa.

Ovviamente la tracciabilità di ogni singolo capo è impossibile, ma l’obbligo, per chi raccoglie, di rendicontare le tappe principali seguite dal materiale che ha raccolto, sarà un contributo importante contro la criminalità a difesa della legalità, dei diritti e dell’ambiente.

(Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire)

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domenica 6 settembre 2020

Dalla decrescita al benvivere - Francesco Gesualdi

Non so se l’idea che mi sono fatto della decrescita sia la stessa dei suoi teorici, ma vi scorgo tre messaggi importanti. 1. Non si può perseguire la crescita infinita in un pianeta dalle risorse limitate. 2. La corsa dietro ai consumi compromette la qualità della vita per strangolamento delle relazioni.  3. Se vogliamo garantirci un futuro dobbiamo ridurre consumo di materia e produzione di rifiuti.

Ma enunciati i principi spuntano i nodi. Ad esempio in un mondo squilibrato come quello in cui viviamo, l’invito a ridurre non può valere per tutti, ma solo per gli opulenti, quelli che consumano 100 chili di carne all’anno, che possiedono più di un’auto ogni due persone, che producono più di 500 chili di rifiuti all’anno.

Quanto ai tre miliardi di miseri, hanno diritto a mangiare di più, vestirsi di più, studiare di più, curarsi di più, viaggiare di più, ma potranno farlo solo se gli opulenti accettano di sottoporsi a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse. Dunque tutto bene con lo sviluppo avviato in Cina, India o Sudafrica? Non proprio considerato che agli impoveriti arrivano solo le briciole sotto forma di consumismo spazzatura.

La verità è che sia il Nord che il Sud hanno bisogno di un nuovo modello economico più orientato all’equità, con il Nord in posizione di maggiore difficoltà perché deve fare due operazioni in una: ridurre e riequilibrare.

Premesso che l’efficienza tecnologica non è sufficiente a realizzare il miracolo, la domanda che si pone per chi si occupa non solo di ambiente, ma anche di sopravvivenza delle persone, è come operare la trasformazione senza mietere vittime.

Non a caso fra gli oppositori alla decrescita ci sono i sindacati preoccupati per i posti di lavoro in un sistema dove la forma prevalente di lavoro è quella salariata fortemente ancorata alla crescita dei consumi.

In fin dei conti il grande punto interrogativo è se sia possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e sicurezza sociale, concetti che sarebbe meglio ribattezzare piena partecipazione lavorativa e vita sicura per tutti.

La risposta è sì, che si può, precisando che la battaglia vera non è per la riduzione tout court del Pil, ma per una ristrutturazione di produzione e consumo ben sapendo che il sistema in cui viviamo ha sovraprodotto per il consumo privato e sottoprodotto per il consumo pubblico.

 

Forse la parola giusta è spostamento a significare che dovremo ridurre certi settori e ampliarne altri: meno automobili più treni e autobus, meno strade più ferrovie, meno acqua in bottiglia più acquedotti, meno centrali a carbone più pannelli solari, meno case di nuova costruzione più ristrutturazione di quelle esistenti, meno pubblicità più scuola, minor uso di materie prime più recupero di rifiuti, meno importazione di cibo più agricoltura locale.

Di sicuro una società che dispone di meno deve decidere cosa privilegiare e personalmente non ho dubbi che la priorità va data ai bisogni fondamentali: acqua, cibo, alloggio, energia, sanità, scuola, comunicazione, trasporti.

Bisogni da garantire in maniera gratuita perché appartenenti alla fascia dei diritti e proprio per questo di esclusiva competenza dell’economia pubblica, che funzionando sul principio della solidarietà collettiva è l’unica forma organizzativa che può praticare la gratuità.

Per questo credo che un serio progetto di ridimensionamento deve depotenziare il mercato e rafforzare l’economia pubblica, smettendo di concepirla come una struttura parassitaria che succhia ricchezza.

Al contrario deve viverla come uno spazio produttivo comune che oltre a garantire i bisogni fondamentali, garantisce un’occupazione minima per tutti.

Certo, per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso, in un contesto di economia rallentata, bisogna inventarsi altri modi di fare funzionare l’economia pubblica, che non sia più quello fiscale.

Potrebbe essere il servizio civile obbligatorio, la tassazione del tempo in alternativa alla tassazione del reddito, il lavoro comunitario in cambio di un reddito di cittadinanza.

Le soluzioni tecniche alla fine si trovano, il problema è culturale. Bisogna saper ripensare il lavoro, il ruolo del mercato, la funzione dell’economia pubblica, le forme di contribuzione all’economia collettiva, l’intreccio fra economia locale e economia globale, il ruolo e il governo della moneta.

Questi sono i nodi da affrontare per una società del benvivere, termine più appropriato per una società che dopo avere superato la fase di dimagrimento, cerca la giusta dieta per mantenere il peso forma. Dunque politica alta per la decrescita, tenendo a mente l’avvertimento di Langer: “la conversione ecologica avverrà solo se sarà socialmente desiderabile”.

 

Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire

 

https://comune-info.net/dalla-decrescita-al-benvivere/

giovedì 20 febbraio 2020

I problemi dell’auto sostenibile - Francesco Gesualdi



I paesi a ricchezza avanzata sono all’affannosa ricerca di modi per mantenere il livello di consumi raggiunto e nel contempo rispettare i limiti del pianeta. Ma il compito si presenta piuttosto arduo e rischia di condurci ad una sostenibilità dell’apartehid, costruita, cioè, su disuguaglianze ancora più marcate di quelle che abbiamo conosciuto fin qui. Un mondo verde dove pochi eletti usano le poche risorse esistenti  mentre una massa di esclusi è tenuta fuori dal banchetto. Tutto il contrario del modello di ecologia integrale proposto da Papa Francesco dove sostenibilità ed equità si tengono per mano.
L’automobile descrive meglio di tutti le contraddizioni in cui ci dibattiamo. Con l’emergere dei cambiamenti climatici il nostro obiettivo è diventato la riduzione delle emissioni di anidride carbonica ed è alla tecnologia che ci siamo affidati,  con un doppio mandato.  Uno di lunga durata che metta fine alla dipendenza dal petrolio. L’altro, più immediato, che ci procuri un combustibile meno inquinante.  Entrambi presentano criticità.
Fino a qualche anno fa, la pista che inseguivamo per ottenere auto  sganciate dal petrolio era  l’idrogeno. Poi, ragioni di tipo energetico, di sicurezza e di rete distributiva hanno raffreddato le aspettative ed oggi  si insegue piuttosto l’auto elettrica. Un progetto che da un punto di vista tecnico è già realtà, ma che riapre vecchi problemi quando pretende di diventare consumo di massa. Nell’auto elettrica la funzione di serbatoio è svolta dalla batteria,  rispetto alla quale va precisato che può renderci veramente indipendenti dal petrolio solo se la corrente elettrica utilizzata per ricaricarla proviene da sole, vento e altre energie rinnovabili. Ad oggi solo il 26% dell’energia elettrica mondiale è di tipo rinnovabile. Ma questo è solo uno degli aspetti critici.
L’altro è che per produrre le batterie serve litio e cobalto, due minerali che oltre a essere fonte di preoccupazione sociale presentano problemi di quantità. Da un punto di vista sociale, il cobalto è diventato sinonimo di corruzione, evasione fiscale, lavoro minorile,  dal momento che è ottenuto per il 60% dalla Repubblica Democratica del Congo, un paese dominato da assenza di legge, mancanza di senso dello stato, violazione  dei diritti umani. Quanto al litio, il 65% dei depositi si trovano in un triangolo che si estende fra Cile, Argentina e Bolivia, una zona abitata da popolazioni che non sorridono all’idea di vedere il loro territorio trivellato di miniere. La preoccupazione principale è per l’acqua, di cui le imprese minerarie necessitano in gran  quantità in una zona in cui ce n’è poca. In Cile, nel Salar de Atacama, dove l’estrazione del litio ormai avviene da anni, la carenza di acqua si è fatta così acuta da avere messo le popolazioni in uno stato di conflitto permanente con le imprese minerarie.
Sul fronte quantitativo i geologi ci informano che il litio costituisce circa lo 0.006 % della crosta terrestre,  qualcosa di   meno  dello zinco, del rame, del tungsteno e qualcosa di più del cobalto, dello stagno, del piombo. Ma ai fini estrattivi contano i depositi ad alta concentrazione e secondo il Geological Survey degli Stati Uniti le riserve fruibili di litio non andrebbero oltre i 40 milioni di tonnellate.  Una quantità che si mostra molto limitata qualora l’industria dell’auto elettrica dovesse avere lo sviluppo che si paventa. In totale le principali case automobilistiche prevedono di produrre  20 milioni di auto elettriche all’anno a partire dal 2025, per passare a 25 milioni nel 2030 e addirittura a 60 milioni dopo il 2040.  Se consideriamo che secondo la tecnologia attuale per  ogni auto  servono dai 40 agli 80 chili di litio, si fa presto a calcolare un fabbisogno   di circa 100.000 tonnellate all’anno a partire dal 2025 che salirebbe a   300.000 tonnellate dopo il 2040.  In altre parole i depositi attualmente conosciuti potrebbero esaurirsi nel giro di pochi decenni. Analogo destino per   il cobalto che pur giocando un ruolo minore potrebbe esaurirsi in tempi altrettanto rapidi a cause delle minori riserve stimate in appena 25 milioni di tonnellate.

Ad oggi, le auto in circolazione a livello mondiale sono quasi un miliardo. Per rimpiazzarle tutte con auto elettriche servirebbe la metà delle riserve di litio oggi conosciute. E tuttavia le auto non sono gli unici strumenti a utilizzare batterie. Ad esse si aggiungono i cellulari, i tablet, i computer, gli accumulatori per pannelli solari. Il futuro, insomma, si presenta come la società della batteria e la domanda di litio e cobalto potrebbe diventare così  alta da spingere i loro prezzi a livelli proibitivi per le classi meno abbienti. Il solito vecchio meccanismo di mercato che ristabilisce l’equilibrio fra domanda e offerta a detrimento dei più poveri.
E mentre l’industria dell’automobile si sta organizzando per tagliare il cordone ombelicale dal petrolio, gli stati stanno cercando di ridurre le emissioni inquinanti spingendo l’acceleratore sulla produzione di carburanti di origine vegetale che risultano meno impattanti. Uno dei primi paesi che si è buttato in questa avventura è stato il Brasile, trasformando la canna da zucchero in bioetanolo, un alcool che può essere utilizzato tal quale in auto con motori apposti o che può essere utilizzato come additivo delle normali benzine. Il Brasile produce il 23% di tutto il bioetanolo prodotto a livello mondiale, ma è superato di gran lunga dagli Stati Uniti che ne produce il 49%.  E non utilizzando masse vegetali inadatte all’alimentazione, ma il mais di cui è primo produttore mondiale. Ben il 38% di tutto il mais prodotto negli Stati Uniti  è destinato al bioetanolo. Altrove si privilegiano il grano, l’orzo, la segale, sicché la Fao calcola che  il 14% di tutte le granaglie raccolte a livello mondiale sono bruciate nei motori. L’Unione Europea è un basso produttore di bioetanolo che comunque ottiene principalmente dalla barbietola da zucchero e in secondo ordine dal mais. Ma ha molto sviluppato la produzione di biodiesel di cui è il primo produttore mondiale con una quota del 37%.  Il biodiesel si ottiene da oli vegetali provenienti da tre semi principali: olio di palma (31%), soia (21%), colza (20%). Complessivamente il 16% di tutto l’olio vegetale prodotto a livello mondiale è destinato alla produzione di biodiesel.
Cercare ogni strada per ridurre le emissioni di anidride carbonica è sacrosanto, ma bisogna farlo evitando di creare problemi su altri fronti. Parlando di biocombustibili, tre punti interrogativi si affacciano alla mente. Il primo: quanto sia giusto e opportuno destinare cibo ai trasporti in un mondo dove il 12% della popolazione non mangia a sufficienza e in cui le bocche da sfamare sono in crescita. Il secondo: quanto sia sensato avvelenare la terra con pesticidi e fertilizzanti per ottenere più derrate agricole da destinare ai trasporti. Il terzo: quanto sia logico sottrarre terra ai boschi in un momento in cui abbiamo bisogno di più vegetazione per abbattere l’anidride carbonica. I biocarburanti rischiano di diventare diretti antagonisti delle foreste non solo perché si contrappongono alla riforestazione, ma peggio ancora perché promuovono la deforestazione. E’ noto,  ad esempio, che  la crescita esponenziale della produzione di olio di palma ottenuta negli ultimi anni si è accompagnata a una distruzione massiva di foresta non solo in Asia, ma anche in Africa e America Latina. Per cui dobbiamo chiederci se non sia arrivato il tempo di cercare di arrestare i problemi generati dai nostri eccessi,  concentrandoci non solo sulla tecnologia ma anche sugli stili di vita. Parlando di trasporti è arrivato il tempo di chiederci se non dobbiamo ridurre la nostra produzione di anidride carbonica, accettando di viaggiare meno, più lentamente e in forma più collettiva, capendo che il noi è più efficiente dell’io.

(Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire)


sabato 17 novembre 2018

Il settimo comandamento - Francesco Gesualdi



Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre Papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la dottrina sociale della Chiesa parla di “destinazione universale dei beni” a significare che ”i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano”. E se in questa prospettiva anche la proprietà privata trova la sua funzione e la sua legittimità, Papa Francesco ha precisato che “ogni ricchezza per essere buona deve avere una dimensione sociale”. Sorprendente analogia con l’articolo 43 della nostra Costituzione che impone alla legge di regolamentare la proprietà privata in modo da “assicurarne la funzione sociale e renderla accessibile a tutti”.
Se fossimo riusciti ad interpretare il comandamento di non rubare in forma più estensiva, non come  mera difesa di ciò che individualmente ciascuno ha accumulato, ma soprattutto come difesa di ciò che è proprietà di tutti,l’umanità non si troverebbe a fare i conti con le problematiche ambientali e sociali che oggi ci sovrastano. L’Italia sta ancora facendo la conta dei danni provocati da due settimane di maltempo che hanno distrutto migliaia di ettari di boschi, allagato intere vallate, spazzato via case e strade, spezzato vite umane di ogni età. Il dito è puntato contro la malvagità della natura che senza guardare in faccia a nessuno, abbatte la propria forza contro chi capita. Ma sappiamo che nelle nostre regioni le piogge torrenziali e i venti di tipo monsonico sono il frutto del surriscaldamento terrestre provocato da un eccesso di produzione di anidride carbonica, a sua volta conseguente al furto messo in atto da poche generazioni che nel giro di 150 anni hanno preteso di bruciare ciò che madre terra ci ha messo milioni di anni per produrre. Esito aggravato da un eccesso di cementificazione e di gestione distorta di boschi e agricoltura. In ogni caso tutte conseguenze di un’idea di possesso dove esiste solo l’interesse immediato del suo proprietario sganciato da qualsiasi responsabilità verso la collettività. Così ci stiamo macchiando del peggiore dei furti che è quello di togliere prospettive di vita alle generazioni che verranno.
Papa Francesco ci dice che l’unico modo per uscirne è smettere di considerarci padroni e cominciare a concepirci come amministratori: “Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza”. Che tradotto significa cominciare a prendere consapevolezza che viviamo in un mondo dalle risorse limitate e che dobbiamo amministrarle avendo sempre ben chiaro che oltre a doverne lasciare per le generazioni che verranno, dobbiamo anche permettere ai tre miliardi di impoveriti di uscire rapidamente dalla loro situazione di miseria. Papa Francesco ci ha ricordato ancora una volta che se oggi esiste quasi un miliardo di affamati non è perché non si produce abbastanza cibo, ma perché è distribuito male. In altre parole l’economia mondiale è basata su regole così assurde da avere trasformato un terzo della popolazione mondiale in scarti inutili da qualsiasi punto di vista, un terzo in persone utili solo come lavoratori forzati e un terzo come super consumatori. Questo apartheid sociale può essere superato solo con nuove regole che mettano fine ai furti di dignità che si concretizzano tramite il pagamento ai lavoratori di salari indegni, il pagamento ai piccoli produttori di prezzi infami, l’estromissione dei pastori e contadini dalle loro terre, la fuga dei capitali nei paradisi fiscali, l’imposizione di regole draconiane agli stati indebitati.
Ma l’emergenza ambientale ci ricorda che per riportare l’equità non è più sufficiente concentrarci sulle regole. Serve anche la capacità dei paesi ad alto reddito pro capite di fare un passo indietro rispetto all’uso delle risorse e alla produzione di rifiuti. In altre parole dobbiamo smettere di ripetere come dischi rotti che dobbiamo puntare a crescere e cominciare a dire che dobbiamo produrre, lavorare e consumare in maniera diversa in modo da garantire a tutti di vivere dignitosamente pur utilizzando meno risorse e producendo meno rifiuti. Solo così dimostreremo di avere imparato a declinare in maniera corretta il comandamento di non rubare.

giovedì 12 aprile 2018

La grande bellezza - Francesco Gesualdi

Pochi sanno che la brillantezza e l’effetto perla di rossetti, ombretti, smalto per unghie, prodotti per capelli, è dovuta alla presenza di mica, un minerale friabile di aspetto cristallino che in virtù delle sue proprietà luminose, termiche, chimiche, è utilizzato non solo nell’industria della cosmetica, ma anche delle vernici, dell’elettronica, delle automobili. Ancora più esiguo è il numero di quanti sanno che un quarto della produzione mondiale di mica proviene dall’India, stati di Jharkhand e Bihar,  da parte di miniere per il 90 per cento illegali che impiegano una gran quantità di lavoro minorile. Un rapporto appena pubblicato dall’istituto olandese Somo, Global mining mica and the impact on children rights, ci informa che in India i minori impiegati nell’estrazione di mica sono attorno a 22.000, molti di loro sotto i dodici anni. Invece di andare a scuola passano le loro giornate a sminuzzare le scaglie di mica, quando non si calano nei tunnel sotterranei per staccare le lastre e portarle in superficie. Bambini con paghe da schiavi, come d’altronde sono da schiavi quelle dei loro padri, che proprio a causa dei salari miserabili sono costretti a chiedere ai loro bambini di seguirli al lavoro. Ed eccoli là fra le pietre, polverosi,  malvestiti e rachitici i nostri  piccoli produttori di mica che ci permettono di mettere a punto trucchi smaglianti.
Già nel 2016 la Reuters Foundation, aveva pubblicato un servizio che segnalava la loro triste condizione facendo presente che i bambini lavoratori non devono fare i conti solo con la fatica, ma anche con la polvere che compromette i loro polmoni e con gli incidenti talvolta così gravi da provocare ferite e fratture mutilanti se non la morte. L’organizzazione indiana Bachpan Bachao Andolan, attiva contro il lavoro minorile, ritiene che nelle miniere di mica muoiano ogni mese una decina di persone, molte di loro minori.
Il servizio dalla Reuters Foundation indusse varie imprese che utilizzano mica, fra cui l’Oréal, Chanel, H&M), a correre ai ripari formando un coordinamento denominato RMI (Responsible Mica Initiative) con lo scopo di individuare e perseguire strategie comuni di contrasto al lavoro minorile. Ma un anno dopo la Reuters Foundation è tornata nelle zone di estrazione ed ha trovato che poco o niente era cambiato. In un nuovo documento pubblicato nel dicembre 2017, si legge che i bambini continuano a morire nelle miniere fantasma. Ironia della sorte, proprio il Primo maggio a Girihit, stato del Jharkhand, erano morte quattro persone di cui due adolescenti. La mamma di una di loro racconta:
“Quando abbiamo saputo che la miniera era crollata siamo venuti di corsa ed abbiamo scavato con le mani nude per ritrovare Laxmi. Nonostante una gamba rotta, la bambina ce l’aveva fatta a farsi strada verso la bocca d’uscita, ma siamo arrivati troppo tardi: l’abbiamo trovata morta. Aveva dodici anni”.
E i rappresentanti delle Organizzazioni non governative indiane incalzano: “L’RMI ha fatto tante promesse, ma tutte a vuoto”. Le imprese stesse ammettono: “Le iniziative assunte fino ad ora hanno contribuito solo marginalmente a combattere il lavoro minorile perché è mancato lo sforzo collettivo auspicato dall’alleanza”.

Tutt’al più sono state assunte iniziative filantropiche, più utili al social washing che all’elevazione umana. La vera sfida è la dignità del lavoro, perché il lavoro minorile scompare da solo se si liberano le famiglie dal bisogno. Un obiettivo che richiede molto di più di semplici azioni di controllo. Come primo passo va benissimo la gendarmeria per escludere la presenza di fornitori illegali nelle proprie filiere produttive. Ma poi servono politiche proattive per garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro, le libertà sindacali, il pagamento di salari vivibili. Le imprese, tuttavia, difficilmente si avvieranno spontaneamente per una strada che mal si concilia con la logica del profitto. Lo faranno solo se spinte dai consumatori che nel settore dei cosmetici hanno al proprio attivo già un risultato importante. Nel 2009 venne adottato un regolamento europeo che vieta di sperimentare i cosmetici sugli animali e di vendere cosmetici contenenti ingredienti testati sugli animali. La disposizione fu il frutto di una lunga battaglia della società civile, a dimostrazione che volere è potere. Oggi dobbiamo usare la stessa determinazione per liberare la bellezza da un’altra forma di crudeltà ancora più odiosa. Dobbiamo richiedere a istituzioni ed imprese di adottare tutte le misure che servono,  per garantire la dignità del lavoro e liberare l’umanità dalla vergogna del lavoro minorile. Non farlo sarebbe come dire che abbiamo meno rispetto per la vita di un bambino che quella di un ratto.

lunedì 19 febbraio 2018

La Francia dice addio al Nasan - Francesco Gesualdi

La Francia getta la maschera, denuncia la pseudo cooperazione e se ne va. Il gran rifiuto, come lo avrebbe definito Dante, è avvenuto l’8 febbraio, un’insolita scelta a fianco dei piccoli contadini africani che le multinazionali dell’agrobusiness forse non perdoneranno mai a Macron. Il programma da cui la Francia ha deciso di ritirarsi si chiama “Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e nutrizionale” (in sigla Nasan), un’iniziativa decisa nel corso del G8 che si tenne nel 2012 a Camp David. Al pari del titolo, dal forte richiamo biblico, anche le finalità hanno un vago sapore messianico: in dieci anni liberare dalla povertà e dalla fame 50 milioni di africani attraverso una collaborazione fra governi africani, governi dei paesi ricchi e imprese private.
Ma ad una verifica di metà periodo, si scopre che il progetto è servito a creare dei paradisi fiscali agricoli, come li ha definiti l’organizzazione francese Action contre la faim: occasioni di guadagno per le grandi imprese dell’agroindustria, non di liberazione dei piccoli contadini le cui condizioni sono addirittura peggiorate. In effetti il progetto nasce dalla vecchia convinzione che per risolvere fame e povertà basta aumentare la produzione. Per cui l’unica cosa da fare è facilitare gli investimenti da parte di chi i soldi ce li ha, ossia le grandi imprese nazionali e transnazionali. Da qui la Nuova alleanza che ai governi locali chiede di mettere a disposizione terre e un contesto legislativo favorevole alle imprese, ai governi del Nord di mettere qualche soldo per la costruzione di qualche infrastruttura a titolo di cooperazione, alle imprese private di metterci gli investimenti e guadagnarci.

Le imprese che hanno aderito al progetto sono un centinaio, per investimenti complessivi dichiarati attorno ai 5 miliardi di dollari, in sei paesi: Ghana, Etiopia, Tanzania, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mozambico. Il progetto non prevede la trasparenza fra i propri principi, ma dalle informazioni trapelate si apprende che due multinazionali coprono da sole due quinti dell’importo: Syngenta, azienda di sementi, filiale svizzera della cinese ChemChina, con 500 milioni di investimenti  e Yara, multinazionale di fertilizzanti che batte bandiera norvegese, con 1,5 miliardi di investimenti. Neanche Cargill, multinazionale agro-commerciale statunitense, se la cava male con 525 milioni di investimenti, per poi trovare più giù in graduatoria altre famose multinazionali come Mars, Monsanto, Louis Dreyfus.
Dal che si capisce che il risultato finale della Nuova alleanza sarà un rafforzamento dei prodotti agricoli destinati all’esportazione (cacao, caffè, olio di palma) e un ulteriore spinta ai contadini africani affinché si gettino definitivamente fra le braccia dell’agricoltura industriale basata sulle sementi selezionate, fertilizzanti e pesticidi. Insomma tutto il contrario dell’idea di sovranità alimentare che ha come obiettivo la produzione per i bisogni locali e come strategia produttiva l’autoproduzione delle sementi e l’agricoltura biologica, due modi per rispettare la natura ed impedire che i contadini finiscano nella trappola dei debiti.

Già nel 2016 il Parlamento Europeo avevo chiesto all’Unione Europea di togliere il proprio sostegno al Nasan. In particolare richiamava “il pericolo di replicare in Africa lo stesso modello di rivoluzione verde attuata in Asia negli anni sessanta, senza tenere conto dei suoi impatti sociali e ambientali”. Il governo francese, che partecipava alla Nuova alleanza come partner del Burkina Faso, non ha dato una motivazione ufficiale del suo ritiro dal Nasan, ma un funzionario governativo ha dichiarato a Le Monde che «l’approccio del progetto è troppo ideologico ed esiste un vero rischio di accaparramento di terre a detrimento dei piccoli contadini». I quali confermano: «A noi che produciamo per il mercato locale, la Nuova alleanza non elargisce nessun vantaggio fiscale, mentre alle imprese che producono per l’esportazione garantisce terre e ogni altro genere di facilitazione. Dov’è l’interesse per la sicurezza alimentare del nostro paese? I piccoli contadini che assicurano il 40 per cento del consumo interno di riso hanno mostrato di saper produrre, pur ricorrendo ai metodi di produzione tradizionale. Ciò nonostante il Nasan si prefigge di “modernizzare 30 mila ettari di terreni e di assegnarne 5 mila ai villaggi”.Il che significa farci passare da un’agricoltura di tipo pluviale a un’agricoltura basata sull’irrigazione artificiale. Ma la pioggia la dà la natura gratuitamente, l’acqua del sottosuolo, invece, sarà disponibile solo per chi ha soldi perché richiede macchinari ed energia. In conclusione i contadini più deboli si impoveriranno ulteriormente e la nostra sicurezza alimentare sarà sempre più a rischio». Preoccupazioni evidentemente fatte proprie dal governo francese considerato che l’uscita dal Nasan è stata giustificata dal fatto che «la Francia preferisce dare il proprio sostegno all’agricoltura familiare attraverso un’intensificazione dell’agro-ecologia». Parole su cui meditare, specie oggi che si parla tanto di aiutarli a casa loro.

lunedì 22 gennaio 2018

Lunga vita alle cose.Tremano i mercanti - Francesco Gesualdi

La notizia è del 28 dicembre ed è di quelle destinate a fare storia, non tanto per la sua rilevanza penale, quanto per i suoi risvolti culturali, economici, ambientali. Di scena è la Procura di Nanterre che ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, multinazionali di apparecchiature informatiche sospettate di obsolescenza programmata.
Una pratica largamente in uso in tutto il mondo ma che in Francia è proibita dal 2015, con pene che possono arrivare fino a due anni di reclusione. E dire che nel 1932, tale Bernard London aveva proposto di renderla obbligatoria per legge, come strategia per rilanciare i consumi durante gli anni della grande depressione.
Dal latino obsolescens, traducibile come invecchiamento, perdita di funzionalità, l’obsolescenza programmata consiste nel progettare oggetti con tempi di vita predeterminati. Una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei consumatori lanciata per la prima volta da un gruppo di imprese produttrici di materiale elettrico che per assicurarsi la vittoria non esitò ad allearsi in un cartello denominato Phoebus. L’atto di nascita avvenne il 23 dicembre 1924 in un sontuoso hotel di Ginevra dove si incontrarono i dirigenti delle principali imprese mondiali di lampadine. Constatato che le vendite languivano a causa di lampadine capaci di durare fino a 2.500 ore, decisero di accordarsi su modelli che non durassero oltre le 1.000 ore. Un patto di ferro che impegnava ogni impresa a  test preventivi di cattiva qualità prima del lancio di ogni nuovo prodotto.
Il caso fece scuola e l’obsolescenza programmata si estese a molti altri settori, ciascuno con le proprie strategie di usura e di scoraggiamento alla riparazione. Ora utilizzando metalli ad arrugginimento precoce, ora cerniere di facile inceppamento, ora batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati. Quanto alle stampanti, l’associazione francese Hop, da cui la Procura di Nanterre ha preso spunto, ha denunciato che la turlupinatura più frequente si annida nei microprocessori. Molti di loro arrestano il sistema dopo un numero di fotocopie troppo basso, quando nelle cartucce c’è ancora il 20 per cento di inchiostro.

Il 9 giugno 2017 anche il Parlamento Europeo si è espresso contro l’obsolescenza programmata ed ha invitato la Commissione Europea ad adottare tutte le misure che servono per incoraggiare le imprese ad uniformarsi a criteri di robustezza, riparabilità e durata. Una scelta motivata non solo dalla volontà di evitare ai consumatori inutili spese, ma soprattutto di evitare al pianeta inutili saccheggi e contaminazioni. Vari studi hanno dimostrato che allungando la vita degli oggetti si possono ottenere sensibili riduzioni di rifiuti solidi e di anidride carbonica.
Uno dei settori che genera prodotti a vita particolarmente breve è quello dell’elettronica.Fra telefonini, stampanti e computer ogni anno nel mondo si producono oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, per la maggior parte classificabili come rischiosi. Una categoria di rifiuti che come denuncia la Laudato sii alimenta un vasto traffico illegale verso i paesi del Sud del mondo. Ma nessun governo ha mai mobilitato il proprio esercito per arrestarlo. Si stima che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi salpino illegalmente verso le coste africane e asiatiche, dando luogo a immense discariche a cielo aperto. Una delle più grandi è quella di Agbogbloshie, un’estensione di due ettari posta alla periferia di Accra, capitale del Ghana. La piana, cosparsa di televisori, computer, stampanti e ogni altro tipo di carcassa elettronica, è contornata da una vasta baraccopoli in cui si consuma una tale violenza da essere stata battezzata Sodoma e Gomorra. Molti dei 40.000 abitanti della baraccopoli, bambini compresi, passano le loro giornate nella discarica cercando di recuperare ogni sorta di minerale possibile. E siccome la tecnica per liberare i minerali dalla plastica è il fuoco, tutta l’area è avvolta da una cappa di fumo ripieno di diossina e ogni altro veleno che genera tumori in ogni dove. Da Taranto ad Accra: così il consumo di cose si trasforma in consumo di persone.
Tanti sono i cambiamenti da introdurre per consentire a ogni abitante del pianeta di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro svolto in condizioni di dignità, sicurezza e sostenibilità. Ma un modo è anche quello di combattere l’obsolescenza, che prima di essere un attacco alla vita delle cose è un attacco alla felicità delle persone, condannati come siamo alla frustrazione perenne di chi è costantemente incalzato da nuove sollecitazioni. Del resto già nel 1917, Charles Kettering, direttore di prim’ora della General Motors, ci aveva avvertito: “La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione”. Ma l’infelicità è un prezzo troppo alto da pagare sull’altare della crescita. E’ tempo di cominciare a liberarci dall’insoddisfazione cronica pretendendo oggetti fatti per durare ed essere riparati. Ci guadagneremo in salute, sostenibilità ed occupazione.