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martedì 30 settembre 2025

Crisi climatica: il cibo costa sempre di più - Luca Pisapia


Caldo, incendi, siccità, inondazioni. Gli eventi meteorologici estremi causati dai cambiamenti climatici stanno facendo aumentare i prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo. E questi repentini aumenti dei prezzi del cibo hanno un impatto devastante sull’accesso al cibo per la parte più povera della popolazione. Quindi anche sulla sicurezza alimentare e sulla salute pubblica. Non solo dei Paesi del Sud del mondo, come è facile aspettarsi, ma anche di quelli cosiddetti ricchi e sviluppati dove sempre più persone vivono ai margini della soglia di povertà.

E non è finita qui. Perché l’aumento dei prezzi del cibo ha effetti anche sulla stabilità politica di interi Paesi. O di intere aree geografiche. I picchi dei prezzi portano infatti a una serie di conseguenze sociali a cascata, che possono essere nutrizionali, economiche e politiche. Perché le persone hanno sempre più difficoltà a permettersi il cibo.

E così, all’aumento dei prezzi si possono collegare le carestie nel Sudest asiatico o anche rivolte per il pane in Mozambico. O il fatto che negli Stati Uniti e nel Regno Unito, nel cuore del cosiddetto primo mondo, le fasce più povere della popolazione rinunciano ogni giorno di più a frutta e verdura, con conseguenze importanti per la salute. Basti pensare che già oggi una persona su sei negli Stati Uniti e nel Regno Unito soffre di insicurezza alimentare.

 

Eventi estremi e rincari alimentari

Tutto questo lo si evince da un rapporto pubblicato a luglio sulla rivista Environmental Research Letters. Il team di scienziati e ricercatori negli ultimi due anni ha monitorato sedici eventi meteorologici estremi –ovvero «qualsiasi evento al di fuori di quanto visto in precedenza» – e li ha collegati a specifici aumenti dei prezzi del cibo in determinate aree geografiche. Dalla ricerca, basata su uno studio precedente condotto in collaborazione con la Banca Centrale Europea e pubblicato nel 2024, emerge un quadro a tinte assai fosche.

Per capirci, il report sottolinea come il caldo estremo e le condizioni del suolo secco nell’estate del 2022 hanno portato a un aumento del 80% dei prezzi delle verdure in California e Arizona. O come la siccità tra il 2022 e il 2023 ha portato a un aumento del 50% dei prezzi dell’olio d’oliva in Spagna e in Italia. Mentre l’ondata di caldo del 2024 in Costa d’Avorio e Ghana, Paesi produttori del 60% del cacao mondiale, che hanno fatto aumentare il prezzo del cacao di oltre il 300%.

La siccità in Brasile nel 2023 ha portato a un aumento del 55% dei prezzi dei chicchi di caffè Arabica. E l’ondata di caldo in Asia nel 2024 ha raddoppiato i prezzi del caffè Robusta. Lo stesso aumento di temperature che ha fatto aumentare del 50% il prezzo del riso in Giappone. E del 30% quello di frutta e verdura in Cina. Mentre in Australia le alluvioni della primavera del 2022 hanno fatto aumentare il prezzo della lattuga addirittura del 300%.

 

Prezzi del cibo: seconda causa di morte climatica

«Possiamo osservare che esiste un ampio contesto globale per quanto accaduto negli ultimi anni, che si estende dall’Asia orientale all’Europa fino al Nord America», ha spiegato Maximillian Kotz, ricercatore presso il Centro di Supercalcolo di Barcellona e autore dello studio. «Quello che abbiamo scoperto è la prova evidente che temperature anormalmente elevate determinano aumenti dei prezzi del cibo e dell’inflazione complessiva. E che pertanto in futuro, con l’intensificarsi del caldo, ci aspettiamo di vedere sempre più aumenti di questo tipo. Il nostro articolo deve essere un invito all’azione. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è la seconda causa di morte dovuta agli impatti climatici, subito dopo il caldo estremo».

Raj Patel, ricercatore presso l’Università del Texas ad Austin e membro dell’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems, ha spiegato che il principale avvertimento dello studio – ovvero che i cambiamenti climatici porteranno a ulteriori impennate dei prezzi – suggerisce che in futuro emergeranno «terribili conseguenze sociali». Patel ha fatto riferimento al numero già elevato di persone considerate insicure dal punto di vista alimentare, che si stima essere di circa 733 milioni, ovvero circa una su 11 a livello globale.

«Ovviamente, questa cifra è destinata a salire come conseguenza diretta dei cambiamenti climatici», ha concluso Patel. Anche perché le proiezioni dell’analisi condotta dai ricercatori di quindici università nell’ambito del Climate Impact Lab, un consorzio di ricerca dell’Università di Chicago, dicono che ogni grado aggiuntivo di riscaldamento globale ridurrà la capacità mondiale di produrre cibo di 120 kcal a persona al giorno. Ovvero il 4,4% dell’attuale consumo giornaliero. Se la salute e il benessere delle persone deriva da quello che mangiano, la lenta ma inesorabile scomparsa del cibo diventa quindi uno dei problemi più urgenti per questa e per le prossime generazioni.

 

Ultima Generazione contro i rincari alimentari da crisi climatica

«Dall’11 ottobre boicottiamo i supermercati: tagliamo l’Iva!». Si chiama così la campagna di Ultima Generazione che cerca di offrire una risposta al problema dell’aumento dei prezzi del cibo dovuto ai cambiamenti climatici. «La crisi climatica distrugge i nostri raccolti con alluvioni e siccità. I prezzi del cibo sono alle stelle mentre gli agricoltori vengono schiacciati dalle grandi catene di supermercati, che continuano ad arricchirsi. Il governo deve intervenire tagliando l’Iva sui beni essenziali e prendendo i soldi da chi questa crisi l’ha causata».

«Chi rompe paga. La transizione non può essere finanziata con le nostre tasse ma con le ricchezze e con i privilegi di chi ha speculato per decenni sul nostro benessere e sul nostro ambiente. È responsabilità del governo reperire le risorse dove già esistono: l’agribusiness, la grande distribuzione, i grandi patrimoni, l’industria fossile e quella militare», spiegano i promotori della campagna, che ha già ottenuto 30mila adesioni e punta a raggiungere le 100mila persone entro il prossimo ottobre.

«Il boicottaggio coordinato è una tattica potente», concludono gli attivisti di Ultima Generazione. «Coinvolge migliaia di persone e mette una pressione reale sul governo e sulla grande distribuzione organizzata. Boicottare in maniera coordinata i luoghi dove compriamo i beni essenziali (i supermercati ndr.) ci permette di mandare un messaggio: non saremo noi a pagare questa crisi. Non solo. Mettendo pressione su di loro, sia economica che d’immagine, li costringiamo a spingere il governo a tagliare l’Iva sui beni essenziali».

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sabato 14 giugno 2025

Se per i rating diventa sostenibile investire nella distruzione della Palestina - Luca Pisapia


Due società di rating sugli investimenti sostenibili hanno ripulito l’immagine delle aziende che aiutano Israele nelle sue operazioni in Palestina


Si chiamano investimenti etici e sostenibili e promettono di investire per obiettivi positivi. O, se non proprio positivi, almeno rispondenti a una serie di parametri Esg, benché essi stessi siano troppo spesso “stiracchiati” a destra e a sinistra. Tuttavia, un’inchiesta del portale olandese Follow The Money, rivela che in alcuni casi investimenti considerati socialmente sostenibili hanno riguardato aziende che hanno contribuito alla pulizia etnica di Israele nei Territori occupati. Due tra le principali società di rating di sostenibilità, ovvero quelli che dovrebbero permettere di distinguere tra investimenti sostenibili e non, hanno infatti deciso di non considerare quanto avviene in Palestina nell’ambito dei loro criteri di esclusione. E hanno scelto di farlo proprio un anno e mezzo fa. Quando Israele ha cominciato, di fatto, l’annientamento del popolo palestinese.

Un giro d’affari da tremila miliardi di euro

Le due società di rating in questione sono entrambe americane. Si tratta di Morningstar Sustainalytics e Msci (la ex Morgan Stanley Capital International). Insieme forniscono circa l’80% dei dati mondiali sull’impatto delle attività commerciali sui diritti umani. Perché ovviamente le violazioni dei diritti umani interessano anche la finanza. Oltre a essere una brutta cosa, infatti, possono rappresentare rischi reputazionali e finanziari per le aziende e per gli investitori, incidendo sui loro profitti. Ai rating pubblicati da Morningstar Sustainalytics e Msci guardano quindi migliaia di istituti finanziari di tutto il mondo per orientare i loro investimenti etici e sostenibili. Si stima che i fondi di investimento socialmente responsabili gestiscano circa tremila miliardi di euro a livello globale. E di questi l’84% sia detenuto da investitori europei.

Fino a qualche anno fa, entrambe le agenzie catalogavano con bassissimi punteggi i rating di tutte le aziende che facevano affari nei Territori occupati. O che, ancor peggio, contribuivano materialmente all’occupazione e alle politiche di apartheid di Israele. Tanto che Sustainalytics, agenzia olandese, addirittura era accusata di dipendere troppo dal movimento Bds (Boicotta Disinvesti Sanziona) nel prendere le sue decisioni. Almeno fino al 2020, quando è stata rilevata dall’americana Morningstar. Tale acquisizione ha portato le analisi Esg della neonata Morningstar Sustainalytics sotto la giurisdizione statunitense. Da allora la questione palestinese ha cominciato a sparire dai radar. E i rating delle agenzie coinvolte nell’occupazione a migliorare miracolosamente.

Già nel 2022, l’azienda aveva ufficialmente annunciato che non avrebbe più recepito preoccupazioni e controversie relative ai diritti umani basandosi sull’operatività delle aziende nei Territori occupati illegalmente da Israele. Poi, dall’ottobre 2023, ha cominciato a sostituire la dicitura Territori palestinesi occupato con termini più neutri come Cisgiordania o Gerusalemme Est. E ha stabilito che per determinare la sostenibilità di un’azienda avrebbe smesso di usare i dati del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Finché, nel 2024, Morningstar Sustainalytics ha confermato pubblicamente di aver del tutto escluso tutto ciò che riguarda il conflitto israelo-palestinese dalla sua rendicontazione Esg.

Il caso Caterpillar: da bulldozer a arma di distruzione nelle mani di Israele

Non va certo meglio con Msci. Ancora nell’agosto 2023 nella sezione “controversie” degli investimenti etici e sostenibili segnalava Caterpillar. Citando «significative preoccupazioni relative al suo ruolo nei territori occupati». Diversi documenti di Amnesty International e Human Rights Watch sostengono infatti che da anni i macchinari di Caterpillar siano utilizzati da Israele in violazione del diritto internazionale. Come i bulldozer utilizzati dall’esercito per demolire le case dei palestinesi, distruggere gli uliveti e o condurre diverse operazioni a Gaza. È una relazione di lungo corso quella tra Caterpillar e Israele. I suoi bulldozer, per capirci, sono quelli che hanno ucciso l’attivista pacifista statunitense Rachel Corrie nel 2003. Come riportato dal Guardian qualche anno dopo.

Bene, ancora nel 2023 quindi, per Msci la Caterpillar aveva un punteggio Esg molto basso: 3 su un massimo di 10. Proprio per i suoi contributi alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Ma improvvisamente, dopo l’ottobre 2023, nonostante la violenza israeliana si sia intensificata a livelli inimmaginabili, tutto cambia. E nell’agosto del 2024 il rapporto Msci su Caterpillar visionato da Follow the Money non menziona più il conflitto. Parole come Israele e Palestina sono scomparse del tutto. «Non sono emerse controversie», afferma ora Msci nella sezione “Diritti umani e comunità” di Caterpillar. E l’azienda americana passa da un rating di 3 su 10 al massimo: 10 su 10.

Tutto questo nonostante la stessa Caterpillar sia stata ancora protagonista in prima persona di diversi episodi di morte e di violazione dei diritti umani nella Striscia di Gaza. Come nell’episodio raccontato dal New York Times in cui i bulldozer della Caterpillar schiacciano delle ambulanze e un camion dei pompieri. Il tutto a seguito di un attacco mortale contro un convoglio umanitario nel sud di Gaza in cui sono stati uccisi quindici operatori umanitari palestinesi. Un episodio atroce, in cui un testimone oculare ha raccontato proprio di un bulldozer Caterpillar che spingeva corpi umani e detriti sottoterra.

«La violazione dei diritti umani da parte di Israele è una questione legale, non un’opinione»

Ma non c’è solo Caterpillar. Come raccontato più volte anche da Valori troppe aziende continuano a fare affari e a guadagnare, non solo dai territori occuparti illegalmente da Israele ma anche dalla pulizia etnica in corso. Secondo Follow The Money ci sono più di cinquanta società che operano a sostegno dell’occupazione israeliana, ma i rapporti di Morningstar Sustainalytics e Msci sul loro operato «non citano mai la parola guerra o occupazione». E quando il collettivo di giornalismo investigativo olandese ha chiesto spiegazioni, entrambe le agenzie di rating si sono rifiutate di rispondere. Il problema però non è tanto né solo di Morningstar Sustainalytics e Msci. Ma di tutti quegli investitori sostenibili, per la maggior parte europei e soprattutto a fondi pensione pubblici o privati, che si trovano a investire nella più grande violazione dei diritti umani in corso.

Ogni anno, infatti, i principali istituti finanziari europei pagano a Morningstar Sustainalytics e Msci decine di migliaia di euro per accedere alle loro valutazioni. Rating utilizzati per definire le strategie di investimento in materia di sostenibilità. Tra queste la banca olandese Ing. La banca d’investimento e fornitore di servizi finanziari svizzera Ubs. E il più grande fondo pensione norvegese, Klp. Tutti e tre hanno dichiarato a Follow The Money di «avere perso fiducia» nelle due agenzie di rating. E di essersi ritirate o di essere intenzionate a ritirarsi dal collaborare con loro. Anche perché, sostengono, è evidente la decisione tutta politica e poco finanziaria, su pressione dei gruppi d’interesse americani e israeliani, di modificare i rating delle aziende che fanno affari Israele.

Qualunque siano le opinioni sulla faccenda, migliorare il rating sui diritti umani dopo l’inizio di una guerra, come successo a Caterpillar, significa abbandonare la realtà e sposare la “dottrina Smotrich” (il piano di Israele per occupare a lungo termine la Striscia di Gaza e deportarne gli abitanti). Perché, come spiega Tara Van Ho, docente di giurisprudenza presso l’università dell’Essex, «le valutazioni sul rispetto dei diritti umani nelle zone di conflitto non hanno a che fare con approcci geopolitici o con opinioni divergenti. Ma sono una questione di diritto, puramente legale». Van Ho ha aggiunto infatti che fonti affidabili e verificabili sono ampiamente disponibili. «E per questo le agenzie di rating come Morningstar e Msci dovrebbero essere in grado di valutarli. Se riescono a ottenere informazioni oggettive e affidabili sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita o nello Xinjiang in Cina, dovrebbero essere in grado di fare lo stesso per quanto riguarda i territori palestinesi occupati da Israele».

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venerdì 2 maggio 2025

Sanità pubblica al collasso: il definanziamento del Ssn e il fallimento delle promesse post-Covid - Luca Pisapia

 

 

Questo articolo fa parte di un dossier in quattro puntate dedicato alla crisi del Servizio sanitario nazionale (Ssn).

A oltre quattro anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, il sistema sanitario pubblico italiano continua a essere oggetto di tagli, ritardi e scelte politiche che ne minano la tenuta. Attraverso questa serie analizziamo cause, effetti e responsabilità del progressivo smantellamento del Ssn, mettendo in luce le sue gravi conseguenze sociali, economiche e territoriali.

Ecco gli articoli che compongono il dossier:

  1. Sanità pubblica al collasso: il definanziamento del Ssn e il fallimento delle promesse post-Covid
    Una panoramica sullo stato attuale del Ssn e sul definanziamento che lo ha colpito negli ultimi decenni, aggravato dal mancato utilizzo dei fondi del Pnrr.
  2. Sanità pubblica, fondi fermi e letti tagliati: così il Pnrr non cura nessuno
    Un focus sul simbolo della crisi pandemica: la drammatica riduzione dei posti letto. Con una denuncia sull’incapacità (o volontà) della politica di spendere i fondi disponibili.
  3. Sanità pubblica allo stremo: mancano medici, infermieri e strutture di prossimità
    L’emergenza del personale sanitario e il collasso della medicina di prossimità, con particolare attenzione alle diseguaglianze territoriali e alla scomparsa della prevenzione.
  4. La distruzione del Servizio sanitario nazionale favorisce le multinazionali della sanità privata
    L’aumento della spesa sanitaria a carico delle famiglie e lo spostamento verso la sanità privata: un quadro allarmante di come le scelte politiche stiano svuotando il diritto alla salute.

Puoi leggerli nell’ordine che preferisci, oppure partire da qui.

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Sanità post-Covid: cosa è rimasto delle promesse

Andrà tutto bene. Lo si scriveva su lenzuola e cartelli, lo si urlava dai balconi. Non è andata bene per niente, anzi, è andata peggio di quello che si pensava. La pandemia di Covid-19 in Italia è stata devastante. Nel rapporto tra popolazione, contagi e morti, il nostro Paese è stato ai primi posti in assoluto tra i cosiddetti Paesi sviluppati. Tra questi, peggio di noi solo Stati Uniti e Regno Unito. Lì perché l’accesso alle cure è riservato a pochi privilegiati, e perché sono state attuate idiote politiche di tolleranza sulla diffusione del virus. Da noi per altri motivi. E non perché ci sia stato un fantomatico paziente zero (spoiler: non c’è mai stato), ma perché il nostro Servizio sanitario nazionale (Snn) era stato distrutto negli anni precedenti, soprattutto dai governi di centrosinistra. 

Dopo la pandemia, dalla politica sono arrivate rassicurazioni bipartisan sulla ristrutturazione e sul miglioramento del Snn. E attraverso il Pnrr sono arrivati anche i fondi per poterlo fare. Ma queste promesse si sono rivelate ancora più fatue di quelle scritte di speranza condite dagli arcobaleni che sventolavano sui balconi. E i soldi del Pnrr sono ancora lì, in attesa di essere spesi, a pochi mesi dalla scadenza. E oggi il Ssn versa ancora in condizioni drammatiche, se non peggiori di quando si è diffusa la pandemia. Accedere alle cure pubbliche in Italia è difficilissimo. È possibile solo in alcune Regioni, in altre nemmeno. E tutto questo, di nuovo, a vantaggio della sanità privata. Lo rivela in maniera drammatica l’ultimo Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato lo scorso ottobre…

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giovedì 13 marzo 2025

Le eredità sono in aumento. E creano sempre più disuguaglianze - Luca Pisapia

I ricchi hanno molte cose in comune tra loro. A partire dal fatto che ogni giorno diventano sempre più ricchi e odiano sempre più i poveri. E questo perché i ricchi amano raccontare la storia che sono diventati tali per merito, si sono fatti da soli, hanno sudato per arrivare dove sono. In realtà questa è un’enorme bugia. Perché, come vedremo, la cosa che accumuna la maggior parte dei ricchi è che sono tali grazie alle eredità ricevute. Anche se tendono a negarlo. Altrimenti crollerebbe tutta la narrazione su cui si fonda non solo la loro ricchezza, ma l’intero sistema economico e politico nel quale ci è dato vivere. Lo riconosce perfino il settimanale britannico The Economist, in un articolo paradigmatico fin dal titolo “Come si diventa ricchi nel 2025. Non certo per la carriera, oggi è l’eredità l’unica cosa che conta”.

La crescita esponenziale del peso delle eredità nella ricchezza

A inizio del Novecento le eredità valevano circa il 20% del Pil dei Paesi sviluppati, scrive The Economist. Poi la percentuale di è ridotta drasticamente, grazie allo sviluppo del welfare state che ha livellato i cosiddetti ascensori sociali. Fino a riemergere prepotente oggi, e assestarsi di nuovo oltre il 10% del Pil. L’ascesa dell’eredità, secondo la rivista, è dovuta principalmente a tre fattori: aumento della ricchezza dovuto a una crescita economica più lenta, decrescita demografica diffusa e riduzione delle imposte di successione. Ne manca forse uno, il più importante, ma lo vedremo in seguito.

«Come quota della produzione nazionale, le eredità annuali francesi sono raddoppiate dagli anni ’60. Quelle tedesche sono quasi triplicate dagli anni ’70. In Gran Bretagna sono due volte più importanti, in relazione ai guadagni, per i nati negli anni ’80 rispetto alla generazione precedente. Le eredità in Italia valgono ora più del 15% del Pil», scrive ancora The Economist. Altro che merito. Comincia a configurarsi un sistema nel quale le eredità non sono solo la prima causa della ricchezza dei soliti noti. Ma anche la prima causa delle disuguaglianze. Andiamo con ordine, e vediamo a cosa è dovuta questa impennata delle eredità all’interno dei vari Paesi più sviluppati.

Ai più ricchi ancor di più

Curioso che The Economist di dimentichi il primo e più importante fattore per cui la maggior parte delle ricchezza derivano dalle eredità. Ovvero l’accumulazione originaria di capitale: il big bang che ha generato il sistema economico attuale. O forse non è curioso, dato che proprietari della rivista sono al 27% gli eredi della dinastia di banchieri Rotschild e al 43% gli eredi della famiglia Agnelli. I quali, a proposito di eredità, hanno diversi contenziosi aperti in sede giudiziaria con storie dai contorni abbastanza squallidi. Una volta stabilito da dove arrivi il potere delle eredità, esaminiamo attraverso i fattori che le conferiscono validità. E che permettono alla ricchezza di concentrarsi sempre più nelle stesse mani.

Come abbiamo scritto su Valori, negli ultimi dieci anni sono aumentati non tanto i miliardari, ma le loro ricchezze. E dei poco meno di tremila miliardari esistenti oggi al mondo, un terzo sono ereditieri. Un numero destinato a salire. Come spiega The Economist: «I tedeschi con più di 65 anni, che costituiscono un quinto della popolazione, possiedono un terzo della ricchezza del paese. I baby-boomer americani, anch’essi un quinto della popolazione del loro paese, possiedono metà della sua ricchezza netta, ovvero 82 trilioni di dollari. Ora i baby-boomer stanno iniziando a morire, lasciando grandi patrimoni ai loro eredi». E a questo si aggiunge la decrescita demografica, per cui sempre meno persone erediteranno sempre di più.

Diminuisce il potere del reddito, aumenta quello della ricchezza

La questione baby-boomer ci aiuta a affrontare il più complesso capitolo della ricchezza. Come detto prima, il calo del potere delle eredità durante il Novecento avviene grazie al welfare e alle democrazie, per cui nei Paesi sviluppati il reddito diventa più importante della ricchezza. Ma quei tempi sono finiti.

«La ricchezza, più ancora del reddito, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nel determinare il benessere delle famiglie. Nelle economie avanzate, l’importanza della ricchezza è in costante crescita e ciò è influenzato dall’aumento dell’età media, dall’incertezza economica e lavorativa, e dalla riduzione della generosità dello stato sociale, inteso come l’offerta di servizi pubblici e sistemi di protezione sociale», spiega a Valori Salvatore Morelli, professore di Economia Pubblica a Roma Tre e membro del coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

Anche la rivista britannica, infatti, citando i lavori di Thomas Piketty e Gabriel Zucman, accetta il fatto che i Paesi a crescita lenta accumulano più ricchezza misurata in relazione al reddito nazionale. In questi Paesi le persone aumentano i risparmi a un ritmo abbastanza costante, ma il Pil aumenta meno rapidamente. «Negli ultimi anni, a causa della debole crescita sia della popolazione che della produttività, la crescita del Pil del mondo ricco ha subito un notevole rallentamento. Secondo i nostri dati, i Paesi a crescita più rapida, come l’America e l’Irlanda, sembrano essere meno colpiti dall’ereditarietà rispetto a quelli più lenti, come la Germania e l’Italia».

Le eredità sono la prima causa delle disuguaglianze

E arriviamo quindi alla situazione del nostro Paese. «In Italia, secondo i dati della Banca d’Italia e dell’Istat, il patrimonio netto delle famiglie vale quasi 10.500 miliardi di euro. Questo corrisponde a circa 175mila euro di ricchezza per cittadino. Questo patrimonio include immobili, piccole imprese familiari, risparmi, investimenti e fondi pensione, sottraendo i debiti. Ma chiaramente, non tutti hanno questa somma e i patrimoni sono distribuiti in maniera molto iniqua. Il patrimonio medio dei 50mila adulti più ricchi è infatti vicino ai 15 milioni di euro mentre la ricchezza pro-capite dei 25 milioni di adulti più poveri si avvicina ai 7mila euro», ci dice Salvatore Morelli, sui cui lavori si basa anche la ricerca di The Economist.

Ecco quindi che le eredità si configurano come vettore di privilegio, per pochi, e di disuguaglianze, per tutti gli altri. Queste disuguaglianze si acuiscono sempre più, al giorno d’oggi, anche a causa della diminuzione delle imposte di successione. «All’inizio del XX secolo, le entrate derivanti dalle imposte di successione rappresentavano una fetta considerevole delle entrate fiscali totali in America e Gran Bretagna. Ma nell’ultima parte del secolo, i politici si sono rivoltati contro le imposte. Oggi le imposte di successione rappresentano ben meno dell’1% delle entrate governative nei Paesi ricchi».

In Italia non va certo meglio, anzi. «Le imposte sulle donazioni e le eredità sono state persino abolite tra il 2001 e il 2006», dice Morelli a Valori. «Attualmente, i lasciti ereditari superiori ai 10 milioni di euro generano imposte versate che valgono solo l’1% di tutto il valore del lascito. Questo onere fiscale era di 6 volte superiore negli anni ‘90. Tutto ciò ha senza dubbio favorito la cristallizzazione delle posizioni socio-economiche nel tempo e ha acuito la profonda crisi generazionale che vive il nostro Paese».

Imposte di successione e redistribuzione della ricchezza

«Il boom delle eredità creerà sempre più disuguaglianze nel mercato immobiliare, indipendentemente dal fatto che i trasferimenti di ricchezza vengano effettuati alla morte o durante la vita», scrive il magazine britannico. «Una ricerca sull’America condotta da Legal & General, una società di servizi finanziari, suggerisce che se la “Bank of Mum and Dad” fosse un’azienda, sarebbe tra i dieci maggiori istituti di credito ipotecario. Il generoso sostegno dei parenti, a sua volta, aumenta il tasso di proprietà immobiliare tra i giovani di più di un terzo. Allo stesso tempo, le persone senza benefattori ci rimettono». Sembra quasi di capire che anche i ricchi si siano accorti, bontà loro, che un sistema così iniquo è controproducente per tutti. Forse anche per loro.

«Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto molteplici interventi che, riequilibrando i rapporti di potere nella società, possano assicurare già nella produzione del reddito un riequilibrio che progressivamente si rifletta sulla distribuzione della ricchezza: la partecipazione strategica del lavoro al governo delle imprese; l’indirizzo strategico delle imprese pubbliche; regolazione della transizione digitale», ci dice Salvatori Morelli, che poi propone due misure che, accordate tra loro, potrebbero ridurre l’infausto peso delle eredità nella composizione sociale del nostro Paese.

«Due ulteriori interventi fra loro combinati possono intervenire nel decisivo momento del trasferimento generazionale di ricchezza», spiega Morelli. «Da un lato, l’istituzione di un trasferimento di risorse a tutti e tutte le giovani per livellare verso l’alto le basi della ricchezza finanziaria da cui si parte. Quelle su cui si può contare in una fase cruciale della vita com’è la transizione verso la vita adulta, quando si fanno delle scelte che spesso segnano il percorso di vita delle persone. Dall’altro, il ripensamento della tassazione dei trasferimenti di ricchezza in chiave progressiva come vuole la nostra Costituzione, che serva anche a generare buona parte del gettito fiscale per finanziare la dotazione di ricchezza».

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sabato 11 maggio 2024

I dipendenti di Google licenziati per le proteste contro gli accordi militari con Israele denunciano la multinazionale - Luca Pisapia

 

Dopo le proteste contro il progetto Nimbus, la denuncia dei lavoratori licenziati racconta le discriminazioni e rivendica il diritto di parola

I lavoratori di Google licenziati in tronco il mese scorso per avere protestato contro gli accordi militari con Israele non ci stanno. E passano al contrattacco, denunciando la piattaforma per aver violato la libertà di espressione dei suoi dipendenti, come riporta la Cnn. Rivendicano come la loro protesta sia stata pacifica, nonostante le accuse di violenze mosse dalla multinazionale. E in un lungo articolo su “The Nation” vanno oltre, raccontando tutta una serie di abusi e discriminazioni che dichiarano di aver subito nei luoghi di lavoro all’interno dell’azienda contro i lavoratori palestinesi, arabi e musulmani.

A presentare il reclamo al National Labor Relations Board non sono solo le ventotto persone licenziate ad aprile per avere preso parte alle proteste. Ma anche altre decine di dipendenti licenziati nei mesi precedenti, per avere osato manifestare solidarietà con il popolo palestinese. O per avere criticato il progetto Nimbus: un servizio di cloud computing da 1,2 miliardi di dollari sviluppato per il governo israeliano insieme ad Amazon. E che ha evidenti scopi militari, come la fornitura di un’infrastruttura digitale all’esercito israeliano per raccogliere dati poi utilizzati dall’intelligenza artificiale. E abbiamo visto quanto l’intelligenza artificiale serva alle guerre di oggi e domani.

Il progetto Nimbus che aiuta l’esercito israeliano

Il progetto Nimbus nasce a settembre del 2022, e subito si configura come un’arma militare. È un super cloud dal valore di 1,2 miliardi di dollari progettato da Google e Amazon per il controllo sociale del territorio. E come spiega a il manifesto Ariel Koren, ex marketing manager di Google, serve per «ampliare lo schema israeliano di sorveglianza, profilazione razziale e altre forme di violazione dei diritti umani assistite dalla tecnologia». Un aiuto all’apartheid israeliano che, un anno dopo, diventa un aiuto militare alla distruzione della Striscia di Gaza. Un massacro che ha già provocato oltre trentamila morti, distrutta ogni infrastruttura palestinese, scuole e ospedali compresi, e devastato il futuro delle prossime generazioni.

Per questo i lavoratori delle big tech della Silicon Valley si sono riuniti nell’organizzazione No Tech for Apartheid. E con l’intensificarsi dei massacri nella Striscia di Gaza hanno intensificato le loro proteste. Prima hanno raccolto una petizione con oltre 10mila firme. Poi lo scorso 16 aprile hanno organizzato due sit-in molto partecipati negli uffici della piattaforma a New York e a Sunnyvale, in California. E in quest’ultimo edificio sono riusciti a entrare nell’ufficio del Ceo di Google Cloud, Thomas Kurian. Alcune volte, come nel caso delle proteste contro Starbucks e dei successivi licenziamenti, i dipendenti hanno ottenuto dei risultati. La speranza è che accada anche con Google.

I licenziamenti indiscriminati e senza giusta causa di Google

La risposta della multinazionale della tecnologia però non si è fatta attendere. È arrivato il licenziamento in tronco, appunto, di 28 lavoratori. Il Ceo di Google Sundar Pichai ha inviato una nota aziendale in cui esortava i suoi dipendenti a tenere «la politica fuori dal posto di lavoro». Come se opporsi alla distruzione del 97% del Pil di un Paese fosse una diatriba politica. Poi ha accusato i dipendenti licenziati di aver messo in atto un «disturbo fisico che ha impedito di lavorare ai loro colleghi». Dove però i “colleghi” dal capo sono chiamati googlers, giusto per rendersi conto di quanto sia assurda la vita dei lavoratori delle piattaforme e delle big tech.

 

I lavoratori licenziati non solo hanno rivendicato la protesta come pacifica, portando tutta una serie di testimonianze di colleghi, spettatori e giornalisti che vi avevano assistito. Ma hanno anche accusato la multinazionale di aver licenziato dipendenti che nemmeno avevano partecipato alla protesta. Poi sono andati oltre, e hanno deciso di rivolgersi al National Labor Relations Board, un’agenzia governativa che garantisce il diritto dei lavoratori ad associarsi, a protestare, scioperare e ottenere contrattazioni collettive. Un ente che da quando esistono le piattaforme – dove i minimi diritti dei lavoratori non sono rispettati – ha molto più lavoro da fare.

La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere

Al National Labor Relations Board è stato presentato un reclamo in cui si accusa Google di impedire l’associazione di lavoratori, il loro diritto alla protesta e soprattutto la loro libertà di parola e di espressione. Ma pochi giorni prima, in una lunga lettera scritta a The Nation, alcuni dei lavoratori licenziati avevano spiegato di essere «delusi, indignati e scoraggiati dal rifiuto totale di Google di intraprendere con loro alcuna discussione». E hanno accusato la multinazionale di avere rifiutato ogni richiesta di incontro e chiarimento sul progetto Nimbus, ben prima delle proteste del 16 aprile.

Poi hanno anche raccontato come dall’inizio dell’invasione israeliana la vita all’interno dell’azienda per palestinesi arabi e musulmani sia diventata praticamente impossibile. «Abbiamo cercato di coinvolgere i nostri capi con petizioni, attraverso riunioni in orario d’ufficio o attraverso le bacheche interne», hanno scritto i dipendenti licenziati. «Ma invece di risponderci in buona fede, i piani alti hanno censurato la nostra rete di comunicazioni interne. Queste mosse hanno avuto un impatto nocivo sui nostri colleghi palestinesi, musulmani e arabi, che si trovano ad affrontare una cultura interna di odio, abusi e ritorsioni». Così è, se vi pare, la vita dei googlers (sic!).

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