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giovedì 10 giugno 2021

C’era una volta un re - Luigi De Giacomo

 

 

In principio era l’acqua.

Ma poi c’era l’energia.

E la privatizzazione di tutti i servizi del regno.

E furono le persone che decisero di ricordare al Re che il suo regno, seppur sconfinato, aveva bisogno di fare i conti con i suoi sassi, i suoi alberi, le sue contrade e le sue creature. 

E il Re disse: “Sia concesso al popolo di esprimersi circa il regno, la privatizzazione dei servizi, l’energia, l’acqua, e pure il Re…”, e un riso beffardo brillò nei suoi occhi.

E il popolo bevve, limpida chiara acqua, e per lunghe settimane organizzò carovane e girotondi in lungo e in largo, coprendo assai volte l’ampiezza del regno, discutendo e declamando, perorando e dibattendo, indicando e biasimando.

E poi venne il giorno e la voce del popolo fu una voce sola, come se non si conoscesse nessun’altra parola: 2 Sì, scrisse il popolo, e la nebbia sul regno si diradò.

E il Re fu felice, di dire, felice, che il regno, felice, in massa votò.

E mentre diceva “Che festa cominci”, i suoi consigliori veloce adunò “Sia fatta una mappa di tutti i delitti, di sprechi, di sgarri, di colpe evidenti”, aveva in cuor suo un chiaro pensiero, che il popolo fosse burlato di già.

E i suoi consigliori chiamaron la conta, giullari, eminenze, vassalli, cantori e gran servitù: per ore, per giorni fu gran mormorio, e poi fu la mappa, stilata e completa, di un grande disegno che presto firmò.

E quindi la legge, che al voto seguiva, fu presto ben chiaro in quale percorso, tortuoso, in salita, con trappole e inganni, promesse e ritardi, si incardinò.

E poi si additò il popolo intero, colpevole e ignavo, sprecone e incapace, il gran guastatore di ogni virtù.

“Chi beve l’acqua?”, il popolo

“Chi la consuma”, il popolo

“Chi la disperde, la spreca, la usa?”, il popolo

“Chi la inquina?”, il popolo

“Chi invecchia gli acquedotti?”, il popolo

“Chi corrode le condotte?”, il popolo

“Chi ruba l’acqua dal suo percorso?”, il popolo

E fu presto detto che ogni condotta, così criminosa, fu colpa assai grave, e si decretò: “Poiché non sapete frenare gli istinti, poiché nessun limite voi conoscete, poiché voi sprecate, inquinate, sottraete, corrodete, rubate, nessuna gestione si possa affidare a chi non conosce e non sa.”

E il popolo udì le parole del Re, sentendosi in colpa, e giorno per giorno credette davvero che il regno dovesse per sempre restare, esclusivo ed intero, di sua proprietà.

 

VERSIONE DI Alessandra CAMAIANI

In principio era l’acqua. Tutti ne godevano liberamente e a nessuno era impedito di usarla per abbeverare gli animali, per irrigare i campi, per dissetarsi e per giocare.

D’un tratto, fu l’energia: le persone capirono che dall’acqua, dalla sua forza, si poteva ricavare una straordinaria fonte di movimento. L’acqua poteva perfino consentire alle lampadine di accendersi e riporre, così, le candele nel cassetto.

Ma a capirlo fu pure il Re. Allora Lui, che da quell’energia ricavava grandi ricchezze, pensò bene di non dover lasciare che tutti ne beneficiassero e ordinò che tutti i servizi collegati all’acqua, nel regno, fossero suoi, e li privatizzò.

Le persone, quindi, si mossero a rammentare al Re che il suo regno non dipendeva solo da quella energia e che anche loro, tutti, perfino il Re, avevano bisogno di garantire l’acqua agli alberi, agli animali, alle terre. Per lunghe settimane, organizzarono carovane e girotondi in lungo e in largo, coprendo assai volte l’ampiezza del regno, discutendo e declamando, perorando e dibattendo, indicando e biasimando: gridavano a gran voce, ché il Re li ascoltasse! 

Non potendo più far finta di non sentirli sotto al suo palazzo, il Re si convinse a concedere al popolo di esprimersi sulla sua decisione di privatizzare i servizi, l’energia, l’acqua.

Allora la voce del popolo fu una soltanto, come se non si conoscesse nessun’altra parola: due sì furono scritti. Il popolo voleva comuni i servizi idrici e, miracolosamente, la nebbia sul regno si diradò.

Ma il Re, che non voleva affatto perdere i suoi esclusivi vantaggi, con idea di burlarsi di loro, disse: “Che la festa cominci!” e in gran segreto i suoi consiglieri, veloce, adunò.

“Sia fatta una mappa di tutti i delitti, di sprechi, di sgarri, di colpe evidenti!”.

I suoi consiglieri chiamaron la conta, giullari, eminenze, vassalli, cantori e gran servitù: per ore, per giorni fu gran mormorio, e poi fu la mappa, stilata e completa, di un grande disegno che presto firmò. E quindi la legge, che al voto seguiva, fu presto ben chiaro in quale percorso, tortuoso, in salita, con trappole e inganni, promesse e ritardi, s’incardinò.

Del mal fu additato il popolo intero, colpevole e ignavo, sprecone e incapace, il gran guastatore di ogni virtù. 

“Chi beve l’acqua?”, Ei disse. “Il popolo!”, tuonarono i consiglieri.

“Chi la consuma?”; “Sempre il popolo!”, gridarono loro.

“Chi la disperde, la spreca, la usa?”; “Ancora il popolo!”

“Chi la inquina?”, il popolo; “Chi invecchia gli acquedotti?”, il popolo; “Chi corrode le condotte?”, il popolo; “Chi ruba l’acqua dal suo percorso?”, il popolo.

E fu presto detto che ogni condotta, così criminosa, fu colpa assai grave, e si decretò: “Poiché non sapete frenare gli istinti, poiché nessun limite voi conoscete, e sprecate, inquinate, sottraete, corrodete e rubate, nessuna gestione vi si può affidare, serve affidare a chi conosce e sa”.

Il popolo udì le parole del Re, e si sentì in colpa. Giorno per giorno credette davvero che il regno dovesse per sempre restare, esclusivo ed intero, di sua proprietà..

Passarono dieci lunghi anni senza che nulla cambiasse e le persone vedevano, via via, sempre di più il Re godere di tutti i suoi vantaggi, mentre a loro si toglieva ogni giorno di più. A nulla serviva andare sotto alla porta del castello, urlare e alzare i pugni, chiedendo che quel che avevano deciso tutti insieme fosse, finalmente, realizzato.

Nel grande sconforto che ne seguì, un giorno soggiunse nel regno, da terre lontane, con la sua carovana, un principe moro…

E la storia continua, ma ve la raccontiamo a voce: il 12 giugno presso il parco degli acquedotti romano

 

(fonte Generazionifuture.org)

 

da qui

domenica 1 dicembre 2019

I miei esagerati genitori rom - Valeriu Nicolae




Il sangue blu ereditato dai rom aristocratici di Budrea e dai nobili alcolisti di Ghelmegioaia – il cui pallore era ampiamente compensato dal razzismo – mi è sempre stato di grande aiuto.
La prima volta che mi sono reso conto dei vantaggi delle mie eclettiche origini è stato intorno all’età di dieci anni. Mi era stato affidato il compito di andare alla ricerca di mio padre, il quale non era affatto una persona imprevedibile. Così l’ho rintracciato in un baleno: dibatteva di complicati problemi filosofici sulle origini della signora Viorica, la diabolica padrona dell’osteria Alla cagna tramortita.
Sono riuscito a convincerlo a tornare insieme a casa solo dopo grandi sforzi, visto che non aveva ancora finito i soldi e nella bettola – Dio sia lodato! – di roba da bere ce n’era in abbondanza. L’impegno profuso nell’approfondita valutazione della qualità dell’acquavite e le sette birre già trangugiate stavano cominciando a far sentire le loro conseguenze negative sulla stabilità di mio padre. Il risultato è che al suo secondo inciampo siamo ruzzolati entrambi per terra, e in qualche modo io gli sono caracollato sopra. Dopo una bestemmia liberatoria, mio padre si è ricordato del portafogli. E io mi sono subito messo a cercarlo nelle sue tasche.

Un piano preciso
All’improvviso, però, mi è piombata addosso una bella scudisciata, seguita da un robusto calcio nel sedere e da un fiume di invettive contro gli zingari. Due persone “per bene” hanno pensato che io – cioè il ragazzetto dalla pelle scura – stessi cercando di derubare il loro compatriota bianco e biondo, chissà perché ridotto allo stremo delle forze. La solidarietà tra ubriaconi era probabilmente la più radicata caratteristica sociale e culturale del quartiere dove abitavamo, a Craiova.
Alla fine mio padre è riuscito a spiegare ai due, per la loro disgustata incredulità, che ero suo figlio. Tempo cinque minuti, stavo per prenderle di nuovo, questa volta da due adolescenti rom che avevano visto la scena e pensavano di poter approfittare della situazione. L’abbiamo scampata grazie all’aiuto del nostro postino, che gli ha urlato contro nella lingua degli zingari.

Le botte hanno rappresentato una parte estremamente importante della mia infanzia. Oggi tendo a credere che Dio, soprattutto tramite la devota mano di mia madre, avesse per me un piano preciso: farmi diventare il Rocky Balboa della famiglia. Il caso, però, ha voluto che avessi una mandibola fragile, una struttura ossea piuttosto gracile e una velocità di movimento molto superiore alla media, alimentata principalmente dall’esigenza di darmela a gambe di fronte alla prospettiva dei litigi che rischiavano di finire a botte.
Per puro caso ho capito che, per sfuggire alle punizioni di mia madre, dovevo introdurre un elemento di sorpresa prima che lei impugnasse il mattarello. Mio padre, invece, non aveva né la prontezza né la concentrazione necessaria per scatenarsi contro di me, motivo per cui mi sono sempre concentrato sullo studio della psicologia femminile.
I pettegolezzi del condominio – soprattutto quelli che riguardavano le comari Condoiu e Antoci, nemiche giurate di mia madre – erano precisi e attendibili, così come le rivelazioni sui posti dove mio padre nascondeva gli alcolici e sulle ultime conquiste amorose di zio Gogu.
Sul lungo periodo, il tempo investito per specializzarmi nel dirottare le discussioni potenzialmente capaci di scatenare conflitti ha avuto per me conseguenze inaspettatamente benefiche.

Colori matrimoniali
Sempre negli stessi anni, mia sorella si è sposata. Il matrimonio è stato parecchio divertente. Mio padre non ha tradito le nostre aspettative e si è sbronzato già di prima mattina, ma ha resistito eroicamente fino alla fine della festa. Mia madre, invece, si era cucita da sola un vestito di un azzurro splendente, scelto forse per far dispetto a mio padre.
Ricordo che allora ho riflettuto sulla sua scelta, immaginando nella mia testa che, se si fosse usato quel colore nei semafori, nessuno avrebbe potuto azzardarsi a dire di non averlo notato. Ho anche confidato la mia riflessione a mia madre, la quale ha reagito tirandomi addosso la paletta per raccogliere la spazzatura. L’idea che il dono dell’umorismo e la capacità di accettare critiche sul look non fossero le doti principali della parte femminile del ramo aristocratico dei Budrea è stata in seguito confermata dalla scodella di minestra che Geta mi ha scagliato contro quando ho osato farle notare che la sua pelliccia avrebbe suscitato l’invidia di tutta la comunità dei ratti di Balta Sărată.
Con mio grande stupore, l’abito di mia madre ha ricevuto molteplici apprezzamenti dagli altri convitati e, soprattutto, dalle donne, tutte vestite per non far sfigurare la bellezza e l’eleganza di mia sorella.
Il matrimonio di mio fratello è stato addirittura più spettacolare. Non ho ancora capito se le sarte di Craiova fossero specializzate nella produzione di paralumi per il campionato mondiale di kitsch oppure se ero io a non comprendere la loro eleganza. Dopo la festa, tutti i miei compagni di scuola mi hanno chiesto ragguagli sul menù, aspetto particolarmente rilevante nella Romania degli anni ottanta, quando tutti avevamo perennemente fame. Gli ho raccontato che c’erano abat-jour ripiene di involtini e ortaggi in salamoia alcolica: una descrizione elegante e allo stesso tempo realistica delle coppie invitate. Vado ancora fiero di questa battuta, neanche avessi tredici anni.
Dopo i due matrimoni, mia madre avrà usato il suo abito azzurro per fare altri vestiti almeno una decina di volte. Doveva mantenere una famiglia insieme a un alcolizzato, una famiglia che contava anche qualche parente molto povero e che senza di lei sarebbe morto di fame. Alla fine l’ha perfino trasformato in un abito da lavoro. Per fortuna a me ha risparmiato pantaloni o camicie fatti con quella stoffa lucente, nonostante la sua passione per l’attività sartoriale e la convinzione che la macchina da cucire di casa dovesse essere costantemente in azione. Ancora oggi, in preda ai suoi tipici attacchi di laboriosità, mia madre continua a confezionare biancheria ricamata da corredo di cui certi cantanti di manele andrebbero sicuramente molto fieri.

(Traduzione di Michaela Topala)
Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

mercoledì 30 gennaio 2019

“Scusatemi, vorrei darvi buone notizie…” - Alessandro Ghebreigziabiher



È il 27 gennaio del 2019. Siamo ad Auschwitz, nella data giusta, per valore del ricordo e, soprattutto, del riverbero che quest’ultimo dovrebbe avere nella nostra vita. Dove il suddetto verbo, perdonate la ripetizione, non dovrebbe essere al condizionale. Ecco, è tutta una questione di tempo, questa nostra comune vicenda che tutti ci lega, dei verbi come delle storie.
È notte fonda e Claudia è in giro anche stavolta, come spesso le capita. A sedici anni non è una buona cosa stare fuori fino a tardi, lamenta la nonna, ma è messaggio che si fa labile, una volta giunto alle orecchie della ragazza.
Da quando i genitori sono scomparsi in un maledetto incidente d’auto, avvenuto tre anni addietro, la notte è la sua scenografia preferita, è il colore ideale per tinteggiare le pareti della sua immaginazione ferita, è la madre che tutti accoglie e nell’equa oscurità non fa distinzione alcuna tra umano e umano.
Nondimeno, non è in giro per far danni o per trasgredire qualche regola. La giovane è semplicemente convinta che le cose più importanti, come la verità e l’amore, alla stregua dei quadri più riusciti, meritino la luce migliore. Quella della notte, già.
Così, malgrado avesse ascoltato attentamente il racconto della guida, insieme agli studenti presenti alla lodevole visita al campo di concentramento, non ha resistito al bisogno di osservare i resti dell’abominio legalizzato con la personale cura.
Non fa tanto freddo quanto credeva, si dice scendendo dalla bicicletta temporaneamente presa in prestito, dopo averla già adocchiata nel pomeriggio, al rientro in albergo con i compagni. Così, avanza lentamente, assaporando con avidità il silenzio che quella terra esige, così come uno sguardo ampio e pronto a registrare ogni cosa, prendendo nota di ciascun dettaglio.
Sarà per colpa dell’atmosfera lugubre, o forse della sua macabra fantasia, nel tempo nutrita da quantità industriali di letteratura gotica e film horror, improvvisamente un rumore sinistro raggiunge le sue orecchie.
Quindi, magari proprio per la naturale predisposizione a tali inammissibili apparizioni, Claudia non batte ciglio e anzi avanza incuriosita scorgendo i fantasmi che in massa avanzano verso di lei, emergendo in ordine sparso dai casolari abbandonati nel campo. Poi, a un tratto, si fermano tutti al cancello, evitando accuratamente di oltrepassarlo. La ragazza, tutt’altro che impaurita, si avvicina, come se si trovasse davanti qualcuno che conosce da tempo.
Capita sovente a coloro i quali hanno incontrato la morte degli intimi affetti da troppo giovani.
“Voi siete le anime delle vittime, vero?” chiede rivolgendosi a un ragazzo più o meno della sua età, nell’aspetto. “Sì”, fa lui, accompagnando la parola con il movimento in avanti del capo. “So che serve a poco, ormai”, mormora la ragazzina, “ma voglio dirti che mi dispiace tantissimo per quello che vi è successo”. “Grazie”, fa lo spettro dalle giovanili fattezze. “Ma dimmi, piuttosto, com’è adesso il mondo, là fuori? La guerra è finita? Siete in pace, ora? Chi governa sulla terra?”. Claudia ha come l’impressione di non essere la prima a cui costui rivolge quelle domande. E difatti, solo in quel momento, si accorge che tutti gli altri la stanno fissando, ansiosi di conoscere la sua risposta.

Sebbene si renda conto della notevole responsabilità che le tocca, capisce anche che ormai ha l’obbligo di parlare. Perché è questo che chiedono i caduti, soprattutto coloro rimasti ingiustamente indietro. La nostra voce, la nostra onesta e consapevole voce. “La guerra è stata vinta dagli Stati Uniti, il cui attuale presidente ha spaccato la nazione a metà come mai prima. Minaccia ogni giorno i paesi, le persone e le culture che non gli piacciono, e vuole costruire un muro tra il Nord America e il Messico”.
“E la Russia?” la incalza il ragazzo. “È guidata da un uomo che dimostra di non avere alcun rispetto per i diritti umani e per la democrazia, mentre il suo governo, come quello degli USA, si intromette nelle elezioni straniere sistematicamente, per dividere e creare caos a suo vantaggio”.
“Vai avanti”, esclama il fantasma di una donna accanto al ragazzo. “Perdonate”, fa Claudia sentendo i propri occhi farsi umidi. “Scusatemi davvero, vorrei darvi buone notizie. Vorrei dirvi che i nazisti non ci sono più, ma non è così. Sono ovunque, hanno facce diverse, modi nuovi di parlare, e in alcuni Stati siedono perfino in parlamento. E malgrado usino altri nomi e altri simboli, il loro messaggio razzista e disumano è lo stesso. Alcuni sono al governo del mio paese, oggi, come in Austria… sì, proprio dove è nato lui, ma anche in Ungheria e pure in Brasile. Perfino qui in Polonia… sì, lo so, è folle, è incredibile, ma è tutto vero. Questa è la vera assurdità, non i fantasmi innanzi a me, con cui sto parlando in questo momento, bensì la realtà che c’è alle mie spalle”.
“E gli ebrei?”. Chiede un vecchio dal fondo della folla. “Sono ancora perseguitati?”. “No, ma ogni epoca ha le sue vittime preferite. Oggi sono i migranti”. “Chi sono i migranti?” domanda il ragazzo. “I migranti sono esseri umani che vengono discriminati e umiliati, sacrificati e strumentalizzati, uccisi o lasciati morire, proprio come è accaduto a voi”. “Se non sono ebrei”, chiede un bambino facendosi largo tra il ragazzo e la donna. “Di cosa li accusano?”. “Di essere ciò che sono, ovvero migranti, gente che tenta di sopravvivere al meglio lasciando la propria terra per quella nuova”.
“Ma gli ebrei sono arrivati nella terra promessa?”. “Non tutti, ora sono sparsi per il mondo, ma quelli che sono in Israele vivono sotto un governo che fa di tutto per essere in guerra con il più vicino e, malgrado ciò che entrambi gli schieramenti sostengano, maggiormente simile popolo sulla terra, ovvero i Palestinesi.”
Claudia non ha quasi più fiato e la voce è stremata dal pianto che con fatica ha trattenuto. Non ho diritto di mostrare lacrime di fronte al dolore di costoro, si è detta per darsi forza.
“Ma uscite da qui”, aggiunge un attimo dopo. “Siete liberi, ormai”. “No”, risponde immediatamente e con strenua fermezza il ragazzo, parlando anche a nome degli altri. “Noi siamo liberi, ma voi non lo siete affatto. E di fronte all’immane tragedia che è accaduta qui avete fatto la scelta peggiore”. “Quale?”. “Sull’altare delle offerte a vostra disposizione, da un lato c’eravamo noi, i morti e le nostre illuminanti storie da cui trarre insegnamento e dall’altro il campo stesso, con i suoi strumenti di tortura e i suoi ottusi recinti. E voi avete scelto di far sopravvivere quest’ultimo”. Ora siamo noi nel campo, pensa Claudia, non voi.
Quindi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, attraversa la soglia e si unisce ai fantasmi. C’è ancora tempo prima che farà giorno, c’è tempo per tornare all’albergo, c’è tempo per ascoltare e capire ancora di più di quel che abbiamo perso. Perché, malgrado tutto, per nostra fortuna, anche se non sarà per sempre. Siamo ancora in tempo.

martedì 21 agosto 2018

Crusca - Franco Arminio



A Crusca ora tutti puntano al centro, nessuno vuole stare in periferia. E chi si sposta al centro poi vuole stare ancora più al centro, vuole stare in piazza. E chi sta in piazza vuole stare nella casa al centro della piazza. E cosi tutti gli abitanti di Crusca stanno nella stessa casa, un poco stretti, ma felici.

venerdì 23 giugno 2017

Il letargo di Andretta - Franco Arminio


Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.
Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.
Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.
Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.
Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.
Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.
Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.
Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tutti, l’Oasi piante fiori, Bottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.
È il momento dei manifesti funebri.
A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.
In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).
A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).
La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.
I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.
Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.
Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.
Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.
Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.
Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.
La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.
La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.
Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.
Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.
Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.

venerdì 21 dicembre 2012

Equicosmo l'agenzia della fine del mondo - Stefano Benni


Pubblichiamo la seguen­te lettera recapitata ieri a duecento capi di Stato del mondo.
Gentili indigeni dirigenti del pia­neta T34678, (nel vostro linguag­gio “Terra”). Il mio nome è Ehy23gbsz44porzkbonalè e so­no il direttore generale di Equi­cosmo, l’agenzia di riscossione tributi della galassia. Mi duole comunicarvi che domani scade il termine della cartella esattoriale inviatavi trent’anni fa. In questo documento si comunicava che siete stati multati per gravi danni all’equilibrio del sistema solare, evasione alla tassa sui rifiuti spa­ziali, occupazione abusiva di or­bita e modifica climatica non au­torizzata. La multa, con i diritti di mora, ammonta a:
• 34000 groz (un groz corri­sponde al pil della Cina) per in­quinamento e surriscaldamen­to atmosferico e oceanico;
• 25000 groz per scioglimento ghiacciai;
• 20000 groz per esaurimento riserve idriche, risorse petrolife­re e deforestazione selvaggia;
• 34236 groz per mancanza di politica alimentare e aumento della popolazione non sfamabi­le;
• 11210 groz per estinzione di centomila specie ammali e ve­getali;
• 342 groz per IMUPP (tassa sul primo pianeta);
• 131 groz per danni causati dai vostri satelliti a quelli che voi chiamate Ufo e sono invece i nostri autobus;
• 27 groz per schiamazzi galattici, cioè superamento della soglia di rumori sgradevoli come esplosioni nucleari, MTV e musica negli ascensori;
• 16 groz per spese di cancelleria (i no­stri francobolli sono grandi come la vo­stra Svizzera);
• 3 groz per shopping non pagato di certa signora Minetti che ha acquistato su AlphaCentauri cosmetici, abiti e una pelliccia di skuznzelk per conto della regione Lombardia.
Come forse sapete, visto i tanti film che avete dedicato alla Fine del Mondo, Equicosmo prevede in caso di inadempienza, la distruzione del pianeta debitore mediante lancio di asteroide gigante. Per voi è stato scelto Calcolino, un calcolo renale di un milione di tonnellate. Ma poiché noi siamo severi ma giusti, potete ancora rimediare…

lunedì 13 agosto 2012

pomodori


Gira una storiella molto carina su internet, che sta facendo il giro degli Stati Uniti. Protagonisti sono un anziano signore italiano, che coltiva il suo orticello casalingo appena fuori casa, nel New Jersey, e suo figlio Vincent, che sta in prigione. L’anziano signore non riesce più a coltivare il suo orto come faceva un tempo per via degli acciacchi dell’età, e così, in un momento di scoramento, scrive una lettera al figlio detenuto, che dice più o meno così:
“Caro Vincent, mi sento triste perché sembra proprio che quest’anno non sarò in grado di piantare i miei pomodori quest’anno. Sto semplicemente diventando troppo vecchio per piegarmi sul terreno, dissodare il terreno e piantare i semi e le piantine. So che se tu fossi qui i miei problemi sarebbero finiti. So che saresti felice di dissodare il terreno per me, come ai vecchi tempi. Con amore, Papà”...

domenica 3 aprile 2011

Il pescatore e il turista - Heinrich Böll


secondo me, questo racconto potrebbe essere il manifesto della decrescita o la decrescita spiegata ai non economisti - francesco


In un porto della costa occidentale europea un uomo vestito poveramente se ne sta sdraiato nella sua barca da pesca e sonnecchia.
Un turista vestito con eleganza sta appunto mettendo una nuova pellicola a colori nella sua macchina fotografica per fotografare quella scena idilliaca: cielo azzurro, mare verde con pacifiche, candide creste di spuma, barca nera, berretto da pescatore rosso.
Clic. Ancora una volta: clic, e siccome non c’è due senza tre, ed è sempre meglio essere sicuri, una terza volta: clic.
Quel rumore secco, quasi ostile sveglia il pescatore mezzo addormentato, che si drizza pieno di sonno, cerca, pieno di sonno, il suo pacchetto di sigarette, ma prima di averlo trovato lo zelante turista gliene mette già un altro sotto il naso, gli ha infilato una sigaretta non proprio in bocca ma tra le dita, e un quarto clic, quello dell’accendino, conchiude quella sollecita cortesia. Quell’eccedenza quasi impercettibile, assolutamente indimostrabile di scattante cortesia ha provocato un irritato imbarazzo che il turista, il quale conosce la lingua locale, cerca di superare entrando in conversazione.
- Oggi lei farà una buona pesca.
Il pescatore scuote la testa.
- Perché? Non uscirà al largo?
Il pescatore scuote la testa; crescente nervosismo del turista. Deve stargli proprio a cuore il bene di quell’uomo poveramente vestito, e certo lo tormenta il pensiero di quell’occasione perduta.
- Oh, lei non si sente bene?
Finalmente il pescatore passa dal linguaggio dei segni alla parola articolata.

- Mi sento benone, - dice. - Non mi sono mai sentito meglio - .

Si alza, si stira come per far vedere l’atleticità del suo fisico. - Mi sento una cannonata.

Il volto del turista assume un’espressione sempre più infelice, non può più reprimere la domanda che, per così dire, minaccia di fargli scoppiare il cuore:

- Ma allora perché non esce al largo? La risposta arriva subito, asciutta.

- Perché l’ho già fatto stamattina.
- E’ stata una buona pesca?
- Talmente buona che non ho bisogno di uscire un’altra volta, ho preso quattro aragoste, quasi due dozzine di maccarelli…
Il pescatore, finalmente sveglio, ora si scioglie e dà qualche rassicurante pacca sulla spalla al turista. La sua faccia preoccupata gli sembra l’espressione di un’ansia magari fuori posto ma commovente.
- Ne ho persino abbastanza per domani e dopodomani, -dice per sollevare l’animo dello straniero.

- Fuma una delle mie sigarette?
- Sì, grazie.
I due mettono in bocca le sigarette, un quinto clic, lo straniero si siede scuotendo la testa sul bordo della barca, mette da parte l’apparecchio fotografico perché adesso gli servono tutte e due le mani per dare forza al suo discorso.
- Io non voglio immischiarmi nei suoi affari privati, - dice, - ma immagini di uscire al largo, oggi, una seconda, una terza, magari una quarta volta e di pescare tre, quattro, cinque, forse addirittura dieci dozzine di maccarelli… se lo immagini un po’.
Il pescatore annuisce.
- Faccia conto, - continua il turista, - che non solo oggi, ma domani, dopodomani, in ogni giorno favorevole lei esca al largo due, tre, magari quattro volte… lo sa che cosa succederebbe?

Il pescatore scuote la testa.
- In un anno al massimo lei potrebbe comprarsi un motore, entro due anni una seconda barca, fra tre o quattro anni lei potrebbe forse avere un piccolo cutter, con le due barche o il cutter lei naturalmente pescherebbe molto di più. Un bel giorno lei avrebbe due cutter, e allora… -

L’entusiasmo gli strozza la voce per qualche istante.

- Allora lei si costruirebbe una piccola cella frigorifera, magari un affumicatoio, più tardi una fabbrica di pesce in salamoia, andrebbe in giro nel suo elicottero personale, scoprirebbe dall’alto le schiere di pesci e lo comunicherebbe via radio ai suoi cutter. Potrebbe acquistare il diritto alla pesca del salmone, aprire un ristorante specializzato in pesce, esportare direttamente a Parigi, senza intermediari, le aragoste;
e poi… -

Ancora una volta l’entusiasmo impedisce allo straniero di parlare. Scuotendo il capo, afflitto nel profondo del cuore, avendo già quasi perso il piacere delle vacanze, guarda le onde che avanzano dolcemente e dove è tutto un allegro guizzare di pesci non pescati.
- E poi, - dice, ma ancora una volta l’eccitazione lo rende muto.
Il pescatore gli batte sulla schiena come a un bambino a cui sia andato un boccone di traverso.
- Che cosa? - gli chiede sottovoce.
- E poi, - dice lo straniero con un entusiasmo estatico, - e poi lei potrebbe starsene in santa pace qui nel porto, sonnecchiare al sole… e contemplare questo mare stupendo.
- Ma questo lo faccio già, - dice il pescatore, - me ne sto in santa pace qui nel porto e sonnecchio, è solo il suo clic che mi ha disturbato.
Il turista così ammaestrato se ne andò via pensoso, perché un tempo anche lui aveva creduto di lavorare per non dover più lavorare un giorno, e in lui non restava traccia di compassione per quel pescatore poveramente vestito, solo un poco d’invidia.