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domenica 26 ottobre 2025

La setta col biglietto numerato - Michele Agagliate

 

Shen Yun, il culto che vende la grazia come fosse uno spettacolo. In un mondo che ha perso la fede ma non la carta di credito.

A chi non è capitato, negli ultimi mesi, di aprire YouTube o Instagram e trovarsi davanti lo spot di Shen Yun Performing Arts?

Quel carosello di sete colorate, sorrisi estatici e promesse di “un viaggio spirituale nella vera Cina”, sparato ovunque come se stessero pubblicizzando l’Apocalisse in 4K.

E poi quella frase, ripetuta con la convinzione di chi ha appena assistito alla Seconda Venuta:

“Uno spettacolo veramente importante!”

Sembra un trailer della Disney diretto dal Dalai Lama dopo una settimana di ayahuasca.

Tutti estasiati, tutti redenti, tutti con lo sguardo di chi ha appena visto la luce – o, più probabilmente, la fattura.

È la spiritualità del XXI secolo: con biglietto su TicketOne, musica dal vivo e merchandising incluso.

Ma il problema non è lo spettacolo in sé — i costumi sono splendidi, i ballerini impeccabili — il problema è il messaggio che passa sotto le pieghe delle sete.

Dietro la patina di “arte tradizionale cinese” si muove un’operazione ideologica vera e propria: un culto fondato dal signor Li Hongzhi, un predicatore che sostiene che l’evoluzione sia un’invenzione aliena, che le razze si separeranno in paradiso e che l’omosessualità sia un errore cosmico.

Il tutto condito da rivelazioni sul fatto che lui, sì, può attraversare i muri e rendersi invisibile.

Altro che spiritualità: questa è fantascienza da discount.

Eppure, milioni di spettatori nel mondo assistono in silenzio, applaudono, si commuovono, si convincono.

Perché l’illusione del “ritorno ai valori tradizionali” è potente, specie in un’epoca che ha svuotato di senso tutto il resto.

Ci siamo disabituati alla verità, e così ci bastano quattro proiezioni colorate per scambiare la propaganda per arte e la fede per intrattenimento.

È la religione del capitalismo spirituale: preghi, ma pagando; mediti, ma su prenotazione; ti elevi, ma solo se hai il posto in platea.

Intanto, gli organizzatori si presentano come i custodi della purezza morale contro la “decadenza del mondo moderno”, mentre vendono biglietti da 80 a 150 euro nei teatri più borghesi d’Europa.

Predicano l’ascesi, ma a prezzo pieno.

E i teatri, i giornali, le istituzioni? Zitti.

Perché quando la fede porta incasso, nessuno osa chiamarla setta: diventa “evento culturale”.

A dicembre arriveranno persino al Teatro Regio di Torino, la mia città: quella dove un tempo si facevano rivoluzioni operaie e oggi si ospitano liturgie orientali sponsorizzate sulle piattaforme web.

E tutto questo in una Torino che, intanto, affoga nel degrado urbano, nello sfruttamento, nella povertà crescente e in una nuova schiavitù del lavoro che passa anche attraverso l’immigrazione mal pagata e senza diritti.

Non è razzismo, è realtà: se un operaio bengalese lavora dodici ore a quattro euro l’ora, anche un italiano finirà per accettarne cinque.

È così che muore il vero laburismo — non per colpa dei migranti, ma per chi li sfrutta mentre predica l’accoglienza.

C’è qualcosa di profondamente tragico in questo bisogno collettivo di comprarsi la purezza.

Abbiamo trasformato la fede in un’esperienza premium, la grazia in un evento da prevendita.

Ci raccontano che basta un costume di seta e un violino cinese per ritrovare l’anima, e noi ci crediamo — come sempre.

È la fame di senso di un mondo che non crede più in nulla, ma ha ancora bisogno di sentirsi buono.

Ed ecco che, in mezzo alle macerie morali di un Paese stanco, si cercano miracoli nel posto sbagliato: sul palco, tra gli applausi, sotto le luci.

Ma se il divino esiste ancora, di certo non danza per 80 euro a sera.

E di sicuro non ha bisogno di un coreografo.

da qui

sabato 13 luglio 2024

Sullo sgombero dell’ Ex-Lavatoio occupato a Torino

 

All’alba di questa mattina – 9 luglio 2024 – é stato sgomberato e sottoposto a sequestro preventivo l’Ex Lavatoio Occupato di Corso Benedetto Brin 21 a Torino.

Durante lo sgombero sono stati sequestrati materiali vari a fini investigativi.

Roboanti fanfare mediatiche comunicano lo sgombero del “covo degli anarchici violenti” e i politici di turno si congratulano per l’ennesimo sgombero, mentre operai al servizio di questura e comune murano e spaccano l’immobile, regalandolo nuovamente ad abbandono ed oblio.

L’Ex Lavatoio fu occupato il 9 dicembre 2022 all’interno di una mobilitazione cittadina in risposta allo sgombero dell’Edera Squat. In quei mesi in moltx ritennero fondamentale rivendicare e praticare lo strumento dell’occupazione – non di certo quello dei tavoli comunali di contrattazione e co-progettazione – così, in solidarietà ai e alle compagnx dell’Edera, tre occupazioni nacquero una dopo l’altra.

L’Ex Lavatoio era uno strumento di lotta.

Uno strumento per essere nella città, nei suoi quartieri e nelle sue strade.
Uno strumento per coltivare alleanze capaci di incunearsi nelle fratture del presente con il cuore teso a sovvertire l’ordine delle cose e la sua soffocante quotidianità scandita dai ritmi del capitalismo neoliberale.

Dall’Ex Lavatoio ci siamo organizzatx per lottare contro le galere, contro i CPR, al fianco di Alfredo Cospito in sciopero della fame contro il 41bis e l’ergastolo ostativo e accanto ai reclusi in rivolta nei centri di detenzione amministrativa.

In quel posto ci siamo datx la possibilità di costruire percorsi di lotta con chi subisce la violenza delle frontiere, del razzismo sistemico e della detenzione. Da quello spazio siamo uscitx in strada, perché é in strada che vogliamo stare, dove le contraddizioni del presente si palesano nella loro brutale violenza, dove la costruzione del nemico interno in un panorama bellico e genocidario si mostra nella sua evidenza.

Non ci interessa oggi piangere sull’ennesimo posto murato, sebbene ci sembri necessario ricordare come, ancora una volta, il potere si sia mostrato in città per spaccare, saldare e cementare l’ennesimo luogo da destinare all’abbandono o alla speculazione.
Quello che oggi vogliamo ribadire è che mentre è in corso un genocidio mandato in mondovisione, attraverso cui si normalizza il concetto di nemico interno, costruito attorno a chi si pone, per scelta o per necessità, ai margini di un mondo determinato dalla logica del capitalismo neoliberale e dai suoi paradigmi valoriali;
mentre si rinforzano meccanismi giustizialisti e criminogeni, ribadendo il pugno duro del potere punitivo e carcerario da imporre a chi viene etichettato come nemico;
mentre ciò avviene, non solo, qui a Torino si decide di murare un posto occupato, ma si investe per ristrutturare una nuova galera per persone senza documenti europei.

É ormai noto ai più che i lavori di ristrutturazione del CPR di corso Brunelleschi sono in corso e che la riapertura é imminente.

Quel posto, chiuso dal coraggio dei ribelli, NON DEVE RIAPRIRE.
Da quel coraggio e da quella potenza di rivolta, tantx compagnx dell’Ex Lavatoio han tratto ispirazione, forza e spunti di riflessione per lottare.

Sequestrare e murare uno spazio, quello spazio, non metterà fine a queste lotte. Come l’idra dalle tante teste, quando una di esse viene tagliata, due ne spuntano al suo posto. I tentativi di estirpare la lotta per la libertà non farà che rafforzarla.

Contro galere e cpr.
In solidarietà alle persone recluse in rivolta.

Con il cuore a Jamal, deportato dallo Stato, nostro compagno che oggi non ha potuto essere con noi.

Solidarietà e amore alle prigioniere e ai prigionieri.

Un sorriso ai vicini che ci hanno sostenuto e che han detto senza remore agli sbirri ciò che gli andava detto.

Palestina libera!

da qui

domenica 13 novembre 2022

Nel mercato più grande d’Europa - Marco Arturi

 

Questa mattina sono andato a fare la spesa nel mercato più grande d’Europa. Non che sia questa impresa, visto che ce l’ho a cinque minuti da casa. È che mentre ero lì, mentre cercavo di farmi spazio nella fiumana che scorre nelle corsie tra un banco e l’altro, ho pensato a un sacco di cose.

Guardavo i prezzi, intanto: per darvi un’idea, peperoni a 1,5 euro al chilogrammo, finocchi a 1, broccoletti a 1,5, cavolfiori a 2. Negli altri mercati della città, e pure nei supermercati, li trovi al triplo o giù di lì.
Poi ho pensato agli sguardi schifati che farebbero quelli che sanno vivere di fronte a certi prezzi: “Sei un’irresponsabile a comprare ‘sta roba, sai che qualità e poi ti rendi complice del caporalato. Un peperone a meno di 4, 5 euro al chilo non esiste”. Allora ho pensato all’inflazione al 12 per cento (13,1 nel carrello della spesa) e al fatto che tutti si lagnano ma nessuno fa nulla; in Francia arrivati al 6,5 per cento hanno dato fuoco alle polveri. Ma la verità è che l’aumento dei prezzi fa male davvero solo a chi già aveva problemi; e siamo sempre lì, parlo di quell’italiano su dieci. Gli altri nove sono partiti per il ponte, che vuoi che ne sappiano.

Poi ho visto quelli – soprattutto vecchi – che raccoglievano frutti e ortaggi che scivolavano giù dai banchi e li infilavano nella sporta: per loro niente ponte, niente vacanze, nessuna tregua mai. E poi quelli che litigavano per un euro, le donne arabe rapide e silenziose che conoscevano ogni banco a memoria, le africane brusche e abilissime nella contrattazione, e poi quelli che rovistavano negli scarti.

Poi ho pensato a quelli per i quali in questi giorni il vero problema è rappresentato dagli articoli determinativi utilizzati dal/la presidente/a del consiglio/a. E che col cazzo che siamo tutti la stessa cosa: non c’è un paese solo neanche per idea, ma a distinguerci è l’eterno muro tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non ha. Altro che distinzioni di razza, di nazionalità, di livello di istruzione.

Insomma alla fine stavo bene lì, tra gli arabi, i neri, i cinesi e gli italiani con le pezze al culo come me. E ho pensato che, nessuno me ne voglia, la mia razza è quella.

Quando venivo via ho incontrato due ragazzi marocchini dei tempi della fabbrica. Di mestiere pulivano i cessi, erano i proletari tra i proletari. Mi hanno fatto un sacco di feste perché si ricordavano che, anche se lavoravano in appalto e non erano italiani né sindacalizzati non ho mai fatto differenze tra loro e gli altri operai. Ce la siamo raccontata per una mezz’ora e vi garantisco che non ho ancora capito chi di noi tre sta messo peggio. Poi mentre ci salutavamo uno di loro, Hassan, mi ha stretto la spalla e mi ha detto “Non ti avvelenare fratello, non farti uccidere dalle preoccupazioni perché la vita poi si sistema sempre da sola”.

C’era un bel sole caldo, oggi, e Porta Palazzo è un posto che sa essere meraviglioso in una giornata così: la confusione, i clacson, i vaffanculo, i ragazzi che si dicono “bella zio”, le grida dei bancarellari, gli odori che si mischiano, i parcheggiatori, le ragazze che passano e tu ci lasci il cuore dietro e soprattutto il sorriso di chi è abituato a strappare la vita a morsi. La vita, dico.

da qui