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sabato 5 luglio 2025

Il caso Perdasdefogu - Noemi Cipriano e Lydia Karazarifi

 

Non possiamo parlare di ecologia e investire nella militarizzazione: la prospettiva della giustizia ambientale attraverso il laboratorio sardo

Nel cuore dell’Ogliastra, una delle zone più incontaminate e poco popolate della Sardegna, sorge una delle installazioni militari più vaste e controverse d’Europa: la base di Perdasdefogu, parte integrante del poligono interforze del Salto di Quirra. Utilizzata per sperimentazioni militari, test missilistici e collaborazioni aerospaziali, questa struttura è il più grande poligono sperimentale e di addestramento militare in Europa. In un’isola, la Sardegna, che si distingue per essere la regione europea con la più ampia densità ed estensione di servitù militari: il 60% delle basi militari italiane si trova in Sardegna. Il suolo sardo, tuttavia, non è solo oggetto di sperimentazione da parte delle forze militari italiane, ma anche dalla Nato.

Si tratta di una questione delicata che dovrebbe farci riflettere sullo sfruttamento in corso nella regione sarda, così fortemente impattata dall’inquinamento chimico connesso alla presenza militare. È quanto emerso dalle numerose perizie giudiziarie e indagini scientifiche svolte nel territorio circostante la base di Quirra. Un dolore muto, ignorato da interessi più forti delle voci dei pastori e degli abitanti che da generazioni vivono queste terre. Una vicenda su cui non è mai stata fatta giustizia. Ricordarla oggi non è solo un atto di memoria, ma un dovere verso chi continua a subirne le conseguenze.

Nel 2012, dopo anni di denunce, analisi ambientali e sospetti legati all’insorgenza di malformazioni e tumori tra militari, civili, pastori e animali presenti nella zona, nel tribunale di Lanusei ha avuto inizio il primo processo per disastro ambientale in ambito militare. Un caso giudiziario senza precedenti, poiché ha coinvolto molti ufficiali di alto rango e riguardava un’area strategicamente sensibile – all’epoca ancora in uso – e soggetta a segreto militare, in cui molti dati erano coperti da segreto di Stato.

Fa rabbrividire ciò che hanno vissuto coloro che, direttamente o indirettamente, sono entrati in contatto con la base militare di Quirra. Non solo i militari e i tecnici che vi operavano senza adeguate protezioni, ma anche i pastori e gli abitanti dei paesi circostanti, esposti per anni a sostanze tossiche senza essere informati né tutelati. Comuni come Villaputzu, Escalaplano e Ulassai sono tra quelli maggiormente colpiti: qui i cittadini non erano al corrente – sia per l’omissione di bonifica e segnalazione delle aree demaniali militari, sia per la mancanza di adozione delle più elementari precauzioni per la salute umana e animale – di quanto veniva sprigionato in aria e nel suolo.

Cronache dell’inquinamento chimico

Dal 1984 al 2008, nella zona di Torri, a 600 metri sul livello del mare, sono stati effettuati brillamenti di enormi quantità di munizioni e ordigni fuori uso. Tra il 1986 e il 2003 sono stati lanciati oltre 1.187 missili anticarro Milan e, in seguito, Tow, contenenti torio – una sostanza radioattiva – e materiali altamente tossici come l’amianto.

La base di Quirra è stata anche il luogo in cui venivano illecitamente smaltite grandi quantità di rifiuti militari composti da bombe e munizioni obsolete dell’Aeronautica Militare, tanto che gli stessi medici del lavoro disposero che non fossero più effettuate analisi per la misurazione periodica del piombo nel sangue dei militari, ritenendole ormai inutili.

Il pericolo per la pubblica incolumità nell’area circostante il Poligono Interforze del Salto di Quirra (Pisq) è stato esteso e profondo. In un territorio dove si sono registrati circa 160 casi di linfomi e tumori nella popolazione, con centinaia di morti sospette e numerose gravi malformazioni, le fonti di contaminazione sono state molteplici.

Oltre ai brillamenti e ai lanci di missili anticarro, una delle cause più preoccupanti era l’interramento di fusti contenenti Napalm, sostanza altamente tossica e pericolosa.

Le operazioni militari venivano condotte in un’area morfologicamente predisposta alla diffusione degli agenti contaminanti: un corridoio naturale tra due rilievi montuosi paralleli, che incanalava i venti lungo l’asse dei centri abitati di Escalaplano e della frazione Quirra del Comune di Villaputzu. Questa direttrice attraversava anche le aree di sorgente che alimentavano l’acquedotto locale, considerato potabile, e serviva entrambe le comunità.

Il legame tra attività militari e gravi patologie ha generato nella popolazione un senso profondo e duraturo di allarme, rilanciato più volte con grande rilievo dagli organi di stampa.

Colpisce con particolare amarezza quanto riportato da diversi organi di stampa: alcuni generali della base militare, di fronte all’allarme sanitario crescente, arrivarono ad attribuire l’elevata incidenza di tumori tra la popolazione locale a relazioni di consanguineità tra cittadini sardi. Un’affermazione non solo infondata, ma gravemente offensiva e intrisa di pregiudizio, che riflette un atteggiamento discriminatorio verso le comunità del territorio, vittime degli esperimenti militari.

Il 5 e 6 gennaio 2011, una relazione dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, ripresa dalla stampa nazionale, documentò in modo dettagliato le malformazioni riscontrate tra gli animali da allevamento e rivelò un dato sconvolgente: il 65% dei pastori che operavano all’interno o nei pressi del poligono risultava deceduto per linfomi o tumori.

L’esposizione a un grave rischio sanitario è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle salme di numerosi pastori malati di tumore o leucemia, nelle quali è stata rilevata una quantità anomala di torio – sostanza radioattiva – significativamente superiore rispetto a chi non aveva frequentato l’area del poligono. Il torio, se inalato o ingerito, emette particelle altamente nocive in grado di alterare irreversibilmente il Dna cellulare, provocando linfomi o tumori anche a distanza di decenni dall’esposizione.

La prospettiva della giustizia ambientale

Questa vicenda non è solo un caso di ingiustizia sociale e sanitaria, ma anche un grave episodio di inquinamento ambientale, che tocca il suolo, l’acqua e l’aria di un territorio prezioso e vulnerabile. In un’epoca in cui si moltiplicano le dichiarazioni di impegno verso la sostenibilità e la transizione ecologica, sorprende e inquieta che aree come il Salto di Quirra continuino a essere sacrificate in nome di interessi militari, spesso imposti dall’alto e giustificati da ragioni di sicurezza nazionale. 

Il contrasto tra la retorica della green economy e la realtà di questi territori martoriati rivela una contraddizione profonda e ancora irrisolta. Non si può parlare di futuro sostenibile ignorando queste ferite aperte. Il silenzio su Quirra è un silenzio che grida, e che ci interroga sulla gerarchia di valore che diamo ai territori, alle comunità e alle vite umane.

Allo stesso tempo, si continua a investire nella produzione militare, in equipaggiamenti e tecnologie, senza considerare i danni all’ambiente, alla salute e al benessere delle popolazioni.

La giustizia ambientale si fonda sull’equità nell’accesso a un ambiente sano, sicuro e libero da inquinamento, capace di sostenere il benessere sia delle comunità locali che degli ecosistemi. Questo concetto include le lotte sociali per la tutela ambientale e mette in luce le disuguaglianze legate alla classe sociale, al contesto culturale e alla dimensione territoriale nell’accesso e nella gestione delle risorse naturali. Tra i suoi principi fondamentali spicca l’allineamento con la democrazia partecipativa, che riconosce il valore dell’impegno attivo delle comunità nei processi decisionali.

In Sardegna, come è emerso chiaramente, le dinamiche di ingiustizia ambientale sono strettamente connesse alla presenza e all’attività delle basi militari, le cui operazioni hanno avuto un impatto devastante sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni locali. Le storie di resistenza nate in questo contesto mirano a riconoscere e denunciare tali ingiustizie, dando voce a chi le ha subite. Iniziative dal basso, movimenti civici, comunità e singoli individui si sono mobilitati per rivendicare il diritto a vivere in un ambiente sano. I processi giudiziari, la formazione di collettivi attivisti e l’azione continua sul territorio rappresentano le molteplici forme di una lotta in corso per la vita, la terra e la dignità ambientale.

Accanto a queste forme di attivismo, esiste una resistenza più profonda e simbolica, radicata nel legame tra persone e territorio. Pratiche rituali, cerimonie legate all’acqua e alla terra, luoghi sacri e tradizioni ancestrali costituiscono una memoria collettiva viva, che suggerisce possibilità future di coesistenza armoniosa. In questo senso, il diritto alla tutela ambientale si intreccia con una visione più ampia del vivere: cosa produrre, in che modo investire, come abitare e rispettare il territorio.

Come afferma Robert Bullard, «Il movimento per la giustizia ambientale ha ridefinito il significato dell’ambientalismo. Dice fondamentalmente che l’ambiente è tutto: dove viviamo, lavoriamo, giochiamo, andiamo a scuola, così come il mondo fisico e naturale. E quindi non possiamo separare l’ambiente fisico da quello culturale. Dobbiamo assicurarci che la giustizia sia integrata in tutto ciò che facciamo».

L’ingiustizia ambientale è un fenomeno complesso e multidimensionale, la cui comprensione è imprescindibile nei dibattiti contemporanei sulla protezione ambientale. È urgente portare alla luce gli effetti nocivi dell’industria militare sull’ambiente e sulla salute umana, temi troppo spesso assenti dalle agende pubbliche.

Il caso della Sardegna esemplifica con chiarezza le molteplici sfaccettature di questa ingiustizia, così come le forme di resistenza e i tentativi di ricostruire un legame profondo con la terra e con le comunità che la abitano. Attraverso la lente della giustizia ambientale, emerge come alcuni gruppi sociali siano più vulnerabili di altri di fronte ai processi di militarizzazione e sfruttamento.

Per affrontare questi squilibri è fondamentale riconoscere le specificità delle comunità, considerando la loro storia, classe sociale, cultura e relazione con il territorio. Le esperienze di partecipazione democratica e le memorie di lotta possono costituire la base per nuovi investimenti nel benessere collettivo, tracciando un cammino concreto verso una giustizia ambientale integrale e duratura.

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giovedì 15 agosto 2024

L’industria turistica è nociva come quella fossile - Ferdinando Pezzopane, Tiare Gatti Mora

 

Per politici e imprenditori il turismo è il «petrolio dell’Europa meridionale». In effetti estrae benefici dalla natura a vantaggio di pochi e danno di molti. Su queste basi nelle Canarie è nato un movimento contro il turismo

Negli ultimi mesi in Spagna si sono moltiplicate le manifestazioni contro il turismo, simbolo di un’insofferenza sempre più radicata della società spagnola rispetto a un modello di sviluppo basato su un settore i cui benefici sono appannaggio di pochi, mentre le conseguenze negative sono vissute dalla maggioranza. 

Il turismo in tutta l’area mediterranea è spesso dipinto tanto dai discorsi dei politici quanto degli imprenditori come il «petrolio dell’Europa meridionale». Così negli ultimi anni il settore ha continuato a espandersi anche in virtù delle scelte dei governi raggiungendo livelli ipertrofici, arrivando a determinare le scelte in campo di politiche pubbliche e rappresentando rispetto al Prodotto interno lordo (Pil) valori che oscillano nel 2022 dall’11.3% croato ai più modesti, seppur elevati, 6.9% della Spagna (12.5% nel 2019) e 6.2% dell’Italia. Percentuali di gran lunga superiori alla media degli altri paesi dell’Ue che si ferma al 4.5%. 

A livello europeo è dunque evidente come il bacino mediterraneo si configuri all’interno delle catene globali del valore come un’area prettamente turistica, avendo progressivamente abdicato a qualsiasi forma di ragionamento politico e collettivo circa la produzione manifatturiera e tecnologica. In questo modo anche il livello di occupazione nel settore turistico è tendenzialmente più elevato, cosa importante soprattutto alla luce del fatto che il lavoro prodotto da questi servizi ha tendenzialmente livelli di precarietà più elevati e salari e qualificazioni medie più basse. Sempre in Spagna, secondo uno studio condotto dall’Eurostat, i salari medi per le attività turistiche e ricettive erano pari nel 2020 a 6.4 e 12.8 euro lordi l’ora rispetto a una media nazionale totale di circa 17. 

Uno scenario dunque per chi lavora molto più buio rispetto ai già bassi salari nazionali, il tutto al netto di un maggior livello di profitti per le imprese, determinato sia da un minor tasso di investimento necessario sia da costi nettamente inferiori, considerando le concessioni balneari per i lidi e i diversi costi più o meno diretti di cui si fa carico lo Stato attraverso varie forme di sussidi. 

Nel 2023 nell’Ue il turismo impiegava più giovani, donne e migranti rispetto agli altri settori. Un elemento questo spesso richiamato dalla politica, nel caso italiano dalla ministra del turismo Daniela Santanché, in chiave estremamente positiva data la capacità di attivare categorie che altrimenti rimarrebbero «inattive». In realtà è evidente come la maggiore presenza di categorie marginalizzate è dovuta proprio agli elevati livelli di precarietà del settore. In Spagna i sindacati Ccoo (Comisiones Obreras) e Ugt (Unión General de Trabajadores) hanno denunciato in più occasioni come nel settore, secondo un’analisi da loro condotta, il 41.6% dei lavoratori nelle attività alberghiere e della ristorazione sia classificato come precario, con salari nel 40% dei casi sotto i 1.200 euro lordi mensili e come anche a causa della turistificazione agli stessi lavoratori risulti difficile trovare casa in prossimità del proprio lavoro. 

Una delle note sul sito del Ministero dell’Industria e del Turismo spagnolo evidenzia come il settore impieghi circa il 13.3% della forza lavoro a livello nazionale. Continuando la nota si presenta l’aumento consistente dell’impiego turistico nelle isole Canarie e Baleari come un successo frutto di una più ampia strategia di destagionalizzazione del turismo volta a rendere la Spagna una meta per tutto l’anno e non solo durante l’estate. Ma al netto del successo decantato dalla classe politica e imprenditoriale è proprio su queste isole che nel 2024 ci sono state le principali manifestazioni contro il turismo.  

Al centro della maggior parte delle richieste dei movimenti c’è la richiesta di moratorie turistiche e l’imposizione di un limite alle abitazioni che possono essere acquistate da stranieri. Si tratta di richieste che potrebbero sicuramente raffreddare i flussi turistici, con il rischio però di distogliere lo sguardo da un problema di cui la situazione turistica è solo un sintomo: l’assenza del diritto alla casa.  

Abbiamo intervistato Iván Cerdeña Molina, attivista del comitato Asociación Tinerfeña de Amigos de la Naturaleza (Atan), da diversi anni impegnato in azioni contro la turistificazione dell’isola e recentemente impegnato nella manifestazione contro il turismo alle Canarie. 

In Italia, come anche in Spagna, il turismo viene rappresentato come un settore economico fondamentale per i nostri paesi. Si parla spesso di turismo come petrolio dei paesi del Mediterraneo, ma è evidente che questa narrativa, guardando alle condizioni di lavoro offerte dal settore, è sicuramente falsa per chi lavora, mentre è vera per gli imprenditori e chi estrae valore attraverso varie forme di rendite, come quelle immobiliari. Nelle isole e in altre aree del paese il turismo è una monocultura, che ha quasi completamente azzerato gli altri settori del lavoro. Le Canarie negli ultimi anni, come tutta la Spagna, hanno visto aumentare i flussi turistici e anche l’opposizione al turismo. A Tenerife c’è stata una delle prime manifestazioni di quest’anno contro il turismo. Da dove nasce la vostra lotta e come interpretate il turismo nello sviluppo dell’isola?  

Parte tutto da una situazione insostenibile nelle Canarie. Da più di cinquant’anni noi (Atan) lottiamo per l’ambiente. La differenza è che quel problema che già tempo fa vedevamo arrivare, cioè il cambiamento climatico, ora è qui e tutta la popolazione ne è affetta in diverse forme. 

Gli stessi lavoratori del turismo sono coscienti dei problemi del settore. A me piace la metafora del petrolio del mediterraneo, del petrolio delle Canarie, perché il turismo è la principale industria delle Canarie, che ci piaccia o no, e funziona allo stesso modo dell’industria dei combustibili fossili, cioè estraendo benefici dalla natura, perché il turismo qui si basa sull’estrazione della natura delle Canarie e sta portando tutti i benefici in Europa, esattamente come accade col petrolio tra nord e sud, tra paesi poveri e occidente. Inoltre, proprio come nel caso delle aree dove viene estratto il petrolio, la gente del posto continua ad avere salari da fame e condizioni di vita terribili, oltre alla contaminazione nel caso del turismo dovuta alla cementificazione. La dinamica è la stessa che accade col petrolio, col litio e le industrie estrattive in generale.

I servizi nel nostro sistema economico sono sempre meno pensati per i cittadini e chi abita le nostre città e isole, e sempre più per attirare i grandi capitali e i turisti. Nel caso di Tenerife quanto è evidente nella differenza fra i servizi erogati per i cittadini e quelli solo per i turisti? La politica chi credete stia veramente rappresentando e sostenendo con le proprie scelte economiche? 

I servizi pubblici alle Canarie sono prevalentemente orientati al turismo, e così anche le infrastrutture. Buona parte dell’ampliamento di esse e della continua necessità di farle crescere è una conseguenza del modello turistico attuale. In isole con del territorio limitato con mancanza d’acqua, nel quale si importa il 90% degli alimenti che consumiamo, non è accettabile continuare a costruire servizi attorno ai soli turisti. Un esempio dei nostri servizi pubblici orientati verso i turisti è la sanità pubblica: nel sito ufficiale per il turismo delle Canarie un titolo dice «Le isole Canarie, una destinazione che si prende cura della tua salute», sotto al quale si afferma come le isole offrano ai loro visitatori temporanei la migliore offerta di qualità sanitaria. 

Il Governo delle Canarie è capace di vendere, o meglio, di regalare, la sanità pubblica delle Canarie ai turisti così da attrarne di più. Questo è puro turismo sanitario. Così si allontanano i cittadini dall’uso dei servizi pubblici per renderli esclusivi per i turisti ed è successo anche con le strade, con i parchi, con le case per le vacanze, con gli alberghi costruiti dove non dovrebbero. Sono arrivati al punto di espellere coloro che abitavamo in aree turistiche sulle varie isole dicendo che alcune aree sono esclusive per i turisti. 

Abbiamo parlato di come i residenti vengano espulsi da alcune aree, il turismo tendenzialmente porta anche a una concentrazione della proprietà privata, come nel caso del mercato immobiliare, nelle mani di poche imprese e singoli imprenditori. Nel caso di Tenerife negli ultimi anni avete assistito a un aumento del prezzo per l’acquisto e l’affitto degli immobili, e cosa ha significato questo per chi vive nell’isola? 

I prezzi della casa stanno aumentando a un tasso del 3% su base mensile. Un affitto che al Medano costava 400 euro 8 anni fa, adesso può costare intorno agli 850, 900 euro. Quello che succede è che la presenza di immobili affittati per le vacanze stabilisce una competizione diretta con chi si trova ad affittare casa per vivere tutto l’anno, perché le attività residenziali e turistiche si sviluppano negli stessi luoghi. 

Se da un lato ci sono privati che affittano singole loro proprietà ai turisti, ci sono poi specialmente grandi proprietari e fondi immobiliari che stanno acquistando e costruendo alle Canarie. C’è poi un altro fenomeno che si sta sviluppando ed è l’acquisto da parte degli europei sia per la speculazione e la successiva vendita dopo un aumento del prezzo sia per l’affitto per le vacanze. Ci sono anche proprietari locali che lo fanno. In questo modo il mercato immobiliare è stato stravolto: gli annunci che si trovano alle Canarie sono di abitazioni di lusso. Come risultato di questo fenomeno la stessa pubblicità immobiliare è diretta fuori dalle Canarie, o alle Canarie ma in lingua inglese, francese, tedesca o italiana, sottolineando il fatto che siano case di lusso. La «clientela» alla quale vengono offerte queste case ha un potere di acquisto elevato ed è disposta a pagare 300.000 euro semplicemente perché è vicina alla spiaggia, perché è al Medano, ecc. Ci sono per esempio tedeschi che comprano una casa per venirci tre mesi all’anno e il resto del tempo l’affittano come casa-vacanze. Tornando invece ai grandi proprietari c’è un fondo immobiliare che da poco ha comprato 500 abitazioni alle Canarie per destinarle al turismo o ad affitti brevi.

Avete ragionato su quali possano essere le soluzioni possibili sul piano normativo e, anche andando oltre la sola richiesta di leggi, a interventi economici specifici? 

È una questione che impatta principalmente le persone meno abbienti. Coloro che dispongono di maggiori risorse economiche riescono a restare ai margini degli effetti negativi della turistificazione, essendo in molti casi agenti promotori. Nel caso degli effetti della crisi climatica è vero che non scappa nessuno, ma i più ricchi possono permettersi cure mediche private, il che spiega perché sono in grado di svendere la sanità pubblica online. 

Esiste una classe politica legata alle lobby della costruzione e del turismo, che opera al loro servizio, ignorando completamente le richieste concrete provenienti dai movimenti. Le nostre richieste includono: moratorie turistiche, limitazioni all’acquisto di case da parte di stranieri, un’ecotassa solida e la fine dei progetti illegali. Questi sono i punti di partenza per un cambio di modello profondo. La moratoria approvata anni fa dal Governo delle Canarie, che permetteva di continuare a costruire alberghi a 5 stelle, non è sufficiente perché questi progetti si devono fermare tutti.

È come se la classe politica vivesse in una realtà separata e non percepisse l’impatto della turistificazione e della crisi climatica sulla nostra isola. Esistono le persone comuni e poi chi comanda, al servizio dei lobbisti, i quali a loro volta sono interessati solo a sfruttare il più possibile il territorio delle Canarie, nel minor tempo possibile, per il massimo profitto diretto. E se nel farlo distruggono risorse naturali, passano sopra al territorio, alla cultura locale, causano lo spiazzamento della popolazione, contribuiscono al cambiamento climatico, distruggono specie locali, peggiorano le condizioni di lavoro e aumentano lo stress, non gliene importa nulla perché contano solo i loro benefici.

Il Governo precedente, teoricamente progressista e attento alla natura e al territorio, ha aspettato la fine della legislatura per cominciare a sostenere le posizioni dei movimenti. Hanno avuto quattro anni per limitare l’acquisto di case agli stranieri e per chiedere una moratoria turistica: perché non l’hanno fatto? Neanche l’auto-denominato «governo più progressista della storia delle Canarie» si è avvicinato alle richieste dei movimenti ecologisti. Al contrario, hanno sfruttato il movimento ogni volta che hanno potuto solo per ottenere più voti.

*Tiare Gatti Mora, laureata presso la King’s College London, è una giornalista italospagnola che collabora come giornalista audiovisiva e militante con media e organizzazioni italiane, spagnole e anglosassoni. Ferdinando Pezzopane studia Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione presso l’Università degli Studi di Torino, è attivista del Collettivo di Comunicazione Chrono. 

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giovedì 17 agosto 2023

Non può salvare il pianeta chi l’ha devastato - Paola Imperatore

 

La risposta alla crisi ecologica non può essere delegata alle Istituzioni che in questi anni l'hanno prodotta. Le comunità locali devono riprendersi il diritto di scrivere la propria storia

Di fronte alle devastanti conseguenze della crisi climatica, denunciata da anni da scienziati, scienziate e movimenti sociali, si è andata diffondendo una narrazione, squisitamente ideologica, che ritiene possibile sfidare l’attuale crisi solo attraverso la cooperazione di istituzioni nazionali/transnazionali, aziende e cittadini. Come argomentato dal sociologo Razmig Keucheyan in La natura è un campo di battaglia, questa narrazione appiattisce gli antagonismi esistenti e ignora che questa devastazione ambientale, per quanto di ampie dimensioni, ha dei responsabili ben definiti e delle vittime predestinate e si incrocia con altre dimensioni di oppressione (di classe, di razza, di genere e di specie) che ne rafforzano l’impatto.

Raccontare la sfida al cambiamento climatico come processo che può darsi tramite l’impegno congiunto di istituzioni, aziende e cittadini significa rimuovere una questione centrale: che la crisi ecologica è intrinsecamente legata al fallimento del modello della democrazia rappresentativa che, pur proponendosi come l’unico capace di mediare tra i diversi interessi presenti nella società, si è invece rivelato una stampella per chi ha l’interesse del profitto.

Il caso italiano ne è un esempio. Le mobilitazioni che da anni attraversano lo stivale per difendere i territori dalla costruzione di grandi opere inutili e dalla devastazione ambientale hanno svelato le contraddizioni dell’ambientalismo istituzionale che, da un lato, omaggia Greta Thunberg e, dall’altro, non perde occasione per rilanciare il Tav Torino-Lione come opportunità di crescita economica, misurata ancora una volta in termini di Pil e non di benessere delle comunità. 

La lotta a difesa della terra si è presto estesa a una lotta contro i governi che, pur cambiando nel corso degli anni, hanno mantenuto continuità nel rapporto col dissenso espresso dai territori proseguendo su due linee di azione: la militarizzazione e l’accentramento dei poteri decisionali. All’interno di questi conflitti, la tensione tra democrazia top down e democrazia bottom up, tra locale e nazionale, tra necessità dei territori e interessi speculativi di pochi, si è inasprita sino a divenire centrale nel dibattito dei movimenti contro le grandi opere.

Intorno ai conflitti ambientali si è plasmato in quest’ultimo decennio un modello di gestione del dissenso e si è ridefinita una visione alternativa di democrazia. Se la Valsusa in questo senso ha fatto scuola, mettendo in atto pratiche di resistenza capaci di porre al centro del dibattito la questione centrale del «chi decide sui territori», anche la controparte ha sperimentato proprio in questa valle dei modelli repressivi poi diventati un esempio da perseguire altrove. 

Sebbene inizialmente i tentativi di dialogo tra istituzioni e oppositori del Tav vi siano stati, si sono rivelati inutili nel momento in cui è emerso che si poteva discutere del tracciato ma non dell’opportunità di costruire l’opera. Ed è qui che si annida la questione centrale: ciò su cui non vi può essere confronto è sul rifiuto totale di un progetto. La macchina del progresso deve andare avanti. 

Per ovviare le tensioni che sempre più frequentemente si sono generate e continuano a generarsi intorno all’uso del territorio, mercificato e messo a profitto da un galoppante e insaziabile neoliberismo, si è costituito nel 2004 l’osservatorio Nimby Forum che, attraverso attività di «informazione» e coinvolgimento dei cittadini, ha l’obiettivo di rendere accettabili agli occhi delle comunità locali opere e attività estremamente discutibili puntando sul rilancio occupazionale ed economico di territori che il mercato ha depredato e ora vorrebbe salvare. Questo osservatorio, finanziato da istituzioni politiche e da aziende coinvolte nella costruzione stessa delle opere contestate, rappresenta in modo chiaro l’idea di coinvolgimento e partecipazione delle élites politiche ed economiche. Una partecipazione che non può mettere in discussione il dogma del progresso, non può esprimere il proprio radicale dissenso, ma deve essere ricondotta nell’alveo del buon cittadino, passivo e conciliante. 

Dati i numerosi attriti tra locale e nazionale in merito ai progetti infrastrutturali, il partito trasversale del cemento ha deciso di accentrare i poteri in poche mani. Si tratta di un processo inaugurato con la Legge Obiettivo del 2001 del governo Berlusconi e proseguito nel 2014 con lo Sblocca Italia del governo Renzi. Esautorando i livelli di governo locali delle loro competenze in materia si è cercato di velocizzare l’iter decisionale vanificando i tentativi delle comunità locali di fare pressioni sui livelli governativi a loro più vicini. Lo Sblocca Italia, in questo senso, ha rappresentato un ulteriore step nel processo di involuzione autoritaria nella gestione del dissenso proveniente dai territori, prevedendo procedure semplificate e in deroga al codice degli appalti che, tradotto, significa riportare competenze prima concorrenti tra Stato e Regioni nelle mani del primo e con maggiori rischi di corruzione nella costruzione di opere pubbliche. Inoltre, con lo Sblocca Italia, vengono dichiarate opere di «interesse strategico» nazionale tutte le infrastrutture legate all’uso di petrolio e di gas, come il Tap, con conseguenze in termini di potere decisionale riconosciuto allo Stato e di misure emergenziali a cui ricorrere a difesa dell’interesse strategico. È, ad esempio, appellandosi a quest’ultima ragione che nel 2017 ancora il governo a guida Pd decide l’istituzione di una zona rossa nei pressi del cantiere di Melendugno per difendere la multinazionale azero-svizzera Tap dalle contestazioni della popolazione che si stava opponendo all’eradicazione degli ulivi per far spazio al cantiere. 

L’incapacità delle istituzioni di dialogare con gli oppositori, o forse l’interesse delle élites politiche a difendere gli interessi speculativi, ha inevitabilmente spostato lo scontro dalle istituzioni alle piazze o, per meglio dire, ai territori, e la repressione spesso è sembrata essere l’unica risposta. Dai Daspo alle zone rosse, dai processi alle manganellate, vi è stato un tentativo capillare di disincentivare ogni forma di protesta limitando, tra l’altro, la libertà di circolazione degli abitanti.

La risposta muscolare dello Stato tramite la militarizzazione, in Valsusa come a Chiaiano, a Melendugno come a Niscemi, mostra essenzialmente la volontà delle istituzioni di rifuggire da un confronto politico trattando la protesta come una questione meramente di ordine pubblico e criminalizzando il dissenso. In numerose occasioni il conflitto è stato spostato nelle aule dei tribunali, arrivando al punto di sventolare l’accusa di terrorismo contro gli attivisti, come si è tentato spesso di fare con il movimento No Tav e più recentemente con gli attivisti sardi di A Foras contro le basi militari nell’isola. I recenti decreti sicurezza emanati dal passato governo giallo-verde sono andati nella stessa direzione, reintroducendo il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999, e così criminalizzando una delle pratiche di resistenza più comuni tra i movimenti a difesa della terra. 

Sarebbe fuorviante pensare questi casi come delle eccezioni. Queste lotte, piuttosto, hanno messo in evidenza il modo in cui ordinariamente il sistema interagisce col dissenso. 

Il merito dei numerosi movimenti che negli ultimi vent’anni hanno animato il paese, è quello di essere riusciti a intrecciare in modo indissolubile la dimensione ecologica e quella democratica svelando le dinamiche di potere in un conflitto evidentemente asimmetrico e sollevando con irruenza un interrogativo: chi ha diritto a decidere sulle nostre vite e sui nostri territori? Perché delegare la decisione a chi difende gli interessi privati di pochi a danno delle collettività?

Questo breve excursus di atti e decreti, più che restituire una cronistoria del rapporto tra governi e istanze ambientaliste nel contesto italiano, serve a ragionare sulla retorica dominante nell’attuale fase politica. Questa narrazione tende a indicare l’umanità tutta – indistintamente da classe, razza e genere – come responsabile dei catastrofici stravolgimenti del pianeta che hanno condotto a una nuova era geologica (antropocene) e come protagonista, oggi, di una sfida che ci vede tutti alleati. 

Questa alleanza tuttavia non è possibile nella misura in cui i politici italiani – e non solo – continuano a investire in opere anacronistiche ed energivore basate ancora sui combustili fossili, come Tap, Rete Adriatica o Galsi, pur riempiendosi la bocca di parole e promesse di un futuro ecologico. L’idea di «green» che mercati e Stati vorrebbero attuare l’abbiamo conosciuta alle numerose Conferenze per il Clima e ai vertici internazionali. Ma anche a Milano, nel 2015, con Expo, dove dietro allo slogan «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita» si è consumato l’ennesimo mega-evento fatto di debito, cemento e precarietà ma anche di corruzione e di redditizie opportunità per i grandi brand come Nestlè, Coca Cola, Enel o McDonald di presentarsi con un nuovo volto e per altre, come Eataly o Slow Food, di accaparrarsi una fetta di mercato costruito sulla strumentalizzazione delle istanze green.

Tenendo conto dell’intersezione tra questi aspetti, è evidente che la risposta alla crisi ecologica non può essere delegata a chi l’ha prodotta imponendosi sulle comunità, quelle che per prime hanno pagato il conto di un mercato predatorio che considera la deturpazione dell’ambiente, con tutto ciò che ne consegue, come esternalità negative da mettere a valore. La ricerca di una soluzione non può essere consegnata nelle stesse mani che hanno avvelenato e saccheggiato il pianeta e che hanno represso fisicamente e giudiziariamente chi ha provato a smascherare questo sistema e a difendere il diritto, individuale e collettivo, a vivere sul proprio territorio.

Questa sfida è stata già colta da anni dai movimenti contro le grandi opere inutili e imposte e oggi assunta dai Fridays For Future che sono stati capaci di legare, con efficacia locale e globale, lotta sui territori e lotta al cambiamento climatico. La rotta può essere invertita solo accogliendo la proposta proveniente da questi soggetti di ripensare radicalmente modelli decisionali e organizzativi che partano dalle necessità delle comunità di poter decidere per il proprio futuro e per il proprio presente. Questo significa anche disinnescare il processo individualizzante e atomizzante che caratterizza il sistema capitalista e ripensarci come comunità, ricomponendo quella tensione individuo-collettivo, termini che appaiono nel nostro tempo antitetici a causa di una retorica incentrata sulla competizione e sul darwinismo sociale.

Le lotte di cui parliamo sono state e sono tutt’ora fondamentali laboratori politici dove queste riflessioni sono maturate e hanno messo radici, e dove le comunità, basate su una comunione di intenti piuttosto che su un senso identitario escludente, si sono ricostruite e hanno posto in modo incontrovertibile la rivendicazione dell’autodeterminazione. Del diritto, per dirla con le parole usate dal movimento No Tav, di scrivere la propria storia.

*Paola Imperatore è dottoranda presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro dell’Opi (Osservatorio su Politica e Istituzioni) e del PoliCom. Attivista di Non una di meno Pisa, ha scritto per Gaia, Commonware, Il Ponte e altre riviste.

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giovedì 20 gennaio 2022

La vulva in fiamme - Martina Carpani *


La campagna per il riconoscimento della vulvodinia mette in discussione i paradigmi biomedici della medicina patriarcale e indica la malattia come un potente terreno di lotta

Nel dibattuto sul ruolo della medicina che ha infuocato i talk show e i social network negli ultimi anni pandemici, è stata lasciato poco spazio al punto di vista diretto di chi vive l’esperienza di una malattia cronica e prova sulla propria pelle i limiti della medicina e le disuguaglianze del Sistema sanitario nazionale. 

Il 23 ottobre dello scorso anno il movimento femminista Non Una Di Meno ha portato in piazza la campagna «Sensibile-invisibile», nominando per la prima volta nello spazio pubblico parole tabù e discriminazioni abiliste, di genere e di classe vissute da chi si confronta giornalmente con vulvodinia, endometriosi e fibromialgia. Il Comitato Vulvodinia e Neuropatia del Pudendo, animato dalle associazioni di pazienti e dal personale medico-sanitario, ha avviato contestualmente una campagna politica per promuovere il riconoscimento della vulvodinia nei livelli essenziali di assistenza del Sistema Sanitario Nazionale, al fine di garantire tutele sanitarie, economiche e lavorative a tutte le persone che ne soffrono. 

Spesso questo tipo di lotte sono declassate a battaglie di retroguardia poco generalizzabili e poco interessanti, se non per solidarietà – e a tratti pietismo – verso le donne e le persone amiche che ne soffrono. Invece, utilizzando la pratica femminista che rende il personale politico e facendo lo sforzo di eliminare la lente abilista che oscura il nostro sguardo – ossia la convinzione-norma che tutte le persone siano «sane» e abbiano un corpo abile, da cui deriva la prassi di considerare «eccezione» e dunque soggetto discriminabile tutte le persone che non lo sono – è possibile analizzare quanto sia politica e attuale l’esperienza «sociale» di una malattia sottodiagnosticata che coinvolge 1 donna o persona con vulva ogni 7 e che rappresenta un esempio vivo di come mettere a critica la medicina, pur rivendicando con forza il servizio pubblico.

Cinquant’anni fa, nel pieno dei moti femministi, faceva il giro del mondo il libro Our Bodies, Ourselves del Boston Women’s Health Book Collective, scritto dalle donne per le donne, che ha portato migliaia e migliaia di donne in tutto il mondo a riappropriarsi delle conoscenze sul proprio corpo e a iniziare una feroce critica alle istituzioni della medicina patriarcale, grazie a una dialettica virtuosa tra saperi di natura scientifica ed esperienze delle donne. Scrivono le autrici: 

Fu per noi un’esperienza politica fondamentale: scoprire che non disponevamo di quasi nessun controllo sulla nostra vita e il nostro corpo; uscire dall’isolamento per imparare l’una dall’altra le cose di cui avevamo bisogno; sostenerci reciprocamente nel chiedere i cambiamenti che il nostro nuovo atteggiamento critico indicava come necessari. In quel momento abbiamo preso coscienza del nostro potere in quanto forza politica e sociale in grado di operare cambiamenti.

Da quel momento a oggi, molto è certamente cambiato, ma sul corpo delle donne esiste ancora un grande problema culturale, tanto da renderlo ipersessualizzato e al contempo costantemente negato. L’antropologa femminista Christine Labuski nel suo It hurts down there, the bodily imaginaries of female genital pain racconta che tutte le donne con vulvodinia che hanno varcato la porta dello studio medico in cui ha svolto la sua ricerca non abbiano mai usato le parole «mi fa male la vulva». La percezione è che manchino le parole giuste per descrivere il dolore, non solo nei manuali degli studi medici, ma anche e soprattutto nelle nostre vite di donne e persone con vulva. È anche questa una delle tantissime conseguenze negative dell’assenza di un’educazione sessuale e di un’educazione al corpo che non deleghi solo al personale medico il riconoscimento dei sintomi: non renderci capaci di capire e percepire il nostro corpo in tutte le sue manifestazioni, comprese quelle dolorose.

Bruna Orlandi nel suo libro Nonostante, libera. narra la sua storia di vulvodinia esordendo con queste parole: «Parlerò della vulva per emanciparla dal falso mito che la ammanta e la vede solo come portatrice di piacere. Come ogni parte del corpo può far male, ammalarsi ed essere curata, tuttavia è ad alto indice di sconvenienza sociale manifestarne il dolore».

La vulvodinia è, infatti, una malattia cronica imprevista sia dal punto di vista medico che dal punto di vista sociale, definita in letteratura come dolore vulvare che si protrae per oltre tre mesi. Si presenta con sintomi di tipo spontaneo o provocati dal contatto, quali bruciore, sensazioni di spilli, scosse elettriche e lacerazioni, spesso accompagnata da contratture del pavimento pelvico e da una sofferenza del nervo pudendo. 

In medicina è considerata una tra le cosiddette «contested illnesses» che sfidano il paradigma biomedico positivista. La diagnosi avviene per esclusione da altre patologie, attraverso il cosiddetto «swab test», grazie al quale, praticando pressione con un cotton fioc, si verifica la presenza di un dolore intenso anomalo, riconoscendo la sola esperienza di dolore della persona come prova inconfutabile dell’esistenza del dolore stesso. Gran parte del personale medico-sanitario non solo non è formato per diagnosticare questa patologia, ma – come accade per la fibromialgia – ne mette in discussione la stessa esistenza, nonostante la larga diffusione e il riconoscimento nella letteratura medica internazionale, a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Il racconto portato in piazza e diffuso sui social da tantissime è quello di anni di totale invalidazione dei sintomi da parte del personale medico. Ciò è, infatti, diretta conseguenza del paradigma positivista biomedico che non riconosce il dolore senza causa organica o le sue manifestazioni fuori dallo «standard» e che, pur di non aprirsi a una crisi epistemologica, scarica violentemente su di noi i propri limiti sotto forma di colpa individuale, usando l’espediente della critica ai nostri stili di vita per mettere in discussione l’esperienza soggettiva del dolore. La lista di «è tutto nella tua testa», «per le donne è normale soffrire» e «sei stressata ultimamente?» che ci siamo sentite dire non è un caso, ma conferma che la medicina patriarcale utilizza una lente sessista per formulare diagnosi e ipotesi mediche, svaluta e discredita il dolore delle donne, costantemente normalizzato come «castigo di genere» o «eccesso di fragilità». 

In realtà, sebbene la causa della vulvodinia non sia univocamente determinata, è stato individuato un ventaglio di possibili eventi – o cluster – di diversa natura che innescano una percezione alterata del dolore, tra i quali anche quello psicosessuale. Secondo le maggiori ricerche, l’eventuale origine psicosomatica del dolore, anche quando presente, non giustifica in nessun modo l’approccio medico che nega la sua esistenza e che costituisce invece una manifestazione della violenza di genere istituzionale. Anzi, secondo i maggiori studi, tantissime donne vivono depressione, ansia e altre conseguenze psicologiche come conseguenza e non come causa della malattia, proprio a causa di anni di soprusi e dolore non riconosciuto, sia dai medici che dalla società.

La storia clinica di centinaia e centinaia di donne rifiutate dalle istituzioni sanitarie come «moderne isteriche», dimostra quindi come la propaganda della «iper-razionalità» medica, esemplificata da alcuni tristemente noti divulgatori scientisti che si sono distinti anche in questi anni di pandemia, non sia solo profondamente errata, ma soprattutto facilmente riutilizzabile a danno dei soggetti marginalizzati, sui cui corpi non esiste adeguata ricerca medica, in quanto – parafrasando Johanna Hedva ne La teoria della donna malata – non conformi all’inarrivabile paradigma di salute abile, bianco, non stressato e benestante costruito dalla nostra cultura. 

Secondo Vulvodinia Online, la vulvodinia ha un ritardo diagnostico medio di quattro anni e mezzo ed è diagnosticata dopo aver consultato diversi specialisti. In questo limbo, la maggiore fonte di informazione in merito alla malattia è lo spazio virtuale, unico luogo dove il dolore viene legittimato e trova un nome. Grazie ai gruppi social e ai siti web delle associazioni, tantissime scoprono l’esistenza della parola «vulvodinia» e iniziano la sfilza stressante di visite presso i pochissimi specialisti formati e consigliati da altre donne, quasi tutti nel settore privato e con un anno di lista d’attesa. Internet, lo stesso luogo messo alla gogna dall’opinione pubblica per la diffusione di informazioni sbagliate in ambito medico, risulta in questo caso uno spazio fondamentale di autodifesa dal gaslighting medico, poiché rappresenta – nel pieno delle sue ambiguità e dei suoi rischi – l’unico spazio di conoscenza accessibile per le persone malate tagliate fuori dalla sanità pubblica e dalle fonti di conoscenza «ufficiali». 

Questa esperienza diretta di migliaia di donne rappresenta un forte squarcio nella narrazione della medicina come divulgabile solo «dagli addetti ai lavori» che non va affatto in una direzione «antiscientifica». Rivendicare la medicina come scienza non esatta e non neutra, le conoscenze sulla salute come saperi collettivi e non elitari, l’esperienza dei nostri corpi come parte fondamentale e attiva del processo di costruzione del sapere medico, darsi occasione di riconoscerci tra pari, ognuna nei sintomi dell’altra, scambiarsi conoscenze per poter diminuire il rapporto di potere medico-paziente non significa aprire uno spazio «antiscientifico», ma riaprire un processo virtuoso che viene dalla tradizione dell’autocoscienza femminista e che considera la medicina come un sapere necessariamente aperto e fondato sull’integrazione tra saperi di natura diversa, tra i quali sicuramente l’esperienza del corpo.

Se i consultori fossero ancora il luogo autonomo di produzione di saperi femministi, di sensibilizzazione pubblica e di raccolta dei bisogni di cura di donne e persone con vulva per cui sono nati, potrebbero essere il luogo di confronto dialettico tra le istituzioni mediche e i processi di mutuo aiuto e produzione di saperi sulla salute elaborati dalle donne e dalle soggettività dissidenti. Oggi, invece, mancano luoghi, strumenti e processi di apertura del sapere medico alla società, che integrino le conoscenze scientifiche con le ricerche antropologiche e sociologiche e con i processi di raccolta dei bisogni di cura, che orientino le priorità di ricerca in base ai bisogni sociali e a criteri diversi dal profitto. Sembra assurdo, infatti, che una malattia che colpisce il 15% della popolazione assegnata femmina alla nascita sia passata per anni inosservata e sottodiagnosticata, persa nelle carenze della medicina territoriale e nell’arroganza della medicina specialistica.

A seguito della diagnosi, la vulvodinia porta con sé, secondo le associazioni di pazienti, una spesa mensile media di oltre 300 euro, necessaria per accedere all’indispensabile trafila di farmaci, manipolazioni ostetriche o fisioterapiche settimanali, visite specialistiche e controlli, che corrispondono a una spesa mensile pari a quasi il 20% dello stipendio netto medio di una lavoratrice dipendente. La cura è dunque un percorso a ostacoli particolarmente estenuante che risulta sostenibile solo da parte di donne bianche, cis, del nord Italia e di ceto quanto meno medio, pur con grandissime difficoltà economiche ed emotive. Per le donne del sud Italia lontane 800 km dal primo centro specializzato, per le persone meno abbienti, razzializzate, precarie, trans o con difficoltà linguistiche la possibilità di accedere alla cura è fortemente limitata, poiché il sessismo della discriminazione medica è attraversato da altre disuguaglianze e violenze istituzionali.

C’è urgenza che tutto questo cambi, perché, anche se di vulvodinia non si muore, con la vulvodinia non si vive. In un mondo che fa scandire all’abilismo i ritmi del lavoro produttivo e riproduttivo, poter ascoltare il dolore del proprio corpo e il livello del bruciore spontaneo delle proprie vulve è un privilegio incompatibile con la maggior parte degli impieghi e del carico di lavoro domestico. L’imprevisto dolore alla vulva non dà diritto alla malattia, né al riconoscimento di percentuali di disabilità, neppure per chi di noi ha fitte spontanee lancinanti, anzi, spesso richiede di iniziare un secondo lavoro per poter sostenere il costo delle cure. 

Inoltre, il fatto che la malattia colpisca proprio la vulva, rappresenta un imprevisto sociale in una società fondata su relazioni sessuali e romantiche ancora troppo ancorate al modello patriarcale. Per molte donne cis, specialmente eterosessuali, vivere la vulvodinia significa fare i conti con lo stigma causato dall’impossibilità di aderire alle norme di genere della cultura patriarcale dominante, vuol dire sentirsi «donne rotte», «donne inadeguate», «donne a metà», come raccontano le ricerche sociologiche che parlano di vulvodinia. 

Come cinquant’anni fa, dunque, oggi diverse generazioni di vulvodiniche si sono accorte di non sapere ancora abbastanza del proprio corpo, di subire collettivamente ingiustizia e abusi di potere. Elaborando il ruolo di «soggetto imprevisto», donne con la vulva in fiamme rivendicano la propria esistenza medica e sociale, la propria espressione erotica e la propria desiderabilità nonostante la malattia. Grazie alla sorellanza e a esperienze di mutuo aiuto, gruppi di malate rivendicano l’altalenarsi del proprio stato di salute e del proprio stato emotivo senza autogiudizio, rifiutando quella «cultura del dolore» socialmente costruita e rafforzata dai media, che non lascia spazio alle micro-resistenze quotidiane ma rafforza solo narrazioni pietistiche della malattia. Soprattutto ancora oggi sperimentano il potere di unire insieme i corpi malati – con forme e modalità compatibili con lo stato del dolore – nella lotta, con l’urgenza di pretendere la gratuità delle cure per tutte, formazione medica obbligatoria sui nostri corpi e un centro pubblico specializzato in dolore pelvico in ogni Regione, per lanciare un j’accuse alle istituzioni mediche patriarcali ed alla «cultura dell’essere sani». 

Nelle contraddizioni della medicina e della cura istituzionale, in una pandemia globale la cui gestione appare scaricata sempre più sulle persone che hanno corpi più esposti alle potenziali conseguenze avverse del long Covid, la malattia è uno spazio politico poco esplorato che andrebbe politicizzato ardentemente, sia per far emergere le contraddizioni del sistema capitalista, sia per rivendicare con ancora più forza l’accesso universale alle cure. Per dirla con Johanna Hedva: «Non avete bisogno di essere aggiustate, mie regine: è il mondo che ha bisogno di essere rifatto».

*pur conscia che tanti uomini trans e tante persone non binarie soffrono di vulvodinia come me, in questo articolo ho scelto di utilizzare il femminile universale e di riferirmi alle donne, in linea con la mia esperienza soggettiva di malattia, grazie alla quale ho riconosciuto con ancora più urgenza la necessità di mettere al centro il mio posizionamento situato. La mia esperienza non ha la pretesa di essere assoluta e sarei felice di metterla in dialogo con quella di altre soggettività.

Martina Carpani, attivista in Non Una di Meno e malata cronica, si occupa di giustizia riproduttiva e salute in ottica femminista e intersezionale

https://jacobinitalia.it/la-vulva-in-fiamme/

lunedì 21 settembre 2020

Cosa diavolo stiamo aspettando? - Luke Savage

Cieli rosso sangue. Intere città bruciate. Popolazioni sfollate. Gli incendi in California e in tutta la West coast sono l'ennesima dimostrazione che servono politiche ecologiche per far fronte a condizioni apocalittiche

All’inizio di questa settimana, i cittadini della Bay Area di San Francisco si sono svegliati con un cielo che sembrava infernale, a causa del fumo che circolava nell’atmosfera e bloccava la luce del sole. È solo una delle tante immagini inquietanti prodotte dagli incendi che attualmente imperversano sulla costa occidentale del Nord America: un disastro che, al momento in cui scrivo, ha già bruciato 2,3 milioni di acri, causato la chiusura forzata di scuole e l’evacuazione di prigioni, e lasciato quasi 200 mila persone senza energia elettrica.

Mentre il fuoco infuria nell’entroterra e in più stati, il peggio potrebbe ancora accadere, superando tutti i precedenti in quella che è già stata una stagione da record di alte temperature e condizioni climatiche secche. Il mese scorso, la temperatura nella Death Valley ha raggiunto 129,9 gradi Fahrenheit (54,4 gradi Celsius), si tratta probabilmente della temperatura più alta mai registrata. Gli incendi sono quasi più inquietanti se visti dallo spazio, un punto di vista che sottolinea la loro portata mozzafiato e la possibilità che eventi simili si diffondano ancora più ampiamente nel prossimo futuro.

Le fiamme stagionali in California, ovviamente, non sono un fenomeno nuovo. Ma un clima sempre più caldo crea le condizioni affinché gli eventi meteorologici – come i fulmini che inizialmente hanno innescato la maggior parte degli incendi attuali – producano effetti più estremi di quanto avrebbero fatto altrimenti. Non è certo un caso che tutte e dieci le stagioni di incendi più devastanti in California si siano verificate dal 2003, successione di eventi che pone il cambiamento climatico al centro dell’attuale crisi. Uno studio del 2018, prodotto nientemeno che dalla prospettiva del nichilismo ambientale dell’amministrazione Trump, ha previsto che queste tendenze continueranno per decenni, con la stagione degli incendi della California destinata ad allungarsi progressivamente.

Le immagini cupe e talvolta distopiche di cieli rosso sangue e edifici incendiati hanno innescato un comprensibile diluvio di reazioni allarmate da parte di eminenti politici liberal. La loro retorica, tuttavia, non deve essere confusa con una preoccupazione effettivamente proporzionata all’entità del problema.

Il governatore della California Gavin Newsom, ad esempio, ha annunciato che «non ha tempo per i negazionisti del cambiamento climatico» nonostante da aprile abbia approvato circa quarantotto nuovi permessi di fracking (strettamente correlato a un aumento delle emissioni globali). Nancy Pelosi, dopo aver respinto con derisione il Green New Deal («Il sogno verde o come lo chiamano»), punta il dito contro il cambiamento climatico sia per gli incendi violenti del suo stato d’origine che per l’uragano del mese scorso sulla costa del Golfo.

Barack Obama, in modo tipicamente ellittico, ha utilizzato Twitter per dichiarare: «Gli incendi nella costa occidentale sono solo gli ultimi esempi dei modi molto reali in cui il nostro clima mutevole sta cambiando le nostre comunità. Bisogna proteggere il nostro pianeta alle urne. Vota come se la tua vita dipendesse da questo, perché è così». Durante i due mandati di Obama alla guida dell’ufficio più potente del mondo, la produzione di gas degli Stati uniti è aumentata di circa il 35%, mentre quella di petrolio greggio è cresciuta di un sorprendente 80%, cosa di cui l’ex presidente si fa vanto.

Questi esempi, e molti altri simili, sottolineano la necessità di una nuova comprensione della negazione del cambiamento climatico che vada oltre il mero riconoscimento della realtà scientifica. Il fatto è che, mentre adesso più che mai i politici statunitensi rispettano le conclusioni di base della scienza ambientale, i leader di entrambi gli schieramenti continuano a perseguire posizioni pretestuose, definendo il cambiamento che deriverebbe da proposte come il Green New Deal come utopico o troppo costoso.

Giudizi del genere sono ormai ancora più vuoti e forzati del solito. Quando è stato sfidato sul presunto irrealismo delle sue politiche climatiche, Bernie Sanders ha giustamente detto di considerarle necessarie, indipendentemente dalla loro ambizione o dal costo.

La stagione degli incendi in California è la peggiore di sempre, le immagini che vediamo sembrano uscite direttamente dalla narrativa distopica e, data la tendenza, ci sono tutte le ragioni per pensare che quella del prossimo anno sarà ancora più dura.

Che diavolo stiamo aspettando?

 

*Luke Savage è staff writer per Jacobin. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.

 

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giovedì 10 settembre 2020

Cultural washing delle aziende petrolifere: il caso Sicilia – Andrea Turco (*)

 «Mi piacciono le città industriali, depresse. Hanno onore e onestà. Sono reali». A gennaio del 2004, un po’ a sorpresa, allo stabilimento petrolchimico di Gela arriva Paco Ignacio Taibo II. Che risponde così a chi gli chiede che ne pensa della cittadina siciliana che era stata scelta da Enrico Mattei in persona come simbolo del riscatto del Sud. Il grande scrittore messicano tiene un ardente reading alla mensa degli operai. I quali però in gran parte si concentrano sul pasto. «Sono delle bestie, noi gli portiamo la cultura e questi pensano a mangiare» dice un dirigente dell’Eni al mio fianco.

Da figlio di un operaio metalmeccanico di quello stesso stabilimento, quel commento sprezzante mi diverte ancora oggi. Da quel giorno ho preso l’abitudine di segnare tutti i finanziamenti del cane a sei zampe verso attività culturali, artistiche, sociali e sportive. In 16 anni Eni, da sola o in partner con altri enti, a Gela ha supportato di tutto. Degli innumerevoli casi se ne citeranno alcuni significativi: 10mila euro nel 2019 al liceo classico Eschilo per la gara di greco Agòn (finanziato sin dal primo anno), 130mila euro nel 2016 per la mostra temporanea di una nave greca al museo archeologico di Gela (che in realtà è stata visibile per poco più di un mese e poi è tornata negli scatoloni), centinaia di IPad e rete wi-fi nelle aule dell’istituto professionale Majorana. Il caso più emblematico però è un altro: a settembre 2013, una settimana dopo uno sversamento di petrolio in mare nel tratto della linea P2 lungo il pontile della raffineria, viene inaugurato il nuovo campo di calcio. Il costo totale del restyling, pagato interamente da Eni, è di 400mila euro. I politici locali si accontentano di un triangolare coi dirigenti a sei zampe e una selezione di vecchie glorie del calcio gelese. Dello sversamento in quell’occasione non parla nessuno. «Così saremo meno antipatici» è l’unico commento che l’allora amministratore delegato della raffineria Bernardo Casa (poi rinviato a giudizio per disastro ambientale) rilascia ai giornalisti presenti. Il campo, manco a dirlo, viene intitolato a Mattei – al quale sono già dedicati l’auditorium dell’istituto industriale Morselli, una scuola media e una succursale in via Picasso, un viale, un busto al centro del quartiere Macchitella, un murales all’esterno dello stadio che rappresenta la storia millenaria della città e nel quale il pezzo centrale è dedicato proprio al fondatore dell’Eni.

«Che tristezza», commenta sconsolato Emilio Giudice, direttore della riserva naturale del Biviere che sorge a pochi passi di distanza dall’ex stabilimento petrolchimico. «Io che ho sempre rifiutato i fondi delle aziende petrolifere, impedendogli così di rifarsi l’immagine,  allora ho sbagliato tutto» aggiunge Giudice, che presiede la riserva per conto della Lipu e da anni partecipa ai tavoli nazionali sulle bonifiche – il territorio della piana di Gela è stato dichiarato Sito di Interesse Nazionale nel 1998. «C’è di peggio. All’interno della riserva esiste un lago, molto importante, che rischia di prosciugarsi perché l’acqua alla fonte ce l’ha Eni, attraverso la gestione della diga Ragoleto. Acqua che tra l’altro non è stata mai affidata neanche al consorzio di bonifica. Quindi alla fine ci si accontenta di briciole, mentre i veri torti restano». Ma a Gela non c’è solo Eni, e non c’è solo la riserva del Biviere. Sulla piana lungo la statale esiste la colonia di cicogna bianca più grande d’Italia, nota perché da tempo ha scelto di nidificare sui tralicci della rete elettrica. La colonia tuttavia è a rischio folgorazione, come certificato da uno studio scientifico, perché Enel non ha ancora messo in sicurezza le strutture. Poi però, nella vicina riserva naturale di Priolo, Enel ed Eni e Lukoil finanziano un progetto di ricostruzione dopo il devastante incendio della scorsa estate. Anche l’oasi naturalistica di Priolo sorge accanto a uno stabilimento industriale, cioè il polo petrolchimico più grande d’Europa che costeggia la costa orientale della Sicilia da Augusta a Siracusa, ed è gestita anch’essa dalla Lipu. Che però in questo caso i doni interessati li accetta eccome. Attenzione, la compensazione ai territori da parte delle grandi industrie è dovuta. Ci vuole però non solo una determinata progettualità ma anche una decisa rivendicazione: ci prendiamo ciò che ci spetta, non quello che ci regalate.

Mentre in Sicilia le multinazionali sono state viste dalla classe politica, dal mondo culturale e del terzo settore unicamente come un bancomat al quale attingere per farsi finanziare microscopici progetti. Spesso con poca attinenza col territorio. Con l’unico risultato di fare da spalla a chi continua a soggiogare intere popolazioni con la propria potenza economica. L’insopportabile dicotomia salute-lavoro si spezza (anche) mostrando e dimostrando che su natura e cultura la Sicilia può farcela da sola. «Si tratta anche di una questione meridionale – converge ancora Giudice – Se sull’Isola le grandi industrie hanno una marcia, in Veneto e in Lombardia ne hanno un’altra. Sugli aspetti ecologici investono molto di più al Nord, nonostante i veri disastri ambientali siano tutti al Sud». 

L’isolamento del direttore della riserva del Biviere a Gela fa il paio con quella dei fratelli Di Modica ad Augusta. Più di vent’anni fa hanno fondato Area Teatro, una compagnia teatrale indipendente, e recentemente hanno realizzato una raccolta fondi per tornare a far girare in tutta Italia uno dei primi spettacoli sul G8 di Genova. Dopo l’articolo sul greenwashing di Eni, pubblicato sempre su Jacobin Italia, sono stato contattato direttamente da Alessio che mi ha proposto di analizzare il «cultural washing», una definizione che ho trovato particolarmente azzeccata. 

«Ci troviamo un po’ alieni e un po’ anomali – racconta Ivano Di Modica –, non solo per il territorio ma proprio per l’approccio. Dopo il Covid la situazione peggiorerà. Le fondazioni e le multinazionali avranno sempre più potere. Ne abbiamo visto un assaggio al teatro greco di Siracusa, che dopo il lockdown ha da poco organizzato una nuova stagione, rinunciando alle classiche e celebri tragedie greche e affidandosi invece a una serie di monologhi, da parte di attori come Luigi Lo Cascio, e con una platea ridotta. Main partner dell’evento la compagnia petrolifera Erg». Nel polo industriale siracusano l’influenza diretta delle grandi industrie è ancora molto netta, soprattutto dovuta al fatto che col passaggio di tre raffinerie dalle italiane Erg ed Esso alle straniere Sonatrach e Lukoil anche i nuovi arrivati cercano di catturare le simpatie della popolazione. Così l’algerina Sonatrach da una parte regala al Comune di Augusta un pullman per disabili (perché quello Esso era guasto), dall’altra finanzia il cinema in piazza, la sagra di tradizioni popolari «Pititti, pittiteddi» a Melilli, le pubblicazioni locali sulla storia patria e altro ancora. «Le industrie non stanno lasciando più un metro libero, hanno occupato tutti gli spazi – afferma ancora Di Modica – Prima bisognava fare la fila e avere i giusti agganci per ottenere i contributi, ora che invece le aziende dell’energia hanno gli occhi puntati addosso per via della rinnovata sensibilità ambientale sono esse stesse a cercare interlocutori. Questo avviene chiaramente anche a livello nazionale, basti vedere il teatro della cooperativa (a detta di tutti gli operatori il teatro più riconosciuto a livello di impegno civile) che ha Eni come main partner della stagione teatrale e dei laboratori per ragazzi». 

Un capitolo a parte poi lo meriterebbe il ruolo delle fondazioni che aziende come Eni ed Erg sfruttano da tempo per promuovere sé stesse come buone e attente ai fermenti che provengono dal territorio. Intanto, rimanendo ai contributi diretti da parte delle major energetiche, anche a Milazzo – il vertice  a Nord del triangolo industriale isolano – le cose non vanno meglio. Nel 2016 la rassegna di cinema e teatro della legalità «Se si insegnasse la bellezza» – una citazione erroneamente attribuita a Peppino Impastato – aveva tra i finanziatori la raffineria di Milazzo (al 50% di Eni e al 50% di Kuwait), mentre ciò non avveniva nell’edizione del 2020, prima che venisse sospesa in seguito al recente lockdown. Gli eventi promossi dalla raffineria di Milazzo vanno dai tornei di basket ai festival jazz fino agli scambi culturali promossi da un’associazione studentesca che si definisce «apolitica» ma che intende «promuovere l’Europa agli europei» (e questa non è politica?). Il 27 luglio intanto lo stabilimento industriale messinese ha vinto una battaglia certamente politica, con il Tar che ha accolto molte obiezioni presentate dalla raffineria di Milazzo e ha bocciato il Piano di Tutela di Qualità dell’Aria, promosso dalla Regione due anni fa e che nelle intenzioni avrebbe dovuto limitare le emissioni degli impianti industriali e costringerle ad adottare le migliori tecnologie disponibili.

«Le raffinerie vincono, al momento, su tutta la linea – è il commento a caldo dei comitati locali che si battono per la difesa del territorio – Dopo la sentenza, non sono obbligate a investire un euro in più nel rinnovamento degli impianti. Ovvero, nessun posto di lavoro nuovo verrà creato, nessuno di quelli esistenti è più sicuro […] Un solco sempre più grande si scava tra territorio e fabbrica, e quando manager e azionisti decideranno di andare, senza preavviso come fatto a Gela, saranno in molti a girarsi dall’altro lato, forse sollevati da una presenza che per decenni ha annerito la loro quotidianità». Un interessante spunto di riflessione per chi vorrà farsi finanziare in futuro sagre, feste, libri, concorsi, rassegne. Avviene anche con A2A, che a San Filippo del Mela gestisce una centrale termoelettrica in attesa di riconversione, e che qui ha sponsorizzato concerti, come quello della Dark Polo Gang a Milazzo lo scorso agosto, l’immancabile festa patronale di san Martino e l’ecoforum di Legambiente «Sicilia munnizza free», per liberare l’Isola dai rifiuti. Strana idea quella di liberarsi affidandosi a chi ti tiene in scacco. 

 

(*) Andrea Turco, giornalista siciliano, scrive di ambiente e temi sociali. Questo articolo è ripreso da jacobinitalia.it dove vale segnalare anche jacobinitalia.it/eni-il-greenwashing-e-servito ma anche jacobinitalia.it/linquinamento-non-ha-prezzo/


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