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giovedì 27 giugno 2024

Chi ha ucciso Ousmane Sylla? - Gianfranco Schiavone


La tragica vicenda del giovane che a febbraio si è suicidato nel Cpr di Ponte Galeria illumina una violenza di sistema iniziata ben prima della detenzione senza reato: astruse scelte amministrative, omissioni e plurime indifferenze verso la fragilità. “L’irrazionalità della normativa è il problema”, spiega Gianfranco Schiavone

Sono passati diversi giorni dal suicidio di Ousmane Sylla avvenuto nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma, ma proprio ora che c’è una certa distanza da quei fatti è necessario ragionare a fondo su una tragedia che, ancor più di altre, mette in luce la dimensione iniqua e violenta del sistema delle espulsioni e dei trattenimenti in Italia e nello stesso tempo impone una riflessione sull’irrazionalità della normativa italiana sull’immigrazione. È a quest’ultima infatti che dobbiamo guardare per comprendere ciò che è accaduto e capire cosa deve essere modificato con la massima urgenza.

Ousmane Sylla era nato il 3 marzo 2002 in Guinea ed era arrivato in Italia da minore non accompagnato: l’intera sua famiglia, genitori, sorelle e fratelli sono rimasti in Guinea dove tuttora si trovano. Da minore non accompagnato ha vissuto in una comunità a Ventimiglia e da neomaggiorenne in una struttura a Cassino dove si sarebbero verificati diversi problemi nella relazione con la struttura di accoglienza che non sono in grado di valutare con i dati di cui dispongo.

Ousmane viene espulso con provvedimento del 13 ottobre 2023 dal prefetto di Frosinone, all’età di 21 anni, entrando così nel meccanismo infernale dell’irregolarità, dell’espulsione e poi della detenzione senza reato. Nessuna condanna penale risulta a suo carico. Perché tutto ciò è accaduto? La norma prevede che il neomaggiorenne, per mantenere la sua regolarità di soggiorno, debba a 18 anni convertire il suo permesso di soggiorno in “studio” o “lavoro”. In alternativa risulta possibile applicare la cosiddetta misura del “prosieguo amministrativo” previsto all’art. 13 della legge 7 aprile 2017, n. 47, detta anche “Legge Zampa” (che molti vorrebbero cancellare o quanto meno ridurne la portata) che dispone che “quando un minore straniero non accompagnato, al compimento della maggiore età, pur avendo intrapreso un percorso di inserimento sociale, necessita di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia, il tribunale per i minorenni può disporre, anche su richiesta dei servizi sociali, con decreto motivato, l’affidamento ai servizi sociali, comunque non oltre il compimento del ventunesimo anno di età”.

Pur nell’ampiezza del dettato normativo il prosieguo amministrativo rimane una misura discrezionale fortemente dipendente da volontà politiche locali e dalla presenza o meno di risorse economiche per proseguire l’accoglienza del neo maggiorenne e quindi viene molto spesso centellinata in modo da garantirla solo ai casi più meritevoli. Possiamo supporre (ma non ne abbiano certezza) che Ousmane abbia avuto accesso al prosieguo amministrativo conclusosi a inizio marzo 2023 o forse anche prima per problemi sorti all’interno della comunità di accoglienza e sia scattato nei suoi confronti il meccanismo del cosiddetto “automatismo espulsivo” previsto dall’art. 13 del Testo unico sull’immigrazione che impone che siano inflessibilmente espulsi quegli stranieri che non sono riusciti a mantenere i requisiti iniziali dell’ingresso o, se, come Ousumane, sono arrivati in Italia come minori non accompagnati, non sono stati in grado di convertire il permesso di soggiorno in studio (ma con quale reddito farlo?) o più generalmente in lavoro autonomo o subordinato, disponendo dunque di un lavoro abbastanza stabile o comunque tale da produrre un buon reddito annuo, nonché di una idonea abitazione attestata da regolare contratto di affitto. La domanda che ci dobbiamo porre è: quanti ragazzi italiani di anni 18 o di 21 sarebbero in grado di disporre di tali requisiti?

La normativa è completamente rigida e non tiene conto del fatto che il neomaggiorenne straniero, al pari di un numero crescente di coetanei italiani, possa trovarsi in periodi di prolungata incertezza di reddito e di lavoro. In tal modo un ragazzo pur radicato in Italia viene subito di fatto “clandestinizzato” e gettato, con burocratico zelo, in una condizione di marginalità e disperazione. Si tratta di una strada senza ritorno perché la perdita del permesso di soggiorno è, per la nostra normativa, un fatto irreversibile e non sanabile, salvo che non intervenga una benevola sanatoria o, nel rispetto del diritto alla vita privata sancito dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (Cedu), il cittadino straniero, nell’ambito di una procedura di riconoscimento del diritto d’asilo (la possibilità di un’istanza diretta al questore per una più snella verifica dei requisiti è stata cassata dalla legge 50/2023, che ha convertito il cosiddetto “Decreto Cutro”) possa dimostrare di avere un adeguato grado di radicamento nel territorio nazionale sulla base di indici quali la durata della sua permanenza e il percorso sociale effettuato in Italia.

È probabile che Ousumane sia rimasto, come tanti altri, un giovane senza nessuno a cui appoggiarsi e che la procedura di cui sopra non sia mai stata esperita finché è, appunto sopraggiunta inesorabile l’espulsione amministrativa che colpisce ogni anno diverse decine di migliaia di stranieri (36.770 nel 2023 secondo i dati forniti dal Dossier statistico immigrazione) su un numero imprecisato, ma elevatissimo, di irregolari che, secondo i dati forniti dal XXVIII Rapporto sulle migrazioni 2022 della Fondazione Ismu si attesta intorno alle 506mila persone.

I provvedimenti di espulsione colpiscono dunque una minima parte degli irregolari e il lettore si chiederà se, di fronte a una evidente sproporzione tra le persone da espellere e le espulsioni comminate, la norma o almeno la prassi prevedano dei criteri di priorità e di proporzionalità. La risposta è no. Nella loro assoluta cecità e automatismo le espulsioni avvengono in modo del tutto casuale: verrà raggiunto dal provvedimento di espulsione lo straniero più visibile, quello che ha “dato fastidio” a qualcuno, quello che viene segnalato da qualche solerte cittadino, quello che incappa in un controllo e così avanti. Non si tratta di un’irrazionalità conseguente a qualche recente modifica normativa, bensì di una caratteristica presente da sempre nella normativa in materia di immigrazione. Già nel 2008 la cosiddetta Commissione De Mistura (dal nome del suo presidente), creata dal ministero dell’Interno per operare un monitoraggio della situazione di tutti i centri italiani (sia i centri di accoglienza sia di espulsione) osservava che “nella legislazione vigente la gran parte delle condizioni di irregolarità di soggiorno trovano come unica risposta l’espulsione. Si genera una spirale caratterizzata dalla produzione continua di provvedimenti espulsivi che risultano ben difficilmente eseguibili sia in ragione del loro numero eccessivo, sia in ragione del generarsi di un circolo vizioso di contrapposizione tra la Pubblica amministrazione e lo straniero” per concludere che “l’approccio normativo complessivo al fenomeno andrebbe profondamente modificato riconducendo l’espulsione alla sua natura di provvedimento necessario da applicarsi come ultima ratio, laddove tutte le altre possibilità di regolarizzare si siano rivelate in concreto non possibili”.

Sono passati 15 anni da allora ma quasi nulla è cambiato nell’irrazionale, iniqua e inefficiente normativa italiana sui soggiorni, e quindi sulle espulsioni.

Nella sua settima Relazione al Parlamento, presentata a giugno 2023, Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha delineato un quadro accurato e sconfortante sull’inutilità delle strutture di trattenimento/detenzione amministrativa degli stranieri: “I dati che vengono descritti nella parte tabellare di questa Relazione sono eloquenti perché indicano che delle 6.383 persone che nel 2022 sono state ristrette nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) soltanto 3.154 sono state effettivamente rimpatriate. Il totale dei rimpatri è stato peraltro molto limitato: 3.916, principalmente in Tunisia (2308), in Albania (58), in Egitto (329), in Marocco (189), numeri piccoli rispetto al clamore frequente delle intenzioni dichiarate […]. Si è trattato, quindi, di una sottrazione di tempo vitale non giustificata di fatto dalla finalità che il primo comma dell’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti umani assume come previsione per la privazione della libertà e che la stessa Direttiva europea sui rimpatri del 2008 (la direttiva Ce/115/2008) ritiene non accettabile perché non caratterizzata da una credibile possibilità di attuare il rimpatrio. Del resto, il dato si è dimostrato non correlato alla possibile durata del trattenimento nei Cpr, perché pur in periodi diversi in cui essa è oscillata considerevolmente, la percentuale di rimpatri non ha mai raggiunto il 60% delle persone ristrette anche per lungo tempo in tali strutture”.

Il grado di efficacia del sistema degli allontanamenti e dei rimpatri coattivi non va tuttavia solo valutato in relazione alla assai ridotta percentuale della esecuzione degli allontanamenti di coloro che sono trattenuti nei Cpr, bensì va valutata nel suo complesso, ovvero gli allontanamenti vanno posti in relazione al numero di espulsioni comminate e, prima ancora, al numero degli stranieri irregolari, tutti astrattamente espellibili. Il risultato è scioccante: uno straniero irregolare su cento viene espulso tramite il tremendo meccanismo della cosiddetta detenzione amministrativa.

Come ha fatto per le espulsioni, il lettore, dopo aver appreso che il meccanismo delle espulsioni è cieco, si chiederà se almeno nel decidere chi trattenere nei Cpr, sussista una norma e una prassi rispondente a principi di proporzionalità e di ragionevolezza. La normativa sul punto dispone che “il trattenimento dello straniero di cui non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione o il respingimento alla frontiera è disposto con priorità per coloro che siano considerati una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica o che siano stati condannati, anche con sentenza non definitiva, per i reati di cui all’articolo 4, comma 3, terzo periodo, e all’articolo 5, comma 5-bis, nonché per coloro che siano cittadini di Paesi terzi con i quali sono vigenti accordi di cooperazione o altre intese in materia di rimpatrio, o che provengano da essi” (Testo unico sull’immigrazione, art. 14 co.1.1).

Se in astratto la norma prevede dunque che il trattenimento avvenga con priorità per le situazioni in cui sussiste un profilo di sicurezza pubblica, o, con discutibile diversa logica, nei casi in cui gli stranieri da trattenere siano cittadini di paesi con i quali l’Italia ha sottoscritto accordi di rimpatrio, nella realtà non accade nulla di tutto ciò. I Cpr sono pieni di stranieri espulsi e trattenuti secondo modalità del tutto casuali, così come casualmente sono stati espulsi: la tragica storia di Ousumane Sylla lo dimostra. Un ragazzo giovane pure incensurato (altro che pericolosità sociale) e pure proveniente da un Paese con il quale l’Italia non ha accordi per il rimpatrio.

È sempre stato così poiché nell’oscuro e violento mondo della detenzione amministrativa nulla cambia con lo scorrere del tempo. Di nuovo, la Commissione De Mistura 15 anni fa: “La presenza, all’interno dei centri, di situazioni diversissime tra loro, sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello dell’ordine pubblico nonché della condizione umana e sociale delle persone trattenute. Tale mescolanza, esasperata dalla elevata presenza di ex detenuti penalizza in modo particolare gli stranieri a cui carico sussistono solo provvedimenti di allontanamento conseguenti alla perdita di regolarità di soggiorno, nonché di persone più deboli e vulnerabili che sono esposte ad un clima di costante tensione e potenziale intimidazione interna ai centri”.

Il giovane Ousmane Sylla, che voleva tornare in Africa, dopo oltre quattro mesi di inutile detenzione si toglie la vita dentro il Cpr di Ponte Galeria a Roma, un luogo di violenza e degrado assoluto come lo sono, senza eccezione e da sempre, tutti i centri destinati alla detenzione amministrativa degli stranieri espulsi. Ma le scelte amministrative, le omissioni e le plurime indifferenze verso la vita concreta di un ragazzo fragile che lo hanno portato a farla finita erano iniziate molto prima.

da qui

venerdì 21 ottobre 2022

CPR: porto franco del diritto, anche alla salute - Mai più Lager - No ai CPR

Se fosse posta la domanda “Secondo Lei in Italia è ammessa la sanzione della privazione della libertà personale in assenza di commissione o imputazione di un reato?”, probabilmente la stragrande maggioranza degli intervistati negherebbe con determinazione tale circostanza, certa di vivere in un Paese dalle solide radici democratiche.

Se poi fosse fatto presente il contrario - cioè che nel nostro Paese è invece possibile il trattenimento in una struttura carceraria a fronte di un mero illecito amministrativo e che questo (che si chiama “detenzione amministrativa”) è un trattamento riservato alle persone nate in paesi extra UE, sorprese senza un valido titolo di soggiorno, ai fini della loro deportazione al paese di provenienza – ecco che scommettiamo che si stenterebbe a crederlo, non apparendo verosimile l’esistenza nel nostro ordinamento di una così grave espressione - quasi anacronistica e tetramente evocativa - di razzismo istituzionale.

Eppure, queste clamorose eccezioni all’art. 13 della Costituzione, che tutela l’inviolabilità della libertà personale, esistono eccome: se ne trovano esempi nelle c.d. “navi quarantena, negli “hotspot”, nelle “aree sterili” degli aeroporti internazionali; ma soprattutto tale aberrazione giuridica trova il suo emblema in quelle fortezze impenetrabili e senza legge che sono i CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), dove il trattenimento viene eseguito in regime assai simile a quello di massima sicurezza, in sostanziale isolamento dall’esterno, e fino a 120 giorni, in alcuni casi anche fino ad un anno, per i richiedenti asilo.

In Italia ve ne sono dieci (a Milano, Roma, Torino, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Bari, Brindisi, Potenza, Caltanissetta, Trapani) ed in tutti si registrano sistematicamente quotidiani abusi: così è, costantemente, dall’istituzione, con la legge Turco-Napolitano nel 1998, di questo istituto, che attraverso varie denominazioni (le più note: CPT e CIE, prima di CPR) è giunto ai nostri giorni lasciando nel silenzio una lunga scia di sangue. Sono oltre trenta, ad oggi, i morti di detenzione amministrativa, per suicidio (l’ultimo, lo scorso 31 agosto 2022 a Gradisca: un pakistano di 28 anni) o per il “classico” non meglio precisato “arresto cardiaco”: d’altronde, troppo lontana e troppo priva di mezzi economici - quando esiste e viene avvisata - è per lo più la famiglia, per poter reclamare giustizia, e spesso anche per poter rivendicare un corpo da seppellire.

Si tratta di veri e propri porti franchi dei diritti, in primis quello alla salute; un cono d’ombra sui diritti umani generato da un vuoto normativo lasciato alla discrezionalità amministrativa, un campo libero regalato al Ministero dell'Interno e ai Prefetti locali,-cui i CPR fanno capo, che vi stabiliscono liberamente le proprie regole con circolari, prassi e regolamenti. Analoga discrezionalità viene rimessa, nella gestione della quotidianità e nell’applicazione di dette regole, alle forze dell’ordine, presenti in questi centri in misura anche di 1:1 rispetto ai trattenuti, armati, che non disdegnano di intervenire nei moduli abitativi in tenuta antisommossa.

A differenza infatti di quanto accade nel sistema carcerario, per il quale vige la legge sull’ordinamento penitenziario sancente una serie di garanzie, mezzi e figure a tutela della persona reclusa e da questa azionabili, nulla di tutto questo esiste per i CPR.

A farne le spese sono circa cinquemila persone transitanti dai CPR ogni anno, delle quali la metà all’incirca viene in effetti poi rimpatriata (determinante in questo senso l’esistenza o meno di trattati con il paese di provenienza), ma che tutte vengono sottoposte a privazione della libertà personale in luoghi alienanti, ivi tradotti dopo poche ore da quando sono state fermate, spogliate degli effetti personali e spesso anche private del telefono cellulare. L’unico contatto con la magistratura (non togata, perché si tratta di semplici giudici di pace) è dato dalle udienze di convalida: la prima dopo 48 ore e poi una ogni 30 giorni, durano in media cinque minuti, prima dei quali è spesso impraticabile per i legali (anche quelli di fiducia, per chi è abbastanza radicato sul territorio da trovarne uno) colloquiare con il proprio assistito, vista anche l’assenza di servizi di mediazione culturale.

E se non vi sono leggi, non vi sono diritti: non un magistrato di sorveglianza, nessuno che controlli, nessuno cui rivolgersi, nessuno (né la stampa, né la società civile, e neppure i legali) che possa  verificare cosa accada a decine di persone dietro alle sbarre in balia di un imponente numero di agenti.

Gli unici, estranei al personale addetto (che pure cerca di limitare gli accessi allo stretto necessario) a poter fare ingresso nei moduli abitativi senza autorizzazione e preavviso sono i funzionari dell’UNHCR (i cui report sono secretati), i Garanti Nazionale e locali dei diritti delle persone private della libertà personale (cui purtroppo compete anche la funzione di controllo anche delle carceri, e sono quindi oberati), ed i parlamentari nazionali ed europei.

La gestione del centro - e qui una delle principali differenze rispetto all’ordinamento carcerario - è delegata dalla Prefettura ad imprenditori privati selezionati attraverso bandi al ribasso (vince chi offre i servizi previsti, al costo inferiore).

 Inevitabilmente, senza alcun controllo, e senza nessuna possibilità concreta di lamentela da parte dei fruitori, tali servizi restano solo sulla carta, o quando offerti, ne viene offerta solo una parvenza, al fine dell’ottimizzazione del margine di profitto da parte del gestore.

E’ così che risultano in definitiva inesistenti servizi determinanti per la qualità della vita e per la difesa dei diritti dei trattenuti, oltre che della loro stessa dignità: mediazione culturale, informazione legale, consulenza con i servizi sociali, attività ricreative. Ma anche sono ampiamente sotto al limite della decenza i servizi di pulizia (cui spesso si devono dedicare gli stessi trattenuti), di somministrazione del cibo e, soprattutto, la cura della salute.

Perché è così: anche la cura della salute è totalmente delegata al gestore privato interno, il cui compenso è corrisposto dalla Prefettura con il criterio pro capite pro die, ovvero con una sorta di gettone fisso giornaliero moltiplicato per il numero di persone trattenute.

Inevitabili le conseguenze in questo contesto in cui la sanità pubblica è totalmente assente (a differenza che nel sistema penitenziario, dove la salute è gestita dal Ministero della Salute) e in cui lo stesso gestore privato del centro - onerato della cura a proprie spese della salute delle persone affidategli - guadagna per quante più persone, e per quanto più tempo, sono trattenute, in qualunque condizione esse versino: l’abbandono, la degenerazione, nella trascuratezza, delle patologie esistenti e delle dipendenze, l’alienazione, il disagio psichico, l’abuso di sedativi (al fine di prevenire disordini e proteste) e i tentativi di suicidio non sono un’evenienza ma la regola puntuale, il rito che si ripete quotidianamente.

Per l’esattezza, il coinvolgimento della sanità pubblica è rimesso alla diligenza delle stesse Prefetture, che dovrebbero ai sensi del Regolamento Ministeriale stipulare convenzioni con le ASL di riferimento al fine di garantire visite di idoneità obiettive all’ingresso e in caso di subentro di motivi di incompatibilità delle condizioni psicofisiche con il trattenimento, e soprattutto l’accesso alla medicina specialistica presso strutture pubbliche.

Ma nulla di tutto questo accade, e le Prefetture più zelanti stipulano accordi che restano sulla carta. Nessuno ha interesse a che vi siano ingerenze esterne, neppure nella gestione della cura della salute del trattenuto nel CPR. Quest’ultima, pertanto, si divide tra l’ambulatorio interno - dove la presenza dei medici è sporadica e si trovano per lo più sedativi (in particolare, Rivotril) - ed il Pronto Soccorso, quando si arriva al punto di dovervi o anzi potervi fare ricorso. Moltissimi sono infatti i trattenuti che praticano autolesionismo (il cutting, la “corda”, il lancio dall’alto per procurarsi lesioni agli arti, l’ingestione di detersivi o pezzi di metallo o vetro) sperando di poter essere ricoverati lasciando la struttura, e magari venire dichiarati inidonei al trattenimento.

Ebbene, esperienza di tutto ciò, anche diretta, come si dirà, è stata fatta ed è quotidianamente rinnovata da Mai più Lager – No ai CPR, Rete fondata da varie realtà antirazziste milanesi nel 2018 (quando Salvini indico Milano quale sede per il futuro CPR lombardo, poi aperto nel settembre 2020), con focus sui CPR e sulla denuncia dell’ipocrisia su cui essi si fondano: come visto, attraverso di essi si sanziona, con una reclusione in violazione dei basilari diritti umani e l’aberrazione della deportazione su base etnica, un mero illecito amministrativo che non può non essere commesso, dal momento che nei fatti il nostro ordinamento non consente né la regolarizzazione di chi si trova sul territorio né un ingresso regolare. Tutto ciò quando il fenomeno migratorio è processo oggettivamente inarrestabile ed inevitabile, prima ancora che conseguenza della legittima rivendicazione di condizioni migliori di vita, specie considerando le gravi responsabilità che l’Europa ha avuto nel mancato sviluppo dei paesi di provenienza di chi ora bussa alle sue porte.

Sulla scorta di tali convinzioni e di detta esperienza, la Rete Mai più Lager - No ai CPR, all’attività di informazione attraverso la divulgazione tramite i propri canali social  di ciò che accade in particolare nel CPR di Milano (con cui ha un filo diretto grazie al centralino e agli avvocati del NAGA ODV), affianca l’organizzazione di eventi di formazione, anche in scuole ed università.

Da circa un anno la Rete ha creato  al proprio interno un ambito specifico dedicato alla Salute, al quale partecipano dottori e studenti di Medicina, ai fini di sensibilizzare la categoria ed informarla sulla realtà in questione, con cui essa può variamente entrare in contatto: per essere chiamata ad effettuare visite di idoneità di accesso ai CPR nelle strutture pubbliche di appartenenza; per svolgere in libera professione  attività alle dipendenze del gestore privato del centro; o semplicemente per l’imbattersi in Pronto Soccorso in un paziente  tradottovi da un CPR. La consapevolezza della realtà di provenienza del paziente, e di sua destinazione una volta dimesso, è essenziale in questo caso per poter esprimere una corretta diagnosi e prescrizione ed eventualmente segnalare l’incompatibilità delle condizioni del soggetto con un siffatto sistema di restrizione in assenza di adeguata (ed imparziale) assistenza medica. Come pure è necessaria, tale consapevolezza, per poter correttamente valutare l’opportunità o meno di contribuire con la propria collaborazione al funzionamento di tali centri.

L’auspicio è che la presa di coscienza sul tema conduca ad una netta presa di posizione e quindi ad una mobilitazione collettiva quanto più ampia e ferma per la chiusura di questi luoghi, quale unica risposta ad uno strumento di razzismo istituzionale che, oltre ad essere incompatibile con una società civile, lede ogni anno dignità e salute di migliaia di persone.

Merita un accenno, infine, in tale contesto, l’attività della Rete consistita negli ultimi due anni nel supporto offerto ai rari parlamentari disposti ad accendere i riflettori su un argomento trasversalmente così scomodo (fu Minniti a disporre nel 2017 che ogni regione avesse il suo CPR, e Lamorgese si è occupata dell'implementazione di tale progetto, oltre che della firma degli accordi che hanno portato ai CPR migliaia di tunisini dal 2020).

Ci riferiamo in particolare al sen. Gregorio De Falco, al cui seguito due attiviste della Rete sono entrate nel CPR di Milano nel 2021 e nel 2022, così potendo dare il proprio supporto alla visita e alla redazione dei due report-denuncia che ne sono conseguiti (“Delle pene senza delitti – Istantanea del CPR di Milano” nel 2021 e “Delle pene senza delitti – Istantanea del CPR di Milano. Un anno dopo” nel 2022, liberamente scaricabili dal web, anche dalla pagina Facebook Mai più Lager – No ai CPR), cui si sono aggiunti anche due esposti alla Procura della Repubblica di Milano: uno per un pestaggio riferito dai trattenuti, occorso nei bagni dopo una protesta per fame, e l’altro per le gravi carenze sanitarie rilevate, per le quali è stata fatta istanza di sequestro del centro.

Per quanto qui rileva, si segnala che il secondo accesso ha visto la partecipazione nella delegazione del dr. Nicola Cocco, medico infettivologo esperto di medicina penitenziaria, che ha potuto incontrare i trattenuti, seppure senza visionare le loro cartelle cliniche, negate dal gestore e dalla Prefettura allo stesso senatore nonostante la delega dei diretti interessati.

Questa la conclusione del dr. Cocco, nel citato report del luglio scorso:

“Considerazione finale: un luogo potenzialmente patogeno.

Da medico infettivologo che lavora nelle strutture penitenziarie della città di Milano, la visita di sopralluogo al CPR di Via Corelli mi spinge ad una sola considerazione conclusiva: tale realtà ha tutte le caratteristiche strutturali (celle, alte mura, cortili angusti), sociali (presenza ipertrofica del personale di polizia, dinamiche di ghettizzazione e isolamento) e simboliche (sbarre) di un carcere italiano, ma senza le garanzie e tutele di salute individuale e pubblica che, dopo tante battaglie e ancora con tanti problemi, almeno formalmente ogni carcere italiano deve avere.

All’interno della Struttura ho rilevato la presenza di soggetti con quadri psichiatrici e di dipendenza da sostanze di difficile gestione se non da parte di personale specializzato e in contesti adeguati.

Tale rilievo, la mancanza di chiarezza del rapporto di convenzione tra l’ente gestore e l’ATS, la mancanza  di protocolli di gestione sanitaria aggiornati e di collaborazioni regolamentate con strutture sanitarie e figure professionali specialistiche all’esterno, mi porta a considerare il CPR di Via Corelli un luogo potenzialmente patogeno per le persone che vi vivono, che va segnalato alle autorità sanitarie competenti  e che necessita di un monitoraggio medico-sanitario costante per evitare l’insorgenza di eventi gravi a livello individuale e/o comunitario. Ritengo ingiusto sottoporre a tali rischi sanitari delle persone di fatto detenute per problematiche di tipo amministrativo e non penale, e lo segnalo alle autorità competenti.”

Non possiamo concludere queste riflessioni senza una considerazione: il CPR di Milano, nel 2014, fu chiuso per le proteste all’interno della struttura, che trovarono valido appoggio nella società civile all’esterno.

E' possibile, e si deve, ora, invertire la rotta.

E a tale processo non può mancare chi ritiene che non possano esistere nel nostro Paese eccezioni al rispetto dei diritti di tutte e di tutti - e in particolare del diritto alla salute - né ambiti di discrezionalità in cui il rispetto della persona e della sua dignità venga negato; specie se ciò accade secondo il discrimine della mera provenienza geografica del portatore di tali diritti universali.

Per info e per ricevere la newsletter Mai più Lager – No ai CPR o per partecipare alle attività della Rete, ivi compresi gli incontri “NoCPR Salute”: noaicpr@gmail.com

Per materiale informativo, foto e video e per il link ai dossier “Delle pene senza delitti” 2021 e 2022: linktr.ee/noaicpr  

 

Mai più Lager -No ai CPR