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domenica 13 settembre 2020

La grande bugia verde delle terre “protette” - Survival International


Trasformare il 30% della Terra in aree protette costituirà il più grande accaparramento di terra della storia e ridurrà centinaia di milioni di persone a vivere in povertà.

 

Al prossimo vertice della Convenzione sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity), i leader mondiali prevedono di accordarsi per trasformare il 30% della Terra in “aree protette” entro il 2030.

Secondo le grandi ONG della conservazione, questa conversione mitigherà i cambiamenti climatici, ridurrà la perdita della fauna selvatica, aumenterà la biodiversità e di conseguenza salverà il nostro ambiente. Ma si sbagliano.

Le aree protette non salveranno il nostro pianeta. Al contrario, aumenteranno la sofferenza umana e in tal modo accelereranno la distruzione degli spazi che pretendono di proteggere, perché l’opposizione locale crescerà. Le aree protette non hanno alcun impatto sui cambiamenti climatici, ed è stato dimostrato che sono generalmente mediocri nel prevenire la perdita di vita selvatica.

È fondamentale che vengano proposte soluzioni concrete per affrontare questi problemi urgenti e che la causa reale – il crescente sovra-consumo, radicato nel Nord del mondo – sia adeguatamente riconosciuta e discussa. Ma è improbabile che ciò accada perché gli interessi che dipendono dai modelli di consumo esistenti per mantenere i benefici acquisiti, sono troppi.

Se il 30% del pianeta sarà “protetto”, chi ne soffrirà? Non saranno certamente coloro che sostanzialmente provocano la crisi climatica, bensì gli indigeni e altri popoli locali del Sud del mondo, che non contribuiscono affatto o ben poco alla distruzione dell’ambiente. Cacciarli dalla loro terra per creare aree protette non aiuterà il clima: i popoli indigeni sono i migliori custodi del mondo naturale e una parte essenziale della diversità umana, che è una delle chiavi per proteggere la biodiversità.

Dobbiamo fermare la proposta del 30%.

 

La verità sulle aree protette

In molte parti del mondo, una “Area Protetta” (PA) è un luogo in cui alle persone che per generazioni l’hanno abitato e considerato casa loro, improvvisamente non viene più permesso di viverci o di usarne l’ambiente naturale per sfamare le proprie famiglie, per raccogliere piante medicinali o per frequentare i luoghi sacri. Il modello è quello che ispirò la creazione dei primi parchi nazionali del mondo, negli USA del XIX secolo, realizzati nelle terre sottratte ai Nativi Americani. Molti parchi statunitensi ridussero in poveri senza terra proprio i popoli che avevano letteralmente creato e alimentato quei paesaggi ricchi di “wilderness”.

Il fenomeno continua a perpetuarsi oggi in Africa e in alcune regioni dell’Asia ai danni di popoli indigeni e di altre comunità. I locali vengono cacciati con la forza, la coercizione o la corruzione. Se cercano di cacciare per nutrire le loro famiglie o semplicemente di accedere alle loro terre ancestrali, vengono picchiati, torturati e abusati dai guardaparco. I migliori custodi della terra, un tempo autosufficienti e con una impronta ecologica più bassa di chiunque di noi, vengono diseredati e impoveriti, e spesso finiscono per aggiungersi alle fila del sovraffollamento urbano. Solitamente questi progetti sono finanziati e gestiti da ONG della conservazione occidentali. Una volta liberato il campo dai locali, arrivano i turisti, le aziende estrattive e altri. Per queste ragioni, l’opposizione locale alle Aree protette è in crescita.

 


Perché dovremmo opporci?

Raddoppiare le aree protette per espanderle sul 30% del pianeta garantirà un peggioramento del problema. Poiché le regioni più ricche di biodiversità sono quelle dove i popoli indigeni sono riusciti a vivere fino ad oggi, saranno proprio quelle le prime aree prese di mira dall’industria della conservazione. Ci troveremo di fronte al più grande accaparramento di terra della storia, che ridurrà centinaia di milioni di persone a vivere in povertà senza terra – e tutto nel nome della conservazione. Raramente la creazione delle aree protette è stata realizzata con il consenso delle comunità indigene coinvolte o nel rispetto dei loro diritti umani. E nulla oggi fa pensare che in futuro sarà diverso. È probabile che aumentare le aree protette finirà con l’aumentare la militarizzazione e le violazioni dei diritti umani.

L’idea di una “conservazione fortezza” – ovvero di dover rimuovere i locali dalle loro terre per poter proteggere la natura – è coloniale. È dannosa per l’ambiente ed è fondata su idee ecofasciste e razziste che, discriminando le persone, decidono quali contano di più e quali invece valgono meno e possono quindi essere sfrattate e impoverite, attaccate o uccise.

L’industria della conservazione sta anche cercando di garantirsi 140 miliardi di dollari l’anno per finanziare questo suo land grabbing.

 

Cosa proponiamo?

Dobbiamo lottare contro questa grande bugia verde.

Se vogliamo seriamente frenare la perdita di biodiversità, il metodo meglio collaudato e più economico è quello di sostenere il più possibile le terre indigene. L’80% della biodiversità del pianeta si trova già lì.

Per le tribù, per la natura e per tutta l’umanità. #BigGreenLie

Aiutaci a fermare la Grande bugia verde! Per favore, scrivi alle Nazioni Unite, ai funzionari europei e britannici che hanno in mano il destino di milioni di persone.

Altre informazioni:

– Mapping For Rights: The ‘Post-2020 Global Biodiversity Framework’

– Articolo ‘New deal for nature: pagare l’imperatore per recintare il vento’

– Articolo ‘I parchi hanno bisogno dei popoli’

– #DecolonizeConservation: i video di Tribal Voice

– Dichiarazione congiunta: le preoccupazioni delle ONG sulla proposta di raggiungere il 30% in aree protette

 

da qui

domenica 12 gennaio 2020

Un mondo Medio da inventare. Lettere di bambini al Sahel - Mauro Armanino



La letterina era assieme a quelle dei suoi compagni di classe. Fanno le elementari alla periferia di Chiavari, in Liguria e si preparano alla prima comunione. E' Cinzia, la loro giovane catechista, che ha parlato loro del Niger, del Sahel e dell'Africa perché sia aprano all’altro mondo. C'è lo scritto di Andrea col disegno di un grande cuore colorato di rosso che si chiede come aiutare i bambini poveri dell'Africa. Segue la letterina di Lorenzo che si domanda come sono mai le case dei poveri e disegna in alto i grattacieli dell'america e sotto, separate da una frontiera, tre piccole case allineate dell'africa, America e Africa sono da lui scritte in lettere minuscole. Termina la sua lettera domandandosi dove mai troveranno il cibo da mangiare. Quanto a Noemi, dello stesso gruppo di bimbi, chide come stanno i bambini bisognosi. Ricorda che, nel corso della lezione, avevano ascoltato le beatitudini e che una di queste affermava che i poveri sono 'beati'. Termina il messaggio chiedendo notizie del confratello rapito con l'augurio che venga presto ritrovato. C'è, infine, la letterina di Marica. Domanda in che cosa consiste la missione qui e se è vero che in Africa aiutiamo i poveri. Dopo il suo ciao si trovano tre mondi disegnati sotto forma di volti, ognuno dei quali porta sopra una scritta. Il mondo povero, con la bocca triste, che chiede aiuto. C'è accanto il mondo ricco, visivamente disturbato, che commenta: guarda quel poveraccio. E infine, sotto i due mondi citati, c'è il terzo, che Marica chiama il mondo Medio che, solo tra i tre, alberga un sorriso.

Il mondo Medio, così definito da Marica nella sua lettera, è il mondo da inventare quest'anno appena cominciato. Un compito apparente fallito in partenza viste le condizioni e il contesto nel quale si è venuto a trovare il nostro Sahel. Un mondo Medio che potrebbe apparentarsi a quello di Utopia, di Thomas Moore, nato per contestare il disordine esistente al momento. Non si tratta del progetto della cosiddetta Terza Via che, strada facendo, ha perduto ogni credibile ragione d'essere, quanto di un mondo da creare, inventare, esperimentare e tentare. Nè poveri nè ricchi, lascia intravvedere il disegno di Marica che, anche nel nome attribuito al suo mondo, lascia spazio sufficiente alla fantasia che solo i bambini lasciano libera di migrare. Certo, gli scritti citati, alcuni tra i tanti ricevuti, non danno indicazioni di metodo e di strategia per disegnare questo nuovo mondo chiamato, per felice intuizione, Medio. C'è però una precondizione va posta all'inizio del cantiere di lavoro. Si tratta dello sguardo che potremmo definire 'rovesciato' sulla realtà dei mondi che ne determinano la nostra lettura. Denaturalizzare la povertà o la miseria implica, proprio come ha ingenuamente fatto Marica, mettere in relazione il mondo povero e il mondo ricco. Uno non sta senza l'altro e uno esiste perchè c'è l'altro. I due mondi disegnati, ognuno col volto adattato al contesto, sono realtà che si specchiano una nell'altra. Ai poveri, per diritto, appartiene il mondo.

Marica, coi suoi 9 anni di età, ha disegnato l’essenziale perché i bimbi vanno per intuizioni. Essi sanno bene che il mondo MEDIO è quello del possibile, l'unico reale, frutto della fantasia e dell'utopia che accompagna i sogni di un mondo altro. In un'altra lettera, mandata per mail dai genitori e scritta da Giorgina, lei afferma testualmente che darà la metà del suo salvadanaio per coloro che, come lei, hanno diritto di mangiare e andare a scuola. Cose da bambini e cose da grandi, e cose dell'altro mondo, cose da mondo Medio. Perchè il mondo Medio in gestazione, prima denaturalizza la povertà, poi accusa la ricchezza e infine insinua la solidarietà. Nè lei, Andrea, Lorenzo, Noemi o Marica sanno quanto accade nel Sahel. Non immaginano lo sfruttamento endemico delle risorse minerarie, il degrado ambientale, l'assenza dello stato in vaste zone della regione, l'insurgenza dei gruppi armati che seminano terrore, sofferenza e esacerbano le divisioni esistenti nelle società. Difficilmente potrebbero capire le connessioni politiche e le complicità che hanno facilitato il processo che si sviluppa ormai da anni in questo spazio cosi' provato dai cambiamenti climatici e demografici. Proprio per questo, Marica e gli altri, senza volerlo, hanno disegnato un mondo nuovo, un mondo Medio, un mondo solidale, da inventare ogni giorno.

                                                                     Niamey, gennaio 2020

sabato 27 aprile 2019

un incontro con Pietro Bartolo


Virginia di Vivo, studentessa di medicina, racconta l’incontro con Pietro Bartolo, medico a Lampedusa

Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è «sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute». Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi. Comincia a parlare il tale dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di lallallà. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”.
Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro. Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta:«Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano». Mi perplimo.
Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino – poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.
«Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre.
Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.
«Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio»: mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia.
Mi dimentico dei Pokémon.
«Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo».
Metto il cellulare in tasca.
«Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo».
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.
«Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti lì, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti. Sono uscito a vomitare e a piangere. Sapeste quanto ho pianto in 28 anni di servizio, voi non potete immaginare».
Ora non c’è nessuno in aula magna che non trattenga il fiato, in silenzio.
«Ma ci sono anche cose belle, cose che ti fanno andare avanti. Una ragazza. Era in ipotermia profonda, in arresto cardiocircolatorio. Era morta. Non avevamo niente. Ho cominciato a massaggiarla. Per molto tempo. E all’improvviso l’ho ripresa. Aveva edema, di tutto. È stata ricoverata 40 giorni. Kebrat era il suo nome. È il suo nome. Vive in Svezia. È venuta a trovarmi dopo anni. Era incinta»: ci mostra la foto del loro abbraccio.
«Sì perché la gente non capisce. C’è qualcuno che ha parlato di razza pura. Ma la razza pura è soggetta a più malattie. Noi contaminandoci diventiamo più forti, più resistenti. E l’economia? Queste persone, lavorando, hanno portato miliardi nelle casse dell’Europa. E io aggiungo che ci hanno arricchito con tante culture. A Lampedusa abbiamo tutti i cognomi del mondo e viviamo benissimo. Ci sono razze migliori di altre, dicono. Sì, rispondo io. Loro sono migliori. Migliori di voi che asserite questo».
Fa partire un video e descrive: «Questo è un parto su una barca. La donna era in condizioni pietose, sdraiata per terra. Ho chiesto ai ragazzi un filo da pesca, per tagliare il cordone. Ma loro giustamente mi hanno risposto “non siamo pescatori”. Mi hanno dato un coltello da cucina. Quella donna non ha detto bau. Mi sono tolto il laccio delle scarpe per chiudere il cordone ombelicale, vedete? Lei mi ringraziava, era nera, nera come il carbone. Suo figlio invece era bianchissimo. Sì perché loro sono bianchi quando nascono, poi si scuriscono dopo una decina di giorni. E che problema c’è, dico io, se nascono bianchi e poi diventano neri? Ha chiamato suo figlio Pietro. Quanti Pietri ci sono in giro!».
Sorridiamo tutti.
«Quest’altra donna, invece, è arrivata in condizioni vergognose, era stata violentata, paralizzata dalla vita in giù… Era incinta. Le si erano rotte le acque 48 ore prima. Ma sulla barca non aveva avuto lo spazio per aprire le gambe. Usciva liquido amniotico, verde, grande sofferenza fetale. Con lei una bambina, anche lei violentata, aveva 4 anni. Aveva un rotolo di soldi nascosto nella vagina. E si prendeva cura della sua mamma. Tanto che quando cercavo di mettere le flebo alla mamma lei mi aggrediva. Chissà cosa aveva visto. Le ho dato dei biscotti. Lei non li ha mangiati. Li ha sbriciolati e imboccava la mamma. Alla fine le ho dato un giocattolo. Perché ci arrivano una montagna di giocattoli, perché la gente buona c’è. Ma quella bimba non l’ha voluto. Non era più una bambina ormai».
Foto successiva.
«Questa foto invece ha fatto il giro del mondo. Lei è Favour. Hanno chiamato da tutto il mondo per adottarla. Lei è arrivata sola. Ha perso tutti: il suo fratellino, il suo papà. La sua mamma prima di morire per quella che io chiamo la malattia dei gommoni, che ti uccide per le ustioni della benzina e degli agenti tossici, l’ha lasciata a un’altra donna, che nemmeno conosceva, chiedendole di portarla in salvo. E questa donna, prima di morire della stessa sorte, me l’ha portata. Ma non immaginate quanti bambini, invece, non ce l’hanno fatta. Una volta mi sono trovato davanti a centinaia di sacchi di colori diversi, alcuni della Finanza, alcuni della Polizia. Dovevo riconoscerli tutti. Speravo che nel primo non ci fosse un bambino. E invece c’era proprio un bambino. Era vestito a festa. Con un pantaloncino rosso, le scarpette. Perché le loro mamme fanno così. Vogliono farci vedere che i loro bambini sono come i nostri, uguali».
Ci mostra un altro video. Dei sommozzatori estraggono da una barca in fondo al mare corpi esanimi. «Non sono manichini» ci dice.
Il video prosegue.
Un uomo tira fuori dall’acqua un corpicino. Piccolo. Senza vita. Indossava un pantaloncino rosso. «Quel bambino è il mio incubo. Io non lo scorderò mai».
Non riesco più a trattenere le lacrime. E il rumore di tutti coloro che, alternandosi in aula, come me, hanno dovuto soffiarsi il naso.
«E questo è il risultato»: ci mostra l’ennesima foto. «368 morti. Ma 367 bare. Sì. Perché in una c’è una mamma, arrivata morta, col suo bambino ancora attaccato al cordone ombelicale. Sono arrivati insieme. Non abbiamo voluto separarli, volevamo che rimanessero insieme, per l’eternità».
Penso che possa bastare così. E questo è un estratto. Perché il dottor Bartolo ha parlato per un’ora. Gli altri relatori hanno lasciato a lui il loro tempo. Nessuno ha osato interromperlo. E quando ha finito tutti noi, studenti, medici e professori, ci siamo alzati in piedi e abbiamo applaudito, per lunghi minuti. E basta. Lui non ha bisogno di aiuto: «non venite a Lampedusa ad aiutarci, ce l’abbiamo sempre fatta da soli noi lampedusani. Se non siete medici, se non sapete fare nulla e volete aiutare, andate a raccontare quello che avete sentito qui, fate sapere cosa succede a coloro che dicono che c’è l’invasione. Ma che invasione!».
E io non mi espongo, perché non so le cose a modo. Ma una cosa la so. E cioè che questo è vergognoso, inumano, vomitevole. E non mi importa assolutamente nulla del perché sei venuto qui, se sei o no regolare, se scappi dalla guerra o se vieni a cercare fortuna: arrivare così, non è umano. E meriti le nostre cure. Meriti un abbraccio. Meriti rispetto. Come, e forse più, di ogni altro uomo.

lunedì 30 luglio 2018

Congo, via libera all’estrazione di petrolio in aree protette - Marco Magnano (*)



Il governo della Repubblica Democratica del Congo ha deciso di modificare i confini dei parchi Virunga e Salonga per favorire le multinazionali del petrolio. È l’ultima mossa di Kabila?

Ancora una volta la ricchezza della Repubblica Democratica del Congo è la sua condanna. Il governo del Paese, sul cui territorio si trovano enormi risorse naturali e minerarie, ha infatti deciso di ridisegnare i confini di due parchi nazionali tutelati anche dall’Unesco, quelli di Salonga e Virunga, riducendone le porzioni protette e autorizzando le trivellazioni per l’estrazione di petrolio. La notizia non è completamente nuova: già a maggio, e prima ancora la scorsa estate, l’idea di declassificare le aree protette era stata al centro dell’attenzione.
I parchi di Salonga e Virunga sono tra i luoghi più delicati del Paese e per certi versi dell’intera Africa centro-meridionale: il primo, infatti, tutela la seconda maggiore foresta pluviale al mondo, mentre il secondo ospita moltissime specie a rischio di estinzione grave o critico. Particolarmente simbolico è il caso del gorilla di montagna, studiato e reso celebre dalla zoologa statunitense Dian Fossey, uccisa proprio nel parco di Virunga nel 1985 da bracconieri contrari alla protezione dell’area: la African Wildlife Foundation ritiene che oggi nel mondo sopravvivano circa 1.000 esemplari, e di questi almeno 600 vivono nel parco di Virunga.
Per aggirare lo status di World Heritage assegnato ai parchi dall’Unesco per protegge tra le altre cose dall’esplorazione estrattiva, il ministro degli Idrocarburi della Repubblica Democratica del Congo, Aime Ngoi Muken, ha deciso di ridisegnarne i confini per consentire la deforestazione e l’estrazione in un’area pari a circa 4.500 km quadrati. Secondo il quotidiano economico statunitense Bloomberg, la reale portata di questa decisione riguarderà invece oltre 16.000 km quadrati, con conseguenze ecologiche ancora più ampie. L’estrazione di petrolio, infatti, minaccia di distruggere l’habitat di molte specie animali e vegetali, oltre a inquinare la rete fluviale del Congo e del Nilo, corsi d’acqua decisivi per l’economia di grandi porzioni dell’Africa. Inoltre, nel parco della Salonga, che sorge appunto nel bacino del fiume Congo ed è la seconda foresta pluviale dopo l’Amazzonia, è stata scoperta la più grande ed estesa torbiera del mondo, un magazzino importantissimo di anidride carbonica. «Se – spiega John Mpaliza, ingegnere informatico e attivista per la pace nel suo Paese – andassimo lì a tagliare, a bruciare, a trivellare, a quel punto si libererebbe una grandissima quantità di anidride carbonica. Ci stiamo facendo del male da soli».
Tuttavia, quando si parla del Congo la questione non è soltanto ambientale, ma vede sovrapporsi diversi piani. Il Congo, infatti, è terra di sfruttamento e di guerra non solo per l’intervento delle società petrolifere, ma anche per il gas, il legname, le attività estrattive di oro, coltan e diamanti, così come per le numerosi piantagioni, tutte aree che creano ricchezze che finiscono in mano alle multinazionali e nei conti esteri dei miliardari locali. Una situazione che non può che alimentare violenze e scontri a ogni livello e in ogni luogo, dalle città ai parchi. Mpaliza racconta che «si parla di oltre 8 milioni di vittime, due milioni di donne hanno subito violenza come arma di guerra in questi vent’anni e nello stesso periodo 175 ranger sono stati uccisi nel parco della Virunga. C’è un piano chiaro per far sì che quel parco non abbia più la protezione di cui gode oggi».
Quali attori internazionali beneficeranno di questa decisione?
«Mentre mi informavo per avere un dettaglio delle forze in gioco, ho trovato informazioni contraddittorie. Per esempio, due anni fa la Norvegia è diventata il primo Paese al mondo a vietare la deforestazione, ma oggi, insieme alla Francia, viene definita “all’attacco delle foreste congolesi”. Siamo sempre al punto di partenza: ci sono delle forze economiche importanti del mondo occidentale che hanno bisogno di legno, hanno bisogno di tagliare, ma soprattutto ci sono le multinazionali del petrolio.
Nel parco del Virunga hanno scoperto circa 3.000 miliardi di barili di petrolio, quindi tutte le grandi compagnie occidentali, i cartelli europei e americani, sono già preparati. Anzi, hanno iniziato prima che noi lo sapessimo».
Le politiche estrattive segnano il Paese sin dall’epoca coloniale, ma negli ultimi vent’anni sono ulteriormente cresciute. Il punto è che non si tratta soltanto di un fatto ambientale, ma forse ancora di più politico. In che momento politico ci troviamo nel Paese?
«Abbiamo un presidente, ormai illegittimo da due anni, che doveva organizzare le elezioni entro il 19 dicembre 2016, ma che poi, grazie a un accordo, era riuscito a spostarle al dicembre 2017, ma non si sono mai tenute. Adesso per richiesta degli Stati Uniti sembrerebbe che il 23 dicembre prossimo ci possano essere le elezioni, ma le condizioni sono veramente inaccettabili: siamo l’unico Paese al mondo che decide di usare i computer per il voto, ma in un Paese in cui l’elettricità in molte zone non esiste. È chiaro come andranno a finire queste elezioni».
Non è possibile che Kabila quindi stia cercando di chiudere la propria esperienza alla guida del Paese vendendo tutto ciò che si può vendere e lasciare poi le ricadute negative sul suo successore?
«Siamo convinti che sia la situazione sia esattamente quella. Prima delle concessioni per il petrolio ha fatto lo stesso per il cobalto, che è stato venduto a una grande multinazionale svizzera e soprattutto alla Cina. Il Congo è il primo produttore mondiale di cobalto, che serve per le batterie delle auto elettriche, ma ormai ha svenduto tutte le grande miniere ma così come per tanti altri minerali. La questione della foresta è importante, perché probabilmente Kabila ha pensato che per i congolesi fosse meno interessante rispetto alla questione dei minerali, perché la foresta è una foresta immensa, ma si dimentica che comunque a livello internazionale questa foresta è anche una protezione per tutti noi. È per questo che l’Unesco deve fare in modo che si faccia un passo indietro. Prima di tutto però dobbiamo essere noi congolesi ad agire, con l’aiuto ovviamente della comunità internazionale».
La transizione politica in Gambia lo scorso anno, così come la pace tra Etiopia ed Eritrea, sono segni del fatto che l’Africa sia tutt’altro che ferma. Per il Congo che si avvicina qualche figura che potrebbe marcare un cambiamento?
«Nessuno pensava mai che tra Etiopia ed Eritrea, così all’improvviso, si trovasse la pace. Però in Congo la situazione è diversa: non siamo in guerra contro qualche Paese in particolare, siamo attaccati e occupati. Noi non abbiamo un unico nemico, abbiamo Paesi vicini che vengono usati come base dalle multinazionali ma anche dai Paesi occidentali, per cui non si riesce ad avviare un percorso di pace con un solo interlocutore.
La strada che ci potrebbe portare verso la pace è quella di una transizione senza Kabila. Non chiediamo che sia la comunità internazionale a venirlo a prendere e portare via, noi siamo in grado, ma c’è bisogno che quando il popolo si alza, anche loro dicano qualcosa. Senza Kabila noi potremmo probabilmente mettere le basi per una ripartenza democratica. Insomma, la soluzione interna è quella privilegiata, ma con in qualche modo l’aiuto della comunità internazionale che continua a osservare».
Lei ha contribuito a far conoscere la situazione congolese attraverso numerose iniziative, tra cui le marce per la pace in Italia e in Europa. L’ultima si è tenuta in primavera: ce ne saranno altre?
«Quando partiamo con una marcia spero sempre che sia l’ultima. L’ultima fatta in primavera è arrivata proprio davanti alla sede dell’Onu a Ginevra ed era stata richiesta dagli studenti. Adesso si sta cercando di capire che cosa succederà da qui al 23 dicembre, ma personalmente non credo ci saranno le elezioni, quindi è probabile che siano necessarie altre azioni di pace da portare avanti. Ma anche qualora le cose cominciassero ad andare bene, comunque noi non possiamo abbassare la guardia, avremo sempre qualcosa da fare per spingere la comunità internazionale, l’opinione pubblica italiana, europea e mondiale a guardare in quella direzione, perché lì la gente continua a morire».
 (*) ripreso da «Riforma.it» che è «Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia».


martedì 3 luglio 2018

Il calciatore rimosso (e la merda scoperchiata) - Marco Acciari



La storia di Maurizio Montesi campione d’Italia primavera nel 1975-1976 e militante dell’estrema sinistra romana

Quello del calcio è un mondo chiuso e vendicativo, che se può te la fa pagare. Alcuni pagano più di altri, non solo con la damnatio memoriae, ma anche a causa delle pieghe che poi prende la vita. Maurizio Montesi è un centrocampista di quantità, minuto, ma con una resistenza fisica e atletica fuori dal comune. Cresce nelle giovanili della Lazio e nella stagione 1975/76 è campione d’Italia primavera, insieme ad Agostinelli, Di Chiara, Giordano, Manfredonia. Intanto, assoluta pecora nera, milita nell’estrema sinistra romana. Va ad Avellino, dove contribuisce da titolare alla promozione in A del 1978 e viene confermato per il campionato maggiore nella stagione successiva. Durante il campionato però esce una sua intervista a Lotta Continua, la prima di altre interviste ai giornali, in tutto saranno tre, che ne segneranno la carriera calcistica e la vita. In questa da una parte definisce la dirigenza collusa con la malavita e la accusa di gestire la società per ragioni clientelari, dall’altra chiama i tifosi “stronzi” perché soggiacciono a questo ed in più mentre sono pronti a mobilitarsi per la squadra non si curano per esempio dell’ospedale cittadino con pochi posti letto e popolato da scarafaggi.
Termina in qualche modo la stagione (ci sarà anche chi in curva proverà a portare uno striscione rosso con scritto “hasta Montesi siempre”) ma il rinnovo è fuori discussione. Lo riaccoglie la Lazio, in cui trova vecchi reduci dagli anni d’oro come Garlaschelli e il capitano e camerata Pino Wilson e suoi ex compagni di giovanili come l’altro camerata Manfredonia, Mauro Tassotti e Bruno Giordano. Sarà una stagione cruciale quella 1979/80, per Montesi, per la Lazio e per il calcio italiano. Intanto è fra i titolari, maglia numero otto nel derby del 28 ottobre 1979, quello della morte di Vincenzo Paparelli. Non ne vuole sapere di giocare la partita, i compagni alla fine lo convincono che il suo gesto isolato avrebbe poco valore e lo costringono a scendere in campo. Ma pochi giorni dopo ecco la seconda intervista pesante di Maurizio Montesi, questa volta a Panorama. Stavolta in un clima nervoso e in un momento in cui forse per la prima volta in Italia si puntano i riflettori (alla maniera della stampa italiana, of course) sul mondo delle curve, è il primo a rivelare i rapporti tra società e ultras, i pacchetti di biglietti gratuiti, i soldi per le trasferte, i favori. Alcune società e alcuni gruppi ultras, sappiamo ormai, ma al tempo la distinzione non viene fatta. In più torna a colpire i presidenti, colpevoli per lui di avere snaturato lo sport popolare per eccellenza, corrompendolo con lo show business, e sfruttandolo come macchina crea consenso. L’aria intorno a Montesi comincia a farsi pesante e arriviamo alla notte tra il cinque e il sei gennaio ottanta, a raccontarla le sue parole:
La sera del 5-1-1980, all’hotel Jolly di Milano, ci eravamo già ritirati in camera. Il mio compagno Avagliano dormiva o comunque sonnecchiava, e io guardavo un film alla televisione, quando si affacciò alla porta della camera Wilson e mi fece cenno di uscire fuori. Si svolse un breve colloquio in corridoio; Wilson innanzitutto fece un discorso generico sulla difficoltà della partita dell’indomani, sull’arbitraggio che si prevedeva favorevole al Milan e poi propose, poiché la nostra sconfitta era probabile, che la si favorisse e parlò di un compenso in denaro che per me doveva essere intorno ai 6-7.000.000 di lire. lo rimasi sconvolto. Era la prima volta che mi veniva fatta una proposta del genere. Dissi che non ci stavo e me ne tornai in camera; Wilson da parte sua disse che non se ne faceva niente. La mattina dopo, da cenni, sguardi e mezze parole di Wilson ebbi la sensazione che la decisione di falsare l’incontro non era stata affatto revocata. E decisi allora di non giocare.

Il suo non starci non è piaciuto agli altri, capitano in testa, forse si pensa di fargliela pagare. Fatto sta che si arriva a Cagliari-Lazio del 24 febbraio e un intervento di Bellini gli procura la frattura di tibia e perone. Nei giorni e nelle settimane successive in ospedale non si vedono compagni di squadra o dirigenti. Il 4 marzo Montesi riceve la visita di un giovane giornalista di un giovane giornale, Oliviero Beha della Repubblica, e a lui concede la terza intervista chiave della sua vita. Scoperchierà quello che mai si era visto in Italia e che passa alla storia come Calcioscommesse. Giocatori verranno arrestati in campo al termine delle partite, si arriverà a radiazioni, tra queste quella di Albertosi, retrocessioni, la Lazio ed il Milan, penalizzazioni, squalifiche. Nella squadra di Montesi Cacciatori, Wilson, Zucchini, Manfredonia e Giordano. Lui stesso sconterà quattro mesi di squalifica per omessa denuncia. Ripresosi dall’infortunio Montesi prova a rientrare e per descrivere questo tragitto di fine carriera prendiamo in prestito le parole di una pagina tra quelle che si occupano di Lazio:
Maurizio riceve continue minacce, va in giro scortato dai “compagni” del quartiere e da qualche amico che lo protegge quando gira per la città, ma quando scende in campo per gli allenamenti a Tor di Quinto è solo e dalle tribune gli piove addosso di tutto, con i tifosi che lo insultano attaccati alle reti urlandogli “infame, spia comunista”. Nella stagione 1980-1981, Montesi non mette mai piede in campo. Nelle due successive, colleziona solo 11 spezzoni di partita, poi si infortuna sempre alla gamba destra e quell’incidente mette la parola fine al suo matrimonio con la Lazio e alla sua carriera, perché il suo nome è finito sulla lista nera e nessuno in Italia gli fa più un contratto da calciatore.
Maurizio Montesi sparisce dal mondo del calcio, seppure ancora per un po’ figura nell’organico della S.S. Lazio come osservatore. Ricompare in realtà nel 1984 a Londra ma per tutt’altri motivi, lo arrestano per detenzione di stupefacenti. E poi dieci anni dopo a seguito di una vicenda del 1992, quando a largo di Fiumicino affonda una barca con a bordo tre tonnellate e mezza di hashish viene condannato per traffico internazionale di stupefacenti a quattro anni. Scontati i quali sparisce per davvero e la chiusa la affidiamo ancora a un pagina biancoceleste: “Scontata la pena, Maurizio Montesi esce dal carcere e di lui si perde ogni traccia. L’unica cosa certa è che ha lasciato l’Italia: secondo molti per trasferirsi in Francia, mentre altri sostengono che si sia trasferito in Asia e che ora viva in India. L’altra cosa altrettanto certa è che, nel mondo Lazio, nessuno o quasi in questi anni ha mai sofferto per l’uscita di scena del “compagno Montesi”.

(articolo tratto da Minuto Settantotto)

venerdì 4 maggio 2018

Il regalo di Martina alla Bayer: pesticidi neonicotinoidi a tappeto nel Salento - Gianluca Ricciato




Un provvedimento governativo impone un attacco chimico senza precedenti ad una delle terre più amate d’Italia, meta turistica di tutta Europa, al suo ecosistema e alla sua biodiversità, alla sua economia basata su cibo genuino e bellezze naturali, alla popolazione nativa e alle tante persone che in questi anni hanno scelto di trasferirsi proprio per la peculiarità del rapporto tra natura e cultura. A rischio perfino le certificazioni biologiche del territorio: anche Aiab, il principale organismo di controllo bio italiano, prende posizione. Dove sono le evidenze scientifiche dei benefici dell’Imidacloprid rispetto al disseccamento degli ulivi, tanto da bilanciare i suoi costi? Oppure si tratta di finire le scorte di questo pericoloso pesticida della Bayer, visto che dal 2019 sarà vietato in tutta Europa?

Di regali alle multinazionali gli ultimi due governi fotocopia di finta-sinistra ne hanno fatti tanti, ma forse questo è il più spettacolare di tutti: con la scusa della Xylella o forse proprio grazie al fatto di essere riusciti a propagare questo batterio in Salento (ma non si  hanno elementi per stabilire con certezza condivisa né le origini né la reale portata del batterio), il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha imposto a partire dal 2 maggio, per decreto, l’utilizzo a tappeto di pesticidi neonicotinoidi in tutto il Salento, per il periodo maggio-dicembre.
Gli stessi neoenicotinoidi sono ormai riconosciuti come pericolosi “apicidi”. Ma la cosa assurda e davvero sensazionale è che pochi giorni fa, il 27 aprile, “i paesi membri dell’Ue hanno approvato la richiesta della Commissione di porre fine all’utilizzo nei campi all’aperto dei tre neonicotinoidi nocivi a partire dalla fine del 2018, consentendone l’uso solo in serra.” [da E’ arrivato lo stop ai pesticidi]
E’ dunque, il decreto Martina, un risarcimento alla Bayer, imposto per decreto esattamente nella finestra di tempo che rimane prima dell’attuazione delle decisioni europee? Non è forse arrivato il momento di voltare pagina e riflettere su quello che sta succedendo a questa sinistra geneticamente modificata che fornisce e promuove servitù coatte al capitalismo finanziario? Maurizio Martina è l’attuale reggente del PD, ricordiamo.
Non è arrivato il momento di svegliarsi dall’assuefazione del “popolo della sinistra” ad uno scientismo criminale applicato pavlovianamente e fideisticamente a tutta l’esistenza, con la giustificazione di emergenze inventate sui media e puntuali come un orologio, e con soluzioni peggiori dei problemi, ogni volta che c’è un investimento da fare da parte di un colosso economico?
Invece di vomitare bile ogni giorno contro i vegani e l’omeopatia per sfogare le sue psicosi, non sarebbe ora che l’uomo medio civile uscisse dal silenzio complice di crimini planetari e aprisse gli occhi sulla devastazione dei territori, in questo caso di un Salento già martoriato da altre follie criminali quali Tap e discariche abusive?  
Ci rendiamo conto che il vassallaggio dei governi di centrosinistra a tutto questo, ogni giorno, non fa che alimentare fascisti e sovranisti, a cui viene servita su un piatto d’argento ogni giorno materia per il loro finto gioco anti-sistema?
Come può essere accettabile per il senso comune, e per un senso comune “progressista”, l’imposizione di un avvelenamento alle persone, alla biodiversità e a tutto il territorio, ma soprattutto ai danni di chi da anni e decenni pratica forme di salvezza del mondo, agricoltura naturale, stili di vita sostenibili e altri mondi possibili rispetto alla necrosi capitalista? E gli esempi virtuosi in Salento sono innumerevoli, oltre al fatto che ad essere in pericolo è la stessa salubrità del territorio e la sua economia basata principalmente, appunto, sulle risorse naturali.
Siamo tutti a favore dell’ambiente e della salute?  Forse no, c’è chi lo dice e c’è chi lo pratica. E c’è chi invece di avere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione – come se non bastassero decenni di strategia della tensione e stragi di stato insabbiate – urla “fake news” ogni qualvolta qualcuno tenti di indagare sugli intrighi, le incongruenze o le palesi falsità di versioni ufficiali a dir poco traballanti. In nome di una fede scientista che ha ormai abdicato anche allo stesso metodo scientifico e che considera oggettive informazioni e visioni del mondo provenienti da imbarazzanti siti antibufala, divulgatori scientifici assunti direttamente dalle multinazionali e testate giornalistiche colluse con gli interessi dei loro stessi finanziatori.
Denunciare un governo che in Europa vota a favore, insieme ad altri governi, per bandire una sostanza chimica, e negli stessi giorni impone su un suo territorio l’utilizzo della stessa sostanza non è complottismo ma è ovvietà, è senso di giustizia, è capacità di vedere un paradosso logico, è buon senso sociale che dovrebbe avere ogni sincero democratico, se le sue idee non fossero state oscurate dal senso comune che oggi giustifica qualsiasi decisione in nome di una scienza che ovviamente non è più tale, ma è una parola-feticcio svuotata di senso e utilizzata per imporre un’ideologia. Il re è nudo e cammina per strada tranquillamente, tanto il popolo non lo vede perché ha i paraocchi tecnologici ed è imbottito di psicofarmaci. Altro che Medioevo, questo è il controllo biopolitico arrivato al suo stadio finale.


Ma se si vuole arrivare, come in questo caso, non solo a deridere e denigrare socialmente, ma anche a rendere fisicamente impossibile la vita a chi pratica il cambiamento, non siamo forse vicini ad un punto di non ritorno per questo sistema sociale ed economico, e per questa fiction mediatica autoritaria e violenta chiamata – altro feticcio svuotato di senso – democrazia? O dobbiamo desertificare prima l’intero sistema Terra, in nome del nostro stile di vita e del profitto capitalista? Le alternative esistono, da decenni, alcune da millenni, ma ora sono ufficialmente sotto attacco. Ora è emergenza.

O forse, semplicemente, le cose stanno inevitabilmente cambiando, troppe persone sono ormai consapevoli dell’insostenibilità di un sistema come questo, anche se nella “politica” ufficiale esistono poche “sponde” per rappresentarle. E’ per questo che il delirio reazionario scientista sta usando tutte le sue armi per difendere il modello capitalista, anche le più assurde?
Il decreto Martina del 13 febbraio è leggibile sul Numero 80 della Gazzetta Ufficiale

venerdì 6 aprile 2018

Vegetariano? 15 domande x 15 anni - Gianluca Ricciato


15 anni fa, durante le vacanze di Pasqua del 2003 e dopo un lungo periodo di trasformazione dei miei pensieri e delle mie opere, ho deciso di diventare ufficialmente vegetariano. Per festeggiare questo evento ho deciso di dare luce e visibilità oggi a 15 domande ricorrenti, selezionate tra le tante che mi sono sentito rivolgere in 15 anni e che mi hanno aiutato a temprare il mio spirito nonviolento. Eccole.
Vegetariano? 15 domande x 15 anni (Ripreso da Fiabe Atroci)
1) “Non ti dispiace per le povere piantine?”
2) “Ma è una scelta?”
3) “E la B12?”
4) “Perché hai detto che sei vegetariano, per provocare?”
5) “Perché non hai detto che sei vegetariano, per provocare?”
6) “Vegetariano estremo?”
7) “Ma perché non vivi e lasci vivere?” (da sconosciuti a una cena di laurea dopo un’ora di risa e sollazzi contro i vegetariani con me che incasso in silenzio e con il sorriso finto stampato in faccia)
8) “Ma vuoi farci sentire in colpa?” (stesso tavolo o qualche altra laurea o matrimonio)
9) “Saresti così falso da dirmi che non hai mai voglia di un pollo allo spiedo?”
10) “Sorte mia e mó ccé mangi?” (trad. dal salentino: “fato avverso, e ora cosa ti rimane per nutrirti?”, pronunciata da qualche parente intorno a una tavola imbandita di pitte di patate, mozzarelle, focacce di verdura, pasta con le cime di rapa, cicorie, ceci alla pignata, polpette di melanzane, parmigiana di melanzane, etc etc etc)
11) “Ma lo sai che se tutti facessimo come te certi animali non sopravviverebbero?” 
12) “Ma le analisi le hai fatte?” (ho una malattia del sangue, non grave, ma ovviamente faccio le analisi annuali regolarmente)
13) “Ah, lei non mangia carne, va bene la pizza col prosciutto?” 
14) “Ma alcolici ne bevi?” (sottotesto machista: “non sei del tutto una femminetta rammollita vero?”)
15) “Ma devi sempre essere così ideologico nella vita?”


Grazie naturalmente a tutt’ quell’ che amano le differenze, e grazie soprattutto alle mie amiche e amici vegani: da quando nel mainstream si parla di voi, le stesse persone che per anni mi facevano queste domande ora mi dicono: “Vegetariano? Tutto sommato è una scelta equilibrata, i vegani quelli sì che sono estremisti!”
A dirla tutta poi, la verità è che sono 15 anni che la carne animale terrestre non è più un alimento per me, mentre capita a volte che mangio pesce, solo quello che non mi da fastidio masticare (no seppie, no totani, ad esempio) e quasi esclusivamente di fronte al mare, in luoghi del cuore che non potrei frequentare senza consumare i loro menù (ma prima o poi glie li allargo, quei menù). In questo caso, alle domande riguardanti la mia coerenza e la mia fede rispondo, di solito, che la mia non è una religione, ma principalmente una scelta di nonviolenza e di riduzione del danno nei confronti del mio corpo. Per quanto possibile, in un mondo fatto di violenza, etichette e nutrizionisti intossicati dall’industria alimentare.
In ogni caso, buona Pasqua a tutt’ quant’, ai negri ai froci ai terroni ai crudisti ai paracadutisti ai cattolici e ai normali, ammesso che ce ne siano di normali (pare che siano la maggioranza, ma io non ne conosco).