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lunedì 9 giugno 2025

Il problema non è fare meno figli ma mandare via i pochi che facciamo - Ferdinando Boero

 

Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori sottopagati

 

Ho già scritto sulla demografia del nostro paese, ma si continua a parlarne e quindi riprendo l’argomento. Il ragionamento dominante è: la bomba demografica esiste, ma da noi c’è l’inverno demografico. Dobbiamo fare come gli altri, oppure ci estingueremo.

La popolazione italiana è cresciuta costantemente dal 1951 fino al 2014, raggiungendo un picco di circa 60,3 milioni. A partire dal 2015 si è osservata una diminuzione della popolazione residente, dovuta a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) non completamente compensato dall’immigrazione. L’Italia rimane uno dei paesi più popolosi dell’Unione Europea, ma molti esprimono preoccupazione per l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità.

Quale è il numero ottimale di abitanti nel nostro paese? In ecologia esiste il concetto di capacità portante: il numero massimo di individui che un ecosistema è in grado di sostenere. Raggiunta la capacità portante, la popolazione smette di crescere. Le tecnologie ci permettono di innalzare l’asticella della capacità portante, ma non di rimuoverla. Nessuna specie può crescere all’infinito. Per ridurre il costante aumento numerico e raggiungere l’equilibrio tra il numero di individui e le risorse disponibili bisogna smettere di crescere e, per questo, ci sono vari modi: il primo è di fare meno figli, oppure questi possono morire prematuramente con carestie, malattie, e guerre.

 

Le tecnologie ci permettono di prolungare la vita alleviando carestie e malattie. Se si adotta il sistema di fare meno figli, e si vive più a lungo, ci sarà un periodo in cui gli anziani sono più dei giovani. Quando il surplus di anziani morirà, si riequilibreranno i rapporti tra classi d’età.

C’è un’altra variabile che viene tenuta separata dall’inverno demografico così drammaticamente denunciato: molti dei pochi giovani vanno via perché il paese non ha molto da offrire, soprattutto a chi ha istruzione elevata. Il problema si risolverebbe se facessimo più figli? O aumenterebbero quelli che se ne vanno? La cosa più preoccupante non è che facciamo meno figli ma che espelliamo i pochi che facciamo. La soluzione non è incentivare le nascite, ma valorizzare chi è nato, e l’investimento nella sua formazione. Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori precari e sottopagati, spesso con mansioni non corrispondenti al livello di formazione conseguito. Se gli altri paesi li prendono, significa che il valore esiste, e noi ce lo facciamo scappare: un’emorragia demografica e sapienziale.

Ho già scritto queste cose diverse volte, ma le ripeto perché continuo a sentire preoccupazione per la denatalità e la emigrazione giovanile, ma non sento proposte per affrontare questi due fenomeni assieme, quasi fossero scollegati. La denatalità è socialmente spiegabile con il costante miglioramento della formazione delle donne. Più sono istruite e si realizzano nel lavoro, e meno figli fanno. Vogliono che i loro figli si laureino e si realizzino professionalmente e socialmente. Se questo non avviene… se ne vanno, e fanno ancor meno figli.

L’aumento dell’efficienza delle tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, rende sempre meno necessaria la forza lavoro. Al posto nostro lavorano le macchine. Ma come la mettiamo in quanto a reddito? Chi non lavora non riceve stipendio e, ovviamente, non fa figli, se ha un minimo di senso di responsabilità. La povertà non è un buon anticoncezionale, se il livello di formazione della popolazione, soprattutto femminile, è basso. Ma da noi le cose stanno diversamente.

 

Che vogliamo fare? E poi sembra che il fatto che si viva più a lungo sia una cattiva notizia. Da una parte ci dicono che la sovrappopolazione è un problema ma poi, se rallentiamo la crescita e tendiamo verso un riequilibrio, ci dicono che non va bene.

La capacità portante non è solo questione di cibo, ma anche di vile denaro. Le tecnologie tolgono opportunità lavorative: non abbiamo bisogno di tutta questa manodopera. Nei campi in cui ne abbiamo bisogno (prima di tutto l’agricoltura) gli stipendi sono bassissimi e si usano gli extracomunitari come schiavi. Meglio se clandestini, così sono ricattabili. Forse si dovrebbero unire i puntini e mettere assieme le variabili, in modo da pianificare interventi che bilancino eventuali squilibri. Per me la prima priorità è il lavoro ai giovani, con un giusto riconoscimento per i livelli di istruzione conseguiti. Invece continuo a leggere interventi che ci dicono di fare più figli, imitando i paesi sottosviluppati.

Ripeto la domanda: ma davvero pensiamo che se facessimo più figli diminuirebbe il numero di giovani che fuggono all’estero? Non viene il dubbio che aumenterebbe? Per trovare soluzioni a un problema bisogna definirne bene i termini, e le interazioni che li collegano. Invece li stiamo trattando uno alla volta, come se fossero indipendenti gli uni dagli altri. Oppure la logica è un’altra: si confida nella guerra come mezzo di riequilibrio, e si incentivano le nascite per incrementare il numero di soldati che, tanto, non diventeranno vecchi. Così sarà risolta la questione delle pensioni. Chi non andrà soldato troverà impiego nell’industria delle armi. E nella produzione di zainetti per sopravvivere 72 ore. Per il cibo basteranno le razioni K.

da qui

domenica 28 luglio 2024

Verso un paese di persone sole, mentre sempre più italiani se ne vanno all’estero - Giovanni Caprio

 

Le nuove previsioni ISTAT sul futuro demografico del paese, aggiornate al 2023, evidenziano tendenze la cui direzione parrebbe irreversibile, pur se in un contesto nel quale non mancano elementi di incertezza. La popolazione residente è in decrescita: da circa 59 milioni al 1° gennaio 2023 a 58,6 mln nel 2030, a 54,8 mln nel 2050 fino a 46,1 mln nel 2080. Il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due nel 2023 a circa uno a uno nel 2050. Con un’età media di 51,5 anni entro il 2050 (50,8 per l’Italia), nel Mezzogiorno ci sarà un processo di invecchiamento più rapido. Tra 20 anni ci sarà circa un milione di famiglie in più, ma saranno più frammentate. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2043 meno di una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non ne avrà. “L’aumento della speranza di vita e dell’instabilità coniugale, si legge nel Report dell’ISTAT, fanno sì che il numero di persone che vivono da sole, vere e proprie “micro-famiglie”, cresceranno nel complesso del 15%, facendo aumentare il loro ammontare da 9,3 milioni nel 2023 a 10,7 nel 2043. Tra l’altro, tale aumento, tanto assoluto quanto relativo, è quello che spiega in più larga misura la crescita globale del numero totale di famiglie.”

Fino a 64 anni di età la condizione di vita in solitudine, volontaria o meno che sia, coinvolge già oggi 4,9 milioni di individui, il 60,5% dei quali uomini. “Nei prossimi 10 anni, evidenzia l’ISTAT, questo segmento della popolazione è destinato a rimanere piuttosto stabile (4,8 milioni nel 2033). Nel decennio successivo, invece, in linea con il declino complessivo che caratterizzerà la popolazione in età adulta, anche le persone sole entro i 64 anni di età si avvieranno a subire una flessione che li porterà a 4,5 milioni entro il 2043.”

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.ripartelitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/Previsioni-popolazione-e-famiglie_Base-1_2023.pdf.  

Un paese che si rimpicciolisce anche a causa della partenza di tanti italiani: al 31 dicembre 2022 i cittadini italiani abitualmente dimoranti all’estero sono 5 milioni e 940mila. Circa 3 milioni e 246mila risiedono in Europa e 2 milioni e 384mila in America. Solo il 31,6% degli italiani residenti all’estero è nato in Italia (1 milione e 900mila), ma in Europa questa quota è pari al 41,8% mentre in America centro-meridionale è di gran lunga inferiore al 10%. Nel 2022 a Londra risiedono quasi 375mila connazionali. Al secondo posto Buenos Aires, con poco più di 322mila italiani e al terzo San Paolo con oltre 239mila italiani. Nel 2022 i nati degli italiani residenti all’estero sono 25mila (tasso complessivo pari a 4,3 nati per 1.000 residenti). I decessi, invece, ammontano a poco più di 8mila (1,4 per 1.000 italiani residenti all’estero). Nel corso del 2022 sono 100mila gli espatri e 75mila i rimpatri dei connazionali dall’estero, con un saldo migratorio pari a +25mila per la popolazione italiana all’estero. Ammontano a oltre 85mila le acquisizioni di cittadinanza italiana all’estero, nell’America centro-meridionale soprattutto per effetto dei riconoscimenti iure sanguinis.

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/Italiani-residenti-allestero.pdf.

Dovrebbe iniziare a destare qualche preoccupazione questa fuga degli italiani dall’Italia, soprattutto se a voler girare i tacchi per andar via sono i più giovani, anche stranieri. Il 34% dei giovanissimi immagina infatti un futuro all’estero. Giovanissimi che rappresentano un capitale umano tendenzialmente in calo, quindi ancora più prezioso per il futuro del paese. Da questo punto di vista il loro trattenimento in Italia richiede l’offerta di adeguate opportunità di vita. Molti ragazzi che oggi vivono in Italia, vedono il proprio futuro all’estero. Oltre il 34% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni da grande vorrebbe vivere in un altro Paese. La percentuale è ancora più alta per gli stranieri (38,4%). Da sottolineare che l’8% circa dei ragazzi stranieri da grande desidera vivere nel paese di origine (suo o dei genitori), mentre oltre il 30% si vede in un paese diverso dall’Italia e da quello di origine. Anche la quota di indecisi è leggermente più elevata per gli stranieri (23,7%) che per gli italiani (20,7%). La maggiore propensione alla mobilità dei ragazzi non italiani si spiega con il minore radicamento familiare e sociale in Italia; inoltre, chi ha vissuto una prima esperienza migratoria è più incline a intraprenderne altre. Come per altre intenzioni, è possibile evidenziare importanti differenze di genere. Tra le ragazze, sia italiane sia straniere, la quota di coloro che vogliono vivere all’estero da grandi è più elevata di quella riscontrata per i loro coetanei maschi: rispettivamente il 37,9% per le italiane (contro il 30,7% dei maschi) e il 42,7% per le straniere (contro il 34,6% dei ragazzi). La collettività che più di tutte vuole vivere in Italia è quella marocchina con una percentuale (45,1%) simile a quella degli italiani (45,6%) e al contempo superiore a quella del totale degli stranieri (37,9%). Pur nel quadro di un’ampia fetta di indecisi (47,5% a fronte di una media del 23,7%), i ragazzi cinesi mettono in evidenza una quota più contenuta di persone che da grandi desidera vivere in Italia (29%) e nel contempo un maggiore orientamento al voler vivere da grandi nel Paese di origine dei genitori (11,8%). Tra chi ha paura del futuro, la quota di chi vuole restare in Italia è più bassa rispetto al valore rilevato tra chi sente il fascino del futuro: 39,9% rispetto a 47,0%. Istat che ci dice che I ragazzi nel 2023 sognano ancora l’America: il 32% di coloro che da grandi si vedono all’estero vorrebbe vivere negli Stati Uniti, seguiti, ma a lunga distanza, dalla Spagna (12,4%) e dalla Gran Bretagna (11,5%): https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Bambini-e-ragazzi-2023.pdf

Già il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta aveva posto l’accento sulla fuga dei giovani dal nostro paese, evidenziando come dal 2008 al 2022 circa 525 mila giovani italiani avessero lasciato l’Italia e solo un terzo di essi sia tornato in Italia. Un esodo, aveva sottolineato Panetta, che “indebolisce la dotazione di capitale umano del nostro paese.” Ma cosa spinge tanti giovani ad abbandonare l’Italia?

Nel rapporto sulla condizione giovanile in Italia “Giovani 2024: Bilancio di una Generazione” del Consiglio Nazionale dei Giovani e dell’Agenzia Italiana per la Gioventù redatto con il supporto di EURES (https://www.pressenza.com/it/2024/04/giovani-2024-il-bilancio-di-una-generazione/) si legge che: “la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero la scelta di molti giovani qualificati di lasciare l’Italia, non è dovuta alla ricerca di maggiori benefici personali e professionali (4,6%), quanto piuttosto alla scarsa attrattività e alla mancanza di prospettive in Italia (35,5%), alla scarsa attenzione delle istituzioni italiane al futuro dei giovani (34,3%), e alla scarsa valorizzazione di questi da parte delle imprese italiane (25,6%). Sono principalmente i giovani del Nord (37,4%) e del Centro (39,2%) a spiegare la “fuga di cervelli” come conseguenza della scarsa attrattività e della mancanza di prospettive dell’Italia, mentre i giovani del Sud enfatizzano maggiormente il riferimento alla scarsa attenzione delle Istituzioni (38,2%). Si segnala infine come il campione femminile attribuisca la responsabilità del fenomeno alla scarsa valorizzazione dei giovani da parte delle imprese italiane (27,6%) in misura maggiore dei coetanei maschi (23,1%) che, invece, leggono maggiormente la “fuga dei cervelli” come ricerca di valorizzazione delle competenze di un giovane (7,1% contro il 2,4% tra le ragazze).” 

da qui

venerdì 14 giugno 2024

L’inesorabile declino della popolazione mondiale - Nicoletta Dentico

 

La politica si agita sull’inverno demografico ma si rifiuta di analizzare le cause profonde della infertilità umana che spopola il Pianeta. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 271 — Giugno 2024

I diritti sessuali e riproduttivi delle donne non sono diritti umani, ha dichiarato qualche mese fa il delegato russo all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), suggestionato evidentemente dalla necessità di nuove leve per la prosecuzione del progetto imperialista di Mosca. L’aggressione dell’Ucraina ha fatto strame di soldati russi; fonti indipendenti calcolano che in Russia siano morti circa 83mila militari dall’inizio dell’invasione. Non se la passa meglio l’Ucraina, tormentata dall’enorme quantità di profughi fuggiti all’estero, dalla perdita della popolazione residente nelle aree occupate da Mosca e dalle morti dei civili sotto le bombe e dei giovani sui campi di battaglia.

Il Paese vive un inevitabile incubo demografico: secondo studi recenti, le nascite (187mila nel 2023) non sono mai state così basse, in termini assoluti, da 300 anni. Le macerie demografiche dell’Ucraina sono altrettanto preoccupanti di quelle fisiche ed economiche.

Guerre a parte, il calo demografico è ormai un’inesorabile realtà a trent’anni esatti dalla conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. Il fenomeno sconfessa tutti i predicatori della crescita a dismisura della popolazione mondiale, e del controllo delle nascite imposto nei programmi di cooperazione sanitaria, com’è accaduto nei decenni passati in alcuni Paesi a basso reddito. Solo qualche mese fa, uno studio sulla fertilità mondiale apparso sulla rivista Lancet ha preso in esame 204 Paesi e territori del Pianeta, considerandone diacronicamente le tendenze demografiche dal 1950 al 2021. In questo lasso di tempo i tassi di fertilità sono più che dimezzati, da 4,84 a 2,23.

Formulando previsioni fino al 2100, l’analisi demografica di Lancet proietta uno scenario di ostinato decremento dei tassi di fertilità che saranno sotto il livello di sostituzione -i due figli per donna che garantiscono l’equilibrio tra nascite e decessi- nel 95% dei Paesi esaminati. E resteranno bassi, sostiene lo studio, malgrado l’attivazione di politiche pro-natalità quali i sussidi per l’infanzia, l’estensione di permessi genitoriali, la copertura sanitaria per interventi contro l’infertilità.

Il picco di 142 milioni di nascite in un anno è stato raggiunto nel 2016, declinando repentinamente a 129 milioni nel 2021. Le previsioni suggeriscono una progressiva denatalità globale. I tassi di fertilità passeranno da 1,83 nel 2050 a 1,59 nel 2100 (Fonte: Lancet, 2024)

A poco servirà dunque la presenza delle associazioni pro-vita nei consultori; a poco giovano le recenti declamazioni del governo agli Stati generali della natalità: se ne faccia una ragione la ministra Eugenia Roccella. Al netto dei luoghi comuni che velatamente mirano a colpevolizzare le donne e i loro presunti diritti, per dirla con il delegato russo, l’unica azione di senso sarebbe rimuovere le cause profonde della crescente anemia di abitanti sulla Terra. Di questo nessuno parla, invece.

Il problema investe il modello di sviluppo industriale del nostro tempo e la devastazione del Pianeta che ne consegue. Il sistema riproduttivo umano è particolarmente vulnerabile alle interferenze antropogeniche sull’ambiente e il liquido seminale maschile rappresenta lo specchio più fedele di quanto l’aumentata esposizione alle tossine ambientali nel lungo termine -inquinamento, erbicidi, avvelenamenti- e le patologie legate al cibo e agli stili di vita, influenzino la salute riproduttiva. La conta media degli spermatozoi nel 1940 era infatti di 113 milioni/ml ed è scesa a 66 milioni/ml negli anni Novanta.

La fine degli spermatozoi come la perdita della biodiversità: questioni di salute pubblica globale. E di salute planetaria.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici senza frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development


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