Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».
Ma va tutto
così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?
In questi
giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La
Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose
baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti
prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto,
costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il
delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della
Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso
d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è
stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece
ne abbiamo rilevato 6500”.
Purtroppo la
situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna.
Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai,
piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco
naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto, l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte
di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta
l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera
dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine
naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto
piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire
un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al
rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei
turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha
costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e
necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.
A ragion
veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi
non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi.
“Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0
centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi,
neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.
Dunque non
possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva
dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un
turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole,
porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni
antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli
ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di
vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla
dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di
omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila,
scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione,
privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza
simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e
antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole.
Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista
che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella
sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una
dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o
quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta
avulso da questo universo semantico.
Allora
quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni
tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come
semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia
vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in
effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.
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