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sabato 4 luglio 2026

La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia - Antonio Di Siena

“Da sindaco ho guidato la città che è cresciuta di più per il turismo”. 

Ogni volta che leggo dichiarazioni del genere mi cadono le braccia. Perché il problema è esattamente questo: l’idea che l’aumento dei flussi turistici coincida automaticamente con un aumento del benessere collettivo. La stessa idea che, negli ultimi anni, ha trasformato la rendita immobiliare in politica economica, la proliferazione incontrollata dei B&B in indice di sviluppo, il folklore in brand, il food in principale vettore culturale e la fiscalità di transito in leva economica e pilastro dei bilanci comunali.

Ma il presidente lo sa che inflazione, rincari, speculazioni, impossibilità di trovare una casa per i redditi medio bassi e conseguente spopolamento dei quartieri sono conseguenze dirette di quello stesso modello? E che la crescita purché sia che rivendica orgogliosamente alimenta contemporaneamente precarietà e sfruttamento generando un enorme costo sociale?

 

Mentre si parla di limitazioni agli affitti brevi e di “mare democratico” a Madonnella l’ennesimo fondo sta trasformando un’altra intera palazzina in b&b. E a Torre a Mare le spiagge libere - oltre a essere un immondezzaio - continuano a proliferare muri abusivi e accessi negati. È questa la Puglia del futuro che la politica immagina e insegue acriticamente?

 

La vera sfida non è prodigarsi per attirare ancora più visitatori, ma costruire una Puglia capace di produrre ricchezza senza diventare strutturalmente dipendente da rendita e flussi turistici. Una regione in cui il cittadino torni a essere centro e misura delle politiche pubbliche anziché un sorridente figurante in costume, un ingranaggio funzionale all’economia dell’accoglienza. Se si è capaci di farlo, bene. Diversamente non serve un assessorato al Turismo e non serve manco una giunta regionale. Basta una banalissima agenzia di marketing territoriale.

da qui

mercoledì 27 agosto 2025

Italia maglia nera Ue per prezzi dell’elettricità: perché i consumatori pagano più che nel resto della Ue - Chiara Brusini

  

A luglio il Prezzo unico nazionale è stato in media di 113,3 euro al MWh: oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Dietro ci sono la dipendenza dal gas, il funzionamento del mercato, le ondate di calore. E lo spettro della manipolazione

Mentre il governo festeggia la riduzione dello spread e un presunto (inesistente) boom del turismo a Ferragosto, un altro dato è rimasto sotto silenzio. Anche a luglio il prezzo medio dell’elettricità in Italia si è piazzato al livello più alto dell’Unione europea. Il cosiddetto Prezzo unico nazionale, base di riferimento per il prezzo all’ingrosso dell’energia che poi viene rivenduta agli utenti finali, è stato in media di 113,3 euro al MWh contro i 90 della media Ue. Oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Nell’intero 2024 il prezzo medio italiano è stato di 108,5 euro/MWh contro i 58 della Francia e i 63 della Spagna. Non è più considerata un’emergenza perché fortunatamente sono lontani i picchi del 2022 quando ha superato i 550 euro. Resta una zavorra per le famiglie e il sistema produttivo. Vale la pena fare il punto su cosa c’è dietro questa non invidiabile specialità italica.

La dipendenza dal gas naturale

Il primo fattore è la forte dipendenza dal gas naturale. In Italia, quasi il 45% dell’energia elettrica (contro il 15% della Germania, il 17% della Spagna e il 3% della Francia) è prodotta da impianti a gas. E il combustibile viene quasi interamente importato dall’estero, rendendo il prezzo finale dell’energia molto sensibile alle oscillazioni dei mercati, come tutti i consumatori hanno dolorosamente imparato durante i mesi orribili seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. All’epoca la Penisola era fortemente dipendente da Mosca (oltre 30 miliardi di metri cubi l’anno, 40% del totale delle importazioni). Dopo quello choc, il governo Draghi decise di diversificare gli approvvigionamenti in favore del Nord Africa: nel 2023 la quota di gas in arrivo dall’Algeria è salita poco sotto il 38% mentre quella russa è scesa sotto il 5% ed è aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Ma l’anno scorso la tendenza si è marginalmente invertita e gli acquisti dalla Russia sono risaliti a oltre 6 miliardi di metri cubi.

Questa dipendenza ha fatto sì che l’anno scorso, quando i prezzi si sono normalizzati in tutta Europa rispetto ai picchi del 2023, l’Italia ne beneficiasse di meno. La relazione annuale dell’Autorità per l’energia (Arera), presentata a giugno, ricorda che il Pun medio italiano è sceso del 14%, contro il -40% di quello francese, il -36% registrato sulla borsa scandinava, il -28% di quella spagnola e il -18% di quella tedesca.

Il funzionamento del mercato

Il funzionamento del mercato elettrico contribuisce ad amplificare le differenze. Il Prezzo unico nazionale si forma con il meccanismo del “prezzo marginale”: ogni giorno i produttori di energia fanno le loro offerte sul cosiddetto Mercato del giorno prima. Vengono chiamate a produrre prima le centrali più economiche, alimentate a rinnovabili e idroelettrico, poi quelle più care come le centrali a gas. Ma il prezzo finale non è una media. Si allinea al costo dell’ultima centrale – la più cara – necessaria per coprire tutta la domanda. Per questo, quando il gas diventa molto costoso anche l’elettricità prodotta da fonti più economiche viene pagata a quel prezzo alto. Funziona così in tutta la Ue, ma in Italia è più penalizzante perché come visto il gas è più spesso la fonte “decisiva” che fissa il prezzo. In Francia quel ruolo è svolto dal nucleare, in Spagna e Germania dalle rinnovabili (anche se nel mix energetico di Berlino ha ancora un peso non indifferente anche il carbone).

Il ruolo delle ondate di calore

In estate, il mercato diventa particolarmente vulnerabile. Il fabbisogno di energia cresce sensibilmente per effetto della climatizzazione, che porta milioni di famiglie e imprese ad accendere i condizionatori nelle ore più calde della giornata. Al tempo stesso la produzione da idroelettrico, che vale in media fino al 20% del mix italiano, cala drasticamente a causa della siccità e della ridotta disponibilità di acqua negli invasi, mentre l’eolico è spesso condizionato da periodi di scarsa ventosità. In questo contesto, le centrali a gas diventano indispensabili per coprire la domanda residua spingono verso l’alto il Pun. Non a caso l’anno scorso il prezzo unico medio di luglio è stato di 112 euro/MWh mentre quello di gennaio, il mese più freddo, di 99.

Gli indizi di manipolazioni dei prezzi

A complicare il quadro c’è un elemento preoccupante emerso da un’indagine conoscitiva di Arera: nel biennio 2023-24, a valle dello choc seguito all’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, molti operatori avrebbero adottato strategie di offerta anomale sul mercato elettrico. In pratica avrebbero ridotto la capacità realmente disponibile per spingere i prezzi verso l’alto. L’Autorità parla di “probabili condotte di trattenimento economico di capacità”, che avrebbero comportato “differenze medie di prezzo” nell’intervallo di 4-7 €/MWh nel 2023 e 1 €/MWh nel 2024. Per ora non si parla esplicitamente di abuso perché l’indagine si basa su ipotesi semplificatrici e occorre “accertare l’assenza di legittime giustificazioni”, ma di sicuro gli indizi di una corposa manipolazione del mercato non possono essere ignorati.

Le maggiorazioni sul mercato libero

Dal Prezzo unico alla bolletta il passo non è breve. Per arrivarci occorre tener conto di costi di dispacciamento e di commercializzazione e degli oneri di sistema destinati per esempio a sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dal gas (lo scorso anno hanno sfiorato i 9 miliardi di euro). Nel mercato libero, su cui i clienti domestici non vulnerabili sono stati fatti definitivamente migrare entro il luglio 2024, contano poi le maggiorazioni decise dal fornitore. È sempre la relazione dell’Arera a quantificarle: lo scorso anno il prezzo finale al netto delle tasse sul mercato libero presentava “valori notevolmente superiori al servizio di maggior tutela per tutte le classi di consumo”: dal 37% in più per i grandi clienti al 55% per chi ha consumi tra 1.000 e 2.500 kWh all’anno.
Dulcis in fundo, ci sono le imposte, che aggiungono un 10% all’esborso.

da qui

venerdì 15 agosto 2025

Etiopia, la vetrina africana dell’Italia che bluffa

Dietro ai sorrisi, ai fiori, agli applausi ben inquadrati dalle telecamere e alle strette di mano con il premier Abiy Ahmed, il viaggio di Giorgia Meloni in Etiopia conferma ciò che ormai appare chiaro: il cosiddetto Piano Mattei è una costruzione propagandistica, più utile a fare campagna elettorale che a definire una reale politica estera e di cooperazione.

Il viaggio, presentato come “storico”, non ha prodotto nulla di realmente misurabile. Accordi vaghi, fondi non quantificati, progetti indefiniti. Si parla di sviluppo, ma non si sa per chi, come, né quando. Nessuna delle promesse ha una calendarizzazione concreta, e gli investimenti italiani restano ipotetici, condizionati da dinamiche future non precisate. Ancora una volta, si annuncia molto e si realizza poco.

Ma il problema più grave è la visione geopolitica completamente assente. La premier si è recata in una delle aree più instabili del continente africano senza nemmeno citare le tensioni crescenti tra Etiopia ed Eritrea.

Silenzio sulla militarizzazione della regione del Tigrai, sui rigurgiti autoritari del governo Abiy, sulle tensioni lungo il corridoio del Mar Rosso, strategico anche per l’energia italiana. Se si cerca stabilità senza parlare di conflitti, si mente per omissione.

Il silenzio di Meloni sui diritti umani è ancora più grave. L’Etiopia è uno dei Paesi con la più alta incidenza di sfollati, vittime civili, e repressioni politiche degli ultimi anni. Dopo la brutale guerra civile nel Tigrai, non c’è stato alcun reale processo di verità o riconciliazione.

L’idea di rafforzare i rapporti senza neanche accennare a condizioni democratiche o libertà civili non è solo cinica: è miope. Aiutare regimi repressivi non costruisce stabilità, la deteriora.

Il Piano Mattei – che si propone come alternativa alla Cina e come argine alle migrazioni – continua a oscillare tra una facciata di cooperazione solidale e un evidente intento securitario.

Dietro la narrazione umanitaria, si cela l’idea che basti comprare la “buona volontà” dei governi africani per bloccare i flussi verso l’Europa. Una logica da outsourcing coloniale, mascherata da partenariato.

Infine, un’ultima osservazione: dove sono i partiti di opposizione? Questo vuoto strategico e diplomatico dovrebbe offrire terreno fertile per una critica politica chiara e alternativa. E invece nulla.

Nessuna voce autorevole mette in discussione le ambiguità del Piano Mattei, né denuncia la copertura politica offerta a governi che reprimono, affamano e respingono. Anche su questo fronte, il silenzio è assordante.

Se l’Italia pensa di costruire una nuova relazione con l’Africa a colpi di sorrisi, contratti vuoti e omissioni comode, il fallimento è garantito. E i costi – economici, politici e morali – li pagheremo tutti.

da qui

sabato 21 gennaio 2023

Siamo troppi sulla terra? Risorse ed umanità, analisi di una interazione vitale

 

Come anticipato qualche giorno fa e dopo avervi sottoposto un controverso sondaggio, è venuto il momento di affrontare il tema: l’esaurimento delle risorse naturali, ovvero siamo troppi sulla Terra? Vi anticipiamo che il post è lunghissimo e speriamo vogliate investire qualche minuto del vostro tempo, in cambio del tempo che abbiamo dedicato a scrivere questo articolo.

Prima di addentrarci nel tema, diamo un’occhiata al sondaggio. La domanda è “Per affrontare le nuove sfide dell’umanità, attualmente popolazione in forte crescita, cosa si rende necessario a vostro avviso?”.
Hanno votato in 3000 di voi e il 65% ha optato per “Ridurre la popolazione”. Il restante 35% invece ha indicato “Aumentare l’offerta”. La motivazione addotta dalla maggioranza è che le risorse naturali si stiano esaurendo.

Compiamo un piccolo salto temporale e torniamo nel 1968, anno in cui un certo Paul R. Ehrlich biologo ed ambientalista statunitense (da non confondere con Paul Ehrlich, classe 1854, microbiologo) pubblica il libro “The Population Bomb”, se riuscite, procuratevene una copia, è molto interessante. Ehrlich sostiene che le risorse naturali siano in via di esaurimento, il che porterebbe all’aumento vertiginoso del loro prezzo, a fronte di un continuo aumento della popolazione umana. Nel 1968 ancora non lo sa, ma con il suo testo, Ehrlich pone uno dei capisaldi più importanti della teoria neo-malthusiana. E come già il suo ispiratore Malthus fece 200 anni prima, ipotizza che l’unica soluzione sia ridurre il numero di abitanti sul pianeta. Come? Tramite un controllo puntuale delle nascite, anche con sistemi coercitivi se necessario.

No food? No party! E il modo più efficace è ridurre il numero degli invitati al banchetto.

Spostiamoci più avanti nella linea temporale e giungiamo al 1981, anno in cui un certo Paul Simon, economista, decide di sparigliare le carte scrivendo il libro “The Ultimate Resource” (procuratevi anche questo) . Simon, classe 1932 come Ehrlich e statunitense anch’egli, è un economista noto per le sue ricerche in tema di risorse naturali e demografia, diventerà membro del noto CATO Institute. Egli cerca un connubio tra risorse naturali, sfruttamento e progresso tecnologico. Contrariamente a Ehrlich, Simon considera il genere umano la soluzione, non il problema.

Per Ehrlich il prezzo delle materie prime, in corso di esaurimento, aumenterà sempre più. Per Simon, al contrario, il prezzo delle materie prime scenderà. Il progresso tecnologico, a fronte di risorse limitate sul pianeta, le renderà maggiormente disponibili e, da un punto di vista economico, praticamente infinite dal momento che le risorse potranno essere riciclate o sostituite con risorse alternative. La filosofia di Simon affonda le radici nel positivismo ottocentesco che attribuiva alla scienza e alla tecnologia capacità pressochè illimitate.

E quale modo migliore di una sana scommessa, per capire chi abbia ragione tra i due? E così è, Simon e Ehrlich scommettono sull’andamento dei prezzi di un paniere di 5 metalli, nel corso del decennio 1980 – 1990.

I prezzi scendono, Simon vince. Seguirà un notevole folklore di se e di ma. Rimane il fatto che i prezzi sono scesi e nel frattempo, nello stesso decennio, la Terra ha acquistato 800 milioni di nuovi inquilini umani.

Simon muore nel 1998 e ci lascia una gran quantità di studi e ricerche ma, soprattutto, ci lascia la sua coraggiosa sfida alle teorie catastrofiste di matrice malthusiana. E la sua eredità è stata oggi raccolta da due ricercatori, Marian Tupy e Gale Pooley. I due hanno raccolto 37 anni di andamento dei prezzi di un paniere composto da 50 commodity. Il paniere, come si intuisce, è estremamente più articolato rispetto a quello utilizzato da Simon. Il paniere è stato analizzato tra il 1980 e il 2017 e anche in questo caso i prezzi sono scesi, confermando la teoria di Simon. Il prezzo delle commodity è calato del 36%, a fronte di un aumento di circa 3 miliardi di nostri coinquilini.

I due ricercatori però non si fermano e danno vita ad un nuovo indicatore, il “time-price”, ovvero il tempo che un uomo medio deve lavorare per poter acquistare una particolare commodity. Ebbene è emerso che il time-price del paniere è calato mediamente del 65%. In altre parole, se nel 1980 occorrevano 60 minuti di lavoro per acquistare una commodity, nel 2017 ne occorrono solo 21 per la stessa commodity. L’indice time-price sta registrando un tasso di riduzione più rapido di quanto non stia crescendo la popolazione. In onore di Simon, Tupy e Pooley hanno dato vita all’indice SAI (Simon Abundance Index), ovvero quanto cresce la popolazione al crescere del time-price. Emerge un dato notevole, la Terra era 380 volte più abbondante nel 2017 di quanto non fosse nel 1980. I due ricercatori hanno nuovamente dimostrato la validità delle teorie di Simon.

Ci piace concludere con questo pensiero: “Il mondo è un sistema finito, nello stesso modo in cui lo è un pianoforte. Lo strumento ha solo 88 tasti, tuttavia questi tasti possono essere suonati in una infinità di modi diversi”.

Biblio
https://www.cato.org/publications/policy-analysis/simon-abundance-index-new-way-measure-availability-resources

 

da qui